martedì 25 gennaio 2011

Caso Cucchi, 12 rinvii a giudizio e una condanna a due anni


Per la morte di Stefano Cucchi, il geometra di 31 anni arrestato per droga dai carabinieri il 16 ottobre del 2009 e deceduto sei giorni dopo essere stato ricoverato all’ospedale Sandro Pertini, dodici persone saranno processate davanti alla terza corte d’assise di Roma. I rinvii a giudizio sono stati disposti dal gup Rosalba Liso che ha accolto ‘in toto’ l’impostazione dei pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy, pur sottolineando che alcune perplessità sollevate dalla parte civile in merito alle conclusioni della consulenza firmata dal professor Paolo Arbarello per conto dell’accusa sono degne di considerazioni e meritevoli di essere sottoposte a un vaglio dibattimentale.

Il 24 marzo prossimo, dunque, comincerà il processo per gli agenti di polizia penitenziaria Nicola Menichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici accusati di concorso nelle lesioni volontarie e nell’abuso di autorità e per nove persone, tra medici e infermieri dell’ospedale Sandro Pertini dove Cucchi era stato ricoverato: si tratta del primario Aldo Fierro, dei medici Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Luigi Preite De Marchis, Stefania Corbi e Rosita Caponetti e degli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe. Fatta eccezione per la Caponetti, tutti rispondono di abbandono di persona incapace (reato punito fino a otto anni di reclusione). Favoreggiamento personale, omissione di referto, abuso d’ufficio e falso sono gli altri reati ipotizzati, a vario titolo, dalla procura. Claudio Marchiandi, direttore dell’ufficio dei detenuti e del trattamento del Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria (Prap), il solo che ha voluto essere giudicato con il rito abbreviato, è stato condannato a due anni di reclusione, come avevano chiesto i pubblici ministeri.

Stefano Cucchi fu picchiato dagli agenti di polizia penitenziaria mentre si trovava nei sotterranei del tribunale di Roma, dove ci sono le celle di sicurezza, poco prima dell’udienza di convalida dell’arresto, e morì sei giorni dopo perché non curato dai medici dell’ospedale Pertini. Il personale sanitario – questo il convincimento della procura – pur avendo ben presenti le patologie di cui soffriva il ragazzo nel corso della degenza, “volontariamente ometteva di intervenire”. Secondo quanto ricostruito dai pm, Cucchi, gettato a terra dai tre agenti e sottoposto a pestaggio, riportò ferite alle mani, alle gambe e alla colonna vertebrale. Per gli inquirenti, il 17 ottobre, il giorno del ricovero in ospedale, il funzionario del Prap Marchiandi e la dottoressa Caponetti si sarebbero attivati subito per nascondere le lesioni riportate da Cucchi nel pestaggio. Per questo, contrariamente a quanto rilevato dai medici del carcere di Regina Coeli e del Fatebenefratelli, dove era transitato per qualche ora il detenuto,  i due hanno “indicato falsamente in cartella clinica che Cucchi appariva in condizioni generali buone, con stato di nutrizione discreto, decubito indifferente, apparato muscolare ‘tonico trofico’”. In realtà – secondo i pm – si sorvolava sul fatto che il ragazzo era “un paziente allettato con decubito obbligato, cateterizzato, impossibilitato alla stazione eretta e alla deambulazione, con apparato muscolare gravemente ipotonotrofico”. Secondo l’accusa Marchiandi e Caponetti, insomma, hanno fatto in modo che Cucchi venisse ricoverato al Pertini, struttura ritenuta dagli inquirenti non idonea perché normalmente destinata a ospitare ‘pazienti non acuti’. Cucchi, invece, era un ‘politraumatizzato a rischio’. In ospedale, il personale medico e paramedico ha volontariamente omesso di “adottare qualunque presidio terapeutico”. Dal 18 al 22 ottobre 2009, Cucchi, “incapace di provvedere a se stesso”, è stato letteralmente abbandonato al suo destino, senza che nessuno gli dicesse che i suoi familiari si stavano battendo per avere sue notizie. Addirittura – secondo la procura – il medico Flaminia Bruno, in servizio il 22 ottobre, scrisse il certificato di decesso di Cucchi “attestando falsamente che si trattava di morte naturale”. “Con il loro comportamento, medici e infermieri, insieme al funzionario del Prap – è la conclusione della procura – aiutarono i tre agenti di polizia penitenziaria a eludere le investigazioni dell’autorità giudiziaria”.

