sabato 30 aprile 2011

Berlusconi che parla di moralita’ e etica e’ veramente troppo, di plz

Berlusconi che parla di moralita’ e etica e’ veramente troppo

"La politica può introdurre nel proprio ordinamento giuridico norme che non siano in contrasto con tradizione cristiana: ed è quello che stiamo facendo adesso in Parlamento con la legge sulla bioetica". il Parlamento non dovrebbe mai varare "nessuna legge contraria e negativa di questi valori".

Alla vigilia della beatificazione di Papa Giovanni Paolo II queste parole sono state dette sicuramente da Papa Benedetto XVI, suo successore.
Invece no!
A pronunciare queste parole e’ il principale difensore della moralita’ pubblica e della famiglia:
SILVIO BERLUSCONI
Tralascio i procedimenti giudiziari che hanno coinvolto il premier  e vi rimando a Wikipedia 
Ricordo e vi ricordo i procedimenti in corso
  • Prostituzione minorile, per i presunti rapporti sessuali che avrebbe intrattenuto fra il febbraio e il maggio 2010 con tale Kharima el Marhoug, minorenne all'epoca dei fatti
  • Concussione aggravata nei confronti di funzionari della Questura di Milano per ottenere il rilascio di Kharima el Marhoug, trattenuta negli uffici di polizia nel maggio 2010 perché accusata di furto, e il suo affidamento alla consigliere regionale lombarda del Pdl Nicole Minetti
  • Concussione e minaccia a un corpo politico amministrativo e giudiziario, inchiesta di Trani per le pressioni esercitate sul Presidente dell'AGCOM
Certo che ci vuole una gran faccia di sola per parlare in quei termini: che i discorsi di moralità, valori della famiglia e di tradizione cristiana, li venga  a fare proprio lui, Mr. Bunga-Bunga , e’ veramente troppo.
E’ proprio vero quello che diceva mia nonna: per non perdere la dignita’ basta non averla!

plz


Disoccupazione, inflazione e poverta’, in crescita esponenziale: aspetti di un Paese privo di politica industriale e paralizzato da scontri interni alla maggioranza di governo, di plz



Cresce il tasso di disoccupazione dei giovani e si attesta al 28,6%. Lo rileva l'Istat che ha diffuso i dati provvisori. Rispetto a febbraio scorso il tasso di disoccupazione giovanile sale di 0,3 punti percentuali e su base annua cresce di 1,3 punti percentuali. Dopo la lieve flessione di febbraio il tasso di disoccupazione torna a salire: rispetto al mese precedente aumenta di un decimo di punto e si attesta all'8,3%. Secondo i dati Istat "su base annua" si registra invece una diminuzione di 0,2 punti percentuali. Il tasso di disoccupazione vede in incremento su base mensile sia per gli uomini che per le donne. Il tasso maschile si attesta al 7,6% e registra un aumento di 0,1 punti percentuali sia rispetto a febbraio sia rispetto a marzo del 2010. Il tasso femminile si attesta al 9,2%: aumenta rispetto allo scorso mese di 0,1 punti percentuali.
Prosegue la crescita dell'inflazione ad aprile: secondo le stime preliminari, l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (Nic), comprensivo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,5% rispetto a marzo scorso e del 2,6% rispetto ad aprile del 2010. Il dato tendenziale è "il più alto da novembre 2008".
Questi i dati principali. Tralascio l’ analisi dettagliata delle cifre diffuse dall’ Istat perche’ i giornali ne hanno scritto a iosa.
Desidero ricordare un altro aspetto di questa nostra Italia, un paese privo di politica industriale e paralizzato da scontri interni alla maggioranza di governo che nulla hanno a che vedere con politiche di crescita: la poverta’!
 Nel 2009, secondo l’ Istat, che non ha reso ancora disponibili quelli del 2010, l’incidenza della povertà relativa è pari al 10,8%, mentre quella della povertà assoluta risulta del 4,7%. Nel 2009, il Mezzogiorno conferma gli elevati livelli di incidenza della povertà raggiunti nel 2008 (22,7% per la relativa, 7,7% per l’assoluta) e mostra un aumento del valore dell’intensità della povertà assoluta (dal 17,3% al 18,8%), dovuto al fatto che il numero di famiglie assolutamente povere è rimasto pressoché identico, ma le loro condizioni medie sono peggiorate.

L’incidenza di povertà assoluta aumenta, tra il 2008 e il 2009, per le famiglie con persona di riferimento operaia, (dal 5,9% al 6,9%), mentre l’incidenza di povertà relativa, per tali famiglie, aumenta solo nel Centro (dal 7,9% all’11,3%).

