lunedì 28 febbraio 2011

Afghanistan: basta non possiamo continuare a piangere i nostri connazionali Afghanistan

Afghanistan: basta non possimo continuare a piangere i nostri connazionali

Afghanistan
Un militare italiano è rimasto ucciso oggi nell'esplosione di un ordigno improvvisato che ha colpito un veicolo blindato Lince nei pressi di Shindand, nell'ovest dell'Afghanistan. Quattro soldati sono rimasti feriti, secondo quanto si è appreso dallo Stato Maggiore della Difesa. L'esplosione ha avuto luogo alle 12.45 locali, a 25 chilometri a nord di Shindand.  

La deflagrazione dell'ordigno ha coinvolto un veicolo blindato Lince della Task Force Center, su base Quinto Reggimento Alpini. Un militare italiano è deceduto e quattro commilitoni rimasti feriti. L`evacuazione dei militari feriti è in corso. La pattuglia rientrava da un`operazione di assistenza medica alla popolazione locale.  La vittima è il tenente Massimo Ranzani, nato a Ferrara il 24 marzo 1974. L'incidente durante un pattugliamento nei pressi di Shindand, nell'ovest del Paese. I cinque coinvolti sono tutti del reggimento alpini. Berlusconi: "E' un calvario, speriamo ne valga la pena". La Russa: "La missione va avanti".

"Solidale partecipazione" al dolore dei familiari è stato espresso dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha anche fatto gli auguri ai soldati feriti. Silvio Berlusconi ha parlato di "tormento e calvario" e, ha aggiunto, "ogni volta ci domandiamo se questo sacrificio che compiamo, con il voto unanime del Parlamento e con il consenso di tutti gli italiani, se questi siano veramente sforzi che servono e che vanno in porto. Lo speriamo veramente". Ma che la posizione dell'Italia non vada ridiscussa è convinto il ministro La Russa, che parla sì di una lista di vittime "lunga, troppo lunga, che non possiamo e non vogliamo dimenticare"; ma "la linea non cambia di fronte a un evento luttuoso. Le scelte si fanno a prescindere da questo, tenendo certo conto anche del sacrificio che certe scelte comportano". Cordoglio è stato espresso dalle altre massime cariche istituzionali, i presidenti di Camera e Senato Gianfranco Fini e Renato Schifani, mentre il ministro degli Esteri Franco Frattini ha ricordato che "nostro dovere è rispettare gli impegni internazionali presi con la Nato e con le Nazioni Unite", poiché "la comunità internazionale ci chiede di rimanere uniti, di continuare a sostenere la stabilizzazione dell'Afghanistan e di rispettare gli impegni".

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Poche settimane fa in un conflitto a fuoco tra militari italiani e un gruppo di insorti, nell'area di Bala Murghab, nell'ovest dell'Afghanistan un soldato del contingente italiano è morto: "era stato ferito alla testa". Era il  caporal maggiore Luca Sanna, di Oristano. In quell’ episodio un altro militare italiano è rimasto ferito. 


Quest’ Ultima vicenda ripropone la domanda se e' utile per l' Italia restare ancora in quel Paese. Siamo certi che sia una missione di pace? Forse per noi italiani si', ma gli altri quelli che uccidono militari, definiti occupanti e nemici, e civili, lo sanno? E' una amara ironia, ma necessaria per riflettere sulla nostra presenza in quello Stato.
Mi chiedo se ai famigliari dei soldati morti e feriti  siano sufficienti le parole del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Tralascio le dichiarazioni di Berlusconi, La Russa, Frattini, perche’ come abbiamo appreso dai Cablo di WikiLeaks sono considerati ‘’utili idioti’’ dall’ amministrazione Usa. Infatti, sono descritti, dagli ambasciatori statunitensi come scioccamente al servizio degli Usa e ai danni dell’ Italia e dell’ Ue. Mai uno sprazzo di autorevole iniziativa.
E' vero non si discute sulle scelte fatte in conseguenza di singoli, luttuosi e tragici avvenimenti. Questo tema si dibatte nell' ambito della politica generale, ma e' necessario parlarne. Non si puo' continuare a piangere nostri connazionali. La riflessione deve essere fatta in tempi brevi.
Sicuramente l' Italia ha un ruolo per il consolidamento delle istituzioni democratiche, ma ho i miei dubbi sul ruolo che svolgiamo per lo sviluppo economico dell' Afghanistan. Uno sviluppo in mano, quasi esclusivamente, delle multinazionali statunitensi, le quali hanno costruito solo alberghi a cinque stelle. Le stesse che governano l' economia in Iraq, dove tra l' altro hanno realizzato piscine olimpioniche per  gli addestratori della polizia.
A me sembra che questa ulteriore vittima del contingente italiano dimostri che si tratta di una missione sempre meno umanitaria e di pace.
Mi sembra interessante questo articolo pubblicato da MicroMega al decimo anno di guerra.
In quel lontano e tragico 7 ottobre 2001 il governo USA, appoggiato dalla Coalizione Internazionale contro il terrorismo, ha lanciato un attacco aereo contro l’Afghanistan. Questa guerra continua nel silenzio e nell’indifferenza, nonostante l’infinita processione di bare dei nostri soldati morti. Che si tratti di guerra è ormai certo, sia perché tutti gli eserciti coinvolti la definiscono tale, sia perché il numero dei soldati che la combattono e le armi micidiali che usano non lasciano spazio agli eufemismi della propaganda italiana che continua a chiamarla “missione di pace”. Si parla di 40.000 morti afghani (militari e civili), e il meccanismo di odio che si è scatenato non ha niente a che vedere con la pace. Come si può chiamare pace e desiderare la pace, se con una mano diciamo di volere offrire aiuti e liberazione e con l’altra impugniamo le armi e uccidiamo?

