martedì 28 dicembre 2010

Sequestro di persona


Prigioniera di una firma che non c'è Saliscale in riparazione da un mese, disabile bloccata in casa Valentina, 34 anni, studentessa di psicologia, da un mese non può uscire di casa da sola con la sua carrozzina. Il problema? Una firma. Per qualcuno è una ...questione burocratica: una firma per far riparare il saliscale bloccato da quasi un mese. Per lei, invece è una questione vitale, da cui dipende la possibilità di uscire da casa e superare, con la sua carrozzina «e senza pesare sugli altri», le barriere elevate dalle rampe delle scale. Valentina Mancosu ha 34 anni e vive al secondo piano di una palazzina di via Lao Silesu. Da quasi un mese, per lei, uscire di casa è quasi impossibile. Soprattutto se non c'è qualcuno che possa aiutarla. Un guasto al saliscale, il macchinario che le consente di salire e scendere dal secondo piano autonomamente, la rende quasi prigioniera. IL RACCONTO «Tutto - racconta - è iniziato a fine novembre, quando ho segnalato anomalie al display. Credevo fosse una cosa rapida, invece i tempi si sono allungati in maniera incredibile». Valentina non usa giri di parole per raccontare la disavventura «tecnico-burocratica» con cui sta combattendo. «Il 7 dicembre - spiega - sono intervenuti i tecnici che hanno portato via il macchinario per la riparazione. Dal giorno, per potermi spostare devo sempre chiedere l'aiuto dei volontari che mi portano di peso fuori di casa». Che vuole dire dal secondo piano sino al livello della strada, dato che nel palazzo non c'è l'ascensore e muoversi con la carrozzina è praticamente impossibile.
ANGELI E DIRITTI
«Ogni giorno - prosegue la giovane - vengono i volontari di Soccorso Iglesias: sono i miei angeli custodi, se non ci fossero loro non saprei come fare. A loro sono molto grata, ma il punto non è questo». Alla sua indipendenza, infatti, Valentina, che studia psicologia all'università, ci tiene. «Se il saliscale è un mio diritto, perché non dev'esserci? Perché i tempi per la riparazione devono essere così lunghi?»
TELEFONATE
Valentina, davanti all'attesa e ai disagi, in questi giorni non si è arresa. «Ho telefonato alla ditta incaricata della riparazione e all'Asl. Ho chiesto
i motivi dei ritardi, dopo una serie di chiamate mi è stato detto che la riparazione può essere eseguita solo dopo il via libera dell'ufficio tecnico dell'Asl. Una questione burocratica, dato che il benestare passa per una firma, che sino a ieri non mi risulta esserci stata». LOTTA SUL WEB Su internet Valentina ha fondato una sorta di gruppo di auto aiuto http://www.facebook.com/group.php?gid=78979463129. «Oggi (ieri per chi legge, ndc) mi hanno chiamato dall'Asl per dirmi che la pratica per la nuova carrozzina è stata completata. Ne sono felice. Però, adesso, come faccio a ritirarla se da sola non posso uscire di casa?»
DAVIDE MADEDDU Da Unione Sarda Martedì 28 dicembre 2010

Il Giornale si vendica di Libero: l'attentato a Belpietro era una bufala

Il Giornale si vendica di Libero: l'attentato a Belpietro era una bufala.


Questa è grossa, cari miei. Il Giornale di oggi è uscito con un ordigno pronto ad esplodere, prima pagina di fuoco, e a farsi male saranno in parecchi. L'attentato subito da Maurizio Belpietro esattamente 3 mesi fa sarebbe in realtà una bufala, una montatura, un'invenzione del Capo Scorta. Ed i Pm sarebbero pronti ad incriminarlo. Il Capo Scorta. Zero prove. Zero video. Zero riscontri. E troppe incongruenze. Ora, come sapete noi di Nonleggerlo siamo stati i primi ad elencare le anomalie di quel misterioso attentato, ma che quegli scritti trovassero la prima, grossa conferma tra le pagine del Giornale, beh, questo non ce lo saremmo mai aspettati.

Dinamica giornalistica clamorosa. Ma soprattutto, strana. Infatti dietro a questa rivelazione non c'è la volontà di informare, di fare chiarezza su uno dei casi più controversi dell'anno, macché: oggi Alessandro Sallusti - neo direttore del quotidiano presidenziale - ha semplicemente voluto - o dovuto - vendicarsi della dipartita di Vittorio Feltri, il diktat farla pagare in un colpo solo a Feltri, Belpietro e Libero. Come sapete l'improvvisa fuga di Feltri dal trono del Giornale ha generato secchiate di risentimento, vagonate di veleno, in zona Negri. Il quotidiano si è trovato di colpo depotenziato e con un rivale agguerrito in più, e questo nel momento più difficile: ed infatti tra Feltri ("Il Giornale mi sta già sui coglioni") e Sallusti ("Potevi curarti con altre medicine") la tensione è subito salita ai massimi. Una rottura brutta, tesa, che avrà dei contraccolpi. Una rottura presa male pure dall'editore finale.

Ieri Feltri e Belpietro con quel "Girano strane voci su Gianfranco", con quelle finte mignotte e quei finti attentati hanno sì voluto fare rumore (e quindi vendere copie), ma anche pagare pegno, giurare fedeltà agli amici del Giornale, colpire il nemico comune e gridare forte e chiaro "Hey, Papi, siamo sempre noi! Siamo sempre con te! Non cambierà nulla! Lo riconosci? E' il Metodo Boffo!". Ma non è bastato. Anzi, il fatto che quel pezzo nauseabondo abbia nauesato l'Italia intera ha creato ancor più malcontento, tra le truppe papali. Ed oggi, la vendetta di Sallusti. Fino a pochi giorni fa, i dubbi dei Pm sul caso Belpietro, o la volontà di incriminare il Capo Scorta, avrebbero scatenato la furia delle penne più acuminate del Giornale - proprio come successe ad ottobre - penne che sarebbero immediatamente corse in soccorso dell'amico Belpy. Immaginate, li avrebbero distrutti, delegittimati, infamati quei Pm, la Procura comunista di Milano!, ma come si permettono di dubitare della parola di un valoroso uomo delle forze dell'ordine?, terrorismo!, viuulenza!, solo perché stavano per fare la pelle a Belpietro!, e se fosse successo ad Ezio Mauro?, congiura verso il giornalismo moderato!, eccetera eccetera, in un turbinio di plastici di Vespa e note stampa di Capezzone.

