venerdì 25 febbraio 2011

Quale Futuro per il Mondo Arabo? di Fabio Melis

Quale Futuro per il Mondo Arabo?

Tutto è cominciato lo scorso 17 dicembre quando, a Sidi Bouzid, in Tunisia, il venditore ambulante Mohamed Bouzizi si è dato fuoco per denunziare le grame condizioni di vita imposte al popolo tunisino dal regime dell'ex presidente Ben Alì. Le cronache di questi giorni ci parlano di un “effetto-domino”. Così la rivolta si espande a macchia d'olio nel Maghreb e in molti altri paesi arabi. Dall'Egitto all'Algeria, dalla Libia al Marocco e financo in Iran, Yemen e Bahrein corre l'ondata rivoluzionaria. La gente scende in piazza e leva la sua protesta contro la miseria, i divari sociali e le dittature dei raìs che, da decenni, opprimono la libertà impedendo ogni possibilità di progresso. Ecco che allora i dittatori tentano di soffocare le rivolte con la violenza. Agiscono affinchè gli echi della sommossa non possano oltrepassare i confini di stato, limitando la libertà di espressione dei cittadini, mettendo a tacere i blogger e la stampa ostile. C' é chi resiste. Ma anche chi fugge oltre mare. La nostra percezione è quella di un gran disordine sociale e politico nel quale è quasi impossibile, anche per i più esperti osservatori, far previsioni sul domani. In questi giorni ho ripensato spesso alla fine del “Regno del Pavone”. Alle speranze che suscitò la caduta del regime repressivo dello dello Scià di Persia. Al buio in cui cadde l'Iran a seguito dell'affermazione dell'integralismo islamico dell'Ayatollah Khomeini. Per questo voglio esprimere oggi la mia preoccupazione. Perché i processi di sviluppo, in questi paesi sono sempre particolarmente lunghi, difficili e intricati. Non solo per l'influenza del fanatismo religioso ma anche per i molteplici interessi legati al controllo di un'area che trova nel petrolio la sua fondamentale risorsa. Per quanto abbia letto e ricercato nessun osservatore, al momento, si sbilancia. Anche perchè non è facile capire chi guida la rivolta. La nostra speranza è che queste popolazioni non cadano “dalla padella nella brace” che, alle infami dittature dei raìs, non subentrino (come purtroppo è già accaduto) altre sciagure e altri regimi totalitari. 
 
Fabio Melis
 
aggiornamento dell' autore in riferimento alla situazione in Libia:
 
La posizione italiana, in questa faccenda, è veramente disdicevole. Sicuramente il frutto di una politica estera avventurista e dalle gambe corte che si è concretizzata nel trattato di amicizia italo-libico. Il nostro governo ha, in passato, accolto Gheddafi in forma trionfale screditando il nostro paese dinnanzi alla comunità internazionale. I fatti di questi giorni mostrano un governo preoccupato esclusivamente dei problemi connessi al flusso migratorio proveniente dal nord Africa. Le tematiche in realtà son molto più complesse. Mi piace, in proposito riportare quanto affermato dal segretario CGIL Susanna Camusso:“un paese democratico come il nostro dovrebbe dire con chiarezza che in Libia è in corso un genocidio e che vengono perpetrati crimini contro l’umanità e con altrettanta forza dovrebbe esigere che la si smetta di sparare sulla folla e che il dittatore se ne vada..." e anche l'Europa deve fare la sua parte:“non può limitarsi ad essere semplice spettatore o paladino ininfluente della libertà e della democrazia ma dovrebbe proporsi una piattaforma politica che, aldilà delle posizioni ‘equidistanti’ assunte dal nostro ministro degli Esteri, favorisca un effettivo processo di evoluzione di quel paese, di quell’area, verso una democrazia laica. Una piattaforma che abbia, allo stesso tempo, un’idea di fuoriuscita dalla crisi perché è evidente che quanto sta accadendo in quei territori ha uno stretto rapporto con la crisi economica e il tema della libertà e della democrazia”.
 

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