martedì 30 novembre 2010

Berlusconi, l’ uomo che sta trascinando nel baratro l’ Italia

Berlusconi, l’ uomo che sta trascinando nel baratro l’ Italia

La pubblicazione di WikiLeaks di una valanga di comunicazioni tra il dipartimento di Stato Usa e più paesi. File che creano "imbarazzo diplomatico" planetario. Sul Cavaliere: "Festini selvaggi e portavoce di Putin". "Profonda sfiducia nei suoi confronti".

Elizabeth Dibble autrice e firmataria dei pesanti rapporti al Dipartimento di Stato, in cui il premier italiano viene definito "politicamente debole, inefficace come leader europeo moderno", incapacitato dai "selvaggi party notturni", nonché "portavoce di Putin", a Roma era di fatto l'ambasciatore in carica. Informazioni e valutazioni sono state raccolte consultando membri (ministri) del governo italiano, esponenti della coalizione di maggioranza, dell’ opposizione, nonché gli ambienti imprenditoriali.

Le informazioni su eventuali "investimenti personali" dei premier Silvio Berlusconi e Vladimir Putin che possano condizionare le politiche estere o economiche dei rispettivi paesi erano state chieste dallo stesso segretario di Stato americano, Hillary Clinton.

Ma c’ era bisogno di WikiLeaks per scoprire che Berlusconi fuori dall’ Italia e’ considerato un uomo "incapace, vanitoso", un leader europeo "inefficace", "fisicamente e politicamente debole", sfibrato e fiacco di giorno dopo le lunghe notti bruciate in wilde partys, in orge e festini?

Basterebbe ricordare quanto scritto dall’ ex moglie, Veronica Lario, nella sua famosa lettera d’ addio quando ha definito il cavaliere ‘’malato’’ chiedendo agli amici di curarlo e proteggerlo.

“Berlusconi è ormai malato e fuori controllo”. Con queste parole Famiglia Cristiana aveva commentato l’ultima vicenda che aveva coinvolto il premier, quella della minorenne Ruby. Veronica Lario ”lo aveva già segnalato”, è scritto sul sito del settimanale cattolico. Berlusconi ha ”una malattia, qualcosa di incontrollabile” ed è ”incredibile che un uomo di simile livello non abbia il necessario autocontrollo. E che il suo entourage stia a guardare”. Tra le reazioni all’ultima ”bufera” – c’è scritto – ”ne manca una che faticheremmo a definire, qualcosa che sta fra la tristezza civile e la pietà umana”. Una richiesta di «sobrietà» era stata rivolta al capo del governo dal giornale dei vescovi ‘’L’ Avvenire’’ perché «ciò che farebbe ridere in una puntata del Bagaglino non può non preoccupare i cittadini che di tanto ciarpame, alla fin fine, farebbero volentieri a meno».

Niente di nuovo sotto il sole.

Le rivelazioni di WikiLeaks smascherano l’ immagine che il cavaliere si era costruito, una favola raccontata da lui stesso ed avallata dai media di famiglia e degli amici e dai giornalisti abili nell’ arte di strisciare per non inciampare. Quella, cioe’, di essere un capo di governo apprezzato e stimato all’ estero, stratega della politica e della diplomazia internazionale, esempio di gestione della cosa pubblica.

Oggi più di ieri, alla luce dei dispacci della diplomazia americana, e’ vano e triste il tentativo del presidente del consiglio e degli obbedienti corifei di liquidare gli scandali che lo hanno visto protagonista negli ultimi diciotto mesi come "spazzatura", come gossip. Le escort o prostitute, raccattate anche per strada, ricevute nelle sue residenze private diventate sedi del governo, gli incontri del Cavaliere con Putin al di fuori di ogni crisma di ufficialità non sono violazione della privacy presidenziale, ma sono un "caso" politico, che dimostra la vulnerabilità di Berlusconi, incrina la credibilità delle istituzioni e minaccia la sicurezza nazionale, la reputazione internazionale del Paese.

I documenti riservati della diplomazia americana diffusi da Wikileaks rivelano il Berlusconi che conosciamo descritto fin dal 1994 da pochi media e giornalisti e che ostinatamente metà del Paese non può "riconoscere" perché non sa, perché buona parte dei media controllati o influenzati dal Cavaliere non possono né vogliono raccontarglielo. Media che non raccontano come sia nata la sua ricchezza, la sua discesa in campo per salvare se stesso dalla galera, l’ uso propagandistico della tv, le leggi ad personam, ad familiam …i quali nascondono l' immagine di un Berlusconi attento alle proprie fortune private - più che alla cosa pubblica che è stato chiamato ad amministrare.

Il guaio e’ che questo e’ l’ uomo che sta trascinando nel baratro l’ Italia.

Basta mafalda

fonte ''...Cosi' e' se mi pare!''

PIERO GRASSO: l' elenco delle cose per combattere la mafia



da ''... Cosi' e' se mi pare!''

Gelmini, da che pulpito viene la riforma

Gelmini, da che pulpito viene la riforma. Commenta e vinci una copia di MicroMega

"Si è laureata almeno tre anni fuori corso con un voto di 100 su 110. Aveva scelto una tesi con un titolo accattivante 'Referendum di iniziativa regionale'. L'argomento era bello, ma lei lo ha trattato in maniera davvero sciatta. Per quella tesi non ho voluto dare neanche un punto in più della media voti. Non soltanto per come era stata scritta, a tirar via, ma sopratutto per come la Gelmini venne ad esporla in sede di discussione"
Prof. Antonio D'Andrea, docente di diritto costituzionale all'Università di Brescia (relatore della tesi di laurea di Mariastella Gelmini), da "Il Corriere della Sera"

Al lettore che invierà il miglior commento, a insindacabile giudizio della redazione, una copia omaggio del prossimo numero di MicroMega.

(26 novembre 2010)

Gelminiasi
fonte MicroMega

Università. Dalla parte degli studenti e dei ricercatori

Università. Dalla parte degli studenti e dei ricercatori



università

Dalla parte degli studenti e dei ricercatori

E' chiaro che non ci sono le condizioni politiche ed economiche per continuare ad esaminare la riforma universitaria e che è solo l'ostinazione del ministro Gelmini a voler imporre al Parlamento una discussione inutile e dannosa per gli studenti e gli atenei. La settimana parlamentare ha confermato le critiche del Pd: i tecnici della commissione Bilancio hanno bocciato il gioco delle scatole cinesi con cui il governo vorrebbe coprire il provvedimento e l'aula di Montecitorio ha più volte mostrato la propria insofferenza verso il provvedimento. I toni sono stati molto accesi e il governo è stato ripetutamente battuto (con le tre della scorsa settimana siamo arrivati alla 61esima sconfitta dall'inizio della legislatura!). Al momento i futuristi di Fli hanno votato insieme alle opposizioni solo emendamenti che non modificano l'impianto principale della riforma. Ma adesso sono aspettati alla prova dei fatti, della coerenza e del coraggio.Si vorra' vedere e saranno0 chiesti i loro voti quando si discuteranno le coperture, e quindi le proposte per un serio finanziamento delle università, per l'abbandono definitivo della politica dei tagli e per rendere effettivo un piano di reclutamento dei ricercatori. Sarà quello il momento in cui si potra' finalmente capire se anche nella maggioranza c'è chi ha veramente a cuore il futuro dei giovani italiani o se, al contrario, è in atto una vera e propria speculazione politica finalizzata solo a marcare differenze per ricavarsi piccoli spazi di visibilità. Sarebbe veramente ingiusto per i tanti giovani che in questi giorni stanno manifestando in tutta Italia per reclamare diritti e futuro. Il Pd e' dalla loro parte.

fonte ''... Cosi' e' se mi pare!''

Acqua: ecco i Comuni in cui non è potabile


Acqua: ecco i Comuni in cui non è potabile

Acqua: ecco i Comuni in cui non è potabile

Troppo arsenico nell'acqua potabile di 127 Comuni italiani, soprattutto del Lazio. Vi diciamo in quali non può essere bevuta, né usata per cucinare. E anche dove sarebbe meglio non darla ai bambini sotto i 3 anni.

Centomila italiani potrebbero rimanere senza acqua potabile. La Commissione europea ha respinto la richiesta di deroga ai limiti di legge inoltrata dall'Italia per la concentrazione di arsenico presente nell'acqua destinata ad uso potabile. Dieci microgrammi per litro è la quota di arsenico permessa dalla legge, ma dal nostro Paese era arrivata una richiesta di deroga fino a 50 microgrammi per litro. Una richiesta che Bruxelles ha giudicato rischiosa per la salute dei cittadini, ragion per cui ha fissato il limite massimo a 20 microgrammi per litro. Se la concentrazione di questa sostanza velenosa è maggiore, si va incontro a "rischi sanitari superiori, in particolare alcune forme di cancro": è quanto afferma la Commissione europea in un documento del 28 ottobre, citando pareri dell'Organizzazione mondiale della sanità e dello SCHER (Scientific Committee on Health and Environmental Risks), comitato scientifico della Commissione stessa. Se l'Italia non rispetterà il divieto, rischia un procedimento davanti alla Corte di Giustizia europea.

Dove è vietato l'uso alimentare
Sono 127 i Comuni interessati da questo stop di Bruxelles e che pertanto rischiano di chiudere i rubinetti. Le regioni più colpite sono Lazio (91 zone) e Toscana (19 zone): in questo documento trovate l'elenco delle zone in cui le concentrazioni di arsenico sono tali da non permettere un uso alimentare dell'acqua. È vietato sia berla, sia utilizzarla per cucinare.

Dove è meglio non darla i bambini
Poi ci sono i Comuni con problemi "minori" per quanto riguarda arsenico, boro e fluoruro: ecco l'elenco. L'acqua erogata da questi acquedotti non dovrebbe essere destinata ai bambini di età inferiore ai 3 anni.