La storia di Stefano viene alla luce grazie alla famiglia che decide di divulgare, in una conferenza stampa al Senato, le foto shock del cadavere di Stefano, scattate all’obitorio. Si vede il suo volto tumefatto: una maschera violacea attorno agli occhi, uno dei quali schiacciato nell’orbita, sulla palpebra un ematoma bluastro, la mandibola spezzata. E poi le immagini della schiena, fratturata all’altezza del coccige. Cucchi è magrissimo.

A novembre il sito di abuondiritto, diretto da Luigi Manconi ex-sottosegretario alla Giustizia nel secondo governo Prodi, ha pubblicato l’audio delle ultime parole di Stefano Cucchi prima di essere arrestato. Si tratta di oltre sette minuti che danno conto di un interrogatorio dove Stefano Cucchi appare già provato, in grave difficoltà, con voce sofferente.  In quella circostanza, Cucchi rinnova la sua richiesta di essere assistito dal proprio avvocato di fiducia. La richiesta  non viene accolta allora e nemmeno dopo. Sono le ultime parole del ragazzo prima che se lo portassero via. Come si può ascoltare nell’audio, egli stesso aveva da subito dichiarato la sua tossicodipendenza nonchè una serie di malattie importanti tra cui epilessia e anemia.

Parla di “soddisfazione amara” l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi. “Ci fa piacere che dodici imputati siano stati rinviati a giudizio e che uno sia stato condannato. Il fatto era praticamente scontato. Ci amareggia che il gup abbia di fatto recepito le nostre argomentazioni critiche sulla consulenza del professor Arbarello tanto è vero che nel provvedimento lo stesso giudice scrive che ‘le nostre osservazioni evidenziano problematiche e spunti di carattere scientifico degne di considerazioni ma che necessitano di essere approfondite in dibattimento’. Quello che noi diciamo da tempo – prosegue Anselmo – è che Stefano Cucchi non è morto di malattia come ha sottolineato Arbarello. Ci battiamo su questo punto non per ragioni ideologiche, ma solo per motivi di giustizia. Andremo a processo con questa falsa ricostruzione che si basa su una consulenza medico legale insufficiente che descrive una realta’ che non condividiamo. Secondo noi, le lesioni sono una concausa dell’evento morte. Il giorno dell’arresto – conclude Anselmo – Stefano era andato in palestra. Di certo non stava male”.

“E’ stato un momento di grande tensione emotiva. Il giudice la pensa come noi. Stefano è morto per le botte – ha dichiarato Ilaria Cucchi, sorella del ragazzo morto. – Mi auguro che i pubblici ministeri abbiano ora il coraggio di portare avanti la verità e abbiano l’umiltà di tornare sui loro passi”.  “Oggi – ha continuato Ilaria – ho visto il dolore negli occhi di mia madre. Ma posso dire che per noi il processo è un passo imoprtante per la nostra battaglia di verità. Continuiamo a domandarci perché ci è stata data una verità diversa visto che è evidente evidente attraverso i nostri consiglieri che non abbaimo mai detto assurdità”.

“Non c’è motivo di rallegrarsi. Oggi, comunque, è stato messo un primo tassello per arrivare alla verita”, ha detto Giovanni Cucchi, papà di Stefano, alla fine dell’udienza. “Speriamo che quanto accaduto – ha aggiunto – possa servire per migliorare il sistema giudiziario del nostro Paese. Vogliamo dire grazie a coloro che ci sono stati vicini: il Comune e la Provincia di Roma, il presidente Fini, i parlamentari del Comitato per Stefano, ma riteniamo grave che tante istituzioni siano rimaste mute, ad esempio l’Ordine dei Medici”.

Anche il sindaco di Roma ha espresso “soddisfazione per l’esito di questa mattina dell’udienza davanti al gup sul caso Cucchi. Il rinvio a giudizio di dodici persone va nella direzione auspicata dall’Amministrazione, che si è costituita parte civile nel processo, e da tutta la città: la ricerca della verità su quanto accaduto a Stefano”.

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