martedì 31 maggio 2011

Un successo, ma andiamo avanti

 
Articolo 21 - Editoriali
Un successo, ma andiamo avanti
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di Carlo Smuraglia*

C'è un entusiasmo, un'emozione diffusa, a fronte dei dati che ci provengono da tutta Italia, che non è possibile non condividere. Da queste amministrative esce un' indicazione fortissima e chiara, una volontà di cambiamento, che non riguarda solo la gestione delle città e delle provincie in cui si è votato, ma va molto al di là ed esprime un sentimento popolare lungamente atteso e che ora finalmente si manifesta. Ho scritto pochi giorni fa che il degrado e la deriva in cui sta precipitando il nostro Paese, avevano superato ormai il livello di guardia; e sottolineavo il fatto che, a fronte dell'indifferenza e della rassegnazione di molti, stavano emergendo molti segnali di volontà di riscossa.

Ecco, oggi, essi si sono manifestati, con una presa di posizione collettiva e popolare che non può non essere raccolta. C'è un forte desiderio di buona amministrazione, di correttezza, di moralità; ma c'è anche una forte volontà di ritorno ai valori di fondo, su cui si basa la nostra convivenza civile ed attorno ai quali è costruita la nostra Costituzione.

Ce lo dice il fatto che questo anelito non si esprime solo a Milano o a Napoli, ma anche in tante città, con lo stesso segno e la stessa indicazione politica. C'è una manifestazione che viene dal profondo della società civile, preme nella direzione della politica buona, della pulizia, della democrazia. E questo che ci rende partecipi dell'entusiasmo con cui vengono accolte le notizie trasmesse dalle radio e dalle televisioni, è per questo che si batte l'ANPI, nell'aspirazione ad un Paese, civile, democratico, antifascista, un Paese in cui trionfino il rispetto delle istituzioni, la tolleranza reciproca, l'uguaglianza, i diritti. Un Paese nel quale non ci sia posto per il disprezzo delle regole, per il razzismo, per la sopraffazione e nel quale davvero la legalità, il lavoro e la dignità costituiscano il fondamento della Repubblica.

Tutto questo ci dicono i risultati di oggi, che spero vengano colti da tutti nella loro interezza e nei loro più profondi significati.

E' chiaro che non possiamo fermarci su questo successo della ragione e della democrazia; dobbiamo impegnarci tutti perché il Paese assuma un volto nuovo, corrisponda alle attese, ai sogni, alle speranze di chi ha combattuto per la libertà, spesso sacrificando la propria vita. Insomma, non fermiamoci qui, sugli allori; ma andiamo avanti, difendiamo ed attuiamo la Costituzione, ridiamo il loro posto ai valori, ai princìpi che davvero devono regolare la vita di un Paese democratico e civile.

*Presidente Nazionale ANPI      
  

Bankitalia. L’addio di Draghi: “per favorire la crescita, subito la manovra e ridurre le tasse".

 
Articolo 21 - Editoriali
Bankitalia. L’addio di Draghi: “per favorire la crescita, subito la manovra e ridurre le tasse".
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di Gianni Rossi

All’indomani dello stravolgimento del quadro politico nazionale, dovuto alle elezioni amministrative che hanno visto la vittoria ai ballottaggi del centrosinistra in alcuni comuni “strategici”, ecco che suonano come “soave musica per le orecchie” dell’opposizione le Considerazioni finali del Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, lette durante l’ultima Assemblea annuale, prima di lasciare Palazzo Koch e assumere il prestigiosissimo incarico di Presidente della BCE a Francoforte. “Tornare alla crescita”: questo il tema centrale della sua relazione. Ma soprattutto un giudizio severo, pacato sui mali strutturali che affliggono il nostro paese e l’incapacità dal 2006 ad oggi da parte di tutto il sistema politico di affrontarli alle radici, riportando l’Italia ai livelli degli altri partner europei. Un’analisi rigorosa, ma anche un appello di cuore da parte di questo “civil servant”, formatosi alla “scuola” di Carlo Azeglio Ciampi, che lo volle sempre al suo fianco quando fu Governatore e poi al governo, incaricandolo di seguire le privatizzazioni e di gestire il ministero del Tesoro come Direttore generale, al fine di creare le condizioni pratiche per risanare i debiti e di entrare nell’Euro.
Alla presenza proprio del suo “maestro”, purtroppo in salute malferma, Draghi ha indicato alcune strade da percorrere a quanti, nella maggioranza e nell’opposizione, sentiranno il dovere e la responsabilità di “voltare pagina”, visto che, come lui stesso sostiene: “Antiche contrapposizioni sono in gran parte venute meno. In Europa, i progressi verso forme sempre più avanzate di integrazione e, in Italia, una inedita condivisione della diagnosi dei problemi che affliggono l’economia rappresentano favorevoli punti di partenza. Va raggiunta una unità di intenti sulle linee di fondo delle azioni da intraprendere. Ciò che può unire è più forte di ciò che divide. Oggi bisogna in primo luogo ricondurre il bilancio pubblico a elemento di stabilità e di propulsione della crescita economica, portandolo senza indugi al pareggio, procedendo a una ricomposizione della spesa a vantaggio della crescita, riducendo l’onere fiscale che grava sui tanti lavoratorie imprenditori onesti.”.
Certo, non è così facile, ma aggiunge Draghi: “La crescita di un’economia non scaturisce solo da fattori economici. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze. Occorre sconfiggere gli intrecci di interessi corporativi che in più modi opprimono il Paese; è questa una condizione essenziale per unire solidarietà e merito, equità e concorrenza, per assicurare una prospettiva di crescita al Paese.”.
Un invito a quelle forze politiche e sociali davvero responsabili, che finora hanno resistito alle “sirene” dell’Incantatore di Arcore, secondo cui “tutto va bene madama la marchesa”. Quel Berlusconi che predica di voler cambiare tutto, purchè nulla di sostanziale cambi, se non i meccanismi fondamentali della democrazia, dalla giustizia alla Costituzione, alle regole del mercato liberale e concorrenziale, alle conquiste sociali e al welfare state. Un “affossatore” dello stato di diritto, che in 17 anni ha portato il paese quasi alla bancarotta e all’emergenza economica e sociale, traendo benefici da leggi “ad personam”, aumentando la sua ricchezza personale, ma portando discredito al livello internazionale. “State rubando il futuro alle nuove generazioni” è l’accusa che cresce dalle piazze colme di giovani, vestiti di arancione, che hanno portato alla vittoria i candidati sindaci a Milano e Napoli. Lo stesso cruccio è del Governatore: Quale paese lasceremo ai nostri figli? Tante volte abbiamo indicato obiettivi, linee di azione, aree di intervento. A distanza di cinque anni, quando si guarda a quanto poco di tutto ciò si sia tradotto in realtà, viene in mente l’inutilità delle prediche di un mio ben più illustre predecessore. Abbiamo vissuto fasi di sviluppo impetuoso: nel primo quindicennio del Novecento il prodotto per abitante aumentò del 30 per cento; dopo la seconda guerra mondiale, si accrebbe del 140 per cento in quindici anni. A ridosso di quelle due fasi l’Italia seppe esprimere una unità di intenti di fondo. In altri periodi il progresso, lo sviluppo, sono stati frenati da divisioni, conflitti di fazione, un indebolirsi della fiducia fra cittadini e Stato. Molti squilibri, in primo luogo quello fra Nord e Sud, sono stati solo in parte sanati. Le diversità sono una cifra storica dell’Italia, più che di altri paesi. Da fonte di ricchezza esse si sono non di rado tramutate in reciproca interdizione, blocco dello sviluppo.”.
Ecco allora il monito di colui che avrebbe potuto incarnare il leader di una coalizione antiberlusconiana, ma che Tremonti e Berlusconi hanno anche per questo fatto di tutto perché traslocasse sulla scrivania più ambita nell’Eurotower della  BCE, a Francoforte. Come ridurre il gap di crescita e sviluppo nei confronti dei principali concorrenti europei? Come affrontare il grande handicap dei conti pubblici in rosso, che frenano le aspettative di ripresa e attanagliano le prospettive di un futuro degno di una paese fondatore dell’Unione e dell’Euro, anziché farlo precipitare nel vortice del fallimento come per i cosiddetti PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna)? Draghi è spietato nel suo atto di accusa sui mali italiani: “Dall’avvio della ripresa, nell’estate di due anni fa, l’economia italiana ha recuperato soltanto 2 dei 7 punti percentuali di prodotto persi nella crisi. Nel corso dei passati dieci anni il prodotto interno lordo è aumentato in Italia meno del 3 per cento; del 12 in Francia, paese europeo a noi simile per popolazione. Il divario riflette integralmente quello della produttività oraria: ferma da noi, salita del 9 per cento in Francia. Le dinamiche retributive sono da noi modeste, non potendo troppo discostarsi da quelle della produttività: la domanda interna ne risente. Le retribuzioni reali dei lavoratori dipendenti nel nostro paese sono rimaste pressoché ferme nel decennio, contro un aumento del 9 per cento in Francia; i consumi reali delle famiglie, cresciuti del 18 per cento in Francia, sono aumentati da noi meno del 5, e solo in ragione di una erosione della propensione al risparmi. La sfida della crescita non può essere affrontata solo dalle imprese e dai lavoratori direttamente esposti alla competizione internazionale, mentre rendite e vantaggi monopolistici in altri settori deprimono l’occupazione e minano la competitività complessiva del Paese.”.
Il sistema delle infrastrutture, che sono la spina dorsale per il trasporto di merci e persone, che possono avvicinare o allontanare il paese dal resto d’Europa, è in piena crisi, accusa Draghi, nonostante le mirabolanti promesse di Berlusconi con il suo “contratto con gli italiani” del 2001 e in seguito con gli avveniristici progetti del ponte sullo Stretto, sulla TAV Lione-Torino e adeguamento dell’Autosole: “L’Italia è indietro nella dotazione di infrastrutture rispetto agli altri principali paesi europei, pur con una spesa pubblica che dagli anni Ottanta al 2008 è stata maggiore in rapporto al PIL. I programmi del Governo prevedono che l’incidenza della spesa scenda all’1,6 per cento nel 2012, dal 2,5 del 2009; nella media dell’area dell’euro la spesa programmata per il 2012 è del 2,2 per cento del PIL, dal 2,8 del 2009. Incertezza dei programmi, carenze nella valutazione dei progetti e nella selezione delle opere, frammentazione e sovrapposizione di competenze, inadeguatezza delle norme sull’affidamento dei lavori e sulle verifiche degli avanzamenti producono da noi opere meno utili e più costose che altrove. I progetti finanziati dal Fondo europeo di sviluppo regionale vengono eseguiti in tempi quasi doppi rispetto a quelli programmati, contro ritardi medi di un quarto in Europa, e i costi eccedono i preventivi del 40 per cento, contro il 20 nel resto d’Europa. Nell’alta velocità ferroviaria e nelle autostrade i costi medi per chilometro e i tempi di realizzazione sono superiori a quelli di Francia e Spagna, in una misura solo in parte giustificata dalle diverse condizioni orografiche. È necessario recuperare efficienza nella spesa, anche per sfruttare appieno le risorse dei concessionari privati e quelle comunitarie, che non pesano sui conti pubblici. A oggi sono stati completati poco più del 60 per cento degli ampliamenti concordati nel 1997 tra l’ANAS e la principale concessionaria autostradale e meno del 30 di quelli decisi nel programma del 2004; il programma più recente, del 2008, è ancora in fase di studio. Le opere da realizzare valgono circa 15 miliardi. I fondi strutturali comunitari attualmente a nostra disposizione sono stati spesi solo per il 15 per cento: quelli non spesi ammontano a 23 miliardi, a cui va associato il relativo cofinanziamento nazionale. Accelerare tutti questi interventi darebbe un forte impulso all’attività economica.”.
Schietta e altrettanto inclemente l’analisi sul mondo del lavoro, dove la flessibilità colpisce  i giovani e le donne e la precarietà è sinonimo di bassa crescita: “La diffusione nell’ultimo quindicennio dei contratti di lavoro a tempo determinato e parziale ha contribuito a innalzare il tasso di occupazione, ma al costo di introdurre nel mercato un pronunciato dualismo: da un lato i lavoratori in attività a tempo indeterminato, maggiormente tutelati; dall’altro una vasta sacca di precariato, soprattutto giovanile, con scarse tutele e retribuzioni. Riequilibrare la flessibilità del mercato del lavoro, oggi quasi tutta concentrata nelle modalità d’ingresso, migliorerebbe le aspirazioni di vita dei giovani; spronerebbe le unità produttive a investire di più nella formazione delle risorse umane, a inserirle nei processi produttivi, a dare loro prospettive di carriera. La scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro è un fattore cruciale di debolezza del sistema, su cui stiamo ora concentrando la nostra ricerca. Oggi il 60 per cento dei laureati è formato da giovani donne: conseguono il titolo in minor tempo dei loro colleghi maschi, con risultati in media migliori, sempre meno nelle tradizionali discipline umanistiche. Eppure in Italia l’occupazione femminile è ferma al 46 per cento della popolazione in età da lavoro, venti punti meno di quella maschile, è più bassa che in quasi tutti i paesi europei soprattutto nelle posizioni più elevate e per le donne con figli; le retribuzioni sono, a parità di istruzione ed esperienza, inferiori del 10 per cento a quelle maschili. Il sistema di protezione sociale deve essere posto in grado di offrire, a chi perde definitivamente il lavoro e ne cerca attivamente un altro, un sostegno sufficiente; occorre che la sorte di chi lavora in aziende che non hanno più prospettive di mercato sia resa meno drammatica, anche per non ostacolare il fisiologico ricambio delle imprese.”.
Ecco, quindi, l’indicazione di fare presto per rimettere i conti pubblici in ordine, già a fine giugno, senza aspettare il 2014. Critica i tagli “lineari” alla Tremonti e suggerisce di spulciare le tante voci di spesa pubblica, in modo così di aiutare la crescita economica, oltre che ridurre le tasse, specie per chi lavora e chi produce, colpendo invece le rendite finanziarie. Certo, Draghi non fa cifre, ma l’obiettivo, che fissa in percentuale, si aggira sui 40/50 miliardi di euro: “Appropriati sono l’obiettivo di pareggio del bilancio nel 2014 e l’intenzione di anticipare a giugno la definizione della manovra correttiva per il 2013-14. Senza sacrificare la spesa in conto capitale oltre quanto già previsto nello scenario tendenziale e senza aumentare le entrate, la spesa primaria corrente dovrà però ancora contrarsi, di oltre il 5 per cento in termini reali nel triennio 2012-14, tornando, in rapporto al PIL, sul livello dell’inizio dello scorso decennio. Per ridurre la spesa in modo permanente e credibile non è consigliabile procedere a tagli uniformi in tutte le voci: essi impedirebbero di allocare le risorse dove sono più necessarie; sarebbero difficilmente sostenibili nel medio periodo; penalizzerebbero le amministrazioni più virtuose. Una manovra cosiffatta inciderebbe sulla già debole ripresa dell’economia, fino a sottrarle circa due punti di PIL in tre anni. Occorre invece un’accorta articolazione della manovra, basata su un esame di fondo del bilancio degli enti pubblici, voce per voce, commisurando gli stanziamenti agli obiettivi di oggi, indipendentemente dalla spesa del passato; impiegandouna parte dei risparmi così ottenuti in investimenti infrastrutturali. Andrebbero inoltre ridotte in misura significativa le aliquote, elevate, sui redditi dei lavoratori e delle imprese, compensando il minor gettito con ulteriori recuperi di evasione fiscale.”.
Infine un’altra sentenza di scetticismo verso il federalismo fiscale, tanto voluto dalla Lega e pensato da Tremonti come la “soluzione finale” per ridurre la tassazione: “Il federalismo fiscale può aiutare, responsabilizzando tutti i livelli di governo, imponendo rigidi vincoli di bilancio, avvicinando i cittadini alla gestione degli affari pubblici. Due condizioni sono cruciali: che i nuovi tributi locali siano compensati da tagli di quelli decisi centralmente e non vi si sommino; che si preveda un serrato controllo di legalità sugli enti a cui il decentramento affida ampie responsabilità di spesa.”.