Cosa devono fare i cittadini e gli enti pubblici. La nostra diffida ai Comuni
In questi casi i Comuni, le Regioni e le Province autonome devono informare adeguatamente e tempestivamente i cittadini, fornendo indicazioni specifiche per le categorie di popolazione più esposte a rischi.
I cittadini non pensino di risolvere il problema con caraffe filtranti. Solo gli impianti con filtri a osmosi inversa sono efficaci nell'eliminazione di arsenico e boro. Ma il costo della depurazione non può e non deve pesare sui singoli cittadini. Gli acquedotti hanno l'obbligo di porre rimedio alle concentrazioni fuorilegge al più presto. Ci sono tanti modi per farlo: scegliere nuove fonti di approvvigionamento dell'acqua, diluire le fonti problematiche o trattando con processi di filtrazione l'acqua di rete. Abbiamo deciso di inviare una lettera di diffida ai 127 Comuni interessati dal superamento della soglia di arsenico nell'acqua potabile chiedendo loro di adottare con urgenza tutti i provvedimenti necessari a tutelare la salute della popolazione.

fonte AltroConsumo

fonte ''... Cosi' e' se mi pare!''



lunedì 29 novembre 2010

Bertolaso, l'ultima vergogna

Bertolaso, l'ultima vergogna

Bertolaso, l'ultima vergogna PDF Stampa E-mail
Italia - Italia
Scritto da Marco Guzzetta
Venerdì 26 Novembre 2010

 La moglie di un sottosegretario. I figli dei giudici amici, dei generali amici e dei boiardi amici. Perfino la nipote di un cardinale. Tutti assunti (a tempo indeterminato) dalla Protezione civile un minuto prima del cambio della guardia. Con soldi sottratti ai terremotati.

Questo si chiama "mettere in sicurezza", solo che più dell'Italia sommersa dalle alluvioni la Protezione civile sembra esperta nel rendere sicure le poltrone del suo personale. E così mentre tutto frana, Guido Bertolaso stabilizza i suoi fedelissimi: 150 precari, spesso d'alto rango, vengono assunti nel botto finale della gestione che ha alternato successi a scandali fino a diventare nel bene e nel male simbolo del modello berlusconiano di governo. Tutto grazie a una nuova legge che prevede...
"l'assunzione di personale a tempo indeterminato, mediante valorizzazione delle esperienze acquisite presso il Dipartimento dal personale titolare di contratto di collaborazione coordinata e continuativa".

Mentre la pubblica amministrazione falcia i ranghi e il precariato diventa condizione di vita, negli uffici che dipendono da Palazzo Chigi c'è un'ondata di piena di assunzioni che garantisce lo stipendio per figli di magistrati e di prefetti, per mogli di sottosegretari e nipoti di cardinali. Tutti benedetti da una selezione su misura, alla quale ha potuto partecipare solo chi aveva già un contratto precario con il Dipartimento. Un esame affidato a una commissione interna, con poche domande rituali e procedure concluse entro l'estate: così gli ex cococo sono ormai a tutti gli effetti in pianta organica.

E rilette oggi, dopo i crolli di Pompei, le motivazioni che sostengono questa falange di assunzioni hanno un po' il sapore della farsa di fine impero: il testo della deroga al blocco imposto da Tremonti sostiene la necessità di quel personale "anche con riferimento alle complesse iniziative in atto per la tutela del patrimonio culturale". Ma è solo il botto finale: quando Bertolaso nel 2001 mise piede sulla tolda di comando l'organico si basava su 320 unità, passate a 590 nel 2006 e schizzate a quasi 900 alla fine del suo mandato. Cinquecento persone in più in nove anni, con uffici lievitati emergenza dopo emergenza, sempre a colpi di ordinanza e mai in forza di un concorso. Un vero e proprio esercito in cui spiccano gli oltre 60 autisti, distaccati dalle forze dell'ordine, per i dirigenti. L'apoteosi di un sistema di potere nato con il Giubileo del 2000, spalancando le porte degli uffici a figli, nipoti, familiari e amici dell'establishment istituzionale.

E poi, sono arrivati i fedelissimi coltivati a Napoli nelle molteplici crisi dei rifiuti. Un posto per tutti grazie alle parentele giuste nell'esercito o nei servizi segreti, a Palazzo Chigi o in Vaticano, al Viminale o in magistratura, fino a creare una ragnatela di relazioni che sembra plasmata ad hoc per creare consenso verso le attività del Dipartimento e per non disturbare il suo manovratore.

Le parentele scomode iniziano ovviamente da Francesco Piermarini, l'ingegnere-cognato del sottosegretario Bertolaso, mandato tra i cantieri della Maddalena. Ma scorrendo la lista dei beneficiati si svela una rete di favori senza soluzione di continuità. Tra i primi ad essere stabilizzati, a metà di questo decennio, sono stati gli uomini della scorta di Francesco Rutelli in Campidoglio. Dieci "pizzardoni" passati senza semafori dalla polizia municipale di Roma al dipartimento di Palazzo Chigi. Dal fil rouge che lega il Giubileo alla Protezione civile spuntano anche tre supermanager del calibro di Agostino Miozzo, Marcello Fiori e Bernardo De Bernardinis. Facevano parte dell'unità di staff del Giubileo e, grazie al decreto rifiuti del 2008, entrano nel Gotha dei dirigenti generali della presidenza del Consiglio con norma ad personam, e un contratto da 180 mila euro l'anno. Ma sono stati ingaggiati anche ottuagenari che arrotondano la pensione grazie ai munifici gettoni delle emergenze: è il caso dell'83enne Domenico Rivelli, chiamato come "collaboratore per le problematiche amministrativo-contabili per i rifiuti a Napoli".

Storie vecchie, mentre con la stabilizzazione di fine mandato arriva Barbara Altomonte, moglie del sottosegretario Francesco Giro, docente di scuola superiore ed ora dirigente del Dipartimento. E non è certo un caso che in questa ondata la parte del leone la facciano uomini e donne legati a doppio filo con la Corte dei conti, ossia la magistratura che deve vigilare anche sulle spese della Protezione civile.
Proprio nella "sezione di controllo" della Corte un magistrato e due funzionari possono vantare le assunzioni dei propri figli al Dipartimento: si tratta del giudice Rocco Colicchio, di Carmen Iannacone, addetta al controllo degli atti della presidenza del Consiglio, e della segretaria generale Gabriella Palmieri. Spazio anche a Marco Conti, figlio di un altro giudice contabile. Invece Giovanna Andreozzi è stata chiamata dopo il sisma dell'Aquila con l'incarico di direttore generale per vigilare sugli appalti: proviene dalla sezione campana della Corte, presieduta da Mario Sancetta, magistrato sfiorato da più di un sospetto nell'inchiesta sulla Cricca per le relazioni con Angelo Balducci, l'ex numero uno delle opere pubbliche. Tra l'altro, per la Andreozzi è stato attivato un servizio di navetta ad personam tra Roma Termini e gli uffici del Dipartimento.

Quanto alla magistratura, tra gli assunti c'è anche Giovanni De Siervo, figlio del vicepresidente della Consulta Ugo: era entrato come precario con l'ordinanza per l'esondazione del Sarno ora è fisso al reparto "relazioni con gli organismi internazionali". Con l'ultima chiamata per i fedelissimi di Bertolaso, arriva il posto definitivo per Carola Angioni, figlia del pluridecorato generale Franco, capo della missione italiana in Libano ed ex parlamentare Pd. Carola Angioni è entrata come collaboratrice per l'emergenza traffico di Napoli e, dopo essersi occupata di smog, è passata ordinanza dopo ordinanza ai temporali del Veneto, dedicandosi, nel frattempo a qualche puntata in Croazia come ambasciatrice del dipartimento. La legge offre certezza occupazionale anche a Marta Sica, figlia del vicesegretario generale di palazzo Chigi; alla nipote del cardinale Achille Silvestrini; alla figlia del prefetto Anna Maria D'Ascenzo, (ex capo del dipartimento dei vigili del fuoco) e a quella del colonnello Roberto Babusci (una volta responsabile del centro operativo aereo della Protezione civile).

A loro, infine vanno aggiunti altri parenti illustri, legati all'ex presidente Rai Ettore Bernabei, al sindacalista della presidenza del Consiglio Mario Ferrazzano e a Giuseppina Perozzi, capo del personale di palazzo Chigi. Una manifestazione di potere assoluto cui si oppongono i sindacati, con un ricorso contro i metodi selettivi di quest'ultima raffica di assunzioni che verrà discusso a febbraio prossimo di fronte al Tar del Lazio. Anche perché l'ultima ondata dei Bertolaso boys costerà ben otto milioni di euro, in gran parte sottratti ai fondi per l'Abruzzo terremotato.



La prepotenza totalitaria del movimento pro-vita

La prepotenza totalitaria del movimento pro-vita

La prepotenza totalitaria del movimento pro-vita

di Paolo Flores d'Arcais

La pretesa del movimento cosiddetto “pro-vita” di avere nella trasmissione “Vieni con me” uno spazio riparatorio per quello dato alla signora Welby e a Beppino Englaro è una mostruosità dalle molte facce, emblematiche dell’oscurantismo e dei rovesciamenti semantici orwelliani in cui il regime ha precipitato il paese.

Prima indecente manipolazione: il movimento cosiddetto “pro-vita” finge di chiedere una presenza da Saviano e Fazio per difendere il diritto dei malati in condizioni tragiche come quella di Welby, o di persone da anni in coma vegetativo permanente (come Eluana), di ricevere le cure e l’assistenza adeguate. Ma c’è qualcuno che abbia mai messo in discussione tale diritto? Se questo è il tema, gli “antagonisti” dei cosiddetti “pro-vita” non sono certo le famiglie Welby e Englaro, né Saviano e Fazio, ma semmai un’indecente politica del governo che sulla sanità ha tagliato a man bassa, e non fornisce ai malati terminali (e a molti altri) tutto il sostegno che sarebbe doveroso, quale che ne sia il costo.