Ma oggi no. L'articolo del Giornale è una mannaia, un tripudio di ceffoni che si abbatte sulla faccia di uno sconvolto Belpietro, e che racconta tutto sulla coerenza, sull'autorevolezza e sulla dignità della stampa vicina a Silvio Berlusconi. Certo, magari il Direttore di Libero non avrà alcuna responsabilità nei deliri di quel Capo Scorta, ma se davvero la Procura dovesse certificare il bluff - e ci siamo quasi - per la non-credibilità di Libero e dei suoi Direttori sarebbe la fine. Per l'occasione avevano rievocato gli Anni di Piombo, martirizzato Renato Farina, sbranato Facebook ed incriminato i soliti mandanti morali - politici e giornalisti scomodi - mentre Belpietro invadeva ogni media raccontando del suo status di "Prigioniero politico". Ora c'è solo una figura fecale grande come una montagna ad attenderli. E al Giornale, godono.




da Non leggere questo blog!

da Stop The Censure

Cattivi ministri e non cattivi genitori

“I giovani sono esposti alla disoccupazione soprattutto perchè pagano il conto di cattivi maestri e qualche volta di cattivi genitori, perchè li hanno condotti a competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro”.
Ipse dixit Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro e Politiche Sociali.Il faccia glutea Maurizio Sacconi. Ma che avra' di ridere? Sara' soddisfatto della minchiata detta?

Considerato che in Italia, secondo quanto emerge dagli ultrimi dati Istat, la disoccupazione giovanile tocca nuovi livelli record: il 24,7 per cento dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni non trova un lavoro, si puo' affermare che i cattivi genitori sono uno su quattro .

La dichiarazione dell' ineffabile ministro Sacconi, che ha lavorato poco essendo nstato eletto deputato all' eta' di 29 anni, dimostra come in Italia il fenomeno della disoccupazione giovanile non sembra destare troppi allarmi tra i policy makers. In parte perché vi è spesso la tentazione di attribuire questo fenomeno ad aspetti culturali, legati a scelte specifiche delle nuove generazioni (rimandare volontariamente l’ingresso nel mondo del lavoro, restare a carico dei genitori ecc.) oppure a loro carenze intrinseche (minori competenze, scarsa determinazione o flessibilità) che li renderebbero meno appetibili sul mercato del lavoro. In parte perché la disoccupazione giovanile ha minor impatto sociale nell’immediato. I giovani tipicamente non hanno figli a carico, e possono invece contare sulla famiglia di origine, quella dei cosiddetti genitori cattivi, come ammortizzatore sociale, quindi la loro inattività ha, nel brevissimo periodo, effetti meno devastanti di quella di uomini e donne in età adulta, sempre per l' intervento benefico dei cosiddetti cattivi gentori.
Queste considerazioni hanno un orizzonte molto limitato e non valutano fino in fondo la portata e le conseguenze del fenomeno disoccupazione giovanile sulla competitività futura del paese. Siamo di fronte a un’intera generazione che entrerà nel mercato del lavoro con gravi ritardi, in condizioni sub-ottimali, sia da un punto di vista economico che psicologico e motivazionale. Certamente non per colpa di cattivi maestri e cattivi genitori, ma per colpa di politici, di cattivi ministri, che aprono bocca senza accertarsi se sia collegata al cervello.

Per concludere faccio mio quanto scritto dall' amico e colega Toni Jop nell' Unita':
«Una delle cause della disoccupazione giovanile in Italia? Avere “cattivi maestri” e “cattivi genitori”»: avrà ragione il ministro Sacconi? Può essere, ma bando alla polemica angusta: occorrono campi lunghi almeno per salvare lo sguardo. Eccone uno, annidato nel pensiero del ministro: la cattiveria in una società in questo caso interpretata dalle famiglie e dal corpo docente, si manifesterebbe nella sua pretesa di far studiare a lungo giovani che invece saprebbero usare le mani meglio del cervello. Non in assoluto, ma in relazione alle esigenze del mercato del lavoro che, solo, dovrebbe indirizzare e quindi formare le intelligenze senza occupazione. Teoria farabutta: mentre i figli di papà - qualunque sia il loro quoziente di coglioneria - potranno ostinarsi a studiare nelle scuole private per assicurare ai padri che la nuova classe dirigente sia cresciuta in casa loro, i figli dei peones - salvo eccezioni - valutino la positività di un lavoro manuale, di classe. Tanto la scuola pubblica l’hanno distrutta.

lunedì 27 dicembre 2010

Rossita, la nave dei veleni

Rossita, la nave dei veleni


Rossita.jpg
Varare Rossita, nave di 1.700 tonnellate destinata a trasportare scorie radioattive e resti di sottomarini nucleari russi (ma dove li porterà?) di venerdì 17 dicembre vuol dire sfidare la sorte.
"Alla presenza del ministro allo Sviluppo Economico, Paolo Romani, e del suo omologo russo, Viktor Khristenko, è stata varata nel cantiere spezzino del Muggiano di Fincantieri la nave Rossita. Concepita per trasporto di combustibile irraggiato e rifiuti radioattivi derivanti dallo smantellamento di sommergibili nucleari russi, la sua realizzazione era stata avviata nel 2008 in seguito alla stipula di un contratto da 70 milioni di euro erogati dal nostro dicastero allo Sviluppo, ma la consegna dell'imbarcazione è parte di un accordo da 360 milioni del 2003 nell'ambito di una "Global Partnership" ratificata dal Parlamento nel 2005. Frutto di un "progetto fortemente innovativo" sviluppato da Fincantieri, Rossita è lunga 84 metri, larga 14, ha una capacità di carico di 640 tonnellate e potrà viaggiare alla velocità continuativa di 12 nodi con un equipaggio di 23 persone. La sua importanza è legata ai sempre più cogenti standard internazionali previsti per il trasporto di contenitori per combustibile nucleare esaurito e rifiuti radioattivi. Una nave dei veleni, insomma. Ma in regola, rispondente alle norme di sicurezza più severe, varate per contrastare quello che per i mari di tutti i continenti, è stato un anno nero.
Rossita si distingue per la sua originale missione. Nella sua stiva non viaggeranno solo anonime scorie radioattive inumate in mezzo mondo, ma anche malinconiche spoglie di sottomarini nucleari dismessi dalla Marina Russa dopo anni di onorato servizio. Ne sono già stati smantellati quattro e un quinto aspetta l'ordine di demolizione. Due in più rispetto alle stime di partenza, grazie a una gestione dei costi oculata condotta alla pari da Russa e Italia. Di fronte a questi relitti giganteschi, spiaggiati negli hangar come balene fredde e colossali, il tuffo nella memoria è inevitabile. Di questi antichi sottomarini, partoriti alla fine degli anni '50 in competizione con gli Stati Uniti, se ne contano almeno un centinaio dispersi chissà dove. E su tutti soffia l'aura sinistra, sospinta in molti casi dal vento hollywoodiano, del K-19. Fu il primo sottomarino russo equipaggiato con missili balistici... varato prima del tempo necessario per ragioni di prestigio. E regalò a molte mogli una precoce vedovanza. Mestizia, megalomania, ma anche eroismo, nella scia tracciata dal funesto K lungo la storia truce della guerra fredda.Trent'anni di sciagure e di sacrifici su cui spira un epos melvilliano. Cimenti indimenticati come quello di alcuni uomini dell'equipaggio che nel luglio del 1961 si immolarono alle radiazioni per fermare un'avaria che avrebbe portato alla morte tutti i passeggeri del sottomarino maledetto. Forse ispirato dalla brezza immaginifica che soffiava su La Spezia, Paolo Romani si è segnalato sul molo ligure per una dichiarazione altrettanto evocativa. All'indomani dell'ennesimo suicidio che ha funestato il penitenziario di Sollicciano, il ministro dello Sviluppo ha avanzato un'ipotesi risolutiva: «Quello delle carceri galleggianti, io l'ho trovato sul tavolo come problema e come una possibilità. Ne ho parlato con il ministro della Giustizia, ma è un problema ancora da approfondire perché se quello delle carceri galleggianti puo' risolvere i problemi di un sito produttivo, ci sono poi delle altre questioni che emergono». Di nuovo il mito che si profila nel lungomare della realtà. Galeotti sferzati mentre infuria la bufera, i capelli irsuti smossi dal vento, i remi impugnati tra le nocche allo spasimo, gli insulti tremebondi del capitano dall'occhio sfregiato: «Traite, fili de le pute!». Quando si dice un'idea controrivoluzionaria, una scoria di inarrivabile creatività. È il caso che Rossita prenda servizio in anticipo."
Walter Ganapini