La guerra in Afghanistan ha trovato in Italia in questi quasi 10 anni unanime consenso da parte di tutti i partiti – soprattutto quando erano nella maggioranza – e di tutti i governi. Rileggere le dichiarazioni di voto in occasione dei ricorrenti finanziamenti della “missione” rivela – oltre devastanti luoghi comuni e diffuso retorico patriottismo – un’ unanimità che il nostro Parlamento non conosce su nessun argomento e problema. Perché solo la guerra trova la politica italiana tutta d’accordo? Chi ispira questo patriottismo guerrafondaio che rigetta l’articolo 11 della nostra Costituzione?

L’elenco degli strumenti di morte utilizzati è tanto lungo quanto quello dei cosiddetti “danni collaterali” cioè 10.000 civili, innocenti ed estranei alla stessa guerriglia, uccisi per errore. Ma la guerra non fa errori, poiché è fatta per uccidere e basta.

Noi vogliamo rompere le mistificazioni, le complicità e le false notizie di guerra che condannano i cittadini alla disinformazione, che orientano l’opinione pubblica a giustificare la guerra e a considerare questa guerra in Afghanistan come inevitabile e buona. La guerra in Iraq, i suoi orrori e la sua ufficiale conclusione hanno confermato negli ultimi giorni la totale inutilità di queste ‘missioni di morte’. Le sevizie compiute nel carcere di Abu Ghraib e in quello di Guantanamo, i bombardamenti al fosforo della città di Falluja nella infame operazione Phantom Fury non hanno costruito certo né pace né democrazia, ma hanno moltiplicato in Iraq il rancore e la vendetta. Altrimenti perché sono orami centinaia i soldati degli Stati Uniti, del Canada e del Regno Unito che si suicidano, dopo essere tornati dall’ Iraq e dall’ Afghanistan? Cosa tormenta la coscienza e la memoria di questi veterani? Cosa hanno visto e cosa hanno fatto che non possono più dimenticare? Dall’inizio della guerra in Afghanistan ci sono più morti fra i soldati tornati a casa che tra quelli al fronte: si susseguono i suicidi dei veterani negli USA.

Tutto il XX secolo ha visto la nostra nazione impegnata a combattere guerre micidiali ed inutili nelle quali i cattolici hanno offerto un decisivo sostegno ideologico. Ancora troppo peso grava sulla coscienza dei cattolici italiani per avere esaltato, pregato e partecipato alla I guerra mondiale e tanto più ancora all’omicida guerra coloniale in Abissinia.
"Ci presentavano l’Impero come gloria della patria! – scriveva Don Milani nella celebre lettera ai giudici L’obbedienza non è più una virtù –  Avevo 13 anni. Mi pare oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri si erano dimenticati di dirci che gli Etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini, mentre loro non ci avevano fatto proprio nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non lo so, preparava gli orrori di tre anni dopo… E dopo essere stato così volgarmente mistificato dai miei maestri... vorreste che non sentissi l’obbligo non solo morale, ma anche civico, di demistificare tutto?".

Forse conoscere la storia dei tanti eccidi criminali compiuti dai militari, dagli industriali, dai servizi segreti nella nostra storia contemporanea aiuterà i giovani a formarsi una coscienza politica e un senso critico. Tanto da renderli immuni dalla propaganda che vuole soltanto carpire consenso e impegnarli in imprese di morte come la guerra in Afghanistan, nella quale facciamo parte di una coalizione che applica sistematicamente la tortura – come nel carcere di Bagram e nelle prigioni clandestine delle basi Nato – e le esecuzioni sommarie.

