venerdì 7 gennaio 2011

Questi giornali non servono

di Silvia Truzzi - il Fatto Quotidiano
Questi giornali non servono
Alexander Stille: "I media italiani pensano solo alla politica, non ai lettori"
Quando potremo dire tutta la verità, ce la saremo dimenticata. La frase – copyright Leo Longanesi – fotografa fin troppo bene la stampa del Paese sempre bello, che ama parlar d’altro. O al massimo appiccica un microfono di fronte ai politici e poi si addormenta, certamente si accontenta, in ossequio al famoso “mi consenta”. Alexander Stille, giornalista, scrittore, docente alla Columbia University, non è affatto stupito: “È una vecchia storia. L’informazione italiana è sempre stata fin troppo vicina alla politica”.
Teoricamente i “clienti” dei giornali sono i lettori. O no?
I quotidiani italiani non sono fatti per i lettori, ma per i politici. C’è un bellissimo saggio dell’inizio degli anni ‘50, scritto da Enzo Forcella, che s’intitola 1500 lettori. Già allora si diceva che la stampa italiana non era pensata per informare i cittadini, ma ad uso e consumo di un ristretto gruppo di persone: i potenti. Ministri, prelati, imprenditori. Questo è sempre vero, purtroppo. Ed è così a sinistra come a destra.
Stille, stamattina (ieri per chi legge, ndr), i giornali italiani titolavano con una frase di Berlusconi: “I comunisti mi vogliono fare fuori”. Saranno più stanchi i lettori di leggerlo o i direttori di scriverlo?
Il punto è che questo modo di fare informazione fa comodo a molti. È uno degli aspetti, purtroppo geniali, di Berlusconi: da 16 anni offre una forma di intrattenimento quotidiano. Vive sulle battute, sui commenti oltraggiosi, sulle gaffe. Usa i suoi passi falsi e gli scandali come diversivo. Una distrazione dai problemi veri del Paese.
Per esempio?
Lo scandalo più grande degli ultimi decenni è la situazione dell’economia italiana. Una crisi che sentono tutti, ricchissimi a parte, e di cui quasi non si parla. La crescita del pil si è fermata quasi del tutto mentre l’Italia ha perso molto in termini di competitività. Tutti gli economisti lo sottolineano, ed è una cosa visibile anno dopo anno, soprattutto con il governo Berlusconi. Eppure i giornali italiani non se ne occupano. Forse perché il premier non vuole che se ne parli: è la controprova del fatto che il re è nudo. E soprattutto incompetente in un campo in cui avrebbe dovuto essere un maestro.
La differenza tra il Paese sul giornale e il Paese reale è la causa del crollo di vendite dei quotidiani?
In parte sicuramente sì. Perché se scrivi per 1500 lettori, tutti gli altri si sentono trascurati. O peggio, presi in giro. E comunque se tu non hai letto la prima puntata di una qualunque storia, è impossibile nei giorni seguenti capirci qualcosa.
Sciatteria?
Anche: non si riassume mai la vicenda. E poi i nomi, si dà sempre per scontato che la gente li sappia tutti. Ma bisognerebbe mettersi nei panni di una persona normale. Che si occupa d’altro durante la giornata e che va in edicola per sapere cosa succede a casa sua e nel mondo.
La formula Tg1 – servizi su come si diventa maggiordomi o sull’invasione di pappagalli in Gran Bretagna – sembra un po’ scimmiottata anche dai quotidiani. Sudditanza?
Il mondo di Minzolini è un mondo a parte, irreale, di fantasia. Però questa non può essere una scusa per fare meno bene il proprio lavoro. Anche magari facendo articoli critici su quello che appare in televisione.
O su quello che non appare. È il 2 luglio 2009. Secondo l’Istat, il rapporto deficit-pil nel primo trimestre 2009 ha toccato il 9,3%, la punta massima dal 1999. Titoli del Tg1 delle 13.30: la tragedia ferroviaria di Viareggio, approvato il pacchetto sicurezza, G8 de L’Aquila (manca una settimana), via alla stagione dei saldi estivi, veglia funebre per Michael Jackson. Nemmeno una parola sul dato Istat.
Il Tg1 è anche un ottimo ufficio stampa, quando serve.
Giornalisti più realisti del re?
Il punto di partenza era una stampa troppo vicina alla politica. E allora quando introduci un soggetto potentissimo, che può punire chiunque dissenta dalla sua vulgata, i rischi sono chiarissimi. In un giornalismo già debole, le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Ricordo che un paio di anni fa un giornalista della Rai si lamentò con me del fatto che in Italia non c’era una buona informazione sul caso Alitalia. Non c’erano stati paragoni fattuali sulle offerte di Air France e quella della cordata italiana. Quando gli chiesi perché la Rai non lo faceva, mi rispose che non ci pensavano affatto: sapevano di non potere. È l’esempio perfetto di un giornalista consapevole dell’importanza di una notizia e altrettanto consapevole dell’impossibilità di fare il proprio mestiere.
Meno male che si chiama pubblico, il servizio.
Berlusconi non sarebbe sopravvissuto nemmeno un anno, con un’informazione aggressiva e capace. L’avrebbero distrutto in mille occasioni: mi viene in mente il decreto salva-ladri. O le tangenti alla Guardia di Finanza. E naturalmente potremmo continuare per ore. Invece appare dove vuole, non risponde mai e impone la sua visione del mondo sul Paese.
Ma in una democrazia l’informazione è il potere che dovrebbe sorvegliare gli altri.
Infatti: in Italia la democrazia è zoppa.

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