Perché allora il movimento cosiddetto “pro-vita” pensa di aver diritto a uno spazio analogo a quello di Englaro e Welby, visto che tutti – tranne il governo – siamo d’accordo nell’esigere ogni genere di cura e assistenza per i malati terminali che ne vogliano fare uso? Perché il movimento cosiddetto “pro-vita” pretende che tali malati ne DEBBANO fare uso anche se non vogliono. Mentre Englaro e Welby hanno sempre e solo chiesto che ciascuno possa decidere in libertà e veda rispettato dal sistema sanitario la propria decisione di coscienza. Di questo si è occupato “Vieni via con me”: non della tragedia di una malattia e di una disgrazia terribile, nella quale sono accomunati Welby, Eluana e coloro che il movimento cosiddetto “pro-vita” dichiara di rappresentare. Ma delle vittime di una ulteriore tragedia, voluta dagli uomini e non dal caso: che, nell’orizzonte di una condanna a morte senza colpa alcuna (questa è una malattia terminale, o lo stato vegetativo permanente) viene anche condannato – per crudeltà degli uomini sani – a passare l’attesa dell’esecuzione nella ferocia della tortura inenarrabile.

C’è infatti una asimmetria assoluta tra la richiesta dei Welby e degli Englaro e le pretese dei cosiddetti “pro-vita”. I primi chiedono che sia rispettato la propria scelta sulla propria vita, senza sognarsi di imporla e neppure di suggerirla agli altri compagni di sventura. I secondi all’opposto pretendono di costringere tutti, con la forza del braccio secolare della legge, a condividere la propria. Se la decisione di ciascuno sulla propria vita fosse garantita, come dovrebbe essere in qualsiasi paese che si dichiari civile e che sbandieri il principio della eguale dignità fra le persone, Saviano e Fazio non avrebbero invitato nessuno in trasmissione, perché non sarebbero mai esistiti un “caso Welby” e un “caso Englaro”.

Welby chiedeva solo che sulla propria vita fosse lui a decidere, anziché il cardinal Ruini, Beppino Englaro chiedeva solo che sullo stato vegetativo di Eluana decidesse la volontà espressa da Eluana, anziché quella del cardinal Bagnasco. Saviano e Fazio avrebbero il dovere civile di invitare i cosiddetti “pro-vita” (e lo avrebbero certamente fatto) se ci fosse un movimento o una legge che pretende di imporre a tutti i malati terminali la scelta di Welby, l’obbligo – anziché la libertà – di staccare la spina. Ma una prepotenza del genere non è mai venuta in mente a nessuno. O meglio: potrebbe essere la conseguenza inattesa proprio della logica del movimento cosiddetto “pro-vita”. Perché se sulla mia vita o la tua, amico lettore, o la vostra, signori della cosiddetta “pro-vita”, non ha titolo a decidere esclusivamente chi la propria vita la vive, ma la maggioranza di governo del momento, quella maggioranza domani potrebbe imporre di staccare la spina a tutti, anche a chi non vuole, magari invocando motivi di budget. Una mostruosità totalitaria. Come qualsiasi pretesa che sulla tua vita decida il governo anziché tu stesso.

www.micromega.net



Oggi tutti davanti alla tv per l'ultima puntata di "Vieni via con me" Gira sul web questo appello, che più “moderato” non si può. Non sappiamo chi lo abbia lanciato, ma siamo felici di diffonderlo.
MicroMega

In tutta Italia sta partendo una iniziativa eccezionale, un gigantesco flash mob:

TUTTI davanti alla televisione lunedì 29 novembre, a guardare l'ultima puntata di VIENI VIA CON ME.

E' una importante occasione per fare un piccolo gesto, che può diventare un grande segnale:

- per dire che questa Italia non è completamente assopita e indifferente al suo degrado e vuole dire basta
- per dimostrare alla Rai, con un picco di audience, che questi programmi vanno incentivati, che la cultura in tv è possibile e seguita
- perché Fazio e Saviano e gli altri autori e chi ha partecipato ci ha messo la faccia
- per dire a loro che il loro sforzo è condiviso e apprezzato
- per dire a chi spera che tutto torni nel silenzio che gli italiani vogliono continuare, anzi ricominciare, a prendersi cura del proprio paese
- per dire ai politici che gli italiani ne hanno abbastanza delle loro beghe di casta, che esigono un rinnovamento

Se saremo 15, 20 milioni davanti alla tv, avremo dato un grande segnale alla politica

E' un piccolo gesto, ma Fazio e Saviano se lo meritano. E se lo merita anche l'Italia che vuole fermare il degrado.

Se credi in questa iniziativa, diffondi questo messaggio a tutti i tuoi contatti.

fonte: ''... Cosi' e' se mi pare!''

La manifestazione della Cgil a Roma raccontata dall' interno

Non più disposti a tutto: Il senso di una straordinaria giornata di lotta.

Son tornato da Roma stanco ma felice. Riguardo ora le immagini della manifestazione e mi sovvengono le voci e i volti delle persone che hanno dato vita a questa giornata di solidarietà e lotta. Il mio pensiero è rivolto soprattutto ai giovani che hanno portato il loro contributo di convinzione, responsabilità ed entusiasmo. Tutti consapevoli di essere gli unici veri artefici del loro futuro. "NON PIU' DISPOSTI A TUTTO" è lo slogan che accompagna la protesta e..."non accettate, nell'ambito del contratto, clausole che prevedano, in via preventiva, la rinuncia al processo del lavoro" a favore di pericolose forme di mediazione e di arbitrato - raccomanda dal palco il Segretario Generale della CGIL Susanna Camusso - sottolineando in modo chiaro e preciso che ogni forma di rinunzia o transazione avente ad oggetto i diritti dei lavoratori è deleteria non solo per il singolo ma per tutta la classe lavoratrice. Un concetto fondamentale che ognuno deve aver ben presente e trasmettere ad alta voce nei luoghi di lavoro, nelle famiglie e fra la gente. Oggi hanno parlato i precari, i pensionati, i cassintegrati dell' Asinara, impegnati in una dura lotta che ormai non conosce stagioni. La Piazza San Giovanni era stracolma di persone. Donne, uomini, anziani e giovani.Tutti convinti che ormai occorre lottare con perseveranza, che non c'è sabato o domenica che tenga. Non più disposti a tutto per un misero piatto di lenticchie.
Seguono una serie di filmati che ho realizzato ieri nel corso della manifestazione. Iniziamo con le dichiarazioni rilasciate dal Segretario Generale della CGIL Sardegna Enzo Costa:



ed ecco l'intervento di un giovane operaio della Vinyls impegnato nelle lotte dei lavoratori dell' Isola dei Cassintegrati :


Ma ora voglio regalarvi due momenti musicali offerti dai lavoratori della Sardegna ...


...e dai lavoratori di Altamura in Puglia




fonte Blogaventura Reporter

fonte ''... Cosi' e' se mi pare!''

venerdì 26 novembre 2010

In Fini prevale il tengo casa e famiglia

Ieri Gianfranco Fini ha chiesto "una maggiore responsabilità" da parte della maggioranza di governo




Fini mi sembra poco chiaro negli obiettivi, oscuro da un punto di vista comunicativo. Il suo messaggio e' una specie di poco chiara retromarcia, tant' e' che il cavaliere ha subito parlato di resa. Se consideriamo che Fini e Fli hanno deciso di non votare la sfiducia al ministro (a sua insaputa) dei Beni culturali, Sandro Bondi, tutto tornerebbe come prima e finirebbe a tarallucci e vino. Si sarebbe al volemose bene. Fini, nel messaggio, e' apparso deludente perche', nonostante il suo continuo richiamo alla legalita' (almeno in questi ultimi mesi, mentre in precedenza aveva votato tutte le leggi ad personam a favore delcavaliere) pare non essere riuscito ad abbandonare l' acquiescenza verso il signore di Arcore. Si puo' forse dire che in Fini piu' che la ragione morale abbia prevalso il ''tengo famiglia e casa da mantenere''. Aspettiamo se il futuro sara' liberta', altrimenti sara' la comica finale e gli italiani scoppieranno a ridere. ''...Cosi' e' se mi pare!''.

LA ''PIAZZA'' SEPPELLIRA' B. E I BERLUSCONES

LA ''PIAZZA'' SEPPELLIRA' B. E I BERLUSCONES

Il ministro ( a sua insaputa) dei Beni culturali, Sandro Bondi, sistema anche l’ ex marito della compagna, on. Manuela Rapetti, dopo avere dato un posto di lavoro al figliastro. Due casi umani. Ha spiegato. Lo stesso ineffabile ministro consegna un premio farlocco alla regista bulgara, Dragomira Bonev, perche’ molto amica del suo datore di lavoro, il sempre piu’ immarcescibile cavaliere.

Clemente Mastella, ex ministro di Grazia e giustizia (sic!): ora la casta lo salva dal processo per una serie di reati tra i quali quelli di concussione, associazione per delinquere, truffa e peculato.

Caso Dell’ Utri e l’ omerta’ del quarto potere. Il paradosso dei media (salvo alcuni e pochi programmi tv): piu’ spazio al senatore e alla sua difesa che alla sentenza d’ appello, che condanna il fondatore di Forza Italia, a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, riconoscendo, tra l’ altro, che era il mediatore tra mafia e B.

Rifiuti a Napoli: le solite balle. Le strade invase. Ogni ora 30 tonnellate di immondizia in piu’. Napoli e’ allo stremo e i medici denunciano il pericolo di epidemie. Gli ispettori dell’ Ue affermano che in due anni, dalla loro precedente visita, nulla e’ cambiato.