Adesso B. se la prende con Tremonti E difende Scilipoti: persona stupenda

il Fatto Quotidiano Politica & Palazzo
31 Maggio 2011
   Adesso B. se la prende con Tremonti
  E difende Scilipoti: persona stupenda
Dopo il tracollo elettorale (leggi), il premier a colloquio con i figli per parlare delle sue aziende. Poi dice: "Non ho mancato in niente". E punta sul titolare dell'Economia: "Deve aprire i cordoni della borsa". La Lega resta al fianco del ministro e rimanda il regolamento di conti a Pontida (leggi)
Mentre nel centrodestra parte la caccia ai colpevoli della sconfitta elettorale e si rimanda la verifica della maggioranza a dopo i referendum (leggi), Berlusconi riunisce il gran consiglio di famiglia per discutere la sentenza Mondadori che rischia di costare almeno mezzo miliardo di euro. Il Cavaliere teme che il suo rivale, Carlo de Benedetti, una volta incassato il risarcimento acquisti La 7 e si metta a fargli concorrenza. Del resto per lui tutto è sempre una questione di soldi (leggi). Anche il cappotto nelle urne. Per questo va in pressing su Tremonti: "Faremo la riforma del fisco”. E quando gli chiedono che cosa succederà se il ministro non aprirà i cordoni della borsa risponde: "Li faremo aprire. Non è lui che decide. Lui propone”. Con il titolare dell'Economia, proprio mentre l'Europa, la Corte dei Conti e Bankitalia chiedono maggiore rigore, torna il grande freddo (leggi). Tutt'altro clima, invece, con i Responsabili. Il Cavaliere passeggia a braccetto con Sardelli e di Scilipoti dice: "Non me lo toccate è veramente delizioso, una persona stupenda"

PDL, VIETATO METTERE IN DISCUSSIONE BERLUSCONI
STAMPA ESTERA, TUTTI D'ACCORDO: "MR B. E' ALLA FINE"
ALESSANDRA MUSSOLINI: "A NAPOLI HA VINTO ANTONIO BANDERAS"