L’incidenza diminuisce, invece, a livello nazionale, tra le famiglie con a capo un lavoratore in proprio (dall’11,2% all’8,7% per la povertà relativa, dal 4,5% al 3,0% per l’assoluta), più concentrate al Nord rispetto al 2008.
In realtà, secondo Il decimo rapporto Caritas Italiana - Fondazione ‘’E. Zancan’’, presentato a fine 2010, le proporzioni del fenomeno vanno ben oltre le disfunzioni tollerabili in un paese classificato tra i più ricchi. Inoltre è doveroso ricordare che la sua permanenza è in contrasto con il dettato costituzionale che impegna la Repubblica a garantire a tutti i cittadini pari dignità e uguaglianza”..e a rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale che, limitando di fatto
la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e
l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale
del Paese”(a.3). Qual è la situazione oggi, rispetto al precedente rapporto?
Si è soliti distinguere il fenomeno in povertà relativa, povertà assoluta, rischio di caduta
nella povertà.
La povertà in senso relativo, in Italia, viene calcolata sulla base della spesa media per consumi.
È considerato povero chi può spendere per i consumi meno di metà della spesa media. Nel
2009, le famiglie in condizioni di povertà erano 2 milioni 657 mila e rappresentavano il 10,8%
delle famiglie residenti. In termini complessivi, si tratta di 7 milioni 810 mila individui poveri,
pari al 13,1% dell’intera popolazione.
I poveri non stanno tutti al medesimo livello di disagio. Una parte di essi vive in povertà
assoluta. Vi rientrano le persone che – secondo una definizione vigente nell’Unione Europea- non
possono accedere ai beni essenziali che consentano uno standard di vita minimamente accettabile.
Nel 2009, in Italia, le famiglie povere di povertà assoluta risultavano essere 1162 (il 4% delle
famiglie residenti), per un totale di 3 milioni e 74 mila individui (il 5,2% dell’intera popolazione).
Questo dato è peggiore dell’anno precedente. Nel 2008 le persone assolutamente povere
erano 2 milioni e 893 mille, pari al 4,9% dei residenti.
Infine c’è la categoria degli impoveriti, ossia delle persone che non sono computabili statisticamente tra i poveri, ma che hanno visto, nel corso degli anni di crisi, modificarsi la propria condizione economica, in termini peggiorativi e che rischiano, per un qualunque pesante imprevisto (licenziamento, disoccupazione prolungata, riduzione del reddito, malattie, difficoltà a saldare la rata del mutuo, infortunio professionale...) di cadere improvvisamente sotto la linea della povertà. Sono pertanto a rischio di povertà.

In questo ambito sociale non ci sono statistiche precise, ma il disagio è sotto gli occhi di
tutti ed è esperienza diretta di milioni di cittadini. Le cause sono diverse, tra queste, e’ preminente  il tasso di disoccupazione. La Commissione Nazionale di Indagine sull’Esclusione sociale, che  ha fatto propri i dati pubblicati a livello di Comunità Europea e diffusi da Eurostat, afferma che la popolazione italiana a rischio di povertà risulta essere del 20% della popolazione. In concreto 1 Italiano su 5 sarebbe in questa condizione: non povero, ma fortemente impoverito.
Questi i punti di partenza per alcune riflessioni.
La crisi continua in maniera grave e pervasiva mentre la ripresa stenta e si conferma fallimentare l'azione del governo. In questa situazione il conto più salato lo stanno pagando i giovani e la nuova occupazione è unicamente fatta di lavoro precario che ormai riguarda l'80% delle nuove assunzioni. Per loro, per questa che ormai e’ da considerare una generazione senza futuro, nessun atto concreto.