B. aveva detto: ci penso io.

Governo piu’ volte battuto in Parlamento.

Alessandra Mussolini , in odio a Mara Carfagna, alla buvette di Montecitorio, bacia sulla bocca l’ ex sottosegretario Nicola Cosentino (sarebbe in galera per essere accusato di connessioni con la camorra se non fosse stato salvato dai colleghi deputati), detto, Nick o’ mericano, nemico giurato del ministro delle Pari opportunita’.

Mara Carfagna: dimettersi o non dimettersi? Non dimettersi dopo che il premier l’ ha accontentata sul problema gestione del business dei rifiuti in Campania, motivo del contrasto con Nick o’ mericano.

Povera Stella Gelmini: la sua riforma della scuola non piace a nessuno. La protesta degli universitari (professori, ricercatori e studenti) al momento blocca l’ approvazione della legge.

Credo che questi ultimi colpi di coda del regime dimostrino che siamo all’ epilogo finale di un governo che finora si e’ distinto per il non fare.

La ‘’piazza’’ seppellira’ questo esecutivo, la cui percezione di efficacia della sua azione, secondo il rettore dell’ Universita’ Bocconi di Milano, Guido Tabellini, e’ inferiore a quella di alcuni Paesi africani.

C’ e’ da sottolineare, comunque, che ,lo scandalo, le balle, le promesse non mantenute sono diventati normalita’. Il tremendo si e’ fatto banale e scuote poco gli italiani ancora lobotomizzati dai programmi pattumiera (escluso alcuni) delle tv pubbliche e di regime. Programmi che hanno plasmato il costume diffondendo quasi ovunque la mentalita’ servile.

Ecco perche’ ritengo che la ‘’piazza’’ e’ il rimedio coerente alla natura del male. Vale a dire perche’ ci aiuta a riscoprire, o imparare, il mestiere di cittadini. La ‘’piazza’’ ci fa capire il valore e la bellezza dei doveri civili. Come afferma Maurizio Viroli, docente di Teoria Politica all’ Universita’ di Princeton, nel suo saggio ‘’La liberta’ dei servi’’, cio’ che distingue davvero la persona libera dal servo e dal cortigiano e’ infatti il sentimento del dovere. Una persona che ha il senso del dovere non puo’ mai farsi servo o cortigiano per la semplice ragione che gli onori e i benefici che otterrebbe sarebbero sempre inferiori al danno di perdere se stesso. Anche di fronte a un potere oppressivo, cosi’ come e’ quello di B. e dei suoi accoliti, chi e’ moralmente libero rimane tale, e dal senso del dovere trae la forza morale di resistere.

La ‘’piazza’’ che ci fa riscoprire, o imparare, il mestiere di cittadini, facendoci capire il valore e la bellezza dei doveri civili, ci fa vivere la liberta’ morale e impedisce che si sia vinti dalle seduzioni del signore di Arcore. Fa si’ che non si sia disposti a pensare, parlare, vivere come il cavaliere comanda, ma che si abbiano i nostri pensieri, le nostre parole, la nostra vita.

La ‘’piazza’’ e’ l’ epilogo di B. e dei suoi compari. Le manifestazioni di questi giorni affrettano la crisi. E’ il segno di un Paese che non tollera piu’ le illusioni e le menzogne di B.

Paolo Sylos Labini nel suo libro ‘’Hai serva Italia. Un appello ai miei concittadini’’, esortava i dirigenti politici della sinistra ad abbandonare l’ acquiescenza verso il cavaliere e a riscoprire gli ideali della gioventu’. Ideali della gioventu’ ritrovati dalla ‘’piazza’’.

''... Cosi' e' se mi pare!''

Basta mafalda
fonte ''... Cosi' e' se mi pare!''

giovedì 25 novembre 2010

Il vittimismo che fa male ai cattolici

Il vittimismo che fa male ai cattolici

giovedì, 25 novembre 2010

da il Bastardo

Il vittimismo che fa male ai cattolici

Da alcuni giorni un quotidiano che apprezzo, “Avvenire”, sormonta la sua prima pagina con la scritta polemica: “Fateli parlare”; e con le fotografie di persone malate che rivendicano il proprio diritto alla vita. La richiesta è che il programma di Fazio e Saviano, “Vieni via con me”, dia loro spazio dopo che ha ospitato Beppino Englaro e Mina Welby. I titoli sono arrabbiati: “Fazio & Saviano, perchè censurate queste storie?”, “Cda Rai, il compito di ridare la parola ai silenziati”, eccetera.
Ora io mi chiedo: secondo voi i cattolici difettano di spazi in televisione, sia con apposite trasmissioni religiose appaltate direttamente, sia come presenza ossequiosa nei telegiornali, sia come trattamento di riguardo nella fiction e nei talk-show? Più precisamente, anzichè pretendere da Fazio e Saviano non si capisce bene quale riparazione, perchè l’ottimo direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio non apre un franco dibattito sulla deludente comunicazione televisiva dei cattolici? Avete un mucchio di spazi e li usate male. Poi vi ingelosite perchè altri fanno ascolti elevati su un’impostazione culturale da cui dissentite. Ma con questo vittimismo controproducente rischiate di fare la figura degli aspitanti scrocconi, non certo dei poveri discriminati.

Gad Lerner

fonte ''... Cosi' e' se mi pare!''

Don (Ab)Bondi e il tracollo dei beni culturali italiani

Don (Ab)Bondi e il tracollo dei beni culturali italiani

Se davvero Bondi, come afferma, ha a cuore la cultura patria, non può rimanere un minuto di più in un governo che ha cominciato a calpestarla dal giorno dell’insediamento. Una riflessione sulla difesa e il destino del nostro patrimonio artistico e architettonico, sempre meno tutelato a vantaggio di una sua valorizzazione puramente monetaria.

di Fulvio Cervini, Università di Firenze

Il gran chiasso suscitato dal crollo della Schola dei gladiatori a Pompei ha fatto scoprire a molti opinionisti, sedicenti intellettuali e politici militanti che in Italia esiste un patrimonio artistico e architettonico di grande valore, e che questo patrimonio è oramai allo sbando. Certo, la sua fragilità era finora stata evidenziata da eventi catastrofici, come il terremoto in Abruzzo; ma non dal degrado ordinario, da carenze strutturali, da una gestione scellerata.

Dire che questo patrimonio l’hanno scoperto tutti solo ora – ivi comprese le opposizioni parlamentari, che mai fino ad allora avevano suscitato clamore su questi temi – non è una figura retorica. Provate a rammentare una sola puntata di talk show televisivo dedicato alla condizione del patrimonio artistico; a parte una bella inchiesta di Riccardo Iacona, non si ricorda un Annozero (prima della puntata del 18 novembre), un Ballarò, un Infedele, un Porta a Porta seriamente dedicato ai beni culturali; né il ministro competente viene in tv per parlare di cultura, se non quando è tirato per la giacca come in questo caso (ci viene, ma di solito parla d’altro). Il massimo sforzo, in questi casi, è quello di chiedere una dichiarazione a Vittorio Sgarbi o Philippe Daverio.

Passato il clamore delle prime ore, e nell’attesa che il Parlamento si pronunci sulla sfiducia al Ministro Bondi, chiesta dalle opposizioni, conviene forse spendere qualche riflessione a freddo sulla difesa e il destino del nostro patrimonio artistico e architettonico, anche alla luce di quel che è successo dopo il cedimento delle coperture cementizie che un datato restauro aveva sovrapposto ai muri antichi dell’edificio pompeiano. Il danno, pur grave, non è una perdita irreparabile per la cultura nazionale. Ma è il sintomo – questo sì, da far tremare le vene ai polsi – della sorte cui sarà sempre più esposto questo patrimonio se non verrà fermato l’andazzo che da alcuni anni a questa parte segna l’(in)operosità del Ministero per i Beni e le Attualità Culturali, ovvero il progressivo smantellamento di una tutela esecrata come asfittica, passatista e mummificata a vantaggio di una valorizzazione che viene proposta come sinonimo stesso di innovazione, modernità e produzione di ricchezza. Pur limitato nel tempo e nello spazio, quanto accaduto può essere davvero il punto di non ritorno di una linea politica sciagurata che bada solo a esporre i beni culturali in vetrina, senza preoccuparsi dello stato di salute del suo contenuto. Ma se in vetrina c’è il senso storico della nostra vita – perché di questo si tratta – ed è il mondo intero a guardarci, forse sarebbe ora di preoccuparsi, almeno un poco.

Particolarmente orientativa al riguardo è stata la patetica difesa parlamentare del ministro Bondi, che di fatto ha imputato il crollo della Schola alle scarse attitudini manageriali dei soprintendenti, laddove era stato proprio lui a commissariare Pompei per valorizzare adeguatamente il sito (e laddove non si ricorda, nella storia dell’umanità, un solo edificio tenuto in piedi da un manager anziché da un architetto). Lo spregio verso ogni forma di responsabilità politica cela in realtà una profonda ignoranza della missione specifica di un ministero per la cultura, che è quella di conservare e mettere in valore il patrimonio culturale, nel senso più ampio del termine, perché solo attraverso la conoscenza si definisce la coscienza civile di una nazione.

Non per caso quel discorso ha provocato la ferma reazione dei soprintendenti archeologi, che il ministro ha bollato come “gravissima”, dimostrando per l’ennesima volta di non aver capito che senza una calibrata e consapevole azione di tutela non c’è valorizzazione che tenga, e il confine tra le due è talmente labile da risultare inconsistente. Un buon restauro, per esempio, al tempo stesso tutela e valorizza il bene ponendosi come obiettivo finale la sua conoscenza. Quel di cui avremmo davvero bisogno è di una moratoria della valorizzazione (almeno come viene correntemente intesa), perché di fatto sta distruggendo il nostro patrimonio culturale.

