giovedì 30 giugno 2011

Non ci provate col bavaglio

Non ci provate col bavaglio

di Paolo Flores d’Arcais, da il Fatto quotidiano, 30 giugno 2011

Non ci provate. Se pensate di far passare in agosto il processo breve nascosto nella manovra, la responsabilità civile dei magistrati infilata nella legge comunitaria e il solito bavaglio grazie alla disattenzione del “tutti al mare”, avete sbagliato i calcoli. Nove anni fa furono due manifestazioni in piena calura, il 29 e il 31 luglio, autoconvocate col passaparola dai “girotondi”, a impedire l’approvazione a tambur battente della legge Cirami.

E proprio il 31 luglio fu indetta la manifestazione per il 14 settembre, in piazza San Giovanni a Roma, che sarebbe risultata gigantesca e si auto-organizzò dunque sotto il solleone di agosto. Perciò, non ci provate. La mobilitazione popolare democratica, che si è espressa anche nelle recenti amministrative e nei referendum, saprebbe trovare slancio e rinnovato impegno per impedire lo sconcio anticostituzionale.

Ma questo lo sapete benissimo. Tanto è vero che state già giocando su due tavoli, quello del bastone e quello della carota, fascisticamente. Poiché sapete di non poter affogare nell’accidia estiva l’opposizione della cittadinanza attiva, fedele all’intransigenza repubblicana, cercate di sedurre la più disponibile “opposizione” parlamentare, che tante prove di essere corriva ha già dato.

Per il bavaglio lo specchietto per allodole è la “privacy”, l’ingiustizia intrinseca nel rendere pubbliche conversazioni penalmente irrilevanti. Quali intercettazioni siano rilevanti per il processo lo decidono però i magistrati, e nei reati associativi lo sfondo ambientale, gossip compreso, è spesso cruciale. In democrazia, inoltre, la trasparenza è un valore irrinunciabile, sapere se si diventa ministre per competenze professionali o in virtù di un lodo Lewinsky, è cosa rilevantissima. L’on. Alessandra Mussolini, alla domanda “che differenza vede tra Mussolini e Berlusconi”, rispose: “Mio nonno non ha mai nominato la Petacci ministro”.

La verità è che il regime vuole nascondere agli occhi dei cittadini la “cloaca” in cui si è ormai trasformato: di qui norme ammazza processi e anti-giudici, mordacchie e galera per i giornalisti-giornalisti. E conta sulla sponda del Pd, soprattutto di quei settori che hanno scheletri e “furbetti” da nascondere all’opinione pubblica. La sacrosanta privacy non c’entra, i giornali democratici già la rispettano (nulla – giustamente – hanno pubblicato su micidiali illazioni riguardanti Bertolaso, ad esempio). In gioco, semplicemente, è la libertà di stampa. Prepariamoci a un’estate di scontro di civiltà.

(30 giugno 2011)
 
da MicroMega

Rotondi su stipendio ministri: “Come faccio vivere la mia famiglia con soli 4 mila euro al mese?”

di WilNonleggerlo (sito) mercoledì 29 giugno 2011

Rotondi su stipendio ministri: “Come faccio vivere la mia famiglia con soli 4 mila euro al mese?”


Dopo le dichiarazioni-shock di ieri (“la gente ci detesta, abbiamo fallito, ora Berlusconi deve coccolare gli onorevoli, non i cittadini”), il parlamentare e ministro Gianfranco Rotondi viene intervistato da Repubblica.
(…)
«Lei crede che il parlamentare navighi nell’oro?».
(i nostri sono i più pagati al mondo, ndr)
La sua domanda fa dubitare.
«Conosco colleghi che valutano se possono restare a Roma un giorno in più. Costretti a fare il conto della serva».
Siamo addirittura all’afflizione.
«8.000 euro di indennità più 4.000 di portaborse. Fanno 12.000».
Forse c’è qualcosina ancora da aggiungere.
«E vabbè. Uno che ti apre l’ufficio a Roma lo devi pagare. E devi fargli un contrattino, per quanto leggero. Un altro che ti apre l’ufficio nella città di residenza lo devi pagare».
Anche se con un contrattino leggero.
«Un terzo che magari ti segue».
E sono bruciati i primi 4.000 euro.
«2.000 euro per dormire a Roma».
Infatti.
«E poi devi mangiare: vanno via altri 2.000 euro»
E devi pure mangiare, certo.
«Per la famiglia ne restano 4.000».
Insomma.
«Da sempre faccio le vacanze al lido Miramare di Pineto degli Abruzzi. La casa di vacanza dei genitori».
Fossero tutti come Rotondi.
«Né lussi, né cene, né vestiti».
Formica e basta.
«Ai tempi d’oro mettevo da parte anche la metà di quel che guadagnavo. Poi fidanzamento, matrimonio, figli e vattelapesca».
http://www.agoravox.it/Solo-12-mila-euro-al-mese-disse-il.html
 Trapani: due braccianti che erano ridotti alla fame Disoccupati suicidi insieme «Non trovavano lavoro» CASTELVETRANO (Trapani) - Hanno deciso di suicidarsi insieme, con i gas di scarico di una Fiat Panda, due braccianti agricoli disperati perché non riuscivano a trovare un lavoro. I cadaveri di G.G., 35 anni, sposato e separato, padre di una bambina di 10 anni, e di A.P., 22 anni, celibe, sono stati trovati riversi sui sedili anteriori reclinati dell' utilitaria del primo dei due,  in aperta campagna, alla periferia di Castelvetrano, grosso centro della provincia di Trapani.
Caro ministro Rotondi lei ha la faccia come il culo. Chieda ai familiari di questi due disoccupati perché non sono riusciti a vivere.