fonte Blog Beppe Grillo

domenica 26 dicembre 2010

L' Oscar della dichiarazione politica 2010


Tutte le leggi che sono state definite ad personam non le ho proposte io: sono sempre state proposte dalla preoccupazione dei miei colleghi di governo, dai miei alleati, e dai miei avvocati, come l'avvocato Ghedini, che è anche parlamentare ... Io ho sempre escluso provvedimenti come il legittimo impedimento, ho sempre tentato di fermarle, anche in Parlamento, le leggi ad personam.


Presidente del Consiglio Berlusconi
dalla conferenza di fine anno

Poverno, tutto a sua insaputa!
Nella foto il premier non sembra credere neanche lui alla balla appena detta.

Il vero stato della ricchezza in Italia

Il vero stato della ricchezza in Italia

La Banca d’Italia dice che nel 2009 tutte le famiglie possedevano più o meno 350 mila euro in beni di vario tipo. E’ la vecchia storia dei morti sulle autostrade. Se ogni anno ci sono mille viaggiatori e cinquecento morti, significa che siamo tutti mezzi morti.

Invece la vita insegna che c’è chi muore e chi se la spassa. Nella fattispecie, delle 24.905.042 famiglie italiane [al 31 dicembre 2009, fonte Istat], ce ne sono 2 milioni, 490 mila e 504 che se la spassano, possedendo oltre il 45% dei 9 miliardi e mezzo di euro cui assomma la ricchezza lorda di tutte le famiglie messe insieme, e oltre 12 milioni (12.452.521) che se la vedono male, dovendo spartirsi un misero 10%.

In parole povere, col cavolo che la ricchezza di ogni famiglia assomma a 350 mila euro: ci sono 10 famiglie su 100 che hanno in media un milione e mezzo di euro a testa e 50 famiglie su 100 che non arrivano a 70 mila. Di più, queste ultime hanno un reddito medio familiare annuo di 8.019,30€ contro i quasi 200 mila euro delle 10 famiglie vip.

Tanto per schiarirvi le idee, se la torta intera fosse la ricchezza disponibile, e ogni smiley fossero 2 milioni e mezzo di famiglie, la situazione del nostro paese a tutto il 2009 sarebbe più o meno questa.

Distribuzione RicchezzaItalia Grafico Torta

10 famiglie su 100 hanno uno spazio vitale degno di un imperatore, 40 si accontentano di un modesto giardinetto privato (sono quelle che fanno la settimana bianca) e 50 vivono accatastate le une sulle altre come e peggio delle galline in un moderno allevamento di polli, dove la luce del sole è un miraggio e se vai di corpo fai lo shampoo a quello di sotto. La storia tristemente insegna che prima o poi le 50 faccine rosse, livide di rabbia, invadono i giardini fioriti delle 10 faccine sorridenti, che smettono di sorridere.
Buon senso vorrebbe invece che, sulla torta, ciascuno avesse più o meno lo stesso spazio, ma ciò che alcuni chiamano ragionevole, altri lo chiamano comunismo. Punti di vista.

Intendiamoci: una distribuzione di risorse e di ricchezze perfettamente equa è utopica e forse contraria alla natura competitiva dell’essere umano, ma anche un sistema sociale nel quale il divario in termini di benessere sia tanto esasperato da suonare offensivo è insostenibile.

Nel loro “Study for the World Institute for Development Economics Research” [2001], Giovanni Andrea Cornia e Julius Court mettono in guardia da un egualitarismo eccessivo nella distribuzione della ricchezza, in quanto porterebbe a incentivi-trappola, speculazione, grandi costi di operazione e corruzione nel sistema di redistribuzione. Il risultato influirebbe sul potenziale di crescita del Paese allo stesso modo in cui inciderebbe un’iniquità estrema, che distruggerebbe la coesione sociale, aumentando il malcontento pubblico, alimentando il conflitto sociale e causando incertezze riguardo ai diritti di proprietà.

La politica pubblica insomma deve avere come obbiettivo un intervallo di inegualità efficiente. Come si fa allora a incentivare il merito senza creare buchi neri sociali che si accrescono indefinitamente?

In statistica, per misurare il grado di concentrazione di una risorsa si usa il coefficiente di Gini. Corrado Gini, statistico, economista e sociologo italiano morto nel 1965, mise a punto un metodo di calcolo della disuguaglianza dei redditi chiamato indice di concentrazione di Gini, che si basa sulla curva di Lorenz.

In soldoni, funziona così: sull’asse delle x metti le percentuali delle famiglie in ordine crescente. Ovvero: il 10% delle famiglie, il 20%, il 30% e così via. Sull’asse delle y metti invece, ad esempio, le percentuali di reddito che le stesse famiglie si accaparrano. Un punto sul grafico (x,y) dice che quella certa percentuale di famiglie x ha a disposizione quella certa percentuale sul reddito totale y.
Non bisogna essere laureati in matematica per capire che la perfetta equità si ottiene per tutti i punti del grafico che hanno la coordinata x uguale alla coordinata y. In parole povere, sono tutti i punti ideali che rappresentano un paese dove il 20% delle famiglie ha il 20% del reddito totale, il 30% ne ha il 30%, il 40% ne ha il 40% e così via fino al 100%. Abbiamo cioè appena disegnato una linea retta, la linea di perfetta uguaglianza.

Curva di Lorenz

Di contro, all’opposto della situazione ideale c’è la linea di totale inequità, ovvero quella condizione nella quale il 10% delle famiglie ha lo 0% della ricchezza totale, così come non ha nulla il 20% delle famiglie, il 30% e via discorrendo fino al 99,9%, perché esiste una unica famiglia che si accaparra tutta la ricchezza disponibile, ragion per cui quando la linea di totale inequità raggiunge il 100%, fa un balzo repentino e discontinuo al 100% della ricchezza.

Le situazioni reali, cioè quelle intermedie tra la linea di perfetta eguaglianza e la linea di totale inequità, sono quelle descritte dalla curva di Lorenz.