Il dramma dei giovani non entra neanche nell'agenda dei ministeri e restano soltanto annunci il piano nazionale per l'occupabilità o le spese deliberate per la promozione di apprendistato o a sostegno dell'occupazione dei lavoratori svantaggiati, dei disoccupati di lungo periodo. Il ministro Sacconi che programma una festa del futuro per il 25 maggio è lo stesso che accusa i giovani di atteggiarsi a vittime. Vittime si’, ma del governo ‘’Celoduro-Munnizza-Culo Moscio’’ (Bossi-Scilipoti-Berlusconi), che non fa nulla per risolvere la grave situazione di stagnazione del Paese. Un esecutivo che invece se ne disinteressa e non ascolta  le parole del governatore di Bankitalia, Mario Draghi: ‘’Per rilanciare l'economia italiana sarebbero necessari interventi per sostenere l'occupazione giovanile e femminile e per dotare il Paese di infrastrutture non più rinviabili’’.
Il cavaliere che fa?
Pone mano a immediati interventi  per risolvere la crisi da lui sempre negata?
No!
Si inalbera e si preoccupa di restare in sella anziche' studiare interventi per risolvere il problema e favorire la crescita dell' occupazione e la ripresa economica. Tremonti diventa la sua ossessione e teme che il suo superministro, in combutta con Bossi e la Lega, lo voglia sostituire a Palazzo Chigi.
I dati, purtroppo, non indicano quelli di ogni singola famiglia, ma parlando con la gente conosco il disagio di chi non ha lavoro o ha un lavoro cosiddetto flessibile.
Il lavoro e lo sviluppo si creano con riforme profonde e riuscendo ad essere competitivi in un mondo che si è globalizzato e dove anche la domanda di lavoro è di qualità nettamente superiore a prima, ma bisogna fare presto e dare regole di legalita’.
E’ vero che lo Stato non e’ un’ azienda, non si può sostituire all'intera società, non può, lei, offrire un posto di lavoro a tutti. Invece,  ha la responsabilità - insieme a molte altre componenti, insieme a tutta la pubblica amministrazione, insieme all'intera comunita’ -,  di dover creare i presupposti affinché l'economia possa crescere e possa svilupparsi, e possa crescere l'offerta di lavoro.
Lo Stato quindi deve, innanzitutto, eliminare i limiti dello sviluppo e creare i presupposti, e avere un progetto, avere un piano, un modello di sviluppo che intende perseguire.
Allora, io mi chiedo se questo lo sta facendo. Io credo di no.  Anzi, è il modello con cui i partiti della maggioranza si sono presentati alle elezioni che si e' dimostrato inefficiente. E' il modello di sviluppo che sta continuando a portare avanti, in maniera consistente, che dice che in un mondo in cui i mercati ormai si sono globalizzati, in cui le frontiere si sono aperte, in cui i livelli di competizione sono aumentati, non e’ adatto  per mantenere il livello di benessere già raggiunto e possibilmente continuarlo ad aumentare.
I dati dimostrano che ancora molto si deve fare, se non si vogliono tradire le attese dei giovani e delle loro famiglie, l' unico vero ''ammortizzatore sociale'' in grado di impedire gli atti estremi con il quale ha cominciato l' articolo.
Questo governo non ha ancora messo in atto un’iniziativa che abbia soddisfatto le aspettative di chi lo ha votato, o sorprendere positivamente chi non lo ha votato. Credo che se le attese in questo settore, nella disoccupazione giovanile cioe’, saranno soddisfatte, sara’ ricordato per sempre e potra’ di nuovo sperare in una prossima vittoria.
Ho detto che lo Stato deve occuparsi di creare i presupposti, ancora, per lo sviluppo, affinché questo modello di sviluppo possa effettivamente attuarsi.
Cosa vuol dire creare i presupposti? Innanzitutto credo che significhi avere una pubblica amministrazione che sia la più leggera possibile, la più trasparente possibile, la più efficiente possibile, la meno costosa possibile: affinché le risorse possano essere utilizzate appunto per finanziare, per promuovere lo sviluppo e non per il suo stesso funzionamento.
Creare i presupposti, a mio giudizio,  significa anche avere un bilancio ordinato, dove le spese per il funzionamento dell'amministrazione siano ridotte al minimo e vengano liberate delle risorse invece per gli investimenti infrastrutturali, per gli investimenti produttivi, per i servizi alle famiglie, alla scuola, alle persone. Creare i presupposti significa anche trovare, fare in modo, assicurare le risorse adeguate.
L'unico modo possibile per mantenere i posti di lavoro già creati, e possibilmente continuarli ad aumentare, è quello di appropriarci di un livello maggiore di conoscenza, è quello di appropriarci di un livello maggiore di ricerca, di conoscenza anche scientifica, tecnica, di saperi diffusi, perché è solo da questo che si possono creare migliori e nuovi posti di lavoro.
Il lavoro - il lavoro vero, il lavoro produttivo, il lavoro non assistito - nasce dalle capacità, nasce dalla conoscenza, nasce dal saper fare, nasce dai saperi, dagli investimenti importanti nella scuola, nelle Universita’.
Il governo se volesse veramente risolvere il problema della crisi economia e della disoccupazione  dovrebbe disporsi a fare sforzi per adeguarsi ai parametri internazionali della ''Ricerca e Sviluppo'' (R&S).  Nella R&S si celebra, come afferma il sociologo Luciano Gallino, il connubio indissolubile tra scienza e tecnologia, che il termine tecnoscienza da tempo designa. Nelle societa' industriali avanzate, la R&S e' semplicemente una delle piu' efficaci job machine che si conoscano. Purtroppo in Italia la R&S e' una job machine i cui parametri sono largamente al di sotto di quelli degli altri paesi industrializzati, europei e non. In termini di percentuale sul Pil, in Italia, i parametri della R&S oscillano tra un quarto e la meta' degli altri Paesi.
Non voglio suggerire nulla al governo. Quanto scritto sono mie riflessioni basate su quello che sento parlando con le persone, stanche, tra l’ altro, di una politica che fa finta di scendere tra la gente, ma poi non parla, ma soprattutto non vede e non sente.
Il rischio e’ che  il Paese, i giovani della generazione senza futuro, e tutti gli altri a seguire come un effetto domino cadranno in un baratro, per risalire dal quale saranno necessari decenni.
Infine: il fenomeno  poverta’.
Per i poveri e per i nuovi poveri o  per i cittadini fortemente impoveriti c’ e’ poco da fare. Sono condannati a restare in quella drammatica situazione.
I poveri, secondo il sociologo Zygmunt Bauman, non sono piu’ considerati  riservisti dell’ industria e delle forze armate da tenere in buone condizioni affinche’ possano essere richiamati al servizio attivo in qualsiasi momento. Oggi, afferma Bauman, investire nei poveri non e’ un ‘’investimento razionale’’. Essi sono una passivita’ permanente, non un potenziale attivo. Le probabilita’ che ‘’rientrino nei ranghi’’ dell’ industria sono scarse e i nuovi eserciti professionali, piccoli e tirati a lucido, non hanno bisogno di carne da cannone. Il ‘’problema dei poveri’’, una volta visto come questione sociale, prosegue Bauman, e’ stato in gran parte ridefinito in termini di legge e ordine.  Lo Stato non dedica piu’ le sue attenzioni alla poverta’ con lo scopo primario e fondamentale di tenere in buone condizioni i poveri, ma con quello di sorvegliarli e di evitare che facciano danni o che creino problemi, controllandoli, osservandoli e disciplinandoli. Le agenzie che si occupano dei poveri, aggiunge Bauman, non sono la prosecuzione dello ‘’Stato sociale’’, sono, in tutto salvo il nome, le ultime vestigia del Panopticon di Jeremy Bentham, o una versione aggiornata degli ospizi che precedettero l’ avvento del Welfare state. Sono veicoli di esclusione assai piu’ che di inclusione; strumenti per tenere non dentro ma fuori chi e’ povero, e dunque difettoso come consumatore in una societa’ di consumatori.