I diciassette soprintendenti archeologi firmatari di una lettera tanto lucida quanto impregnata di civile passione, dopo aver lamentato una riduzione delle risorse inadeguata anche a garantire una mera routine manutentiva (di Pompei come di tutti gli altri siti monumentali d’Italia, beninteso), e il ricorso al commissariamento straordinario (il più delle volte con soggetti estranei alla tutela, venuti dai ruoli delle prefetture o della Protezione Civile) come ultima carta di uno Stato che non sa più amministrare direttamente il suo patrimonio, chiedono che “la cultura dell’emergenza ceda il passo a quella della manutenzione, a cura delle strutture e degli staff tecnico-scientifici che quei monumenti, quei siti, quei musei conoscono e tutelano”. Perché “la valorizzazione come concetto mediatico non può sostituirsi al paziente e faticoso lavoro di monitoraggio, consolidamento e restauro, che per definizione è poco visibile e quindi poco mediatico” (lettera del 9 novembre pubblicata il 16, per esempio su www.patrimoniosos.it). Anziché ringraziare il cielo di avere ancora soprintendenti così, dopo aver fatto di tutto per umiliare il suo già sceltissimo personale tecnico, e ora sempre più stanco e demotivato (e ringraziare loro di aver ancora voglia di battersi per la storia e la bellezza), Bondi insiste che se le cose vanno male è tutta colpa loro. Perché sono archeologi e non manager.

Vien da commentare, senza uscire dall’archeologia classica, che non è vero che in Italia non si faccia più tutela. Una certa ilarità ha suscitato nei giorni scorsi la notizia che due statue del Museo delle Terme, in deposito temporaneo a Palazzo Chigi, erano state restaurate (alla modica cifra di settantamila euro) per volontà dello stesso Presidente del Consiglio, che a quanto pare non tollera la vista di corpi lacunosi e menomati, fossero anche marmi del secondo secolo dopo Cristo. Sicché il restauro è diventato un ripristino, con rifacimento totale della mano di Venere e del pene di Marte; ed è diventato pure – farsa nella tragedia – un copione per un irresistibile sketch di Luciana Littizzetto (domenica 21 novembre a Che tempo che fa).

La vicenda fa scompisciare, si è detto, ma fa soprattutto rabbia. Perché al solo scopo di compiacere la pancia degli ignoranti butta in vacca secoli di riflessioni dell’intelletto dei savi, e stronca in un sol colpo il primato mondiale italiano nel campo del restauro filologico. Quel che sarebbe inaccettabile nel restauro di qualsiasi altra statua – e non necessariamente così antica – ossia la fabbricazione di un falso, si è accettato senza scrupoli per assecondare i capricci del primo ministro più incolto degli ultimi centocinquant’anni (che vergogna nazionale, se sarà lui a tenere a battesimo l’anniversario dell’Unità): che oltretutto, non essendo il proprietario dell’opera, neppure aveva titolo per chiedere al restauratore di aggiungere o togliere alcunché. Tra l’altro l’integrazione è stata abilmente dissimulata, venendo meno a uno dei principi fondamentali di una corretta metodologia del restauro, e cioè quello della riconoscibilità dell’intervento.
A tanto, dunque, si è ridotta la tutela in Italia. Ai restauratori ora lo Stato chiede giustamente una formazione di eccellenza con laurea quinquennale. Servirà loro per assecondare manie di grandezza e smanie da arredatore di un parvenu della Brianza, e magari della sua corte dei miracoli. Questi, almeno, sono i restauri che dimostra di voler davvero fare il “Governo del fare”.

Le nozioni di bene e patrimonio culturale alludono alla ricchezza condivisa che nutre sensi, menti, anime e cuori ben prima dei portafogli, ed è questa ricchezza che la politica dovrebbe preservare e coltivare. Per questo trovo che l’espressione “bene culturale” sia pregna e nobile, tanto più che la sua storia è assai gloriosa. La prima volta che la si adopera in una convenzione internazionale, nel 1954, è in rapporto ai beni da proteggere in caso di conflitto armato, e già questa circostanza dovrebbe farci riflettere, come avrebbe detto Marc Bloch, dell’importanza della storia per la vita. Da noi già nel 1938 Giuseppe Bottai aveva scritto che quando una nazione entra in guerra, deve farlo anche con tutte le sue energie morali, e queste energie sono date anche dal suo patrimonio culturale. Un popolo che non sa difenderlo non può pensare di vincere una guerra, e in ogni caso rischia di non avere risorse reali per affrontare il dopoguerra. Un ministro fascista, ma di rimpianta grandezza. Che ha legato il suo nome a leggi di tutela (1089 e 1497 del 1939) invidiate da mezzo mondo, e oggi bestemmiate da una classe politico-imprenditoriale tanto arrogante quanto ignorante, e fondamentalmente irresponsabile.

D’altra parte il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare, e il don (Ab)Bondi dei nostri tristi giorni di questa classe è paradigma esemplare. Il paragone con Bottai è improponibile, ma rende l’idea. Neanche dopo essere stato umiliato dal suo collega Tremonti (“con la cultura non si mangia”, altro bel paradigma dello Zeitgeist italiota di oggi), ha avuto l’orgoglio di un soprassalto di dignità. Se davvero Bondi ha a cuore la cultura patria, non può rimanere un minuto di più in un governo che ha cominciato a calpestarla dal giorno dell’insediamento. E che, soprattutto, quando parla di cultura non sa di cosa parla.

Per capire Pompei e tutto il resto un eccellente punto di partenza è infatti Due anni di governo, una brochure disponibile in due versioni, una sintetica e una più ampia, sul sito web del Popolo della Libertà, e presumibilmente simile a quella che il premier aveva in animo di spedire per posta a tutti gli italiani, in versione cartacea, per magnificare gli innumerevoli successi del “governo del fare”. Bene: nella versione lunga (ottanta pagine), la cultura ne occupa una soltanto, nella sezione Le grandi riforme e sotto il titolo Italia, culla della cultura, in cui il risicato spazio è diviso tra arte, lirica, cinema, unità d’Italia e iniziative didattiche (altrove si magnifica la risoluzione della crisi dell’Aquila, ma non si fa ovviamente parola delle macerie che ancora giacciono nel suo centro storico). Probabilmente ci siamo perduti qualche epocale riforma nel campo dei beni culturali, ma non è questo il punto. Il punto è quel che si dichiara a fondamento dell’azione di governo.

“La cultura non è un semplice ornamento o una spesa, ma è l’investimento più importante che possiamo fare per il nostro futuro. Questo concetto è tanto più vero per un Paese come l’Italia, in cui la cultura non è uno fra i beni di cui disponiamo, ma la forma stessa della nostra identità nazionale, il nostro capitale più importante. In Italia si trovano il 72% dei beni artistici europei, il 50% dei beni artistici del mondo. Ci sono più di 100.000 chiese e monumenti, 40.000 case storiche, più di 1.000 teatri e 2.500 siti archeologici. Questo patrimonio deve essere valorizzato, per formare le giovani generazioni e per attrarre turisti da ogni parte del mondo”.

Certo, di seguito non si dice che si è fatto o si vuol fare per valorizzare l’accessibilità a questo patrimonio eccezionale, salvo migliorare l’accessibilità ai musei, ma trattasi di quisquilie. Monsieur de La Palice si sarebbe deliziato nel rilevare che tutto questo ben di Dio ovviamente preesisteva a Berlusconi, e quindi non può a rigor di logica rientrare in un novero di “cose fatte”. Ma neanche su questo merita insistere. Quel che angoscia è semmai che “l’investimento più importante che possiamo fare per il nostro futuro” stia a pagina 66 e sia argomentato da uscite non dico banali, ma addirittura imbarazzanti.

Come facciamo a sapere che l’Italia possiede il settantadue per cento dei beni artistici europei? Chi li ha contati (in Italia come nel resto del mondo)? E, soprattutto, come li ha contati? A testa (il Duomo di Milano vale come l’atto di un notaio di Pescasseroli del settecento)? A metri cubi? A metri quadri? A litri? A minuti? Chi pretende di quantificare in termini statistici il patrimonio culturale, così come chi pretende di monetizzarlo, è prima di ogni altra cosa un incompetente. E preoccupa che numeri del genere, sempre variati (ora il quaranta, ora il cinquanta, ora il sessanta per cento, e via computando), siano una specie di basso continuo del chiacchiericcio intorno ai beni culturali, perché denotano una dimestichezza assai scarsa con il patrimonio e i problemi del suo censimento e della sua salvaguardia. Due anni di governo è un prodotto di partito e non della Presidenza del Consiglio: è dunque un documento di propaganda che mira a riscuotere e corroborare consenso elettorale. Ma se la propaganda per definizione amplifica anziché ridimensionare, il Governo del fare ha fatto poco più del nulla. E la culla della cultura è davvero nelle mani di una banda di orchi.

I beni culturali non sono soltanto oggetti (tanto che si parla anche di beni immateriali, dalla musica ai racconti orali), né soltanto capolavori indiscussi, ma ogni traccia significativa che parli di noi attraverso il nostro passato. Il Bel Paese tanto vagheggiato da Berlusconi, Bondi & C. (ma in realtà sempre più brutto, anche grazie a loro) è in verità una stratigrafia di culture e identità sedimentatesi storicamente, che noi abbiamo il dovere morale di conoscere, conservare e trasmettere ai posteri per costruire un futuro migliore proprio facendo leva sulla forza, la complessità e la ricchezza di questa stratigrafia. I beni culturali sono già un valore, e siamo noi a venire valorizzati dal contatto con essi. Ma servono prima di tutto a farci crescere come persone e come nazione, e solo in seconda battuta a farci crescere il conto corrente. Per questo bisogna stare ben attenti quando si parla di valorizzazione. Di certo non è la produzione di una ricchezza monetizzabile, come la intende la stessa Direzione Generale per la Valorizzazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che vanta come macroscopico successo del suo stare al mondo il solo aumento del numero dei visitatori dei Musei Statali.