La fine di Berlusconi: un nuovo 25 aprile

La fine di Berlusconi: un nuovo 25 aprile. Da Milano a Napoli e Cagliari, liberazione democratica nelle urne. Il Caimano affondato dal suo referendum-boomerang: come nel 1974 sul divorzio. Te la do io, la scossa: folgorato lui. Dopo Obama, si appelli a Onu e Papa. Ma la ripartenza sarà dura…

di Giorgio Melis
30 mag 2011 | 
 
E’ il 30 maggio? Sembra il 25 aprile di una nuova liberazione: da Silvio Berlusconi, dopo 17 anni. Liberazione nelle urne. Democratica. Pacifica. Incruenta. Festosa. Un piccolo-grande 25 aprile partito da Milano: come quello storico del 1945. Ma ha spazzato tutta l’Italia: da Trieste in giù, come nell’allegra canzone d’altri tempi. Non solo vento del Nord, dunque. Un tornado fino al cuore del Sud e all’isola di Sardegna, Napoli e Cagliari: il triplete elettorale che segna la fine del berlusconismo. Più Trieste, storica roccaforte della destra postfascista dopo l’orrore delle foibe slave. Berlusconi ha voluto il referendum su se stesso. Ne è uscito schiacciato da un capo all’altro d’Italia. “Non so nulla”: a caldo dice solo tre parole. Il governo va avanti comunque, proverà a ripetere: pateticamente. Come Badoglio dopo il 25 luglio 1943 e la deposizione di Mussolini: la guerra continua. Invece è persa. Trasformata in disfatta: presto sarà finita. Qualunque cosa il Caimano in trappola voglia dire e fare. Ma attenti ai colpi di coda: può ancora fare molto male all’Italia. Comunque, la ripartenza verso un’impervia normalità sarà dura, sofferta, difficile.
Ma il verdetto delle urne, simbolicamente voluto e imposto come l’ennesima ordalia, è perentorio, definitivo: senza appello. Il Cavaliere aveva indetto il referendum su se stesso. Ha chiesto una nuova investitura popolare contro “i giudici eversivi” e la “dittatura dei pm di sinistra”. Contro i quali si era appellato – ormai fuori di testa: da camicia di forza – a Obama e Medvedev. Ormai può solo rivolgersi all’Onu e al Papa. Ma gli resterà (per poco) la dark lady Santanché mentre anche Bondi molla gli ormeggi. A staccargli la spina potrà essere Bossi (la Lega ha perso di brutto) o l’implosione del Pdl.  Berlusconi ha completato “la scesa in campo” con l’espulsione. Assolutamente salvifica dopo le sue parole da Bucarest. “Ora i milanesi devono pregare il buon Dio che non gli succeda qualcosa di negativo”. E si è detto  certo che a Napoli, dopo aver eletto De Magistris, “si pentiranno tutti moltissimo”. Sono parole di un’irresponsabilità assoluta, di un uomo da mettere in sicurezza per il bene dell’Italia. Insulta gli elettori e gli eletti, si fa profeta di sciagure per Milano e Napoli perché hanno osato votargli contro. E’ il delirio di onnipotenza perduta di chi forse non riesce neppure a capire di essere finito. Lo è ma non vuole ammetterlo: doppiamente pericoloso per la nostra democrazia. Perché di fatto nega la sovranità popolare alla quale si è sempre appellato. Tranne ora che è sconfitto. Il premier non affonda per l’immaginaria eversione delle toghe: lo trascinano a fondo gli italiani. Contro i quali è irato al punto da farsi scappare parole che altrove gli meriterrebero il ricovero coatto. In teatro ma anche in politica si è sempre detto: i grandi attori si giudicano non per l’entrata in scena ma per come sanno uscirne. Se sanno. Nel momento della verità, Berlusconi si rivela anche cattivo attore e pessimo perdente.
Eppure il vento era già girato di colpo, impetuoso. Le ultime sortite internazionali al G8 e il vergognoso discredito gettato sull’Italia, hanno finito di esasperare gli italiani. Anche molti ancora soggiogati dal suo lungo maleficio e dall’insipienza autolesionistica degli avversari. La stangata del primo turno è così dilagata in Caporetto al ballottaggio-referendum. Sembra di rivivere quello sul divorzio del 1974, che segnò l’inizio della fine della Dc. Corretto rappresentare graficamente e politicamente, assieme a Bruno Olivieri, quell’evento festoso con la storica vignetta di Forattini. Il tappo-Berlusconi al posto di Amintore Fanfani: cambiano i personaggi, il senso e gli effetti-boomerang sono gli stessi. Pochi mesi fa, il Cavaliere ormai disarcionato aveva annunciato “una scossa” per l’economia: rimasta col tracciato piatto. Ma dalle urne ne è arrivata una vera, devastante: folgorando il Caimano dalla pelle dura. Un voto importante ma parziale ha assunto valenza generale e finale proprio perché il Berlusconi alle corde l’ha imposto come referendum risolutivo. Mentre scippava agli italiani quello sul nucleare: autentico, democratico, nato dal basso e profondamente sentito. Paga anche questa scelleratezza arrogante: proprio mentre perfino la Germania mette al bando il nucleare senza bisogno di interpellare i tedeschi.
Tutto torna e tutto quadra nell’epilogo del berlusconismo: anche se rinviato concretamente ma ormai a termine. L’ultima raffica a vuoto, il contraccolpo micidiale: un cappaò e il cartellino rosso. Il capolinea è infine arrivato. Perché la disfatta è totale. Nella sua Milano, dove il berlusconismo era nato e aveva trionfato: nonostante l’allucinante campagna contro Giuliano Pisapia, la zingaropoli e l’eccitazione isterica contro l’Islam alle porte. Anche nella Napoli sulla quale aveva vinto le elezioni del 2008: speculando vergognosamente sull’emergenza-rifiuti che appestano sempre la città. Perfino nella Cagliari che non aveva mai avuto un sindaco di sinistra. L’anteprima di Massimo Zedda sindaco-ragazzino era stato il tracollo a Olbia, feudo suo e dell’arrogante palafreniere Settimo Nizzi. A seguire, la prima volta a sinistra per la capitale di una Sardegna alla canna del gas dopo che un Caimano mai tanto Caimano l’aveva strappata a Renato Soru. Imponendo l’improbabile Ugo Cappellacci con espedienti vergognosi, il sostegno dell’informazione di regime, la massoneria e perfino la Curia di Cagliari: trasformata da monsignor Mani lunghe in ufficio elettorale del Cavaliere, strumentalizzando perfino la visita del Papa.
La valanga che travolge Berlusconi non ha il segno vincente e convincente di un centrosinistra autorevole e pronto a proporsi come alternativa. Ma è pur vero che niente come il successo sana i conflitti interni e potrà dare slancio a chi finora aveva avuto il piombo nelle piccole ali. Vincono le forze e i personaggi che nella diversità politica e caratteriale, perfino contrapposta a destra e sinistra come Luigi De Magistris, erano soprattutto contro Berlusconi. Sono riusciti a coagulare il dissenso in alleanza composite ma infine vincenti. Perché gli italiani da Milano in giù hanno aperto gli occhi, valutato l’abisso e il discredito in cui l’Italia è stata trascinata. L’incantesimo si è rotto e qui finisce l’avventura dell’uomo che volle farsi re fino al limite estremo del potere, cercando e quasi riuscendo a distruggere le istituzioni, porsi al di sopra e contro la legge. E’ solo riuscito a realizzarsi come satrapo anche sporcaccione esibizionista che ha sprecato la grande occasione della sua vita pubblica. Ha fatto strame del consenso convinto, spesso generoso e acritico, perfino illimitato che milioni di italiani in buona fede gli hanno prestato, lasciandosi ingannare a occhi aperti da un Merlino che i miracoli li ha fatti solo per sé. Sul grande illusionista cala il sipario dorato delle sue ricchezze: illimitate come lo sfoggio sgradevole che ne ha fatto, da campione dei pacchianos. Cercherà ancora a lungo di continuare a contrapporre gli italiani: come è riuscito per quasi vent’anni. Ma appartiene già a un passato in transizione. Era ora, povera patria nostra e poveri noi tutti. Nessun si penta e si pentirà: alla faccia del Caimano ora anche jettatore.

l' AltraVoce.net

Il Pdl ci riprova: i fascisti come i partigiani

Il Pdl ci riprova: i fascisti come i partigiani



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Le Associazioni degli ex combattenti della Repubblica sociale di Salò potrebbero avere lo stesso riconoscimento dell'Anpi e delle altre associazioni ex combattentistiche, ricevendo anche contributi statali: l'apertura è prevista da una proposta di legge del Pdl al voto della commissione Difesa della Camera, su cui si è aperto uno scontro con le opposizioni.

La proposta di legge, che ha in Gregorio Fontana il primo firmatario, nasce dalla necessità di dotare le associazioni ex combattentistiche di una personalità giuridica, visto che tra l'altro ricevono dei fondi dal ministero della Difesa (tra il 2009 e il 2011 hanno ricevuto 1,5 milioni annui complessivamente). Il provvedimento stabilisce i requisiti perchè queste associazioni ricevano il riconoscimento di Associazioni di interesse delle Forze Armate: tra i requisiti ci deve essere la loro apoliticità e che i loro statuti rispettino i principi di democrazia interna.

I problemi cominciano perchè la proposta assegna al Ministero un compito di vigilanza non solo sulla legittimità dei loro statuti, ma sulle attività stesse delle associazioni. E qui il centrosinistra vi ha visto la volontà di sottoporre a controllo l'Anpi, cioè l'Associazione nazionale partigiani. Ma l'elemento deflagrante è l'apertura al riconoscimento delle associazioni dei combattenti di Salò. Per il testo infatti possano essere riconosciute dal ministero tutte le associazioni di ex «belligeranti», senza limitazioni di sorta. Il braccio di ferro si è protratto nelle scorse sedute della Commissione Difesa, allorchè gli emendamenti delle opposizioni che correggevano questi elementi sono stati tutti bocciati.