plz



Le tv e il Garante: sanzioni poche, parole tante

Le tv e il Garante: sanzioni poche, parole tante

 
L'autorità garante delle comunicazioni ha emesso l'ennesima “sentenza di condanna” sull'occupazione delle tv. C'è una “obiettiva sovraesposizione” di Berlusconi nel Tg1 e nel Tg5". Caspita! Come dire che quando piove ci si bagna . L''autorità garante non dovrebbe esplicitare l'ovvio, ma evitare che le violazioni si ripetano. Questo risultato, in tutto il mondo, lo si ottiene con le sanzioni. Che invece non arrivano. O arrivano tardi. O sono così blande da fare il solletico. Il massimo è centomila euro. A parte il fatto che il premier non paga di tasca sua, ma pagano le sue aziende o, se si tratta della Rai, paghiamo noi, sono cifre ridicole. Come punire furti e rapine con multe da poche decine di euro. Ma qua l'oggetto della rapina è la democrazia. Se il garante ha poteri insufficienti, lo dichiari e ne pretenda di ulteriori (e se non li ottiene di dimetta). Ma se non utilizza adeguatamente i poteri che ha, ci risparmi queste prediche. Che Berlusconi controlla l'informazione televisiva l'avevamo capito da soli.
http://www.facebook.com/giovannimariabellu

Scippatori e complici

Scippatori e complici

Martedì scorso, il giorno in cui in cui il presidente del Consiglio si è vantato con Sarkozy di aver escogitato un trucchetto per evitare il referendum sul nucleare, il filo rosso si chiudeva con queste parole: «Cercheranno di non farci votare, proviamo a pretenderlo con tutti i mezzi che abbiamo». Il principale mezzo che abbiamo è andarci, a votare. Andarci comunque, reclamare il diritto di esprimere la nostra opinione su temi che ci riguardano personalmente, tutti e ciascuno: l’acqua pubblica, il destino del nucleare, la giustizia. Ieri è arrivata sulla mia scrivania una lettera di Articolo 21, associazione nata in difesa della libertà di parola e di opinione sancite dalla Costituzione.

Rammenta come il 3 maggio sia la giornata mondiale per la libertà di stampa, qui al l’Unità lo ricordiamo bene: al nostro giornale sarà quel giorno assegnato a Valencia, in Spagna, il Premio libertà di espressione 2011 «per la battaglia condotta contro il sistema di limitazioni e censure stabilite dal governo di Silvio Berlusconi». Dice, Articolo 21, che martedì prossimo consegnerà al presidente della commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli le cinquemila firme raccolte contro l’oscuramento dei quesiti referendari in tv. È un piccolo gesto simbolico. È di simboli e di gesti che le persone hanno bisogno. La vicenda dei referendum è scandalosa. Provate a chiedere in giro, attorno a voi. Molti vi diranno che non si vota più, molti altri che non sanno. La storia è questa. Centinaia di migliaia di persone hanno firmato perchè i referendum si svolgessero. Le firme sono state vagliate, i referendum ammessi. I partiti dell’opposizione hanno chiesto che il giorno del voto fosse lo stesso del secondo turno delle amministrative di maggio. Si sarebbero risparmiati molti milioni di euro. Il governo, sondaggi alla mano, ha temuto che il referendum raggiungesse effettivamente il quorum: che si trasformasse nel primo test nazionale che avrebbe potuto bocciare la sua politica.

Maroni ha perciò deciso, contro ogni logica che non fosse quella di boicottare il voto, di fissare la data a 15 giorni dopo i ballottaggi, il 12 e 13 giugno. Alle urne tre volte in un mese. Dopo Fukushima, inoltre, il premier ha pensato bene di tutelare gli interessi economici rilevantissimi legati all’industria del nucleare e, come ha spiegato a Sarkozy, li ha messi al riparo «dall’onda emotiva» per un paio di anni. Sull’acqua pubblica da privatizzare, un altro business colossale, si sentono da giorni proclami fumosi: niente in concreto, abbastanza per confondere le idee. Nessuna campagna ufficiale è ancora partita, non è neppure chiaro quali saranno i margini di tempo fra l’esito dei ricorsi e il voto. Niente in tv, niente per le strade. Oscuramento totale.

Uno scippo di democrazia che sta avvenendo alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti, nel silenzio quasi generale se si fa eccezione per le associazioni e i gruppi che lavorano incessantemente sul web. Questo governo ha paura di prendere uno schiaffo, le televisioni pubbliche e private si adeguano: nessuno racconta agli italiani che siamo alla vigilia di un voto da cui dipende la loro salute, la loro economia, la loro vita. Un’altra campagna elettorale, quella per le amministrative, impegna le energie dei partiti di ogni schieramento. All’indomani del voto locale, però, non resterà più tempo. Bisogna che la società si mobiliti col passa parola, bisogna che gli stessi italiani che sono scesi in piazza per chiedere dignità per le donne, scuola pubblica per tutti, tutela della Costituzione pretendano ora di esercitare il loro diritto al voto. Voglio votare, semplicemente questo. Andiamo tutti a votare, andiamoci comunque.

da l' Unita'