Chiediamoci piuttosto cosa rimane nella testa di questi visitatori, e quanto crescano la loro cultura e la loro coscienza civile attraverso la visita di un museo, di una chiesa, di un parco archeologico. Si crede che musei e monumenti debbano essere gestiti con criteri manageriali per metterli a reddito, dimenticando che il primo e più fruttuoso ritorno, di sostanza e non di immagine, sta nella testa e nel cuore di chi impara a conoscerli e ad amarli. Che lo stesso Ministero italiano preposto alla cultura non faccia altro che insistere soltanto su questo tipo di valorizzazione conferma la sostanziale ignoranza dei suoi vertici intorno alla natura e al significato dei beni culturali, nonché un esiziale spregio per le normative vigenti (che vedono la messa in valore in stretto rapporto con la tutela). Rimuovendo dal suo orizzonte la tutela, ha rimosso in verità la conoscenza, per sostituirvi un precario e velleitario profitto. Non per caso avviene in parallelo una mortificazione delle professionalità intellettuali e tecniche – dagli storici ai restauratori – che dovrebbero costituire la spina dorsale di questa gigantesca attività di conoscenza (e rappresentare, con ben altra dignità e sostanza delle barzellette del premier, l’eccellenza italiana agli occhi del pianeta) e invece vengono messe sempre più all’angolo da campagne di stampa denigratorie, da un insufficiente reclutamento di nuove leve, e dalla preponderanza di figure, spesso e volentieri plenipotenziarie, che poco o nulla sanno di beni culturali (a cominciare da Mario Resca). Ecco quel che ribadisce l’accoglienza alla lettera dei soprintendenti archeologi.

Molto indicativa di questa tendenza era per esempio la presenza/assenza dei tecnici a Florens 2010, una kermesse sui beni culturali (ma soprattutto sul rapporto tra cultura, economia e impresa) svoltasi a Firenze, con grande solennità e immensa promozione, dal 12 al 20 novembre, e promossa da Confindustria, CNA, Intesa San Paolo e Cassa di Risparmio di Firenze (e già la testa dice molto sul resto del corpo). Cuore di una rassegna che allineava in serrata successione convegni, seminari, tavole rotonde, lectiones magistrales ed eventi d’ogni sorta, era un forum internazionale di cui la stampa non specializzata si è interessata soprattutto per un vivace botta e risposta tra Bondi e il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ma che andrebbe segnalato per una significativa marginalizzazione dell’Università, anch’essa coinvolta in questo processo di svuotamento della tutela e della conoscenza che impoverisce in primis i luoghi deputati della ricerca e della riflessione critica. Sembra un ossimoro, ma non è così.

Non che l’Università a Florens non ci fosse. Anzi, era presente in forze su parecchi tavoli, malgrado non fosse stata coinvolta fin dall’inizio del processo organizzativo. Ma queste forze vedevano una netta prevalenza di economisti e scienziati, mentre gli “umanisti”, come storici, storici dell’arte, antropologi e archeologi, erano relegati in una posizione miseramente subalterna. E nel forum, cui si accedeva ad invito, l’Ateneo fiorentino stava letteralmente nell’angolo. Tanto che gli stessi storici dell’arte che vi insegnano non sono stati invitati neppure come semplici uditori, mentre hanno avuto (giustamente) spazio direttori di museo, funzionari tecnici del Mibac (pochi), restauratori e persino antiquari. In compenso c’era, in bell’evidenza, un pregiudicato come l’immancabile Sgarbi. Ma il contributo dell’Università dovrebbe essere fondamentale per restituire alla conoscenza (e alla tutela) del patrimonio culturale la centralità che dovrebbe spettarle. Immaginatevi un convegno sulla giustizia senza magistrati, una festa delle forze armate senza soldati, o un calcio in costume (siamo a Firenze) senza calcianti. Perché proprio questo è successo.

Dobbiamo pensare che i cervelli di Florens abbiano voluto escludere dai momenti forti dei dibattiti proprio buona parte di coloro che i beni culturali li toccano, li studiano e li insegnano tutti i giorni? E che, soprattutto, ancora pongono in primo piano il valore storico di quei beni, e per questo sono ritenuti d’intralcio alla marcia trionfale dell’aziendalismo subculturale? Spero vivamente di essere smentito dai fatti, perché è da oggi che bisognerà misurare la ricaduta di Florens. Ma intanto - e questo è un fatto - l’Università sta formando fior di giovani preparatissimi che dovrebbero diventare i tutori del patrimonio di domani. Peccato che il sistema valorizzativo stia proponendo a menti brillanti con dottorati e master di fare i custodi o poco più. Ovvero i camerieri al servizio dei turisti, attirati “da ogni parte del mondo”: visto che soltanto a costoro sembra pensare una politica ministeriale e governativa che non vuole più investire nella conoscenza. Ma lascia che il suo patrimonio sia investito da tutto. E cerca di investire chi, ancora, pensa.

fonte MicroMega

fonte ''... Cosi' e' se mi pare!''

La conoscenza nel mirino del potere

La conoscenza nel mirino del potere

Colloquio con Girolamo De Michele di Franz Baraggino

Quella del ministro Gelmini non è una semplice riforma. I tagli alla pubblica istruzione misurano l'involuzione del Paese e i rischi che corriamo. Economia, lavoro, welfare, globalizzazione. Tutto dipende dalla salute della scuola pubblica, imprescindibile indice di democrazia. Considerata la posta in gioco, non può trattarsi di una questione di risorse.
Dati alla mano, è il buon senso (nonché gli anni di insegnamento) a guidare Girolamo De Michele nelle analisi che smontano le ragioni del governo. Dai programmi ministeriali al precariato, l'autore di "La scuola è di tutti. Ripensarla, costruirla, difenderla" (Minimum Fax) attraversa l'intero pianeta scuola, smascherando la miopia di una classe dirigente che non valorizza la conoscenza perché non ne comprende il potenziale. O peggio, perché lo teme.

Volendo fare una premessa, che tipo di società e quale Paese hanno in mente coloro che si definiscono 'uomini del fare'?
Una società di uomini dalla mente semplice, che ha bisogno di stimoli semplici, elementari, facili da interpretare. Una società di “gente comune”, che non ha tempo di leggere libri: che lascia a chi governa la fatica di pensare per sé e per tutti. Una società che coltiva come un fibroma dell’anima il rancore, affinché ogni problema, ogni ostacolo, ogni contrarietà sia risolto sfogando la propria frustrazione sul vicino: extracomunitario, meridionale, del quartiere di periferia, del pianerottolo di sotto. Una società di superbi, vittime delle illusioni e delle passioni tristi, già narrata da Leopardi nel Discorso sui costumi degl’italiani e nella Ginestra.

Insomma, non dovremmo stupirci. Eppure la scelta di tagliare le risorse è tutt'altro che scontata. Perché i tagli?
Per due ragioni. La prima: nell’istruzione e nella formazione c’è un enorme potenziale di rendita economica per i privati, le lobbies, i gruppi di potere: e-learning, educazione a distanza, apprendimento per tutta la vita, formazione e aggiornamento, e via dicendo. A condizione che alla scuola pubblica sia impedito di entrare in relazione con la società e farsi carico, in modo democratico ed egualitario, del sistema educativo.
La seconda ragione è l’analfabetismo culturale della nostra classe dirigente, incapace di leggere la società globale con strumenti aggiornati. Siamo governati da una classe dirigente incapace di pianificazione a medio termine, che pensa che il capitalismo sia accumulare l’uovo oggi fregandosene della gallina domani, che non capisce (perché sui quattro libri che ha letto non c’è scritto) che oggi, nella società della conoscenza e della comunicazione, conoscenza, sapere, linguaggi sono immediatamente traducibili in valore.

I soldi per le private però li hanno trovati anche quest'anno.
Basta vedere in quali posizioni di rilievo, all’interno degli apparati del ministero dell’istruzione, sono stati collocati gli uomini e le donne della lobby di CL (che sarebbe ora di chiamare una volta per tutte “Comunione e Fatturazione”) per capire perché i soldi per le scuole private non mancano mai. Soprattutto quelli nascosti tra le pieghe della finanziaria, come nel caso dei fondi per la scuola privata della moglie di Bossi.

Secondo Giulio Tremonti, allo stato attuale la scuola pubblica è un salasso. È possibile smontare questa teoria?
Non ci vuole molto: basta leggere i dati ufficiali, cioè quelli ministeriali. Il bilancio dell’istruzione è, in rapporto al PIL, al di sotto della media europea; la quota di bilancio per l’istruzione, all’interno della spesa generale dello Stato, è di nuovo al di sotto della media europea. Le spese per l’istruzione, al 2008 (cioè prima del ritorno di Tremonti al governo), erano in costante diminuzione. Il numero di insegnanti, come pure quello degli edifici scolastici, erano, al 2008, in costante diminuzione. La quota di spesa per l’istruzione sostenuta dagli enti locali, all’interno della spesa generale per l’istruzione, è in costante aumento, ed è più alta della media europea. Mentre gli alunni aumentano, i lavoratori della scuola diminuiscono. Non c’è bilancio più controllabile e controllato di quello dell’istruzione, insomma. E non è una buona notizia.