Ecco, l’indice di Gini misura quanto la curva di Lorenz si discosti dalla linea di perfetta eguaglianza, in rapporto alla linea di totale inequità, e si calcola dividendo l’aera racchiusa tra la curva di Lorenz e la linea di perfetta eguaglianza per l’area totale sotto alla linea di perfetta eguaglianza. Il coefficiente di Gini, insomma, è un rapporto che intuitivamente varia tra 0 (quando, in una situazione di distribuzione della ricchezza totalmente uniforme, la curva di Lorenz coincide con la linea di perfetta eguaglianza e dunque l’aera è nulla) e 1 (la curva di Lorenz coincide con la linea di totale inequità, e dunque l’area che delimita con la linea di perfetta eguaglianza e l’area totale sotto la linea retta coincidono, dunque il rapporto vale 1). Più il rapporto si avvicina allo zero, più avremo equità di distribuzione; più al contrario viaggia verso l’1, più avremo condizioni di forte disuguaglianza reddituale.

Il coefficiente di Gini

L’intervallo di inegualità efficiente, quello nel quale la ricchezza ha una distribuzione tale da consentire lo sviluppo dell’economia, è compreso tra 0,25 e 0,40. Secondo il World Factobook 2009, questa è la rappresentazione del coefficiente di Gini rispetto alla distribuzione del reddito nei vari paesi del mondo.

Il coefficiente di Gini per i redditi dei vari paesi nel mondo, nel 2009

I paesi più virtuosi sono quelli scandinavi, mentre il Sudafrica, con un coefficiente maggiore di 0,6, appare come uno stato con un divario reddituale fortemente esasperato. A titolo di nota metodologica, per i paesi molto estesi il coefficiente di Gini può non essere preciso, quindi i valori degli Stati Uniti e della Cina sono da leggersi con cautela.

Se poi andassimo a verificare qual è la distribuzione della ricchezza a livello mondiale, scopriremmo che il 60% delle famiglie italiane ha una ricchezza netta superiore a quella del 90% delle famiglie di tutto il mondo, con una quota sulla ricchezza netta mondiale del 5,7%. Calcolando che il nostro PIL si attesta sul 3% e che rappresentiamo numericamente meno dell’1% della popolazione mondiale, il risultato è sorprendente. Del resto se volete gloriarvi dell’appartenenza a una casta di privilegiati basta che facciate un semplice test, disponibile su Global Rich List. Selezionate euro come valuta di riferimento e inserite il vostro reddito annuo. Alcuni scopriranno senza difficoltà di appartenere allo 0,98% più ricco del pianeta. Poi, certo, bisognerebbe misurare anche il potere d’acquisto del vile danaro e non dimenticare che esistono beni che non si possono depositare in banca, come la possibilità di vivere e respirare aria pulita sotto a cieli azzurri, o di passeggiare in mezzo a foreste incontaminate traforate dai raggi di un sole che illumina milioni di granellini dorati in sospensione sotto a un tetto di foglie. Per molti di quello 0,98%, le immagini appena evocate non sono altro che reminiscenze lontane di un atavico ancestrale inconscio collettivo, da rievocare collettivamente celebrando il rito della memoria su Discovery Channel o al più su Nat Geo.

Ma è a pagina 29 del documento di Banca d’Italia che troviamo un dato a dir poco sconfortante. L’indice di Gini applicato alla ricchezza netta delle famiglie italiane, calcolato per il 2008, è pari a 0,613. La ricchezza è cioè fortemente concentrata nelle mani di poche famiglie, lasciando alle altre le briciole. La situazione è ancora peggiore, ma questo era prevedibile, per quanto riguarda la concentrazione delle attività finanziarie che, attestandosi allo 0,763, testimoniano come maneggiare titoli e azioni non sia proprio alla portata di tutti, mentre le passività finanziarie, ovvero i debiti (mutui e prestiti personali) sono quasi esclusivamente a carico di pochissimi fortunati, essendo caratterizzati da un coefficiente di Gini pari a 0,907, delineando così una curva di Lorenz che accarezza molto da vicino la linea di totale inequità.

Ricchezza e debiti per due ristrette élite, insomma, le une che fanno da contraltare alle altre.

Il coefficiente di Gini per la ricchezza e per i debiti in Italia

Ma per comprendere appieno di cosa stiamo parlando, forse è il caso di scoprire le carte e mostrare in maniera inequivocabile il significato della parola inequità sociale. Tenetevi forte.

Mentre la maggior parte degli italiani può ritenersi fortunata se ha uno stipendio di 1800€ al mese, visto che lo stesso documento della Banca d’Italia fotografa un rapporto ricchezza netta / reddito disponibile di 8,2 (p.27, tavola 2A) - il che per 12 milioni di famiglie significherebbe un reddito annuo di poco più di 8 mila € - ci sono membri di quelle 10 fortunate famiglie che hanno redditi personali da multinazionale.

Il signor Carlo Puri Negri, ex vicepresidente esecutivo di Pirelli Real Estate, guadagna circa 38 mila €. Al mese? No: al giorno! Il che fa qualcosa come 14 milioni di euro all’anno. Claudio De Conto, che di Pirelli era solo direttore generale, doveva accontentarsi di 7 milioni e 200 mila euro all’anno. Il tronchetto della felicità, come lo chiama Grillo, al secolo Marco Tronchetti Provera, guadagna circa 15 mila euro al giorno, caffè più caffè meno: 5.600.000 euro all’anno. Luca Cordero di Montezemolo si fa 5.177.000 euro l’anno, Sergio Marchionne 4.782.000, più o meno come l’ad di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini. Alessandro Profumo (Unicredit) e Paolo Scaroni (Eni) viaggiano sui 4 milioni e rotti a testa, senza contare stock option e cumuli di cariche.

Per par condicio, due idoli del calcio come Eto’o e Ronaldino non si allenano se ogni giorno non ricevono rispettivamente 37.410 € e 71.942 €. Parliamo di 780 mila euro al mese per il primo e di 1 milione e mezzo di euro al mese per Ronaldino (9 e 18 milioni di euro all’anno). Con questi ingaggi, si capisce perché possano permettersi di fare un anno bene e altri tre a cazzeggiare.

Steven Spielberg, invece, guadagna 287.770 € al giorno! Ovvero 6 milioni al mese, 72 all’anno. George Lucas fa meglio: 489 mila euro al giorno (10 milioni al mese). Tom Cruise vivacchia con 16 milioni all’anno. Johnny Depp fa lo scemo per 216 mila euro al giorno, ovvero 4 milioni e mezzo al mese (53 all’anno). Adam Sandler fa l’innamorato impacciato per la modica cifra di 115 mila euro al giorno, Roland Emmerich grida ciak per 50 milioni di euro all’anno e Ben Stiller si esibisce in lineamenti ed espressioni intelligenti per non meno di 105 mila euro al gior totale, il 30% ne ha il 30/strong> all’anno).

Ma c’è anche chi, come un certo Carlos Slim (amministratore delegato di Telmex, di Telcel e di America Movil) vede il proprio conto in banca gonfiarsi al ritmo di 53 milioni 237 mila e 410 euro al giorno, poco più di un miliardo di euro al mese, che fanno 13 miliardi all’anno. Alla quarta settimana, lo si può vedere rubare le briciole ai piccioni in piazza San Marco. [fonte: il tuo salario]

Intanto, il debito di quelle famiglie italiane che un coefficiente di Gini pari a 0,907 condanna al rimborso perpetuo di rate inestinguibili sale costantemente. Dal 1995 al 2009 è passato da 255 a oltre 860 miliardi di euro.