Per bloccare l'iter il Pd ha presentato oggi una propria proposta, a prima firma Antonello Giacomelli, che è stato abbinato al testo Fontana. Questa proposta di legge prevede il riconoscimento solo per le associazioni di quanti sono stati «legittimamente belligeranti», il che escluderebbe i reduci della Repubblica sociale; in secondo luogo la vigilanza del Ministero non è sulle attività ma unicamente sullo statuto delle Associazioni; infine le Associazioni sono sotto l'Alto patronato della Presidenza della Repubblica, per «sottrarle alla maggioranza di turno». «Capisco che qualcuno possa dire - commenta Giacomelli - che l'omissione della dicitura 'legittimamente belligeranti' sia solo una dimenticanza, ma ultimamente queste coincidenza si moltiplicano: solo poche settimane fa era stata presentata proprio dal Pdl una proposta che abrogava il divieto di ricostituire il Partito fascista, ed oggi si strizza l'occhiolino ai reduci di Salò. Alla vigilia del 2 giugno è meglio mettere dei punti fermi». (ANSA).
31 maggio 2011
da l' Unità

Tre anni di ipotesi sulla fine del Cavaliere

IL RACCONTO

Tre anni di ipotesi
sulla fine del Cavaliere

Niente ha acceso la fantasia più della conclusione della carriera di Berlusconi. Ora l'epilogo è a portata di mano con la normalità del voto

di FILIPPO CECCARELLI
PARADOSSI mediatici e cortocircuiti elettorali: per Berlusconi è la fine, ma come andrà a finire Berlusconi? Film, esilio, vignette, galera, marketing, pazzia, biologia, Bagaglino, Sacre Scritture, guerra civile, successione del sangue e isole sperdute nei mari tropicali: di tutti i possibili esiti pregiudiziali, di tutte le ipotetiche conclusioni almanaccate prima del tempo, niente ha più acceso la fantasia della fine immaginaria del Cavaliere. The end, game over o tilt? Ora che l'epilogo sembra a portata di mano, e attraverso la normalità di una pacifica sconfitta elettorale, varrà giusto la pena di ricordare che sono quasi tre anni ormai che se ne parla, e sempre con il retropensiero di un'esercitazione vana e anzi di solito rivelatasi così avventata da risolversi nell'incredulità.

"Bye bye Berlusconi" si leggeva ieri pomeriggio su uno striscione a piazza del Duomo. Ecco, era proprio il titolo di un film satirico tedesco, per la verità anche piuttosto crudo, che culminava nel sequestro del Cavaliere e in un processo collettivo tenutosi on line. Era il 2005, e per ragioni di opportunità che non si fatica a ritenere prossime alla censura, la pellicola fu distribuita in Italia con il titolo Buonanotte Topolino. Per il resto, grazie anche all'imprevedibilità del protagonista, il carnevale delle opzioni sulla fine di Berlusconi ha pure dato luogo a un'operetta del Bagaglino, Il Silvio sparito, in cui si mettevano appunto in scena la scomparsa del premier e la confusione nella quale piombava non solo il Pdl, ma l'intero Paese, cui non veniva risparmiato il suicidio di Emilio Fede.

L'opera di Pingitore precedeva di un anno circa il caso Ruby. Per l'esattezza cronologica, e un po' anche a futura memoria: è dopo il disvelamento del bunga bunga e della nipotina di Mubarak che la macchina della fantasticheria terminale cominciò a macinare ipotesi tra commedia e dramma, generi che in Italia paiono meno incompatibili che altrove. Se perde alle elezioni, si diceva, se i giudici lo condannano in uno o nell'altro dei suoi quattro processi, Berlusconi chiederà asilo al suo amico Putin - ma prima degli sviluppi nordafricani si valutava anche il possibile intervento dell'amico Gheddafi. Intanto Di Pietro sognava, per il giorno della caduta, "sfilate di majorettes", mentre Bersani, meno americaneggiante nella sua speranza, temeva che il Cavaliere si apprestasse invece a una resistenza biblica: "Crolli Sansone con tutti i Filistei".

Chi siano questi ultimi era già più complicato indovinare. Forse gli alleati leghisti: e in questo senso viene in mente il Bossi che giorni fa ha bofonchiato: "Non ci faremo trascinare a fondo". Oppure forse i Filistei sono gli stessi berlusconiani. Ma qui la faccenda si complicava per l'eventualità che ci fossero dei berlusconiani stanchi di Berlusconi, con il che l'incessante sogno andava a sbattere su una fatidica data della storia italiana, il 25 luglio, e quindi sul crollo della dittatura fascista determinato dal voto favorevole all'odg Grandi nella seduta del Gran Consiglio, seguito dalla convocazione del Re e dall'uscita del Duce da Villa Savoia su autoambulanza con i carabinieri. Assai più truce, ma onestamente impossibile da omettere in tale contesto, il richiamo a piazzale Loreto. Senza volerlo approfondire, e tanto meno oggi, si fa presente che il riferimento originario e anche il suo reiterato uso si devono a Fedele Confalonieri, certo in funzione esorcistica. A parziale e rasserenante riequilibrio vale la pena di considerare l'istanza esotica, per così dire, o caraibica, secondo cui estenuato da magistrati e nemici politici, il Cavaliere avrebbe mandato tutti a quel paese ritirandosi ad Antigua o in una delle sue mille ville.

Qui, secondo una delle sceneggiatrici del Caimano, avrebbe insediato una specie di Repubblica Sociale e Tropicale del berlusconismo; mentre secondo il giornale di area ciellina Tempi la questione si sarebbe posta in modo meno impegnativo, come si deduceva da una copertina in cui un Berlusconi allegro, vestito da turista, salutava i lettori sullo sfondo del mare blu: "Sapete cosa vi dico?". Per la storia e per la memoria: c'è sul tema della fuga esotica anche una canzone di Apicella, con il testo del premier: "Scappiam, scappiamo". In questo quadro s'è pure scritto che avrebbe lasciato l'eredità politica alla figlia Marina; mentre nella peggiore delle ipotesi, "il fendente d'Atropo", Franco Cordero ha messo in conto il rischio che i servi e famigli l'avrebbero "tenuto in sella anche morto, come il Cid campeador, sapendo quale destino li aspettava appena lui fosse sparito". E tra sogni ed incubi eccoci all'odierna disfatta: reale e normale, quindi elettorale. Subìta per giunta da parte di un avvocato e di un magistrato: se la fine autentica di Berlusconi sembra avviata, forse è proprio grazie alle fantasmagorie dell'immaginario che la sua consumazione è già molto più avanti.

Nucleare? Gli Svizzeri dicono: Auf Wiedersehen! Addio! Au revoir!

Nucleare? Gli Svizzeri dicono: Auf Wiedersehen! Addio! Au revoir!

Sembra che la Svizzera si stia avviando verso il completo abbandono della disgraziata fonte di energia elettrica derivata dal nucleare.  Lo si legge in un articolo online del 25 Maggio  intitolato "Die Schweiz steigt aus der Atomenergie aus Bestehende Kernkraftwerke werden zwischen 2019 und 2034 vom Netz genommen" che tradotta approssimativamente con l'aiuto di Google Traduttore in italiano viene così: La Svizzera sta abbandonando l'energia nucleare con una progressiva chiusura delle centrali dal 2019 al 2034. 

Le Centrali nucleari esistenti saranno disattivate dalla rete dal 2019 al 2034. La decisione presa, quindi, non è di sostituire le obsolete, centrali nucleari con delle nuove centrali nucleari ma di chiuderle l vecchie e sostituirle con soluzioni alternative diverse dall'uranio. Non hanno intenzione neppure di prolungarne la vita operativa fino a 60 anni, ma chiudere l'interruttore, raggiunta l'età pensionabile  limite, a 50 anni, per ragioni di sicurezza e costi presumibilmente crescenti di manutenzione. 

Avendo oramai esaurito la capacità produttiva di energia idroelettrica, la Svizzera definirà a quali alternative trovare o ricorrendo alla generazione di energia da fonti fossili, come le centrali a gas a ciclo combinato, con collaborazioni internazionali, con reti intelligenti, con la razionalizzazione di consumi ed il risparmio energetico, ed intensificando la ricerca. In particolare, per quanto riguarda la ricerca, verranno rafforzate le attività   di cooperazione tra i   Politecnici federali e delle Università della Svizzera congiuntamente con le imprese private. Per gli impianti pilota e di dimostrazione sarà il governo federale stesso a fornire le risorse necessarie..
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Berlusconi, ergastolo alla carriera - Marco Travaglio

Berlusconi, ergastolo alla carriera

Berlusconi, ergastolo alla carriera - Marco Travaglio
(40:27)
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Testo:
Buongiorno a tutti, avete visto l’altro giorno, ovviamente non parliamo delle elezioni perché in questo momento manca poco ai risultati, ma è inutile avventurarsi in oroscopi, parliamo invece dell’ultimo figurone del Presidente del Consiglio al G8 di Francia, anzi il G7,5 7 sono gli altri e mezzo è lui, dove il nostro Presidente del Consiglio ha molestato con un vero e proprio stalking, quasi tutti i capi di stato e di governo esteri per menargliela con i suoi processi che sono da 17 anni l’unica cosa che gli interessa.

Stalker internazionale (espandi | comprimi)
Ha arpionato Obama per raccontare al Presidente americano interessatissimo al tema la persecuzione giudiziaria, la dittatura delle toghe rosse e la riforma epocale della giustizia che fortunatamente non vedrà mai la luce e il giorno dopo ha attaccato un bottone memorabile a Medvedev, il russo Medvedev per spiegargli di avere subito 24 accuse infondate e adesso minaccia addirittura di rivolgersi alla Corte Europea di giustizia per, non si sa bene, avere cosa da quella corte.


Il tangentaro a sua insaputa (espandi | comprimi)
Quinto All Iberian, processo N. 1, ce ne sono due di processi All Iberian, il processo All Iberian N. 1 riguarda cosa? Riguarda le indagini all’estero per rogatoria sui conti esteri di Craxi, dove Craxi riceveva tangenti da vari imprenditori e costruttori in cambio di appalti, uno dei gruppi che pagavano illegalmente finanziamenti non registrati e quindi illegali secondo la legge italiana era il Gruppo Fininvest, tramite la società All Iberian che ha sede nelle isole del canale e è stata istituita negli anni 80 da David Mills per conto del gruppo Berlusconi e che sfuggiva ai bilanci consolidati, Fininvest di Silvio Berlusconi ha fatto avere per conto di Silvio Berlusconi la bellezza di 23 miliardi.

Pubblici servizietti (espandi | comprimi)
Tredici, corruzione di Agostino Saccà, da cosa nasce il processo? Da una fantasia? Da una persecuzione?