Ben oltre lo svolgimento dei programmi ministeriali, il suo libro riconosce il ruolo sociale che la scuola si è sempre assunta. Di cosa si tratta?
La scuola svolge un positivo e indispensabile ruolo di ammortizzatore sociale. Gli ammortizzatori sociali sono come l’olio nel motore delle automobili: consentono alle varie parti di funzionare in modo integrato e impediscono al motore, cioè alla società, di grippare, di rompersi, di arrestarsi. La scuola si fa carico dell’alfabetizzazione dei giovani migranti; della cura dei ragazzi, in supplenza di quell’attenzione che la famiglia, sottoposta ai ritmi di lavoro della società globale, non riesce a prestare; di una funzione di supporto psicologico per i ragazzi travolti dalla crisi dell’istituzione familiare; di recupero della devianza e del disagio sociale, perché la percentuale di cosiddetti bulli che la scuola recupera è ben più alta di quella di altre specifiche istituzioni disciplinari (carcere, comunità di recupero). E soprattutto, è ormai l’unico luogo nel quale quei meta-valori tradotti in diritti costituzionali – libertà, democrazia, partecipazione, uguaglianza, giustizia sociale – che costituiscono l’ossatura della società italiana sono appresi, discussi, interiorizzati.

“Di sinistra, poco meritocratica, piena di insegnanti fannulloni”. Perché è diventato così facile attaccare la scuola pubblica?
Perché abbiamo tutti tirato due calci a un pallone e siamo tutti stati a scuola, da piccoli. E quindi siamo bravissimi a criticare l’allenatore della nostra squadra, soprattutto se è la nazionale, e a parlar male della scuola. È una tipica modalità di una società governata da passioni tristi, rancorose e a costo zero: una società che si rispecchia nelle telerisse, a partire da quelle tra cosiddetti giornalisti sportivi, e ne mima i comportamenti nella quotidianità. Non è un caso che prima di dare un incarico politico a una figura di secondo piano li si fa passare per qualche mese nei programmi di gossip o da Biscardi.

Il mondo del lavoro è cambiato molto più di quanto non abbia fatto quello della scuola. Quali rischi comporta questo divario?
Corriamo il rischio di una società nella quale il divario tra un’élite dotata degli strumenti intellettuali e cognitivi necessari per governare la società complessa, e la gran parte della popolazione immobilizzata nelle paludi dell’analfabetismo di ritorno, si allarga. Nella società complessa è indispensabile avere una mente ricca, plurale, in grado di imparare ad imparare per apprendere le novità che ogni giorno invadono la nostra quotidianità, e senza il cui controllo siamo cittadini di serie B; se questo diventa privilegio di pochi, in una società come quella italiana, che è tra quelle con la più alta rigidità sociale nell’Occidente, corriamo un grave rischio: di pagare la stabilizzazione dei gruppi di potere, il controllo sociale, la cosiddetta governance, con la perdita di posizioni rispetto ai paesi industrialmente avanzati. Del resto il capitalismo italiano non è mai stato particolarmente progressivo, e ha sempre preferito il controllo sociale al progresso industriale.

Considerato il contesto, smartphones, facebook, google, sono amici o nemici della scuola?
Né l’uno né l’altro. Esistono, come esistevano ieri le lavagne e i calamai. Sono strumenti che, se utilizzati con consapevolezza critica, consentono di allargare la mente e superare limiti cognitivi; se utilizzati in modo passivo e acritico, aumentano la passività e l’impotenza della mente. La scuola non deve né ignorarne l’esistenza in nome del ricordo dei bei tempi che furono, né farsi invadere acriticamente dalla loro presenza.

Molti insegnanti lavorano con contratti di dieci mesi, rinnovati di anno in anno, col rischio di rimanere precari fino alla pensione. È possibile calcolare il danno?
Aggiungo: con salari che restano sempre al livello più basso, perché per i precari non ci sono mai scatti di anzianità: in violazione di una norma dello Stato che viene applicata solo (guarda caso) per gli insegnanti di religione. Il danno sociale è enorme, se solo pensiamo alla mancata progettazione di un’esistenza degna di essere vissuta; ed anche in termini di crescita economica, perché si tratta di un’intera generazione che non può permettersi di andare in vacanza, di andare al ristorante, di fare un cambio d’abito ogni anno. E pensare che basterebbe poco per regolarizzare i precari che già lavorano nella scuola, e che sono, tra docenti e non docenti, circa 180.000. Ad esempio, per assumere i primi 40.000 basterebbe reintrodurre l’ICI sulla seconda casa; per altri 40.000 basterebbe ridurre gli sprechi del nostro esercito, prepensionando gli ufficiali in eccesso, trasferendo alla protezione civile i soldati in sovrappiù rispetto alle richieste dell’Unione Europea e dismettendo gli edifici inutilizzati, che potrebbero ridare ossigeno al mercato delle abitazioni.

Il ministro Gelmini ha garantito che entro una decina d'anni tutti i precari della scuola saranno assorbiti. Le crede?
È una menzogna colossale. Il blocco dei contratti (e, al momento, anche degli scatti di anzianità, sul quale si rincorrono voci per ora prive di certezza) costringerà molti lavoratori che potrebbero andare in pensione a posticipare l’uscita dalla scuola, per non avere peggiori condizioni di vita per l’intera vecchiaia. E quindi ci saranno meno uscite del previsto. E in ogni caso i posti lasciati liberi dai pensionamenti non restano a disposizione dei precari, ma sono tagliati via, e quindi scompaiono del tutto; le materie tagliate via dal riordino dei cicli delle scuole superiori scompaiono, e con loro le cattedre, quest’anno dalle prime, il prossimo anno da prime e seconde, e via dicendo. Non dimentichiamoci che i tagli non sono finiti: il prossimo anno salteranno altri 30.000 posti di lavoro.

La protesta, anche in questi giorni, continua a crescere. Insegnare è ancora il mestiere più bello del mondo?
Non so se sia mai stato il mestiere più bello del mondo: è un mestiere faticoso (un buon insegnante è, tra i pubblici dipendenti, quello che lavora il maggior numero di ore all’anno), stressante (basta vedere i casi di malattie professionali, come il burn out, in aumento), poco interessante dal punto di vista della società dell’apparire, del glamour, dei salotti televisivi. Ed è un mestiere che ha dei tempi particolari, che quasi sempre non consentono di integrare il magro salario con una seconda attività: il precario, una volta entrato nell’ingranaggio della scuola, non può uscirne, anche se quello che guadagna non gli basta. Ma una cosa va detta con chiarezza: ad illudere i precari, facendo spendere loro migliaia di euro per le Scuole di formazione (le SSIS), non sono stati fantomatici governi comunisti, ma il ministro Moratti e la sottosegretaria Valentina Aprea, ai tempi del secondo governo Berlusconi.

Pensando la difesa della scuola come difesa di un bene comune vengono in mente le battaglie per l'acqua pubblica. Il business e gli interessi privati minacciano anche la scuola?
Si, certo. Le lobbies private, a cominciare dalla galassia che orbita attorno a “Comunione e Fatturazione”, hanno enormi capitali da investire. Ma non hanno un’offerta formativa in grado di competere con la scuola pubblica: le nostre scuole private, ci dicono quei test tanto graditi al ministro, sono le peggiori del mondo, e comunque ben peggiori della scuola pubblica. E dunque hanno bisogno di abbassare, e di molto, il livello della scuola pubblica. Però, in tutta franchezza, io non ho molta voglia di prendermela con la destra perché fa il suo mestiere, cioè fa la destra. È con l’opposizione parlamentare, che non ha mai detto che l’acqua è un bene comune (neanche Bersani a “Vieni via con me”!), che con l’ex-ministro Fioroni lancia profferte di collaborazione a Gelmini, che me la prendo. È solo un caso che su scuola e acqua il cosiddetto centro-sinistra balbetta?

fonte MicroMega

fonte ''Cosi' e' se mi pare!''

Pluralismo tv, sfiduciamo Berlusconi in Parlamento

Pluralismo tv, sfiduciamo Berlusconi in Parlamento

“Votino quello che gli pare, tanto da qui non me ne andrò”, più o meno con queste parole l’attuale direttore generale della Rai e la sua piccola compagnia di giro di ferventi berlusconiani ha liquidato il clamoroso voto con il quale la stragrande maggioranza dei giornalisti lo ha sfiduciato; per non parlare delle decine di miglia di cittadine e di cittadini che hanno voluto partecipare all’iniziativa promossa da Valigia Blu, da articolo 21 e da Reporter senza rete.

Le stesse parole le ha usate, anticipatamente, nei confronti delle mozioni sul pluralismo informativo, presentate da diversi gruppi e che saranno votate questa settimana.
Una sorta di “Me ne frego anticipato”, una ricercata esibizione di toni muscolari per segnalare al presidente del consiglio il comune disprezzo per le istituzioni e per la democrazia parlamentare.
Eppure quei modi e quei toni nascondono la paura per un pronunciamento che, comunque vada, non sarà indolore per l’attuale gestione del servizio pubblico.

Per la prima volta, da decenni a questa parte, si profila la possibilità che si formi, dentro il Parlamento, una maggioranza capace di battere Berlusconi dentro casa sua, nel cuore del conflitto di interessi.
Le opposizioni si sono ritrovate tutte, anche questa è una novità, attorno ad un testo, elaborato tra gli altri da Roberto Zaccaria, da Roberto Mastroianni, da Elda Brogi: da sempre collaboratori di articolo 21. La mozione non si limita a criticare l’attuale gestione della Rai, ma si propone di allineare l’Italia agli altri paesi europei in materia di conflitto di interessi, di legge anti trust,di autonomia della Rai dai governi e dai partiti.

Il testo presentato da Futuro e libertà chiede invece, tra le altre cose,la nomina di una autorità garante che vigili sulla corretta applicazione da parte del servizio pubblico delle disposizioni in materia di pluralismo politico. Nelle premesse e nel testo della mozione non sono certo sottaciute le polemiche con il direttore generale e con il Tg1.
Non ci vuole un particolare acume per comprendere che bisognerà produrre il massimo sforzo per arrivare alla approvazione di entrambe le mozioni, lasciando da parte protagonismi e desideri di visibilità politica e mediatica.