Quanto tempo passerà, prima che i 31 milioni di italiani ammassati nella fetta rossa della torta decidano che è venuto il momento di dare una risistematina alla spartizione del benessere?

fonte Byo Blu

Generazione decrescente di Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio


Generazione decrescente

Provate, se avete più di quarant’anni, a far parte di una generazione che si è sempre sentita dire che è fortunata perché ha avuto tutto. Provate ad immaginare, per una volta, che cosa voglia dire davvero avere tutto. O pensare di averlo, almeno. Credete che sia facile dare un senso alla propria vita?

Provate a vivere in un mondo in cui tutto è già stato detto, o fatto, o scoperto, o inventato, o addirittura vissuto. Un mondo in cui i vostri padri possono vantarsi di aver costruito tutto da soli. Immaginate di non trovarvi sempre e comunque a vostro agio, in questo mondo costruito “per voi”, soprattutto quando ne avete molte ragioni per farlo.

Provate ad avere trent’anni e a dover lavorare a tempo determinato in un call center, magari vivendo ancora in casa dei genitori perché impossibilitati a (se non incapaci di) mettere su famiglia. Se non volete metter su famiglia, provate a metter su casa, se non potete ricevere un prestito da banche ormai alla rovina che non si fidano (!) di voi.

Provate a crescere col cervello quotidianamente bombardato da impulsi che, quando non sono a scopo pubblicitario, vi fanno credere che, senza il minimo impegno o capacità, diventerete rock-star o divi televisivi. Crescete col boom della pubblicità prima e dei reality show poi, invece che con “Carosello”.

Provate ad uscire un sabato sera e sentire il vuoto fuori e dentro di voi, nel vedere molti, troppi coetanei incapaci di affrontare anche una semplice serata in discoteca senza ricorrere all’uso di sostanze più o meno legali.

Provate a crescere e maturare nel periodo storico in cui si stanno pagando le conseguenze sociali, ambientali, politiche ed economiche delle scelte sbagliate fatte da molte delle persone che oggi vi accusano di essere degli ingenui, dei deboli, degli svogliati… dei vigliacchi!

Provate a non avere idea di cosa ne sarà del vostro domani, vuoi per i crash finanziari piuttosto che per i cambiamenti climatici.

Provate ad essere giovani in un mondo vecchio. Un mondo in cui la folle corsa al “di più”, al “più grande”, al “più veloce”, vi ha probabilmente fatto mangiare tre volte al giorno, ma vi ha tolto molto altro.

Provate, anche solo per un giorno. E vedremo se la Decrescita non è l’unica risposta ai nostri problemi che non sia priva di senso, vivendo nella quasi totale assenza, tra l’altro, di uno straccio di spiritualità o di un briciolo di ideologia.

È stato fino ad oggi un viaggio a senso solo: verso l’alto. Ma chi vola troppo in alto, si sa, prima o poi viene colto dalla vertigine.

Noi siamo la vertigine. E vogliamo rallentare. Vogliamo scendere. Vogliamo decrescere!

di Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio

fonte il Fatto Quotidiano

LA TASSA SULLA SPAZZATURA: UN IMBROGLIO DA SMASCHERARE


Definire un’emergenza, la questione dei rifiuti, è un’infantile sottovalutazione del problema. In verità, siamo di fronte a una vera e propria calamità. Per tanto, tale contingenza va risolta alla radice. Raccolta differenziata, discariche, inceneritori, bonifica ed altro, non sono che palliativi di facciata, deputati a nascondere la polvere sotto il tappeto. Ma il problema, presto o tardi, tornerà a mostrarsi in tutta la sua gravità.
 Per tale motivo, nessuno, si può dissociare dai propri doveri ne, tanto meno loro, gli scriteriati e ingordi imprenditori, contrassegnati da una sconcertante e patologica incapacità, di dirigersi, di adeguarsi e di controllarsi. E’ strabiliante come nessuno (istituzioni e società civile) punti il dito contro di loro, assolvendoli e scagionandoli a priori da ogni responsabilità e senso civico, relativi alla drammatica situazione ambientale.
 Il fatto di avere delegato al Sistema ogni nostra oggettiva individualità, personalismo, immaginazione e slancio rivoluzionario, ha prodotto in noi quella perdita di autonomia e di consapevolezza, necessarie e indispensabili per una corretta comprensione e visione della realtà e della verità. E’ del resto singolare il fatto che, il liberismo, visto il contrasto logico (e, diversamente da i suoi obiettivi), sia stato in grado, più di ogni altro regime comunista massimalista, di pianificare e mettere in atto un’opera di omologazione e appiattimento culturale, unica nella storia dell’uomo.

La produzione dei rifiuti e il loro smaltimento, è uno dei tre quesiti irrisolti e più inquietanti dell’umanità, dopo l’omologazione e la contraffazione della realtà, che ne mettono a serio rischio la sua stessa sopravvivenza. E’ arrivato il momento che i consumatori aprano gli occhi e inseriscano il cervello, per dare a Cesare le responsabilità di Cesare e, ai cittadini, le loro.
 Vi siete mai chiesti, per quale empirico motivo e singolare logica, ci viene addebitato l’onere relativo alla tassa sulla spazzatura? La risposta va ricercata nella nostra stupidità, nella supina accettazione delle regole e, in una vile sudditanza verso il Sistema.
 Siamo stati ingannati per decenni e, come nel gioco delle tre carte, ci hanno fatto credere di essere gli autori di una tale sciagura, e colpevolizzato dei disastri biblici, che la stessa ha causato, causa e che, in futuro, provocherà.
 Alla luce della verità, è l’industria (Cesare), e non noi, a doversi accollare tutti costi, relativi alla produzione dei rifiuti e del loro smaltimento. Non puoi “buttare il sasso e nascondere la mano.” Tu li produci e tu li smaltisci; diversamente, ti adegui e non li produci! Assolvere l’industria (sempre e in ogni caso), esimendola ed escludendola a priori, da ogni addebito, perché presupposto di sviluppo, occupazione e di benessere, è il più infame atto di ingiustizia, di ipocrisia e di raggiro sociale del quale, un paese che si definisce civile, si possa macchiare. L’Ilva di Taranto, un esempio per tutti.

E’ triste e penoso il fatto che il consumatore accetti, senza obiettare, il pagamento dell’onere, relativo alla tassa sulla “monnezza”, ritenendolo giustificato e doveroso.
 Questa, è una dimostrazione di illusionismo applicato alla realtà, indotto dal Sistema, che gioca sulla percezione falsata che ha il consumatore, di ritenersi responsabile (in prima persona), del problema dei rifiuti, per avere “impunemente” soddisfatto il suo bisogno di acquisto e le sue necessità. Il contenitore che, in seguito, trasfigurerà la sua originale funzione in quella di rifiuto, é il paradigma della colpa e, l’onere di pagarne lo smaltimento, interviene come elemento di espiazione catartica. 
E se il contenitore fosse gratuito, così che il suo costo di produzione, non debba incidere sull’effettivo valore del contenuto? Allora, in questo caso, la teoria dell’illusionismo si ribalterebbe, passando di mano a “Cesare” (l’industria) che, si dovrà fare carico (per stringente logica), dei costi relativi al suo smaltimento, avendolo prodotto a sue spese. 
La spazzatura, dunque, appartiene a chi la produce e non al consumatore che acquista il bene! E su questo, non si discute.