Ora la Lega teme il metodo Fini - Il fango Giornale-Berluscones

Lorsignori di Il Congiurato

Ora la Lega teme il metodo Fini
Il fango Giornale-Berluscones

di Lorsignori da l' Unita'
IMG
Nella Lega si è insinuato il sospetto che il trattamento finora riservato dal Cavaliere agli ex alleati meno comodi (Fini con i suoi colonnelli e Casini con Saverio Romano e seguaci) cominci ad essere applicato anche al Senatur. D’altra parte fu Bossi il primo a rischiare una scissione quando, nel lontano 1994, di fronte alle minacce di abbandono della maggioranza da parte del Carroccio, Berlusconi tentò di animare una propria corrente leghista e produsse la fuoriuscita di parlamentari come Lucio Malan e Maria Grazia Siliquini. Sì proprio lei. Il 13 dicembre di quel 1994, dalle colonne del Giornale, annunciò anche di aver messo insieme le firme di 53 parlamentari leghisti pronti a lasciare Bossi nel caso in cui il Senatur avesse abbandonato il centro destra.
Le tecniche, strumenti e i protagonisti erano pressappoco gli stessi di ora. E, infatti, il fantasma del ’94 è stato avvistato a Via Bellerio tre giorni fa, quando Bossi e Maroni hanno letto la dichiarazione del loro capogruppo Reguzzoni sui bombardamenti in Libia : «Appare chiaro che la situazione attuale è una conseguenza di quanto deciso dagli alleati, i rapporti con i quali non possono essere messi in discussione». Ma come, Berlusconi mette il Senatur davanti al fatto compiuto senza nemmeno avvisarlo, cosa che invece aveva fatto con Pierferdinando Casini, e Reguzzoni decide di chiudere il caso come se fosse un incidente qualsiasi? Solo perché con Cicchitto aveva concordato quella linea? Il minimo che Bossi e Maroni potessero fare era sconfessarlo, come hanno fatto nel giro di pochi minuti, in modo da chiarire la posizione del partito, ma non certo da allontanare la paura di una divisione interna ispirata dal Cavaliere. Del resto prima che arrivassero gli attacchi del Giornale a Tremonti avevamo segnalato che proprio la testata di Paolo Berlusconi aveva pubblicato qualche giorno prima un articolo che faceva i conti in tasca alla Lega e alla famiglia Bossi, moglie compresa. Ricorda qualcosa?

L'OPPOSIZIONE-STAMPELLA DI B

il Fatto Quotidiano Politica & Palazzo
30 Aprile 2011
   L'OPPOSIZIONE-STAMPELLA DI B
Le assenze tra i deputati Pd, Idv, Udc e Fli hanno salvato il governo sul Dpef. Ed è caos sulle mozioni per i bombardamenti in Libia. Intanto Veltroni apre un nuovo dibattito interno. Contro Bersani
Diciassette democratici su 206, nove Udc su 39, due Idv – compreso Di Pietro – su 22, cinque finiani – Bocchino incluso – su 29. Grazie a tutte queste defezioni, l'opposizione ha perso l'occasione di mandare il governo gambe all'aria sul documento di programmazione economico-finanziaria, un importante provvedimento di bilancio. Il leader dell’Italia dei Valori dice: “Era un voto come tanti altri, l’occasione sulla quale far cadere il governo è un’altra: sarà mercoledì quando si dovrà votare la mozione sulla Libia”. Se la rottura tra Lega e Pdl dovesse consumarsi definitivamente martedì, però, sarebbero proprio le mozioni di Pd e Terzo Polo a tenere in piedi la linea dei bombardamenti sostenuta anche dal governo. “Noi facciamo da stampella al Paese in un momento di difficoltà”, dice centrista Rao. “Il nostro è impegno serio”, gli fa eco Della Vedova. Il Partito democratico, invece, parla d'altro: Veltroni concede un'intervista al Foglio di Giuliano Ferrara (leggi l'articolo) per annunciare una imminente discussione nel partito  di Paola Zanca

1° maggio: lo Monaco, "Lele Mora a Portella della Ginestra. E' l'indice del degrado". Giulietti-Vita: "un oltraggio alla memoria"

E' NATURALE CHE GAETANO CARRAMANO, SINDACO DI PIANA DEGLI ALBANESI, INVITI ALLA SAGRA DEL CANNOLO LELE MORA, NOTO ESPERTO DI ''CANNOLI'', IL COMPORTAMENTO DI QUESTO SINDACO, CHE ANDREBBE SUBITO DESTITUITO DALLA CARICA, E' COERENTE CON I SUOI COMPORTAMENTI DI POLITICO DI DESTRA. DA QUANDO E' IN CARICA IL GONFALONE DI PIANA DEGLI ALBANESI NON VIENE PIU' PORTATO SUL LUOGO SIMBOLO DELLE LOTTE DEI LAVORATORI E DISERTA LE CERIMONIE DI COMMEMORAZIONE DELL' ECIDIO. ''TROPPA POLITICA'', AFFERMA. 
PER CHI NON SA COSA SIA ACCADUTO A PORTELLA DELLA GINESTRA IL PRIMO MAGGIO 1947 CONSIGLIO DI LEGGERE WIKIPEDIA.