Da parte nostra, che pure siamo i primi firmatari della mozione delle opposizioni unite, non avremmo e non avremo esitazione alcuna a far convergere i consensi anche attorno alla proposta di futuro e libertà; sarebbe comunque un evento straordinario e lo sarebbe per due ragioni.
La prima riguarderebbe il futuro della Rai che, in presenza di una mozione approvata, potrebbe rapidamente essere liberata dai molestatori che la stanno insidiando e portando a morte industriale.
La seconda, di sapore squisitamente politico, perché con un simile voto, per la prima volta, si sancirebbe l’esistenza di una possibile maggioranza che, sulle questioni istituzionali, avrebbe manifestato il coraggio di ribellarsi agli ordini del piccolo Cesare.

Non sappiamo come andrà a finire, siamo tuttavia orgogliosi, come associazione, di aver contribuito, come ci ha sempre stimolato a fare il nostro presidente Federico Orlando, a determinare uno schieramento ampio, unitario, potenzialmente maggioritario.
Vedremo quale sarà il voto finale, chi resisterà, chi si sfilerà, chi si fingerà malato, comunque andrà sarà crollato quel muro che, sin qui, persino con maggioranze di centro sinistra, era sempre riuscito ad impedire che questi temi assumessero il rilievo strategico che pure avrebbero dovuto avere.

Per quanto ci riguarda non solo ci impegneremo perché la Camera dei deputati arrivi ad esprimere un voto di maggioranza, ma anche per chiedere che, subito dopo, sia finalmente messa all’ordine del giorno la discussione dei progetti di legge relativi al conflitto di interesse e alla riforma dei criteri di nomina delle autorità di garanzia e del consiglio di amministrazione della Rai, criteri che affidano ai partiti e solo ai partiti il diretto controllo di quelli che dovrebbero essere gli arbitri, con i risultati che tutti hanno la possibilità di verificare. Forse, su questa strada, non ci seguirà più Futuro e Libertà, ma guai a ripetere il gravissimo errore già commesso di archiviare il tema, di rinviarlo a tempi migliori. Quei tempi non arriveranno mai, se anche la prossima campagna elettorale dovesse svolgersi non solo con la stessa legge elettorale, ma anche con la stessa disparità nell’accesso ai media tra le diverse forze politiche e sociali.

Per queste ragioni non bisognerà fermarsi, e noi di articolo 21 non lo faremo, anzi chiederemo a tutte le forze politiche disponibili di formare un coordinamento, di unificare le proposte, di esercitare una azione congiunta sulle autorità di garanzia affinché, in caso di elezioni, svolgano davvero il ruolo di arbitri, intervenendo duramente durante la campagna elettorale e non dopo, a giochi fatti e a truffe consumate. Per questo vi chiediamo di firmare l’appello “Tutti con tutti”, che porteremo anche alla tante manifestazioni programmate nei prossimi giorni, a cominciare da quella del Cgil fissata a Roma per il prossimo 27 novembre.

Da qui alle elezioni, se e quando ci saranno, saremo ossessivi, anche e soprattutto con noi stessi, affinché questi temi, che poi sono l’essenza di una democrazia parlamentare e della nostra Carta costituzionale, restino centrali nella elaborazione e nell’azione delle opposizioni, affinché non si ripetano gli errori e gli orrori del passato che tanta parte sono stati e sono del disastro politico, culturale, sociale ed etico che ci circonda e ci ammorba.

Giuseppe Giulietti

fonte MicroMega

fonte ''... Cosi' e' se mi pare!''

Da Fini a Vendola, si può vincere

Da Fini a Vendola, si può vincere

In primavera si vota, e non è detto che si andrà alle urne in condizioni democratiche. Perché lo siano sarebbero necessarie almeno (almeno) quattro condizioni: legge elettorale senza premio di maggioranza, “implementazione” della legge sul conflitto d’interessi del 1957, restituzione al pluralismo dell’attuale “proprietà bulgara” dell’assetto televisivo, e infine (but non least) un governo diverso da quello di un aspirante dittatore pronto a tutto, quindi anche ai brogli più smaccati.

Se questo parlamento – il più indecente del dopoguerra – avrà la decenza di ripristinare le condizioni minime per un voto democratico, ben venga. È più probabile, però, che voteremo in condizioni non democratiche. Bisognerà vincere lo stesso. Non è impossibile. Perfino nel Cile di Pinochet una sanguinosa dittatura uscì sconfitta dalle urne, in un referendum che aveva imposto e “truccato”. Possono farcela perciò anche i cittadini italiani ancora fedeli alla costituzione. Purché.

Se Berlusconi-Bossi vincono instaurano la loro dittatura, un fascismo annunciato, anche se di tipo inedito. Senza prigionieri. Il fascismo delle cricche. Solo i Pigi Battista riescono a nasconderselo. B. e B. possono prendere la maggioranza assoluta dei seggi anche con il 35% dei consensi. Perciò, perché siano sconfitti, è inevitabile un solo schieramento repubblicano, da Fini a Vendola (anzi a Grillo). Ed altrettanto necessario che in esso siano presenti una o più liste della società civile, di cittadini senza partito. Non è questione di opinioni, ma di matematica.

I partiti e le liste di questo schieramento di liberazione non dovranno nascondere le divergenze su temi sociali e civili. La competizione potrà addirittura funzionare da “acchiappavoti”. Dovranno anzi dire chiaramente che il loro compito è cancellare la metastasi di B. e B. perché gli italiani possano tornare a dividersi secondo schieramenti occidentali normali. E visto che la legge impone che indichino un premier, dovranno sceglierlo il più neutrale e istituzionale possibile (governatore della Banca centrale, ex presidente della Corte Costituzionale). C’è il rischio di un berlusconismo senza B.? Sì, ma c’è incombente quello letale. Impedirlo è la priorità assoluta. Chi si sottrae a questi imperativi numerici regala l’Italia al criccofascismo. Il resto è fumo e chiacchiera. Retorica per salvarsi l’anima. Persone in buonafede, magari, ma che ci portano alla tragedia. Dio li perdoni, perché gli italiani (ancora) liberi non potranno.

Paolo Flores d'Arcais (da il Fatto Quotidiano)

fonte MicroMega

fonte ''... Cosi' e' se mi pare!''

Universita': riforma Gelmini, Bersani sul tetto di Architettura a Roma

Ieri e' stata una giornata di mobilitazione contro i tagli del Governo all’istruzione. Migliaia di studenti, ricercatori e docenti sono scesi in strada, saliti sui tetti delle facoltà, per dire no alla riforma Gelmini. A Roma, Pier Luigi Bersani è salito sul tetto della facoltà di Architettura per condividere la protesta dei ricercatori.

bersani a palazzo chigi

“La riforma Gelmini è un disastro omeopatico, smantella l'università pezzo a pezzo. – ha detto il segretario del PD - Vogliamo riprendere il contatto con il paese reale, per questo vi chiediamo una mano, perché le riforme senza popolo non si possono fare". Per questo oggi ti chiediamo di mobilitarti per l’istruzione.
Firma la proposta per un'università di qualità
, moderna ed efficiente. Che dia più opportunità agli studenti, più spazi per i giovani nell’insegnamento, più opportunità alla ricerca.

mercoledì 24 novembre 2010

Rifiuti Uber Alles ! Prima parte: rifiuti, “oggetti senza significato”, da distruggere ?

L’Italia, che è quasi sempre una nazione di rincalzo, non certamente da primi posti, è invece tra i leader quale “esportatrice di rifiuti”, quasi esclusivamente verso la Germania. l’Italia negli ultimi quindici anni ha esportato i propri rifiuti verso la Germania come mai nessun altro Paese ha avuto modo di realizzare in Europa. Molto, molto dietro, quale seconda, la Danimarca, che ha incrementato i rifiuti inviati per essere trattati, nella vicina terra tedesca, ma con quantità notevolmente differenti (2009 – 1,45 milioni di tonnellate per l’Italia, e 183 mila per la Danimarca).

La Germania è quindi un paese, che a differenza dell’Italia, concepisce l’arte del riciclo dei rifiuti, come una risorsa che può anche dare un gettito economico significativo. Nel corso del 2009 il Paese teutonico ha “trattato” oltre 750.000 tonnellate di rifiuti in più rispetto al 2008, con una variazione in termini percentuali superiore all’11%; nel corso degli ultimi quindici anni, il volume di rifiuti trattati all’interno degli impianti di riciclaggio della Germania ha subito un incremento sorprendente: + 2.615% (duemilaseicentoquindici per cento), con uno sviluppo costante ed omogeneo durante gli anni.

Il perché di un tale trend di crescita, è ovviamente analizzabile sotto differenti profili, due in sintesi i principali. Il primo è esclusivamente ambientale, ed è relativo all’investimento, sociale ed economico, in termini di ecosostenibiltà dell’attività di riciclaggio di rifiuti industriali e non effettuato dalla Germania, che ricicla rifiuti per conto di paesi europei che non riuscirebbero a far fronte a tale attività. Il secondo aspetto è invece di carattere economico, i paesi esportatori, pagano cifre considerevoli per consentire alle imprese della Germania per smaltirgli i rifiuti; e le imprese poi riutilizzano i materiali riciclati, per realizzare un ulteriore guadagno.

In Germania i rifiuti sono visti sia dagli imprenditori, che dai cittadini, come un business, a cui conviene unitariamente partecipare, mentre in Italia, i rifiuti, sono semplicemente “oggetti senza significato”, da distruggere.

fonte

l blog del Coordinamento dei comitati della Piana Firenze – Prato – Pistoia …. segui il link

Firenze Cinque Stelle