Se l’industria fosse messa di fronte, alle proprie responsabilità e quindi, sanzionata e penalizzata, per le regole infrante, la fiscalità evasa, gli obblighi e i doveri civili, calpestati, cambierebbe di colpo la fisionomia del nostro paese. In questo modo, acquisterebbe e svilupperebbe quella sensibilità necessaria tale da potere distinguere il vero dal falso, il giusto dall’iniquo e la libertà dalla licenza. L’inquinamento, una tragedia che, da decenni, compromette (spesso in maniera irreversibile), le acque e il territorio, accanendosi sulla qualità della vita dei cittadini, si ridurrebbe drasticamente.
 Se poi, in maniera esemplare, venissero colpiti e condannati tutti i responsabili di quella serie infinita di comportamenti illeciti, violazioni e abusi, che caratterizzano la vita sociale, pubblica e politica di questo paese e concorrono massicciamente a decretarne il suo declino economico e deriva morale, saremmo in grado di dare, alla locuzione “società civile”, la sua (da troppo tempo contraffatta), esatta interpretazione storica ed etimologica.

L’industria, si deve attenere a tre regole fondamentali e ineludibili, che rientrano nelle logiche di un mercato etico e responsabile:

a) Produrre contenitori biodegradabili.

b) Diversamente, farsi carico, dei costi, relativi alla produzione, di contenitori, imballaggi e affini, e del loro smaltimento.

c) La realizzazione di Inceneritori, discariche, trasporto dei rifiuti, bonifica del territorio e tutto l’indotto, sono di esclusiva competenza di “Cesare”.

Gianni Tirelli

fonte Stampa Libera

Intervista a Gianluigi Nuzzi, giornalista e autore di "Metastasi"


Metastasi - Gianluigi Nuzzi


Intervista a Gianluigi Nuzzi, giornalista e autore di "Metastasi":
"Sono Gianluigi Nuzzi, ho scritto “Metastasi” subito dopo “Vaticano Spa”. Il successo criminale della camorra da una parte e dall’altra le centinaia di arrestati che segnano la vita di questa criminalità organizzata partita dalla Campania alla conquista del mondo, ha una storia più eclatante rispetto a quella della ‘ndrangheta in termini di retate e di arresti. Per diversi motivi: innanzitutto perché nell’associazione criminale della camorra, il vincolo associativo è unicamente legato a quello dell’organizzazione. Mentre è assai difficile trovare un pentito di ‘ndrangheta perché i locali, i clan sono chiusi da patti non solo criminali, ma anche di sangue, tra ‘ndranghetisti ci si sposa tra primi cugini, molti boss della ‘ndrangheta hanno anche un vincolo massonico se appartengono per esempio alla Santa, all’organizzazione di élite dell’‘ndrangheta.
Continua


La 'ndragheta è un virus (espandi.jpg espandi | comprimi.jpg comprimi)
Tra i camorristi invece i pentiti si contano a centinaia e l’organizzazione della camorra agli occhi dei cartelli colombiani, per esempio, riscontra meno fiducia e attendibilità rispetto al cartello calabrese. Oggi la ‘ndrangheta, da associazione criminale poco valutata, da mafia non dico rurale, ma abbandonata nel territorio della punta della nostra penisola la troviamo in tutto il mondo e è quasi monopolista nell’importazione della cocaina in Europa.
C’è un po’ di sorpresa che noi giornalisti di Libero, Claudio Antonelli e io che abbiamo firmato questo libro, siamo andati a fare un’indagine di questo tipo.

'Ndragheta international (espandi.jpg espandi | comprimi.jpg comprimi)
Credo che le capacità di mimetismo della ‘ndrangheta sfuggano, credo che noi abbiamo un problema culturale a tutti i livelli come giornalisti, politici, non addetti ai lavori, al di là dei magistrati e delle forze dell’ ordine, Avvocati, commercialisti, a Milano c’è un problema con i commercialisti, l’ordine dei commercialisti di Milano ha istituito un ufficio di consultazione per i casi di riciclaggio,

La Lega e la 'ndragheta (espandi.jpg espandi | comprimi.jpg comprimi)
La ‘ndrangheta è molto attenta, nel libro si raccontano molti episodi sulla valutazione di società in crisi per fagocitarle. Credo che i narcotrafficanti dovrebbero essere equiparati a chi attenta all’integrità degli Stati e quindi dei terroristi e fare una battaglia culturale sicuramente, una battaglia giudiziaria, ma anche una battaglia politica e comunitaria, un po’ come ha fatto Washington dopo l’11 settembre.

La censura preventiva dei Moratti

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I Moratti hanno inaugurato la censura preventiva sull'informazione minacciando di azioni legali chi darà notizia del libro "Il Paese dei Moratti". Nessuno, che io sappia, era mai arrivato a tanto. Lorenzo Fazio, direttore di Chiarelettere, la casa editrice che ha pubblicato il libro, mi ha inviato una lettera.
"Stupore e incredulità ha suscitato il comunicato che l’Ansa ha diffuso il 13 dicembre con il quale Gian Marco e Massimo Moratti hanno dichiarato che intendono agire non solo nei confronti dell’autore e dell’editore del libro "Nel paese dei Moratti" di Giorgio Meletti pubblicato da Chiarettere, “stante i contenuti non veritieri del medesimo libro”, ma anche nei confronti dei “massmedia che in qualsiasi forma e sede, allo stesso abbiano dato o diano spazio e risalto”. La minaccia di far processare chi parlerà del libro, favorendone la diffusione, è inusuale e grave poiché penalizza l’attività imprenditoriale dell’editore e la libera circolazione delle informazioni su una vicenda della quale si è parlato davvero troppo poco. Anche la Fnsi, la Federazione della stampa, ha criticato le parole e l’iniziativa dei Moratti (“Fnsi e Asr non possono che ribadire che il diritto di cronaca e quello dei cittadini a essere correttamente informati sono le basi stesse di una società democratica”), che hanno replicato in una lettera recapitata al Fatto, riformulando la loro posizione. Tutto ciò si aggiunge alle pressioni esercitate sugli stessi operai e sul sindaco in occasione del dibattito pubblico organizzato a Sarroch per presentare il volume. Forse un giudice potrebbe essere chiamato a decidere sulla legittimità di queste iniziative. Il libro è stato pubblicato con lo scopo di far conoscere quella vicenda e porre domande su come siano andate le cose quel tragico giorno del 2009, quando morirono tre operai della Saras. I massimi responsabili della raffineria, nel totale silenzio dei mass media, hanno ricevuto una richiesta di rinvio a giudizio per omicidio colposo plurimo (l’udienza preliminare è fissata per il prossimo 17 febbraio) per i fatti ricostruiti da Meletti. Chiarelettere e l’autore continueranno a difendere la scelta di trattare un problema così importante e difficile proprio per onorare la memoria dei tre operai morti, per tenere desta l’attenzione sul tema della sicurezza sul lavoro, e per difendere il diritto di informazione, nonostante tutto. Basta Sarroch, basta Thyssen." Lorenzo Fazio

