domenica 27 febbraio 2011

Costretti e inculcati

Costretti e inculcati

di Concita De Gregorio | L' Unita'
Nel capitolo delle confessioni del pagliaccio sul viale del tramonto merita il podio la forma che Silvio B. ha scelto di dare alla sua idea della scuola pubblica, al disegno di devastazione della cultura che in questi anni ha scientificamente perseguito nella certezza che gli sarebbe bastato alla fine coniare una formuletta per mettere tutti a letto contenti: quelli che studiano diventano radical chic, sono quelli che se ne fregano e parlano col dito medio ad incarnare la cultura del popolo. Rutti scorreggie e libere flautulenze sono la naturale indole di ciascuno che non si vede perché limitare o disprezzare, che palle questi che leggono Kant, moralisti con la puzza sotto il naso, volete mettere la forza vitale del trota, coraggio, tutti alla guida dello spiderino e del seggio procacciato da papà, i congiuntivi non servono a niente nella vita, le derivate ditemi voi se producono utili, meglio un ritocco alla gobba sul naso e sotto col casting che se avete un bel book di foto vi basta e v’avanza. Non vedete che anche Bondi è inutile, alla Cultura non serve nemmeno un ministro. Gelmini vediamo quanto dura, il suo l’ha già fatto, sotto la prossima che le generazioni di aspiranti avanzano, Minetti preme. Dopo aver esposto il suo programma elettorale in un jingle, trent’anni fa - “Torna a casa in tutta fretta, c’è il Biscione che ti aspetta” - conclusa l’opera di demonizzazione e demolizione della scuola in favore di quella che è l’unica e naturale “agenzia formativa” del regime mediatico ecco che di fronte ai cristiano non so cosa, nuova formazione politica di supporto, il Nostro si esprime così. “Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori". Un presidente del consiglio che attacca frontalmente e con disprezzo la scuola pubblica e gli insegnanti che la compongono dovrebbe essere mandato via a furor di popolo l’indomani mattina. Se ci fosse un popolo in grado di esprimere non dico furore, ma almeno un’opinione critica formatasi appunto attraverso la capacità di esercitare il giudizio: eventualità che il Medesimo ha scientificamente disarticolato negli anni. Un presidente del consiglio è la scuola pubblica: la incarna, la promuove, la tutela come pilastro della società. Qui siamo in presenza di un anziano magnate indagato per prostituzione minorile, uno le cui facoltà di discernimento gli hanno fatto credere - secondo la favoletta sottoscritta dal Parlamento di cui è proprietario a maggioranza - che Ruby fosse la nipote di Mubarak: questa persona parla, applaudito dalla platea, di principi da inculcare ai fanciulli. Il tutto naturalmente a favore della scuola privata, alla quale con la leggendaria generosità che il popolo gli riconosce eroga continuamente denari nella speranza di ottenere in cambio l’indulgenza delle chiese, in specie di una. È lo sfregio all’Italia del giorno, domani il prossimo.

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