Articolo 21 - INTERNI
1° maggio: lo Monaco, "Lele Mora a Portella della Ginestra. E' l'indice del degrado". Giulietti-Vita: "un oltraggio alla memoria"
Condividi su Facebook Condividi su OKNOtizie Condividi su Del.icio.us.

di Redazione

1° maggio: lo Monaco, "Lele Mora a Portella della Ginestra. E' l'indice del degrado". Giulietti-Vita: "un oltraggio alla memoria" “Nell’occasione del 29° anniversario dell’uccisione di Pio La Torre e Rosario Di Salvo apprendiamo la notizia che Lele Mora, indagato per gravissimi reati contro la morale, è stato invitato dal sindaco di Piana degli Albanesi alla annuale Sagra del Cannolo. In un comune dove si celebra domani la strage di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947. Un’offesa alla memoria di Barbato, capo del movimento dei fasci siciliani e degli undici lavoratori uccisi per mano mafiosa nella strage. Un’offesa alla memoria democratica dei lavoratori della Sicilia e del Paese. È l’indice del degrado della politica, dei valori di difesa della Costituzione”. E’ quanto rivela sul sito di Articolo21 Vito Lo Monaco, Presidente Centro Pio La Torre di Palermo.
“Chiediamo a tutti – afferma lo Monaco - di non andare a comperare i cannoli quel giorno, ma di andare prima o dopo per non compromettere il lavoro di tanti artigiani e in segno di un rifiuto critico di un consumismo amorale e negativo.
Invitiamo inoltre tutti a partecipare alla manifestazione del 1° maggio in onore anche di Pio La Torre che fu segretario della Camera del Lavoro di Palermo e della Cgil Siciliana”.
“La denuncia di Vito Lo Monaco e del centro Pio La Torre non può passare sotto silenzio”. E’ il commento di Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo21 e Vincenzo Vita, senatore Pd. Ci auguriamo che questo vero e proprio oltraggio alla memoria di chi fu ammazzato il Primo maggio a Piana degli Albanesi non sia consumato, meglio sarebbe annullare tutto e consentire ai familiari delle vittime di ricordare da soli in compagnia di chi non li ha mai abbandonati e continua a credere nella legalità repubblicana, nella costituzione nella lotta contro le mafie e i loro protettori.   A Lele Mora si addicono altro tipo di celebrazioni e di feste, non certo quella di Piana degli Albanesi”.

Un'unzione poco spirituale - La domanda del giorno: santo subito o santo dubbio?

COMMENTO
  |   Filippo Gentiloni



Wojtyla, fu vera gloria? Molti oggi se lo chiedono. Il Vaticano, d'altronde, sembra approfittare della celebrazione per rafforzare la sua immagine nel mondo, in un momento certamente difficile. Sul "manifesto" in edicola due pagine di commenti e interviste.
Leggi l'inserto del manifesto "Non se ne fa un altro" del 3 aprile 2005 (pdf)
[...]   leggi 





  |  

Primo maggio, festa del lavoro e della beatificazione di Karol Wojtyla. Un papa osannato ma anche molto discusso per la svolta conservatrice imposta alla Chiesa. Santo subito o santo dubbio?
[...]   leggi 

da il Manifesto  
 

PATRIZIO GONNELLA – Gli argomenti populisti di Maroni contro l’Ue

PATRIZIO GONNELLA – Gli argomenti populisti di Maroni contro l’Ue

pgonnellaDue sono stati gli argomenti del ministro Maroni usati per commentare criticamente la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che condanna l’Italia per come tratta gli immigrati. Nello specifico la sentenza invita i giudici italiani a disapplicare la normativa nazionale nella parte in cui prevede sanzioni penali e carcerarie per quegli stranieri che non ottemperano all’obbligo di espulsione. Primo argomento del ministro: perché la Ue se la prende solo con l’Italia e non con altri paesi che hanno norme simili? L’argomento è tipico da scolaro della scuola elementare o da persona multata per divieto di sosta: perché la maestra se la prende solo con me visto che anche gli altri stavano facendo chiasso o perché il vigile ha multato solo me visto che anche altri avevano parcheggiato dove era vietato? Che ad argomentare così sia un alunno di prima elementare o un cittadino indispettito dal traffico è comprensibile. Che a farlo sia un ministro degli Interni fa sorridere e preoccupare.
La sentenza della Corte di Giustizia è arrivata perché l’Italia è nella illegalità rispetto alle norme europee. Queste intendono favorire i rimpatri volontari e non ammettono il trattamento penal-carcerario degli immigrati privi di permesso di soggiorno. Secondo argomento del ministro: la Ue ci complica la vita nella nostra politica contro l’immigrazione. La Ue non è una associazione sovversiva né una organizzazione non governativa. La Ue è anche l’Italia e l’Italia deve soggiacere alle regole sovra-nazionali. La politica italiana sull’immigrazione è un mix di repressione, populismo penale, xenofobia. Giustamente la Ue ci complica la vita. Se così non fosse l’Europa verrebbe meno alla sua centenaria tradizione umanocentrica e il governo italiano – in testa il suo ministro degli Interni – potrebbe continuare a incarcerare persone solo perché prive di un documento.
La legge in vigore – che ora i giudici nostrani dovranno disapplicare – ne prevede l’arresto obbligatorio. Nel 2010 quasi diecimila persone sono entrate in carcere per non aver ottemperato all’obbligo di espulsione del questore. Altrettante nel 2009. Anni in cui era già in vigore la direttiva europea che vietava tali incarcerazioni. E se gli immigrati ingiustamente imprigionati si organizzassero per una class action chiedendo un risarcimento per ingiusta detenzione?
Patrizio Gonnella

''Culo flaccido'' passera' alla storia come il ''baciator cortese''

''Culo flaccido'' (copyright Nicole Minetti) 
ha di sicuro conquistato un posto nella storia: 
sara' ricordato come il ''baciator cortese''

L' interprete principale e' sempre il ''baciator cortese'', gli altri sono Benedetto XVI, Gheddaffi, Sarkozy, due escort, Angela Merkel, Debora Bergamini, un mostro, Blair, Bossi, Maria Vittoria Brambilla, Bush, una fan, Casini (prima dello strappo elettorale del 2008), Daniela Santanche', Fini (prima della cacciata dal Pdl), Casini, Gheddaffi
''Culo flaccido'' languidamente concede i suoi baci, i partner, escluso pochi, sono un po' schifati. Le immagini sono elequenti.



