fonte Blog Beppe Grillo

giovedì 23 dicembre 2010

Berlusconi delira, presto una camicia di forza


Silvio Berlusconi torna ad attaccare la magistraura "politicizzata": Se il Tribunale di Milano accoglierà la tesi del Pubblico ministero nel processo Mills, sarà la dimostrazione che c'è nella magistratura una "associazione tesa all'eversione", insiste il Cavaliere, che presenterà una proposta di legge che istituisce una commissione parlamentare di inchiesta. Berlusconi conferma di essere pronto, in caso la Consulta dovesse decidere per togliere lo scudo del legittimo impedimento, ad affrontare pubblicamente i suoi accusatori e le «invenzioni» di alcuni pubblici ministeri.
Ipse dixit il premier nella chilometrica conferenza stampa di fine anno, un monologo di 32 minuti.

>QUESTO UOMO DELIRA.
FERMATELO.
PRESTO UNA CAMICIA DI FORZA.

Questo uomo e' pericoloso.

La presenza nel cielo politico d' Italia di un leader così insolito a capo di un partito così irrituale rappresenta un problema. E il regresso etico-politico che si e' verificato dopo quella ''discesa in campo»'' e dopo le dichiarazioni di questi ultimi tempi, di queste ore inducono a pensieri di un imperioso pessimismo.

Norberto Bobbio nel suo ‘’Dialogo intorno alla Repubblica, interrogato da Maurizio Viroli, diceva che Berlusconi e il suo "Partito personale" (allora Forza Italia), altro non erano che "una reazione allo stato di cose esistente". E precisamente in questo, non nei contenuti che professa, sta, secondo il filosofo, la sua somiglianza con il fascismo delle origini: come quello nacque per liquidare l'assetto dell'Italia liberale, questa nasce per liquidare la prima Repubblica. "Forza Italia è dunque un partito eversivo, e Berlusconi se ne rende perfettamente conto", conclude Bobbio.
In verità non è difficile scorgere fra le righe una qualche somiglianza, oltre che fra Forza Italia e il dissolto partito fascista, anche fra i loro rispettivi capi. Come Mussolini - e diversamente sia da Hitler sia da Stalin - Berlusconi arringa le masse e dialoga con la folla; quello amava provocare risate volgari, questo si diverte a raccontare barzellette. L'uno e l'altro appartengono, Max Weber alla mano, alla categoria dei "grandi demagoghi". Ma con alcune significative e tutt'altro che consolanti differenze, imputabili all'acqua che nel frattempo è passata sotto i ponti della storia e della democrazia.

Bobbio riteneva Berlusconi come la reincarnazione fisica del demagogo o del tiranno: “Berlusconi in fondo, come il tiranno dei classici, ritiene che per lui sia lecito quello che i comuni mortali sognano. La caratteristica dell’uomo tirannico è credere di potere tutto“.“Quando Berlusconi si presenta davanti alle sue platee, la gente si alza in piedi a gridare ‘Silvio, Silvio!’ Uno spettacolo che fa venire i brividi.”

Nel suo delirio B. ha parlato ancora una volta di elezioni: "Ho detto io alla Lega il termine di gennaio come data ultima per capire se si può governare o meno. Se non potremo farlo meglio andare al voto, che sono sicuro di vincere".

Norberto Bobbio senza mezzi termini osservava che "i voti, come qualsiasi altra merce, si possono comprare", "chi ha più soldi ha più voti", e "questa è la ragione fondamentale per cui il denaro può corrompere la repubblica". Senza mezzi termini ribadiva che in tempi di strapotere della tv, nelle democrazie contemporanee "il consenso è manipolato, su questo non c'è dubbio".

E allora. Bobbio si chiedeva se si può ancora chiamare democrazia questo assemblaggio sformato di forme della politica in cui viviamo? E se sì, si può ancora difendere la democrazia, averla a cuore come il miglior regime possibile?

Bobbio stesso ci metteva in guardia dall'illusione che tutto ciò sia riformabile con qualche tocco di ingegneria istituzionale o costituzionale, in assenza di un comune patto fondativo, o rifondativo, della repubblica.

Ecco, a mio giudizio, non e’ in vista all’ orizzonte un comune patto fondativo, o rifondativo, della Repubblica.

Quale il pericolo di una nuova vittoria del cavaliere ed eventualmente la sua ascesa al Colle?

La risposta e’ gia’ davanti agli occhi di tutti e la illustra molto bene Giovanni Sartori nel suo saggio ‘’Il Sultanato’’ parlando della sostanza delle dittature.

Prima il dittatore abrogava senza infingimenti la Costituzione preesistente. Hitler dichiarava ‘’la Costituzione sono io’’.

Oggi, invece, il dittatore si infiltra gradualmente e senza troppo parere nelle istituzioni democratiche e le svuota dall’ interno. La strategia di conquista dittatoriale delle democrazie e’ graduale e molto raffinata. E’ una strategia che sviluppa ‘’Costituzioni anticostituzionali’’ e cioe’ ne elimina senza dare nell’ occhio le strutture garantistiche.

Berlusconi alla luce di quanto detto puo’ diventare un dittatore in quanto le riforme costituzionali che caldeggia sono tutte intese a depotenziare e fagocitare i contro-poteri che lo intralciano. Si ritiene bravissimo, ed e’ a questo titolo che pretende mano libera, che mal sopporta chi lo frena. Il suo impegno e’ salvare se stesso dalla magistratura e corazzare un impero tutto intriso di conflitti e abusi di interesse.

Vogliamo ancora al potere un uomo tirannico, un personaggio che vuole putinizzare il Paese o vogliamo, vincendo le divisioni ideologiche, mettere in campo un comune patto fondativo, o rifondativo, della Repubblica per scacciare Berlusconi e sconfiggere il berlusconismo?

Ripeto

QUESTO UOMO DELIRA.
FERMATELO.
PRESTO UNA CAMICIA DI FORZA.