Passate parola, buona settimana e ci vediamo tutti quanti nel week end alla festa di Gattatico al fuori orario de Il Fatto Quotidiano per chi lo può fare e segnatevi un altro appuntamento, il 12/13 giugno non prendete impegni, l’unico impegno per quei giorni è andate a votare per il referendum, ci saranno novità, iniziative, stiamo organizzando qualcosa di importante che faremo sapere nei prossimi giorni e non ci mancherà il sistema per raggiungervi e per coinvolgervi, grazie e buona settimana!

da blog Beppe Grillo

La lobby nucleare "italiana"

La lobby nucleare "italiana"

Marco Pagani avatar Docente di Matematica e Fisica con grandi passioni per le scienze, la scrittura, l'ecologia e la pace
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lobby nucleare italiana.jpg
E' arrivato in scena il Forum Nucleare Italiano, espressione mediatica della nuova alleanza tra lobbies che vogliono succhiare altre risorse dalla nostra popolazione.
Come spiega Luigi Gallo, il forum non è certo un luogo di discussione neutrale, ma un fan club de nucleare (lo si vede bene dallo statuto).
Chi c'è dietro a questa sigla?
Nessun mistero: i lobbisti si presentano alla luce del sole; l'immagine qui sopra li riporta tutti. Alla videata originale, ho aggiunto alcuni commenti.
Alcune cose saltano subito all'occhio:
  • la metà (per la precisione 9 su 19) degli sponsor di questo forum "italiano" sono multinazionali straniere, come si può vedere dalle bandierine. Alcuni stranieri sono mascherati, come Edison, il cui controllo da parte di EDF è nascosto in una serie di partecipazioni azionarie (1)
  • tra gli sponsor spiccano due "sindacati", la CISL e la UIL. Evidentemente non sono più tali, vista la compagnia che si sono scelti. Se la CISL è spudoratamente a favore del nucleare, altrettanto non si può dire della UIL, dove in passato si sono anche levate dichiarazioni contrarie. Chissà cosa gli ha fatto cambiare idea...
  • il presidente del Forum, Chicco Testa, ex presidente di Legambiente, ex deputato PCI-PDS, ora siede sulle sei poltrone ben più confortevoli di managing director della banca Rotschild,  di presidente di TELIT, di vicepresidente di Intecs, di presidente di EVA, di consigliere di amministrazione di Allianz e di Idea Capital Funds. Che dire? E' un compagno che sbaglia...
  • Ansaldo Nucleare non è una compagnia "civile", percheé è posseduta dall'azienda di armamenti Finmeccanica
  • la italo-russa Stratinvest, fondata dal sef made man italo-francese Emmanuel Gout (un uomo dalla biografia piuttosto curiosa, non c'è che dire) si occupa dichiaratamente di lobbying (pagina our services del sito); piuttosto inquietante è la loro fiducia "nella virtù del silenzio per sostenere la comunicazione" (pagina what we think)
  • Tecnimont e Federprogetti fanno capo alla stessa persona, la cui rapidissima ascesa ha stupito molti.
Non c'è che dire, questo Forum è una compagnia di merende ben foraggiata di conoscenze e di bigliettoni. Ma è un colosso con i piedi di argilla, se ENEL ha messo in campo 20 milioni di Euro (delle nostre bollette tra l'altro)  per convincere gli italiani delle sue discutibili scelte.
Hanno paura dell'opinione pubblica. Per questo usiamo il cervello e senza un euro di buget parliamo a più non posso della scelleratezza di questa scelta.
(1) Alstom, Areva, EDF, GDF-Suez, Technip sono multinazionali francesi. Edison sembra italiana, ma è controllata al 50,295% da EDF nel modo seguente
  • 0,294% partecipazione diretta
  • 19,360% tramite due holding
  • 30,641% mediante la sua partecipazione paritetica a Transalpina energia.
Il colosso e.on è tedesco, Westinghouse è americana e i lobbisti di StratinvestRu sono italo russi.



da ecoalfabeta.blogosfere

Mettete fine alla guerra più insensata al mondo - 72 ore rimaste!

Mettete fine alla guerra più insensata al mondo - 72 ore rimaste!
































La situazione si fa seria: nel giro di 72 ore incontreremo il Segretario Generale dell'ONU, e abbiamo quasi raggiunto mezzo milione di voci! Firma sotto e dillo a tutti!



Fra 72 ore un gruppo di potenti leader mondiali chiederà all'ONU di mettere fine alla guerra contro le droghe e intraprendere così la strada della regolamentazione. Ma i politici dicono che l'opinione pubblica sarebbe contraria alle politiche alternative in materia di droghe. Sfruttiamo questa opportunità dandole un supporto enorme e ottenere così un'azione immediata. Firma sotto e fai il passaparola!
Nel giro di 72 ore potremmo finalmente assistere all'avvio della fine della "guerra alle droghe". Questa costosissima guerra contro la piaga della dipendenza dalle droghe ha fallito miseramente, mentre ha lasciato sul campo numerose vite umane, ha devastato intere comunità, e ha versato miliardi di euro nelle casse di violente organizzazioni criminali.

Gli esperti sono d'accordo nel sostenere che la politica più efficace sia la regolamentazione, ma i politici hanno paura di toccare l'argomento. Fra qualche giorno una commissione globale, cui parteciperanno fra gli altri i Capi di stato e i responsabili degli affari esteri di ONU, UE, USA, Brasile, Messico e molti altri, romperà il tabù e chiederà pubblicamente un nuovo approccio, che comprenda la depenalizzazione e la regolamentazione delle droghe.

Questo potrebbe essere un momento cruciale, di quelli che capitano rarissimamente; se però saremo in molti a chiedere la fine di tutta questa follia. I politici dicono di capire che la guerra alle droghe ha fallito, ma ritengono che l'opinione pubblica non sia preparata per l'alternativa. Dimostriamo loro che siamo pronti ad accettare solo una politica sana e umana: lo esigiamo. Clicca sotto per firmare la petizione e condividerla con tutti: se raggiungeremo mezzo milione di voci, la consegneremo personalmente ai leader mondiali presenti alla commissione globale:

http://www.avaaz.org/it/end_the_war_on_drugs/?vl

E' da 50 anni che l'attuale politica sulle droghe ha fallito con chiunque e ovunque, ma il dibattito pubblico si è impantanato nella palude della paura e della disinformazione. Tutti, persino il dipartimento ONU sulle Droghe e il Crimine, che è responsabile dell'implementazione di questa politica, ritengono che l'utilizzo di militari e poliziotti per bruciare le fattorie della droga, la caccia ai trafficanti, e il carcere per gli spacciatori e i drogati, siano uno sbaglio che stiamo pagando molto caro. E con il costo enorme in termini di vite umane, dall'Afganistan al Messico agli USA, il traffico illegale di droga sta distruggendo paesi in tutto il mondo, mentre la dipendenza, le morti per overdose e le infezioni di AIDS/HIV continuano a crescere.

Nel frattempo i paesi che non usano il pugno duro, come la Svizzera, il Portogallo, l'Olanda e l'Australia, non hanno registrato l'esplosione nell'uso di droghe che i promotori della guerra alle stesse avevano predetto. Al contrario, hanno visto un declino significativo dei crimini legati alla droga, delle dipendenze e delle morti, e sono in grado di focalizzarsi esclusivamente sulla lotta contro gli imperi del crimine.

Lobby molto potenti stanno cercando di ostacolare la via del cambiamento, inclusi i militari, le forze dell'ordine, e i dipartimenti carcerari, i cui budget sono ora in pericolo. E i politici temono che gli elettori li mandino a casa se sosterranno politiche alternative, perché potrebbero apparire deboli nelle politiche sulla sicurezza. Ma molti ex Ministri sulle droghe e Capi di stato si sono espressi in favore della riforma non appena hanno lasciato il loro incarico, e i sondaggi dimostrano che i cittadini in tutto il mondo sanno che le politiche attuali sono un disastro. Sta arrivando l'ora delle nuove scelte, particolarmente nelle regioni devastate dal traffico di droga.

Se nelle prossime 72 ore riusciremo a creare un appello globale in favore delle dichiarazioni coraggiose della Commissione Globale sulle Politiche sulla Droga, potremo essere più forti delle scuse per il mantenimento dello status quo. Le nostre voci hanno in mano la chiave del cambiamento: firma la petizione e fai il passaparola:

http://www.avaaz.org/it/end_the_war_on_drugs/?vl

Abbiamo la possibilità di cominciare il capitolo conclusivo di questa “guerra” brutale che ha distrutto milioni di vite. L'opinione pubblica globale determinerà se questa politica catastrofica sarà fermata o se i politici sgattaioleranno via dalla riforma. Attiviamoci immediatamente per spingere i nostri leader, esitanti dal dubbio e dalla paura, fino alla ragione.