Infine il ''baciator cortese'', stanco, cade stremato a terra e  viene portato  in braccio a riposare


PAOLO FLORES D’ARCAIS – I ladri di Pisa e l’opposizione “fai da te”

 il baciator cortese culo moscio bacia il celoduro di Pontida
 
 

PAOLO FLORES D’ARCAIS – I ladri di Pisa e l’opposizione “fai da te”

pfloresdarcaisBerlusconi e Bossi sembrano – sputati – quelli del detto toscano: i due ladri di Pisa che litigano di giorno e vanno a rubare insieme di notte. In questo caso non stiamo facendo riferimento alle grassazioni ennesime e infinite delle cricche di regime che prosperano grazie al malgoverno di B e B, ma al miserabile minuetto che stanno intrecciando sui bombardamenti contro Gheddafi. Di giorno fanno finta di darsele di santa ragione, il “celoduro” gracchia che “o lo stop ai raid o può succedere di tutto”, il “culomoscio” (come lo chiamano le sue prezzolate) risponde chiedendo che Napolitano protegga il governo contro i celti che vogliono fargli la bua. Di notte, però, in quella notte della democrazia liberale che è ormai diventato il parlamento degli Scilipoti, si scambiano amorosi sensi per continuare a tenere in vita il governo di Roma-Milano-ladrone, tanto i telegiornali minzolinizzati daranno a bere agli italiani quello che fa comodo al Narcisocrate di Arcore e al suo scudiero di Pontida.
Nel frattempo l’opposizione non c’è, per non smentirsi. E se per caso c’è, dorme. L’altro giorno, per dire, poteva tranquillamente mandare sotto il governo su un documento cruciale di politica economica, ma erano assenti in quaranta. Sarà bene che ogni cittadino si attrezzi perciò per l’“opposizione fai da te”, si consideri comitato centrale di se stesso, non si limiti più a essere “opinione pubblica” e neppure pubblico manifestante quando c’è da scendere in piazza, ma cominci a organizzare club ispirati ai valori costituzionali di “giustizia e libertà” per vincere le battaglie che l’opposizione canonica spesso non vuole neppure combattere.
I referendum, in primo luogo. I ladri di Pisa faranno di tutto per scipparli al popolo sovrano, visto che per loro deve coincidere col popolo bove. Se ciascuno di noi si attiva fin da ora, in prima persona, considerando la politica “diretta” un appassionante e personale “bricolage”, la sinergia esponenziale dei volantini e manifesti creati dal basso, fatti circolare di sito in sito, realizzati e diffusi artigianalmente, possono diventare quella tv alternativa che faccia affogare il regime nel-l’acqua pubblica, lo faccia esplodere nel nucleare e lo mandi alla sbarra senza più legittimo impedimento.
Ma anche il voto di Napoli, per De Magistris sindaco, e quello di Milano, per un sonoro no alla Moratti, costituiranno momenti cruciali. Si può andare al ballottaggio e vincere in entrambi i casi, e allora la villa del bunga bunga smetterebbe di colpo di essere la capitale.
Paolo Flores d’Arcais

Messico: sconfitta della stampa, ascesa dei NarcoMedia

 
Articolo 21 - MediaTrotter
Messico: sconfitta della stampa, ascesa dei NarcoMedia
Messico: sconfitta della stampa, ascesa dei NarcoMedia Giulio D'Eramo
Ieri la Repubblica e altri giornali riportavano la notizia del raggiungimento quota 10mila assassini legati al narcotraffico nei primi 10 mesi dell'anno. Dal 2006 siamo a 26mila morti . Come riporta Petri nel suo articolo “l'emblema della sconfitta e' Ciudad de Juarez, citta' al confine con gli stati uniti che vanta una media di 192 omicidi al mese”, ovvero 2300 l'anno su una citta' che conta 100mila abitanti in tutto (+ di due persone su cento trovano ogni anno la morte per mano di organizzazioni criminali).

C'era una volta Pancho Villa, c'era una volta Emiliano Zapata, c'erano una volta le guerre civili in cui l'interesse di alcuni coincideva con le rivendicazioni di molti, in cui i capi avevano la necessita'di presentarsi come difensori degli interessi altrui. In cui per certi versi si combatteva per piu' giustizia, per maggiori diritti. La guerra messicana di oggi appartiene invece a quella catena di insurrezioni che sono dichiaratamente portate avanti per gli interessi particolari di soggetti molto ricchi e molto potenti. Come in altri paesi, si assiste in Messico ad una crescente arroganza del denaro; naturalmente dato che in questo caso i potenti in questione sono dei sanguinari narcotrafficanti, quest'arroganza si fa violenta non solo a parole.