Grazie, figli di Concita De Gregorio


Grazie, figli

di Concita De Gregorio
Grazie, figli, di questa lezione memorabile che avete dato a noi che solo per voi lavoriamo e viviamo e che per voi avevamo paura, dicevamo va bene vai ma stai attento, come sempre avremmo voluto essere al posto vostro per aiutarvi e proteggervi e chissenefrega oggi di destra sinistra e centro, l'unica cosa che conta è il vostro futuro e il futuro è di tutti, anche – avete visto – di quei poliziotti e di quei finanzieri che vi applaudivano al passaggio, ce n'era un gruppo sotto al ministero Gelmini che si è messo a scherzare vi ha detto “non vi fate fregare che dipende solo da voi”, sono gli stessi agenti che manifestano davanti a Montecitorio e ad Arcore, gli stessi che vi hanno scritto, sono ragazzi anche loro, ce ne sono tanti come voi anche fra loro. Non tutti, ma tanti. Avevamo paura per voi e insieme speranza, come sempre, e come sempre non potevamo esserci perché il tempo è vostro, adesso, e da voi dipende il nostro. Grazie di aver sconfitto con l'unica arma possibile, l'intelligenza e l'ironia, la minaccia grande e reale di chi ha cercato e ancora cercherà di farvi passare per estremisti, ignoranti, provocatori, di aver sconfitto la torva arroganza del fascismo di ritorno spiazzandolo, come vi avevamo suggerito e certo sappiamo bene che non è successo perché ve l'abbiamo detto noi però lasciateci la gioia di vedere incarnato un pensiero, un testimone che passa di mano, un'idea che si muove e da qualche parte, del resto, verrà. Grazie di aver reso ridicoli semplicemente ignorandoli quelli che chiedevano il sangue sull'asfalto, quelli che vi volevano arrestare prima, che volevano trattarvi da ultras, che vi temono e vi odiano perché non vi ascoltano, non sanno quanto sia difficile stare nei vostri panni perché non ci stanno mai, stanno nei loro. Grazie per aver pensato l’idea di libertà che lascia le trincee a chi le ha costruite. Così, a Roma, vi abbiamo visti in periferia, lontano dalla zona rossa. Vestiti da Babbo Natale, coi pacchi regalo su cui avete scritto “Lotta all’evasione fiscale”, “Riconoscimento delle coppie di fatto”, “Acqua pubblica”. Diritto allo studio, avete detto al Presidente della Repubblica. Avete visto, Napolitano ha aperto la porta. I nonni e i nipoti, sono anni che lo andiamo dicendo: è questa l’alleanza che salverà l'Italia. La saggezza dei nonni, la forza dei nipoti. Scriveva Luigi Manconi, ieri, che siete un vero movimento politico. Jolanda Bufalini Claudia Fusani e Maria Grazia Gerina sono state con voi e raccontano per esempio di Alessandro, che aveva al collo una poesia di Franco Fortini. Istruitevi, abbiamo bisogno della vostra intelligenza. Non fermatevi, la battaglia è appena cominciata. L'Italia siete voi. Restituiteci la dignità che abbiamo cercato in questi tempi di fango di tenere in salvo come i libri ai tempi delle alluvioni, le mani in alto. Bianche, le mani, come le vostre. È un Paese bello e onesto e dignitoso, il nostro, avete ragione. È un Paese migliore di quella gentaglia. Prendetelo, figli. Restituitecelo. Vi guarderemo portarlo lontano, dove merita e dove meritate.

fonte L' Unita'

La “svista” di La Russa: la comunità ebraica italiana finisce all'estero...

La “svista” di La Russa: la comunità
ebraica italiana finisce all'estero...

di ro. ar. | tutti gli articoli dell'autore ministero esteri
Forse stavolta Ignazio La Russa non ne è consapevole, ma chissà perché, quando ci casca, la direzione è sempre la stessa. Sono lontani i giorni in cui La Russa parlava dal palco col padre Antonino, dirigente dell'MSI, lontani gli anni verdi della militanza a suon di botte e qualcosa di più («Son diventato dirigente politico dopo aver fatto sette giorni di carcere», informa orgogliosamente lui stesso). E sono lontani i momenti in cui, al circolo parlava Giorgio Almirante, e «noi stavamo tutti zitti e immobili anche per un'ora quando iniziava a parlare».

Ma sono davvero così lontani quei giorni? Se si spulcia la rassegna stampa di oggi del ministero della Difesa, di cui il nostro Ignazio è titolare, si può leggere l'interessante notiziola che Renzo Gattegna è stato confermato Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. La notizia è riportata, però, in quelle “dall'estero”. Sappiamo tutti come i rapporti del “Ministro della Guerra” con la comunità ebraica non siano mai stati idilliaci, ma ora sembra di tornare un po' troppo indietro nel tempo.

Di sicuro la svista è un innocente errore di sbadataggine di qualche tenente addetto all'ufficio stampa. Certo, ma a capo di quel palazzo c'è proprio quel La Russa che parlando dello squadrismo diceva che «la scelta non era sbagliata». Lo stesso La Russa degli elogi «ai ragazzi di Salò» pronunciati dal palco della commemorazione dei caduti di Porta San Paolo nell'anniversario dell'8 settembre. Lo stesso La Russa compagno d'avventura di Giuseppe Ciarrapico, che solo qualche mese fa, salutava l'ex leader Fini e i suoi, dicendo che presto avrebbero fondato un partito e sperando «che abbiano già ordinato le kippah con le quali si presenteranno, perché di questo si tratta: chi ha tradito una volta tradisce sempre».

Ma Ignazio La Russa ha anche avuto un occhio benevolo per gli ebrei e forse la notizia messa tra gli esteri non è che la conferma. Proprio davanti al presidente dell'Ucei Gattegna, che gli stava ricordando come gli ebrei furono «vilmente discriminati, umiliati e traditi dal regime fascista», il “Ministro della Guerra” è arrivato a proporre di istituire in Italia, un giorno della memoria per ricordare le leggi razziali. «Senza farne una festività», disse e poi ribadì in un'intervista al Corriere della Sera del 6 novembre 2008, «credo che la cosa più giusta sia scegliere un giorno per ricordare cosa furono queste leggi. Affinché non se ne parli solo a sproposito o, peggio, non se ne parli affatto. Sono certo che il governo Berlusconi e anche le forze politiche di opposizione saranno lieti di individuare questa data, per far capire a tutto il mondo che non c'è in Italia persona che non condanni duramente le leggi razziali».

Peccato però che il “Giorno della Memoria” c'era già, il 27 gennaio, istituito otto anni prima proprio per non dimenticare, come dice l'articolo 1 della legge che lo istituisce, «la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte».

Il buon La Russa ha, però, sempre voluto bene alla comunità ebraica, tanto da proporre loro un indottrinamento. Sorpreso il 27 maggio 2008 dalle proteste della Comunità ebraica di Roma circa l'ipotesi di intitolare una via a Giorgio Almirante, il ministro della Guerra giunse a proporre al suo presidente un corso accelerato sui meriti dell'ex segretario del Msi. Riccardo Pacifici gli rispose con cortesia e curiosità, dicendo di accettare «volentieri di incontrarlo per chiarire con lui quello che è il nostro sentimento sulla figura di Giorgio Almirante, durante il ventennio fascista e quando collaborava con la “Difesa della razza”».

Del resto, Ignazio è sempre stato sensibile ai discorsi sulla razza: forse è per questo che le comunità ebraiche sono state elevate a nazioni estere e così possono figurare nella rassegna stampa accanto ad Obama e Sarkozy. Se continua così, il “Ministro della Guerra” potrà anche realizzare il suo sogno: riconoscere anche la nazione degli indiani d'America e farne ambasciatori i figli Geronimo, Apache e Cochis.

fonte l' Unita'