FONTI:

I dati che dimostrano che la guerra alle droghe ha fallito (in inglese)
http://idpc.net/publications/failure-regime-selected-publications

I dati che dimostrano che gli approcci alternativi come la depenalizzazione stanno funzionando (in inglese)
http://idpc.net/publications/alternative-strategies-selected-publications

Relazione generale sulla legislazione messa in pratica di riforma delle droghe (in inglese)
http://www.tni.org/report/legislative-innovation-drug-policy

Cosa possiamo imparare dalla depenalizzazione delle droghe in Portogallo? (in inglese)
http://bjc.oxfordjournals.org/content/50/6/999.abstract

La Commissione Globale sulle Politiche sulla Droga che chiederà all'ONU di mettere fine alla guerra contro le droghe
http://www.globalcommissionondrugs.org/Documents.aspx

La guerra alle droghe in cifre (in inglese)
http://www.drugpolicy.org/facts/drug-war-numbers

La relazione finale della Commissione latinoamericana sulle droghe e la democrazia (in inglese)
http://www.drogasedemocracia.org/English/Destaques.asp?IdRegistro=8

45506: un SMS per i diritti umani





in almeno 89 paesi del mondo le persone non possono esprimere liberamente il loro pensiero né agire in difesa dei diritti umani. Tra questi paesi la Cina, dove il giornalista Shi Tao è stato condannato a 10 anni di carcere per aver inviato un’email. Ma l’elenco comprende anche l’Iran, dove Hengameh Shahidi è in prigione per aver manifestato e scritto articoli, e il Guatemala, dove Norma Cruz viene minacciata di morte perché si occupa di violenza sulle donne.
Ma in questi e in tanti altri paesi, la libertà di espressione non è l’unico diritto violato. Amnesty International si batte da 50 anni per fermare la tortura, la violenza contro le donne, la pena di morte e per ottenere il rispetto dei diritti umani di tutte le persone, senza discriminazione.
In questo mezzo secolo, sono stati molti i risultati ottenuti ma bisogna fare ancora tanto affinché persone come Tao, Hengameh e Norma non subiscano più violazioni dei diritti umani.
Per questo abbiamo bisogno del tuo aiuto: dona 2 euro, invia ora un SMS al 45506.
Difendi i diritti umani insieme ad Amnesty International!

Berlusconi e la vendetta della scrutatrice Vince Pisapia e allora sorride

LA CURIOSITA'

Berlusconi e la vendetta della scrutatrice
Vince Pisapia e allora sorride

La ragazza era stata "ripresa" dal premier al seggio. Il giorno dopo eccola con un sorriso. Ma per la festa in piazza Duomo...
di MATTEO PUCCIARELLi

MILANO - La vendetta, si sa, è un piatto che va servito freddo. O quasi. La scrutatrice del seggio di via Scrosati la sua se l'è presa a distanza di un paio di settimane.

Lo scorso 15 maggio il premier va a votare alla scuola Dante Alighieri. Berlusconi è di buonumore e concede larghi sorrisi e strette di mano a tutti. I presenti più o meno ricambiano. Ma quella ragazza, lei no. Non si alza in piedi per dare la mano al Presidente del Consiglio e lo accoglie con faccia seria.

IL PRIMO SORRISO NEGATO 1

Quindici giorni dopo Berlusconi torna al seggio. Nonostante lo svantaggio della Moratti, anche stavolta il premier è sorridente e affabile. E anche stavolta la ragazza lo accoglie con freddezza. Niente sorriso, di nuovo piantata sulla sedia. Due volte su due. Berlusconi allora non resiste alla tentazione di farle un "benevolo" rimbrotto: "Lei è sempre poco sorridente...".  Niente da fare. La ragazza non si smuove. Continua a non mostrare segnali di gioia e anzi - poi si capirà perché - risponde: "Sorrido, sorrido, non si preoccupi".

IL SECONDO SORRISO NEGATO 2

Non era una questione caratteriale, come forse avrà pensato Berlusconi. Due giorni dopo, esattamente lunedì pomeriggio, la scrutatrice ha reso pubblico il suo sorriso. Con una fotografia che la ritrae in piazza Duomo, a festeggiare la vittoria di Giuliano Pisapia. Sorridendo.

GUARDA LA FOTO 3

Cambiare è possibile


Cambiare è possibile

di EZIO MAURO 
 
DA MILANO e Napoli, con percentuali che soltanto un mese fa sembravano impossibili, l'Italia dei Comuni manda un chiaro segnale a Silvio Berlusconi: è finito il grande incantamento, il Paese vuole cambiare pagina. La svolta nasce nelle città che scelgono i sindaci di centrosinistra e bocciano la destra, ma il segnale è nazionale ed è un segnale politico che parla ormai chiaro. Dopo il primo turno i ballottaggi confermano che Berlusconi è sconfitto al Nord come al Sud, è sconfitto in prima persona e attraverso i candidati che ha scelto e sostenuto, è sconfitto nel bilancio negativo che gli italiani hanno fatto non soltanto del suo governo, ma ormai della sua intera avventura politica.

Nell'Italia pasticciata di questi anni, il voto fa chiarezza, perché è univoco. Dopo Torino e Bologna, riconfermati già al primo turno, passano ora al centrosinistra con Milano anche Trieste, Novara, Pordenone e Cagliari, mentre De Magistris addirittura sfonda a Napoli, quasi doppiando il suo avversario. Il tentativo di rimpicciolire il risultato, d'incantesimo, a una dimensione locale (dando tutta la colpa della sconfitta ai soli candidati-sindaco) è patetico, da parte di chi lo ha trasformato in un test nazionale per un mese intero, mettendo a ferro e fuoco la campagna elettorale.

Quando a Milano il sindaco uscente è stato fermato sotto il 45 per cento da Pisapia, salito al 55,1, è chiaro che la capitale spirituale e materiale del berlusconismo si è ribellata a questo ruolo, riprendendo la sua autonomia e chiudendo un ventennio. Quando a Napoli De Magistris ha stravinto con il 65,4, lasciando Lettieri al 34, 6, vuol dire che le promesse di Berlusconi sui rifiuti e gli abusi edilizi non sono state credute, e l'alternativa al malgoverno della città è stata cercata non a destra ma a sinistra, dov'era presente una forte discontinuità. Berlusconi non convince quando governa coi suoi sindaci, non vince quando si propone coi suoi uomini come alternativa. Ma perde anche nelle roccheforti della Lega, come nel novarese o a Gallarate, portando la sua crisi personale e politica come una bomba nel corpo inquieto del grande alleato: che dopo aver lucrato elettoralmente (e in termini di potere) nella corsa al traino del Pdl oggi scopre la negatività di quel legame così stretto da soffocare ogni identità autonoma dentro gli scandali del premier, nell'incapacità di governare, nell'annuncio continuo di una pseudoriforma della giustizia che è in realtà un puro privilegio personale del sovrano, alla ricerca ossessiva di un volgare salvacondotto.

È a tutto questo che si è ribellato il Paese. E soprattutto alla falsa rappresentazione di sé, con una propaganda forsennata e suicida che ha presentato Milano come la capitale del male, in balia di tutto ciò che secondo Berlusconi può spaventare una borghesia immaginaria e da strapazzo, zingari, islamici, gay e terroristi: una città che può essere salvata e redenta soltanto dalla mano del Grande Protettore. Con questa predicazione di sventura (ripetuta dopo la sconfitta: "Vi pentirete"), l'ex "uomo col sole in tasca" non si è accorto di proiettare un'idea spaventosa e malaugurante dell'Italia, che i cittadini hanno giudicato pretestuosa, negativa e menzognera.
La prima lezione è che non si può guidare un Paese, dopo aver ottenuto il consenso popolare, e contemporaneamente parlare come se si fosse all'opposizione di tutto, lo Stato, le sue istituzioni, i suoi legittimi poteri, persino il buonsenso. Questo estremismo ideologico sta perdendo Berlusconi, e ha rotto l'incantamento, insieme con le promesse mancate, la compravendita ostentata, gli scandali, la legislazione ad personam.

La cifra complessiva che unisce tutto ciò è la dismisura, la disuguaglianza, l'abuso di potere e il privilegio. Ma questo abuso trasformato in legge, la dismisura che si fa politica, la disuguaglianza che diventa norma, il privilegio che deforma l'equilibrio tra i poteri, sono ormai la "natura" di questa destra, risucchiata per intero - dopo l'espulsione della corrente finiana, l'unica capace di autonomia - dentro il vortice berlusconiano che nella disperazione travolge ogni cosa pur di aprirsi un varco di sopravvivenza. Per questo sono ridicoli i distinguo degli araldi berlusconiani che solo nelle ultime ore hanno incominciato ad imputare al Capo i suoi errori, dopo averlo eccitato ad ogni eccesso nei mesi della fortuna, quando vincere non bastava, bisognava comandare, e governare non era sufficiente, si doveva dominare.

È questa gente che ha aiutato Berlusconi a disperdere il tesoro di consenso conquistato due anni fa, e oggi non sa suggerirgli altro che qualche capriola pirotecnica, qualche giochetto da predellino, qualche invenzione nelle sigle e nella toponomastica politica, come se il problema del Premier e della destra fosse di pura tattica e non di sostanza - di "natura", appunto - e tutto si risolvesse nella propaganda, amplificata dai telegiornali. Invece quando si esce dall'incantamento bisogna fare i conti con la politica. Il Paese non è governato, e il voto lo conferma. La compravendita a blocchi dei parlamentari dà un'illusione di forza numerica, ma non dà vita ad una coalizione politica coerente e coesa. L'attacco forsennato alla magistratura, alla Consulta, al Quirinale, ai cittadini che la pensano diversamente sfibra il Paese e lo calunnia nelle sue istituzioni, cioè nel suo fondamento costituzionale e repubblicano, che andrebbe preservato dalla battaglia politica.

Berlusconi trasmette sempre più - fino alla drammatica immagine del colloquio con Obama - l'idea di un leader alieno nelle istituzioni che dovrebbe non solo guidare, ma rappresentare. È un uomo che sfida lo Stato e non vi si riconosce appieno, e che oggi ha perduto anche il contatto con quel "popolo" che ha sempre contrapposto alla Repubblica e persino al cittadino. Un uomo di Stato, dopo una simile sconfitta, con la posta fissata così in alto, dovrebbe dimettersi. Ma conoscendo il Premier non è il caso di pensarlo: per ora. Assisteremo a proclami roboanti e promesse mirabolanti, e non sarà difficile riconoscere dietro le parole l'ansia di un leader che perde terreno, deve alzare ogni giorno l'asticella, avverte il distacco dell'alleato e la diffidenza del suo stesso partito. Per questo il Premier dopo un breve travestimento da moderato tornerà irresponsabile, dando fuoco a tutte le sue polveri, infiammando di bagliori anti-istituzionali un'agonia che - come diciamo da anni - sarà terribile.