Chi dunque ha voluto e vuole questa guerra afghana che ci costa quasi 2 milioni di euro al giorno?
Chi decide di spendere oltre 600 milioni di euro in un anno per mantenere in Afghanistan 3300 soldati, sostenuti da 750 mezzi terrestri e 30 veicoli?
Come facciamo tra poco ad aggiungere al nostro contingente altri 700 militari? Quante scuole e ospedali si potrebbero costruire?
Chi sono i fabbricanti italiani di morte e di mutilazioni che vendono le armi per fare questa guerra?
Chi sono gli ex generali italiani che sono ai vertici di queste industrie?
Che pressioni fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’arma?
Quanto lucrano su queste guerre la Finmeccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto Melara, l’Alenia Aeronautica e le banche che le finanziano?
E come fanno tante associazioni cattoliche ad accettare da queste industrie e da queste banche elargizioni e benefici?
Può una nazione come l’Italia che per presunte carenze economiche riduce i posti letto negli ospedali, blocca gli stipendi, tiene i carcerati in condizioni abominevoli e inumane, licenzia gli insegnanti, aumenta gli studenti per classe fino al numero di 35, riduce le ore di scuola, accetta senza scomporsi che una parte sempre più grande di cittadini viva nell’indigenza e nella povertà, impegnare in armamenti e sistemi d’arma decine di miliardi di euro?
A cosa serviranno per il nostro benessere e per la pace i cacciabombardieri JSF che ci costano 14 miliardi di euro (quanto ricostruire tutto l’Abruzzo terremotato)?
E le navi FREM da 5,7 miliardi di euro?
E la portaerei Cavour – costata quasi 1,5 miliardi e per il cui esercizio sprechiamo in media circa 150.000 euro al giorno – come contribuirà a costruire la pace?
E come è possibile che il Parlamento abbia stanziato 24 miliardi di euro per la difesa nel bilancio 2010?

Chi sottoscrive questo appello vuole soltanto che in Italia si risponda a queste domande.

Rispondano i presidenti del Consiglio di questi ultimi 10 anni, i ministri della difesa e tutti i parlamentari che hanno approvato i finanziamenti a questa guerra.

Dicano con franchezza che questa guerra si combatte perché l’Afghanistan è un nodo strategico per il controllo delle energie, per il profitto di alcuni gruppi industriali italiani, per una egemonia economica internazionale, per una volontà di potenza che rappresenta un neocolonialismo mascherato da intenti umanitari e democratici, poiché questi non si possono mai affermare con armi e violenza.

Facciamo nostre le parole profetiche di una grande donna indiana, Arundathi Roy, scritte in quel tragico 7 ottobre 2001: "Il bombardamento dell’Afghanistan non è una vendetta per New York e Washington. E’ l’ennesimo atto di terrorismo contro il popolo del mondo. Ogni persona innocente che viene uccisa deve essere aggiunta, e non sottratta, all’orrendo bilancio di civili morti a New York e Washington. La gente raramente vince le guerre, i governi raramente le perdono. La gente viene uccisa. I governi si trasformano e si ricompongono come teste di idra. Usano la bandiera prima per cellofanare la mente della gente e soffocare il pensiero e poi, come sudario cerimoniale, per avvolgere i cadaveri straziati dei loro morti volenterosi".
Nell’ ultimo numero dell’ Espresso, Giorgio Bocca si chiede: ‘’Perche’ partecipiamo alla guerra in Afghanistan? Perche’ i nostri soldati vanno a morire in quelle desolate terre? Perche’ le autorità recitano il rituale cordoglio con cerimonia funebre e pianto dei parenti? Perché la guerra continua ad essere necessaria alla politica internazionale e interna? Perché l’ umanità non si è ancora liberata delle voglia ancestrale di sangue fraterno?’’
Una risposta – scrive Bocca - suggerita dalla storia recente è: la guerra permane come prova di nuove guerre, nuove armi, nuove strategie. La seconda ragione è quella dei buoni affari dei mercanti di cannoni. La guerra giustifica e nobilita ogni decisione del potere economico. C’ è anche, s’ intende, il motgivo politico. La guerra è sempre dalla parte della conservazione del potere da parte dei padroni, i Berlusconi di tutti i regimi riaffermano regolarmente che la guerra è necessaria e provvidenziale anche se razionalmente nessuno sa spiegare il perché’’.
‘’Questa – continua Bocca – è la guerra per cui muoiono dei giovani italiani? E per cui si commuovono i reggenti della Repubblica? Che significa per i giovani italiani questo rituale che si ripropone quasi ogni mese? E’ già difficile credere che sia bello e onorevole morire per la patria quando la patria e’ in pericolo, ancora meno accettare  che la tua vita sia messa in gioco per una questione di potere o di diplomazia. I morti per Cavour e Mazzini servivano per fare l’ unita’ d’ Italia. Ma questi? Per un ninvito alla Casa Bianca del nostro premier?
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Nel 2010 sono morti in Afghanistan 712 militari, compresi quelli italiani, contro i 521 del 2009. Dall'inizio della missione Isaf in afghanistan, nel 2001, sono oltre 2.300 I militari rimasti uccisi. Le 37 vittime italiane 1sono così ripartite nel corso degli anni: una nel 2004, due nel 2005, sei nel 2006, due nel 2007, due nel 2008, nove nel 2009, 13 nel 2010 e due nel 2011.
Basta! Non voglio continuare a piangere nostri connazionali.

‘’…Così è se mi pare!’’

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