La tragedia e' talmente pesante che il conservatorissimo Felipe Calderon aveva (per poco) addirittura caldeggiato la legalizzazione di alcune droghe come la marijuana, per sottrarre alle organizzazioni criminali almeno una parte di quegli incredibili introiti che sono il carburante e la causa di questa guerra civile. Ma esclusa questa bislacca proposta senza avvenire il governo non sembra avere altre credibili alternative, dato che neache i fondi e l'intelligence stanziati dagli stati uniti l'anno hanno sortito alcun effetto.

In tempi di guerra si sa che la liberta' e' la prima, anche se non la piu' importante, delle vittime. Se guardassimo al numero dei giornalisti uccisi quest'anno (tra i 9 e i 20 a seconda delle fonti, l'ultimo il 5 novembre), potremmo pensare che la stampa soffra meno di altre categorie. Ma in realta' le proporzioni della sconfitta sono senza precedenti, nel senso che la stampa ha letteralmente alzato bandiera bianca.
Numerosi sono i casi simili a quello della citta' di Reynosa, dove il Cartello del Golfo controlla tutto, dalla polizia al governo, ma sulla stampa locale non esce niente, visto che e' anch'essa nelle mani dei narcotrafficanti.
Ma ancora piu' emblematico e' il silenzio di grandi giornali indipendenti.Il 24 settembre scorso El Diario, quotidiano di Ciudad de Juarez, ha pubblicato in prima pagina una lettera dell'editorialista Gerardo Rodriguez ai narcotrafficanti. Era intitolata ”Diteci cosa volete”. In un'intervista con B. Gladstone Rodriguez spiega:”mentre prima i narcos chiamavano in redazione per minacciare rappresaglie in caso di pubblicazione di alcuni articoli, adesso ammazzano i nostri giornalisti senza preavvisi e senza spiegare perche'. Credo che una storia non valga una vita. Il mio editoriale esprime soprattutto il riconoscimento del fatto che in citta' l'autorita' sono loro, cosa spesso non ammessa dalla stampa. I Cartelli non sono composti solo da criminali. A volte sono politici”.

Piuttosto che una difficile analisi statistica dell'effettiva percentuale dei crimini riportati dalla stampa, potremmo qui usare un esempio che secondo me illustra bene la situazione: il 4 ottobre  a Nueva Loredo, citta' al confine con gli stati uniti, durante una sanguinosa sparatoria sparisce anche un turista americano. Il giorno dopo il piu' importante giornale locale (el Manana) non riporta la notizia, ma trova il tempo e la voglia di pubblicare in prima pagina un fondamentale articolo sui puffi, corredato dalla gioiosa foto di Grande Puffo.

In tutto cio' i segnali del governo sono contraddittori: mentre due mesi fa ha passato una legge che rafforza le protezioni di cui godono i giornalisti, continuano episodi di radio locali chiuse o multate dalla polizia. L'ultimo episodio riguarda la Radio Tierra y Libertad di Monterrey, il cui direttore e' stato condannato a due anni di prigione e costretto a chiudere per mancanza di regolare licenza – da sottolineare il fatto che la Radio aveva legalmente ottenuto la licenza un anno fa, dopo sette anni di attesa. Solo qualche settimana prima la stessa sorte era toccata ad una radio in Chiapas. D'altronde uno studio pubblicato dall'organizzazione britannica Article 19 sottolinea come il 65% degli attacchi alla liberta' di stampa arrivi dal governo, spesso in seguito ad articoli sulla corruzione di funzionari pubblici.

Ma la sconfitta dei Media tadizionali non viene da sola: e' infatti accompagnata dall'ascesa di quelli che alcuni hanno gia' ribattezzato i  NarcoMedia. I narcotrafficanti infatti, non contenti di aver ridotto al silenzio l'intero paese, stanno da tempo studiando e sperimentanto nuove strategie d'immagine. L'ultimo eclatante episodio risale a 2 settimane fa, quando e' apparso in rete il video di un uomo, circondato da uomini pesantemente armati, che confessava le collusioni di sua sorella ( procuratrice dello stato di Chihuahua) con alcune organizzazioni criminali.  Il fenomeno era cominciato anni fa con decapitazioni registrate -tipo Al-Qaeda per intenderci- di onesti funzionari pubblici. Da questo primo uso si e' passati alle confessioni pubbliche: a luglio quattro giornalisti erano stati rapiti e liberati solo quando le televisioni avevano accettato di mandare in onda un video in cui una guardia carceraria, circondata da uomini armati, confessava di aver lavorato per il cartello rivale. Da notare che il video era gia stato messo su Youtube, ma i narcos volevano piu' visibilita'.
Ovviamente l'attendibilita' di questo genere di confessioni lascia il tempo che trova, specialmente  perche' molto spesso non si capisce neanche chi siano i rapitori:  narcotrafficanti rivali, paramilitari, esercito?

Di sicuro pero' c'e' un fatto: i narcos vogliono sempre di piu', ed oltre che al potere vogliono anche una legittimazione mediatica. D'altronde, come noi sappiamo bene, la verita' puo' diventare un'opinione se ogni fatto viene annegato in un mare di pareri contrastanti.
Terreno fertile per la nascita di questi nuovi media e' infatti il luogo in cui qualsiasi informazione e' vista come una opinione,  in cui la verita' giornalistica non e' ritenuta altro che una interpretazione dei fatti funzionale agli interessi di qualcuno, in cui infine la propaganda piu' becera gode dello stesso grado di autorevolezza delle indagini della magistratura.

da MediaTrotter
Fonti: IndexonCensorship, RSF, CPJ,Colbert Report, etc