Così facendo, sarà lui a suscitare un arco di forze davvero responsabili, repubblicane, che si troveranno fatalmente insieme a difendere ciò che deve essere difeso, dalla Costituzione al Quirinale, alle istituzioni di controllo e di garanzia. In questo quadro, il Pd sta dimostrando di essere una struttura servente della democrazia repubblicana, perno dell'opposizione e di ogni alternativa, e il suo leader prende forza ad ogni passaggio. Il Terzo Polo ha dato prova di essere irriducibilmente autonomo dal potere di questa destra, e portatore di una cultura delle istituzioni, che dà un senso al moderatismo, sopravvissuto alla maledizione berlusconiana. L'area di Vendola e Di Pietro sa proporre a tutta la sinistra (e persino al centro) uomini e soluzioni nuove, per vincere.

La novità infatti è il vero segno di De Magistris e Pisapia, insieme con la diversità dal modello berlusconiano. E la prima diversità è la serenità, la sicurezza, l'ironia. Anche per questo il cupo arrocco berlusconiano, che tenterà di chiudere a pugno le forze residue intorno ad un governo già condannato, è una risposta vecchia e disperata alla crisi che da oggi è aperta. L'Italia non può essere imprigionata nel pantano perdente di Berlusconi, dopo che con il voto ha scelto di cambiare. Un'altra politica è possibile, un altro Paese la pretende.
(31 maggio 2011)

Missione compiuta

Missione compiuta



È così bella, questa vittoria, perchè è molto più di un successo elettorale. È la conferma di quel che scriviamo da settimane e da mesi, quel che chiunque di noi viva la vita reale nel mondo reale sente attorno a se come una rivoluzione gentile: il vento è cambiato, finalmente. Gli italiani hanno alzato la testa. Quelli in fila al supermercato e alle Poste (ci vanno mai, i leader politici, a comprare il detersivo e a pagare un bollettino? Ascoltano mai cosa dicono le persone di loro?) quelli che mandano curriculum a cui nessuno risponde, quelli che tornano a casa il 27 del mese dai figli con 1200 euro, e sono fortunati. Ci dicono, queste elezioni, che se si distoglie lo sguardo dalle battaglie di retroguardia odorose di muffa tutte interne alla casta dei privilegi e delle tutele c'è un mare di gente, là fuori, pronta a seguire chi sa farli sperare e pronta a sperare davvero, di nuovo. Che non bastano le urla e le menzogne, che cento Santanchè avvelenate non valgono lo sguardo limpido di un ragazzo come quello che ha vinto a Cagliari, che l'eloquio meccanico e la messa in piega quotidiana della facoltosa signora Moratti non possono nulla contro il sorriso beneducato del ladro d'auto sostenuto da Al Qaeda, i milanesi non sono senza cervello, al contrario Mr. B, pazienza per i suoi appelli ad Obama. I milanesi, i napoletani, gli italiani hanno sfoderato le armi che la destra al potere non ha: l'onestà, la passione civile, il coraggio, la generosità, l'ironia. Seppelliti da una risata, davvero.
Una risata liberatoria e un coraggio che dice a tutti, a destra e a sinistra, quel che nei giorni dell'incertezza gli opportunisti si baloccavano a negare: ricordate gli editoriali contro la “vittoria dei tre Roberti”?, Benigni Vecchioni e Saviano, i soloni che ci dicevano non saranno le canzonette e i saltimbanchi a cambiare il Paese. Certo non sono stati solo loro, ma è stato stupido liquidarli: intercettavano il vento. Certo, è stata la disperazione e la cecità di un premier che ha chiamato l'Italia all'ennesimo referendum personale sul Re Sole e sulle sue mantenute, è stata l'eleganza e la fermezza di Napolitano, è stata la corruzione che dilaga e che divora il paese, blocca l'economia, scoraggia i talenti e i capitali, distrugge il lavoro.

Sono elezioni, queste, che voltano pagina. Per la politica delle liti e delle beghe innanzitutto, perchè quando ci sono candidati di valore – a volte autocandidati di valore – sebbene non rispondano alle logiche e agli equilibri delle segrete stanze ebbene, vedete, vincono. Non bisogna dunque aver paura dei più bravi: non bisogna oscurarli ed eliminarli perchè non facciano ombra ai cavalli di scuderia. Bisogna puntare sicuri su di loro, invece, perchè quando vince uno di loro vincono tutti: Milano dice questo, Napoli dice questo, Cagliari dice questo. E se sono persone perbene - e in genere lo sono altrimenti non vincerebbero, gli elettori ci vedono benissimo – il risultato poi è una vittoria condivisa. Tutti possono gioirne e persino attribuirsela, alla fine. Diceva Vendola ieri a Milano che ha perso la paura, hanno vinto l'eleganza e la passione. Diceva De Magistris che hanno premiato l'onestà e il coraggio, e che ora bisogna ripristinare le condizioni di legalità per ripartire. De Magistris, che ogni domenica avete letto su questo giornale fino al giorno della sua candidatura. Ripartire dalla legalità. Congedare l'Italia del condono e dell'abuso, dei furbi e dei figli di papà, dei nipoti e degli amici di qualcuno, l'Italia dei mi manda Picone, dei Tarantini e dei lelemora, delle mafie e delle cricche, dei privè dove corre a fiumi la droga mentre le ragazze fanno carriera politica con la lap dance.

Restituire dignità all'Italia che non si vergogna di faticare, di studiare, che considera la cultura un patrimonio e non un handicap, la bellezza e il sapere le sue prime risorse, che oppone alle urla sguaiate e rabbiose parole di senso, sottovoce ma così pesanti da farsi strada nel frastuono. La buona educazione, sembra una piccola cosa ma è all’origine di tutto: la civiltà e la tolleranza, la giustizia, le regole, i valori.

Vincono la Trieste di Basaglia, la Novara di Scalfaro strappata alla Lega, vince una donna di centrosinistra ad Arcore. Una donna, ad Arcore. Lasciatemi dire che resto convinta che la rivolta delle donne abbia dato il la a questo tempo nuovo, questo tempo in cui le persone comuni riprendono in mano il Paese. Questo giornale, in questi anni, ha fatto un lavoro incessante di apertura ai cittadini, alle donne e ai ragazzi, ai lavoratori, all'energia di chi non ha voce, alle voci del sapere. Lasciatemi pensare che le nostre battaglie sul fronte della scuola pubblica, dei diritti individuali – il fine vita, la salute, la maternità, le coppie di fatto, la vecchiaia e l'infanzia, i beni primari come l'acqua e la giustizia - della laicità dello Stato, della dignità delle donne abbiano scavato un solco. Quando abbiamo raccolto le centinaia di migliaia di firme che hanno dato il via alla giornata del 13 febbraio, “Se non ora quando”. Quando ci siamo schierati con Roberto Saviano contro la fabbrica del fango della destra. Quando abbiamo difeso la scuola pubblica e siamo scesi in piazza: per la scuola e per la Costituzione. Quando abbiamo deciso per un'estate intera di rinominare le parole daccapo: democrazia, tempo, speranza. L'Almanacco del popolo, lo abbiamo chiamato: perchè ci sono momenti in cui bisogna restituire senso alle parole. Quando siamo andati dai cassintegrati sardi e dai terremotati dell'Aquila per fare il giornale con loro. Quando siamo stati al fianco degli operai della Fiat e dei precari sui tetti, quando abbiamo dato voce per settimane ai ragazzi senza lavoro, quando abbiamo chiesto il rinnovamento delle classi dirigenti, di tutte, perché aria nuova e pulita entrasse a palazzo. Ecco: io penso, noi pensiamo che questa sia l'Italia che ha alzato la testa ieri. L'Italia delle persone comuni. Senza violenza, come qualcuno a un certo punto aveva temuto o sperato (ricordate Roma blindata per le manifestazioni degli studenti? Eravamo lì, avevano ed hanno ragione gli studenti). Una rivoluzione gentile. Ironica, ferma e felice. È facile cavalcare la rabbia, abbiamo detto sempre. Difficile è costruire la speranza. È facile urlare e minacciare, è difficile dire parole così convincenti che sappiano farsi sentire nell'arena. È facile lavorare contro qualcuno e qualcosa. Difficile è farlo per.
</CS><CS9.9>Credo che questo voto non sia un voto contro ma un voto oltre Berlusconi. Oltre. Gli italiani sono più avanti delle classe politica che li rappresenta. Qualcuno dice: migliori. Senza pagelle, che non è oggi il giorno, una cosa è certa: gli italiani sono oltre. Lo scrivevo venerdì: comunque vada, è già tutto cambiato. È andata come sapete, e ora è penoso vedere in tv (certo, non su tutte. Sulla 7 sì, però) Silvio B. che da Bucarest dice a metà pomeriggio “non so niente non conosco i risultati”. È patetico Quagliariello col suo “il centrodestra è andato quasi bene al Sud. Potremmo fissare la linea a Civitella del Tronto”. Fissiamola a Civitello del Tronto, sì. Mettiamoci dentro le dimissioni di Bondi che forse andrà al Giornale, la furia della Lega e la resa dei conti prossima ventura.
Può darsi che Berlusconi non si dimetta, come gli chiede Bersani: può anche restare a Bucarest e governare da lì. Non c'è chi non veda, oggi, quali siano le ragioni per cui tanto ostinatamente ha cercato di evitare i referendum del 12 giugno. Chi non capisca che la battaglia è appena cominciata, che ora serve il voto davvero – a partire dai quesiti sull'acqua, sul nucleare, sulla giustizia – e poi finalmente per un governo che restitusca all'Italia la dignità perduta. Perché noi non siamo un paese corrotto, volgare, bugiardo, inaccogliente. Noi non abbiamo paura. La bellezza e il sorriso della gente ci salverà. Ci ha già salvati. Grazie, davvero. Non ci perdiamo di vista, che c'è molto da fare.
30 maggio 2011
 
 
l' Unita'

Governo, verifica sul voto solo dopo il 20 giugno

Governo, verifica sul voto solo dopo il 20 giugno

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Il dibattito sulla verifica di governo si terrà nell'aula della Camera nella quarta settimana di giugno, dopo l'esame del dl Sviluppo, tra il 20 e il 27 giugno: lo ha deciso la Conferenza dei capi gruppo di Montecitorio

Il Pd, come anticipato da Dario Franceschini in Aula, ha chiesto che il dibattito si potesse svolgere già la prossima settimana: tuttavia, da quanto si apprende, il presidente della Camera Gianfranco Fini avrebbe proposto come prima data utile la quarta settimana di giugno: da contatti informali con il presidente del Senato Renato Schifani è emerso che al Senato il dibattito poteva svolgersi dopo i referendum del 12 giugno, ma in quella settimana l'Aula di Montecitorio dovrà esaminare il Dl sviluppo.

