giovedì 24 febbraio 2011

Due anni dopo Eluana l'ultima battaglia testamento biologico, no a questa legge


Due anni dopo Eluana l'ultima battaglia
testamento biologico, no a questa legge

Fine vita, alla Camera in discussione una nuova norma ispirata non al principio di libertà ma a quello di autorità: se approvata perderemmo il diritto ad autodeterminarsi. Appello di cento intellettuali per fermarla

di STEFANO RODOTA'
IL RISCHIO del "dispotismo etico", evocato a sproposito per inveire contro chi opera perché sia ricostruito quel minimo di moralità pubblica inscindibile dalla democrazia, si è già materializzato alla Camera dei deputati, dove è in corso la discussione sul progetto di legge che disciplina le modalità da seguire se si vogliono dare "indicazioni" per il tempo della fine della vita, ispirato non al principio di libertà, ma a quello di autorità. Se questa legge venisse approvata, ciascuno di noi perderebbe il diritto fondamentale ad autodeterminarsi, verrebbe espropriato del potere di governare liberamente la propria vita. Una politica incapace di guardare ai problemi veri della società si fa di colpo prepotente, si dichiara padrona dei corpi delle persone, pretende di impadronirsi davvero delle "vite degli altri".

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Questo è il pezzo forte dell'"agenda etica" del governo, rilanciata con evidenti finalità strumentali. Il presidente del Consiglio dichiara che "su temi etici e scuole cattoliche terrà conto delle indicazioni della gerarchia ecclesiastica", trasformando in offerta sacrificale i diritti dei cittadini, incurante di quel che dice la Costituzione. Dichiarazione ancor più inquietante perché seguita dall'intenzione di riformare la Corte costituzionale, che di quei diritti è
custode. "La biopolitica è oggettivamente all'ordine del giorno" aveva detto un ministro tra i più impegnati su questo fronte, usando un termine, biopolitica, che descrive proprio il modo in cui il potere si fa governo dell'esistenza delle persone, sottomettendole, espropriandole della loro libertà. Un progetto autoritario, destinato a creare scontri su un terreno dove il rispetto delle scelte della persona dovrebbe essere massimo, dove la regola giuridica dovrebbe essere libera da ipoteche ideologiche.
Già l'aver usato una espressione come "agenda etica" è inquietante, perché rivela la volontà di imporre un'etica di Stato. Alla quale, però, sarebbe sbagliato contrapporre un'altra e opposta agenda etica.

Deve essere invece ricordato quale sia il corretto "percorso costituzionale" da seguire, che è esattamente l'opposto di quel che prevede il progetto di legge attualmente in discussione, che riesce ad essere, al tempo stesso, ingannevole e autoritario. È ingannevole perché il suo titolo  -  che si richiama al consenso informato, all'alleanza terapeutica tra medico e paziente, alla rilevanza delle dichiarazioni fatte dalla persona per decidere sul come morire  -  è clamorosamente contraddetto dal contenuto delle singole norme. Il consenso della persona è sostanzialmente vanificato, perché le sue dichiarazioni non hanno valore vincolante e non possono riguardare questioni essenziali come quelle dell'alimentazione e dell'idratazione forzata, alle quali nessuno e in nessuna situazione potrebbe rinunciare. L'alleanza terapeutica si risolve nello spostamento del potere della decisione tutto nella direzione del medico. Le "dichiarazioni anticipate di trattamento" sono vere macchine inutili, frutto di un delirio burocratico che impone faticose procedure alla fine delle quali vi è il nulla, visto che sono prive di ogni forza vincolante.

Non siamo soltanto di fronte ad una "legge truffa", ma all'abbandono del lungo cammino che, partito dalle esperienze tragiche delle tirannie del Novecento che si erano violentemente impadronite dei corpi delle persone, era approdato all'affermazione netta della essenzialità del consenso dell'interessato. La persona, considerata prima come oggetto del potere politico e sottomessa alla volontà del medico, trovava così la sua libertà, la sua pienezza di "soggetto morale". Non è un caso che la prima dichiarazione dei diritti del nuovo millennio, la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, abbia voluto affermare, insieme, l'inviolabilità della dignità della persona e il rispetto del suo consenso libero e informato.

La riconsegna della persona e del suo corpo al potere politico e al potere medico, che sarebbe l'esito vero dell'approvazione del progetto di legge, è fondata su due affermazioni ideologiche. La prima: l'essere la vita "indisponibile", mentre è vero l'opposto, come dimostra l'ormai consolidato diritto al rifiuto e alla sospensione delle cure, che da tempo le persone già esercitano anche quando sono ben consapevoli che ciò può determinare la loro morte. La seconda: il divieto di rinunciare all'alimentazione e all'idratazione forzata, che le società scientifiche di tutto il mondo considerano trattamenti sanitari, ai quali dunque devono essere applicate le stesse regole generali. Proprio il voler trasformare queste affermazioni ideologiche e antiscientifiche in norme vincolanti tradisce l'intento autoritario della legge, l'inammissibile imposizione di un "obbligo di vivere".

Il "percorso costituzionale", allora. Che è netto, lineare. Nella sentenza n. 438 del 2008 la Corte costituzionale ha detto esplicitamente che esiste un diritto fondamentale all'autodeterminazione, congiunto all'altrettanto fondamentale diritto alla salute. Inoltre, nel 2002 e nel 2009 la Corte, come essa stessa scrive, "ha ripetutamente posto l'accento sui limiti che alla discrezionalità legislativa pongono le acquisizioni scientifiche e sperimentali, che sono in continua evoluzione e sulle quali si fonda l'arte medica; sicché, in materia di pratica terapeutica, la regola di fondo deve essere l'autonomia e la responsabilità del medico che, con il consenso del paziente, opera le necessarie scelte professionali". Le pretese del legislatore-scienziato, che vuol definire che cosa sia un trattamento terapeutico, e del legislatore-medico, che vuol stabilire se e come curare, vengono esplicitamente dichiarate illegittime. Più in generale, la Corte con la sentenza n. 471 del 1990 ha ribadito "il valore costituzionale dell'inviolabilità della persona costruito come libertà", che comprende "il potere della persona di disporre del proprio corpo".

E ricordiamo soprattutto le parole che chiudono l'art. 32 sul diritto alla salute: "La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana". È una delle dichiarazioni più forti della nostra Costituzione, una sorta di nuovo habeas corpus, con il quale il moderno sovrano, l'Assemblea costituente, promette ai cittadini che non "metterà la mano" su di loro, sulla loro vita. Nessuna volontà esterna, fosse pure quella coralmente espressa da tutti i cittadini o da un Parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell'interessato. Il testo in discussione, dunque, è destinato ad essere dichiarato incostituzionale nei suoi punti essenziali, com'è già è accaduto all'altrettanto ideologica legge sulla procreazione assistita.

Tre domande finali. Perché la Chiesa italiana non ha assunto un atteggiamento analogo a quello delle Conferenze episcopali tedesca e spagnola che hanno dato il loro contributo all'approvazione di ragionevoli leggi sul testamento biologico? Perché al di qua delle Alpi questioni che altrove alimentano una grande discussione civile, diventano indiscutibili questioni di fede? Perché una maggioranza malata di "sondaggite" non tiene conto delle rilevazioni di Eurispes, che ancora di recente hanno confermato che il 77% degli italiani è favorevole al diritto di decidere liberamente sulla fine della vita?

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