sabato 26 febbraio 2011

CASSAZIONE PENALE: in caso di sospetta diffamazione possibile la misura cautelare della rimozione dell’articolo dalla rete

da Franco Abruzzo



CASSAZIONE PENALE:
in caso di sospetta
diffamazione possibile
la misura cautelare
della rimozione
dell’articolo dalla rete

Sì al sequestro
di un articolo
pubblicato sul blog

di Carlo Melzi d'Eril
e Giovanni Negri
per Il Sole 24 Ore
del 25 febbraio 2011

In coda: Ma l'atto rimosso trova sempre un nuovo sito (di Alessandro Longo)

Può essere sequestrato in via preventiva anche un articolo pubblicato sul blog di un sito internet. In questo senso si è pronunciata la Corte di cassazione con la sentenza n. 7155 della Sesta sezione penale, depositata ieri, con la quale è stata confermata la misura cautelare decisa dal tribunale del riesame di Milano nei confronti di un articolo dal titolo «Basso impero» uscito sul sito www.societàcivile.it/blog  nel quale l'europarlamentare Licia Ronzulli (Pdl) aveva riscontrato alcune espressioni diffamatorie. I giudici nell'affrontare le questioni prendono le mosse dall'articolo 21 della Costituzione che tutela l'esercizio dell'attività di informazione, «le notizie di cronaca, le manifestazioni di critica, le denunce civili con qualsiasi mezzo diffuse in quanto espressione di un chiaro diritto di libertà: quello della manifestazione del proprio pensiero». Così, per i giudici, la diffusione di un articolo attraverso internet non può trovare limitazioni se non per effetto della necessità di proteggere diritti di uguale dignità costituzionale. Il sequestro preventivo, pertanto, quando interessa un supporto destinato a comunicare fatti di cronaca o espressioni di critica non va a comprimere solo un diritto di proprietà ma anche un diritto di libertà. Quindi l'autorità giudiziaria deve procedere con una cautela particolare e con una considerazione delle controindicazioni alle misure tanto ampia quanto «l'area della tolleranza costituzionalmente imposta per la libertà di parola». Nel caso esaminato, però, la Cassazione si appoggia al giudizio dei giudici di merito che avevano sottolineato come, comunque, dalla permanenza in rete dell'articolo e delle frasi imputate si sarebbe verificato l'aggravamento delle conseguenze del reato (per il quale esisteva il fumus commissi delicti). La sentenza apre però la strada a novità importanti e sotto certi aspetti sconcertanti. Il primo provvedimento normativo che segnò il passaggio del regime dell'informazione dalla dittatura alla libertà fu l'abolizione del sequestro preventivo nel 1946. Sessantacinque anni dopo, la Cassazione pare reintrodurre questo istituto. Finora infatti era convinzione condivisa che l'ordinamento, alla luce dell'articolo 21 della Costituzione, consentisse il sequestro preventivo degli stampati (cioè dell'intera tiratura) solo nei casi di stampa oscena, apologia di fascismo e plagio, espressamente previsti dalla legge. Mai nel caso di diffamazione a mezzo stampa. Tema più problematico era se una simile garanzia fosse estensibile anche all'informazione diffusa via web. Il tribunale di Milano aveva offerto una interpretazione assai rigorosa: garanzie estensibili, purché il sito internet avesse i medesimi requisiti che la legge impone ai periodici.

L'articolo 21, però, limita la sequestrabilità degli stampati non dei periodici, quindi, seguendo l'impianto severo ma ragionevole del tribunale, il sequestro sarebbe possibile solo se il sito non menziona luogo e anno della pubblicazione, nonché nome e domicilio dello stampatore o dell'editore.

Se il tribunale si era chiesto a quali condizioni delle regole date per scontate in materia di stampa potessero applicarsi a un sito internet, ora la Cassazione sembra stravolgere queste regole. Pare, infatti, che la sentenza interpreti l'articolo 21 nel senso di non ritenere necessario che la legge facoltizzi il sequestro specificamente di uno stampato, accontentandosi della presenza di una disposizione che, in via generale, consenta la misura cautelare. Il sequestro di uno stampato, al pari di ogni altro mezzo di comunicazione, sarebbe quindi sottoposto a condizioni non diverse da quelle di una qualunque altra cosa.



Il valore

Cassazione penale, sentenza n. 7155 del 2011

Nessun ostacolo può, quindi, sussistere nel ritenere la diffusione di un articolo giornalistico a mezzo internet quale concreta manifestazione del proprio pensiero, che non può, quindi, trovare limitazioni se non nella corrispondente tutela di diritti di pari dignità costituzionale (...). Il sequestro preventivo, a sua volta, allorché cada su di un qualsiasi supporto destinato a comunicare fatti di cronaca ovvero espressioni di critica o ancora denunce su aspetti della vita civile di pubblico interesse non incide solamente sul diritto di proprietà del supporto o del mezzo di comunicazione ma su di un diritto di libertà (...).

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Ma l'atto rimosso trova sempre un nuovo sito

di Alessandro Longo

Contrastare un atto di diffamazione sul web è un po' come tentare di uccidere un'idra dalle tante teste: una ne mozzi, tante altre ne nascono. «Ho clienti che sono diffamati su internet da dieci anni e sono ormai disperati: gli articoli che li riguardano continuano a essere riprodotti su vari siti, anche posti su server esteri», spiega Fulvio Sarzana, avvocato esperto di diritto su internet. Al solito, infatti, succede così: l'articolo o il blog sequestrato in via preventiva è ancora disponibile sui motori di ricerca (nella "cache", accessibile da qualunque utente). Da qui altri utenti lo copiano (in parte o in tutto) e lo pubblicano su vari siti o addirittura lo mettono in formato di file su circuiti peer to peer. La notizia del sequestro fa da cassa di risonanza e spinge infatti alcuni a duplicare i contenuti dell'articolo.

Di qui il paradosso: «L'attività di diffusione di un articolo diffamante è illegale ma è comunque impossibile da bloccare sul web», dice Sarzana. Gli avvocati esperti del settore ci provano lo stesso. Chiedono al giudice non solo il sequestro dell'articolo ma anche di tutti i luoghi in cui viene esposto. Dopo il primo sequestro, chiedono quindi all'autorità giudiziaria di estenderlo ad altri luoghi che offrono lo stesso contenuto. «È un'impresa sovraumana, perché devi monitorare di continuo il web e chiedere tanti ulteriori sequestri. Ma loro sono molti, l'avvocato di chi si sente diffamato è uno solo», continua. E duplicare un contenuto è molto più rapido che ottenerne il sequestro, per la natura stessa di internet, certo molto più flessibile e istantanea della giustizia italiana. Non solo. Se il contenuto è duplicato su server esteri la faccenda è molto più complicata. «Di solito si agisce chiedendo al giudice l'oscuramento via dns o dell'ip del server, ma questo è concesso molto di rado. In Italia non è mai successo per casi di diffamazione – continua Sarzana – ma è stata l'arma usata contro The Pirate Bay». È il famoso motore di ricerca di file collegati a contenuti pirata, adesso oscurato agli utenti italiani.

Oscurare via dns o addirittura l'ip di un server è tuttavia un'azione molto forte, che coinvolge anche gli operatori internet. È un'arma tutt'altro che chirurgica: equivale a rendere inaccessibile, dall'Italia, non solo il singolo contenuto ma l'intero sito o piattaforma esteri su cui è stato pubblicato. Per lo stesso motivo, «nessuno è mai riuscito a togliere subito un articolo diffamante dai link del motore di ricerca», dice Sarzana.

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