«La maggioranza si è opposta alla richiesta di tenere la prossima settimana il passaggio parlamentare chiesto dal presidente Napolitano. Sperano che i problemi si risolvano rimandandoli; tutto questo lo paga il Paese», sostiene Franceschini.

Ma il capogruppo del Pdl cade dalle nuvole davanti a questo attacco: «Abbiamo aderito ad una proposta di calendario presentata dal presidente della Camera che abbiamo condiviso. E stato Franceschini ad opporsi a Fini, che ha descritto un percorso che portava il dibattito alla quarta settimana di giugno. Per noi non cambia nulla se quel dibattito lo facciamo domani o fra due settimane: la nostra linea è stata decisa e non cambia».

Il giorno dopo la batosta elettorale il premier Silvio Berlusconi prova a scherzare: «Ho fatto una riunione: volevo fissare la data del mio funerale, ma nei prossimi giorni ho troppi impegni e quindi rimanderemo...». Scherza così, con il sorriso sulle labbra, Silvio Berlusconi nella hall dell'albergo a Bucarest, prima di incontrare il Presidente romeno.
A distanza il Pd lo incalza. « Il governo Berlusconi si presenti dimissionario alla verifica parlamentare chiesta dal presidente Napolitano» dopo la nomina dei nuovi sottosegretari, ha chiesto nell'Aula della Camera il capogruppo del Pd Dario Franceschini. 
 
l' Unità

Se il potere non ascolta il popolo di Internet

Se il potere non ascolta il popolo di Internet

Il G8 del web voluto da Sarkozy è stato un grande evento potenzialmente rivoluzionario, ma chiuso da parole vaghe per quanto riguarda i diritti e molto chiare nel campo degli interessi.

di Stefano Rodotà

Si può organizzare un "evento storico" su Internet senza il "popolo" di Internet? Si può esaltare il ruolo di Internet nel rendere possibili cambiamenti democratici e poi essere reticenti o silenziosi sulla effettiva tutela dei diritti fondamentali in rete? Si può definire Internet "un bene comune" e poi affermare l'opposto, la sua sottomissione alla logica della proprietà privata?

Sì, è possibile, per quanto contraddittorio o paradossale ciò possa apparire. È accaduto la settimana scorsa tra Parigi e Deauville, in occasione del G8 che Nicolas Sarkozy ha voluto far precedere da un grande incontro dedicato appunto ai problemi di Internet. Mettere questo tema al centro dell'attenzione mondiale poteva essere un fatto significativo se fosse stato accompagnato da presenze, proposte, conclusioni davvero corrispondenti alle dinamiche innovative, alle opportunità, alle sfide difficili che ogni giorno Internet propone a miliardi di persone. Non è stato così. Le molte parole dedicate a Internet nel comunicato finale del G8 sono vaghe quando si parla di libertà e diritti, e terribilmente precise quando vengono in campo gli interessi. Un esito prevedibile e previsto. Nelle parole di apertura di Sarkozy, infatti, Internet non è il più grande spazio pubblico che l'umanità abbia conosciuto. È, invece, un continente da "civilizzare", dunque un luogo dove si manifestano in primo luogo fenomeni negativi che devono essere eliminati.

Questo rovesciamento di prospettive non sorprende. Sarkozy è il governante che più ha sostenuto la necessità di affrontare i problemi del diritto d'autore unicamente con norme repressive, riproponendo in ogni occasione la sua legge Hadopi come modello, e che ha subordinato il rispetto della stessa libertà di espressione alle esigenze di forme generalizzate di controllo (è appena uscita in Francia una raccolta di analisi critiche delle sue politiche dal titolo Sarkozysme et droits fondamentaux de la personne humaine). È il politico che affida la "grandeur" francese ad una agenzia pubblicitaria, che ha organizzato l'incontro di Parigi, e la fa puntellare dalla presenza di quei padroni del mondo digitale che si chiamano Google, Microsoft, Facebook, che tuttavia hanno profittato dell'occasione per rivendicare un intoccabile potere.

Il comunicato finale del G8 rispecchia largamente questo spirito. Si parla del ruolo fondamentale di Internet nel favorire i processi democratici, ma non compare neppure un pallido accenno alle persecuzioni contro chi adopera la rete come strumento di libertà, alle decine di bloggers in galera in diversi paesi totalitari, alle forme indirette di censura in paesi democratici. Si subordina così il rispetto dei diritti fondamentali, della libertà di manifestazione del pensiero in primo luogo, alle logiche della sicurezza e del mercato, con un evidente passo indietro rispetto a quanto è da tempo stabilito, ad esempio, dal Patto sui diritti economici, sociali e culturali dell'Onu. Si inneggia alla presenza di tutti gli "stakeholders", dunque di tutti gli attori dei processi messi in moto da Internet, ma poi si opera una drastica riduzione di queste presenze a qualche ministro francese (assenti i politici di altri paesi, in particolare gli americani notoriamente assai critici) e ai rappresentanti delle grandi imprese.

Una scelta così clamorosa e spudorata, che ha portato persino alla esclusione dei rappresentanti delle istituzioni che assicurano il funzionamento di Internet (Icann, Isoc), ha provocato una reazione dei pochi rappresentanti della società civile lì presenti, che hanno improvvisato una dura conferenza stampa, dove hanno preso la parola personalità rappresentative e tutt'altro che estremiste, come Lawrence Lessig e Yochai Benkler.

Siamo in presenza di una preoccupante regressione politica e culturale. L'esclusione degli altri attori, del popolo di Internet, ha determinato la cancellazione delle più interessanti elaborazioni e proposte di questi anni su modalità e principi ai quali riferirsi per il funzionamento di Internet.

Siamo tornati alla contrapposizione frontale tra regolatori, identificati con chi vuole imporre alla rete controlli autoritari, e difensori di una libertà in rete identificata con la libertà d'impresa. è stata ignorata la dimensione "costituzionale", quella che mette al primo posto una serie di principi fondamentali che tutti, legislatori e imprese, devono rispettare. Così stando le cose, sono ben fondate le critiche di chi ha parlato di un "takeover" dei governi su Internet, di una dichiarata volontà politica di mettere le mani sulla rete. E si è svelato pure il significato del richiamo al diritto di accesso da parte delle imprese.

Quando Eric Schimdt, parlando per Google, ha detto che l'unico compito dei governi deve essere quello di assicurare a tutti l'accesso ad Internet, certamente ha colto un punto essenziale, come dimostrano le molte costituzioni e leggi che in tutto il mondo stanno affrontando questo tema. Ma la sua indicazione si concreta poi in una richiesta volta soprattutto a rendere possibile la fornitura di servizi capaci di generare crescenti risorse pubblicitarie (ultimo Google Wallet), dunque di immergere sempre più profondamente le persone nella logica del consumo, mentre altra cosa è il libero accesso alla conoscenza in rete.

Certo, le imprese fanno il loro mestiere. Ma la loro capacità di produrre innovazione non può tradursi nella legittimazione ad essere gli unici regolatori di Internet. Perché è proprio così, dal momento che dispongono delle informazioni sui loro utenti, che sono i decisori unici e finali di molte controversie su che cosa deve entrare o rimanere in rete, che troppe volte hanno accettato le imposizioni di governi con l'argomento che stare sul mercato significa rispettare le regole nazionali, che esercitano un enorme potere economico.

I pallidi e retorici accenni alla privacy nel comunicato del G8, l'assenza di riferimenti alle posizioni dominanti di molte imprese, rivelano l'intento di una politica che vuole salvaguardare i propri poteri autoritari riconoscendo alle imprese un potere altrettanto autoritario. Inquieta, poi, la mancata analisi del tema della neutralità della rete, essenziale presidio per libertà e eguaglianza.

Ma questo disegno, questa nuova distribuzione del potere planetario non sono una via regia che potrà essere percorsa senza resistenze. Si potrà far leva sulle stesse contraddizioni del comunicato, cercando di rovesciarne le gerarchie e mettendo così al primo posto i riferimenti a libertà e diritti, alla pluralità degli attori.

Alla povertà e all'autoritarismo di quel comunicato si potrà opporre la ricchezza del rapporto dell'Onu sulla libertà di espressione che sarà presentato nei prossimi giorni a Ginevra. Peraltro, non sembra che tutti i governi siano pronti ad identificarsi con quella linea, come già mostrano alcune indirette riserve americane e le interessanti dichiarazioni del ministro degli Esteri tedesco. E soprattutto i soggetti e i progetti cancellati dal G8 con una mossa autoritaria rimangono vitalissimi e con essi, con la forza propria di Internet, bisognerà pure fare i conti.

La grande partita politica di Internet rimane aperta.

da MicroMega