Caro Ministro Rotondi ma lo sa che secondo il

Rapporto Eures: la disoccupazione causa un suicidio al giorno in Italia

Rapporto Eures: la disoccupazione causa un suicidio al giorno in Italia
Si verifica un suicidio al giorno - in Italia - tra i disoccupati. Emerge dal rapporto "Il suicidio in Italia ai tempi della crisi. Caratteristiche, evoluzioni e tendenze" stilato dall'Eures negli scorsi giorni. Per non parlare delle situazioni borderline di chi ricorre agli psicofarmaci, o torna a vivere dai genitori, o non esce più.

Intercettazioni, il Pdl accelera "Esame Ddl l'ultima settimana luglio"

/

IL CASO

Intercettazioni, il Pdl accelera
"Esame Ddl l'ultima settimana luglio"

La decisione nella riunione dei capigruppo di Montecitorio: punto di partenza il testo messo a punto dal governo, calendarizzazione entro il mese. Anm: "Giustizia ha altre priorità"

ROMA - Il Pdl chiede nella riunione dei capigruppo di Montecitorio di riprendere l'esame del ddl intercettazioni messo a punto dal governo.  L'Aula della Camera dovrebbe occuparsene l'ultima settimana di luglio. Non è detto però che il testo sia effettivamente votato in quella settimana, vista la probabile coincidenza con la manovra. L'esame potrebbe dunque slittare anche alla ripresa dei lavori, dopo la pausa estiva.

Il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto ha lasciato intendere che non vi è un'eccessiva fretta: "Potremmo esaminare il ddl anche la prima settimana di agosto o a settembre. Dipenderà dalla logica dei lavori parlamentari".

"Non posso che ripetere, senza voler offendere nessuno, che la giustizia ha altre priorità", ha commentato il presidente dell'Anm Luca Palamara. "Un processo che si svolga in tempi ragionevoli" creando "mezzi e strutture per poter svolgere i processi e non per cancellarli". "Non possiamo che ribadire che le intercettazioni sono uno strumento indispensabile per l'accertamento dei reati, non solo quelli più gravi, ma anche di quelli meno gravi". "Altro è il tema, sul quale si può discutere, che è quello relativo alla pubblicazione degli atti, però non legato a singole vicende processuali".

TUTTI I TESTI IN DISCUSSIONE
1


L'opposizione
è contraria: "Io resto fermo alla nostra proposta, che porta la firma di Finocchiaro e Casson - aveva detto ieri il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani - E' inutile che il governo citi il ddl Mastella. Se gli va bene la nostra, noi ci siamo. Il problema è che non gli va bene quella".
2

Intercettazioni, il Pdl va avanti
"A luglio esame testo governo"

I post-it: "Voglio essere informato"

Intercettazioni, il Pdl va avanti "A luglio esame testo governo" La decisione nella riunione dei capigruppo di Montecitorio: riprendere l'esame del disegno di legge messo a punto dall'esecutivo. Ma potrebbe slittare a settembre per la manovra. Anm: "Giustizia ha altre priorità" / leggi l' articolo
LA SCHEDA

Mondiali antirazzisti: dal 6 al 10 luglio una festa multiculturale

Lorsignori di Il Congiurato

Tutti contro tutti dopo l’affaire P4

dall' Unità  Lorsignori


Il tiro incrociato tra Pdl e Lega sulla manovra ha prodotto la bocciatura della legge comunitaria (relatore il leghista Pini) e la paralisi sui rifiuti per mano del Carroccio. E meno male che martedì era andato tutto bene…Tensione alle stelle in maggioranza ieri. Bastava osservare la portavoce del ministro Bossi che cercava di tener lontani i cronisti, con i quali invece il Senatur voleva parlare. Non era giornata di dichiarazioni visto che, nel primo pomeriggio, era stato proprio l’Umberto ad innescare la miccia che avrebbe fatto esplodere la maggioranza con l’annuncio di voto favorevole sull’arresto di Alfonso Papa. Il deputato indagato per il Bisignani-gate solo un’ora prima passeggiava sorridente per il Transatlantico, sicuro del supporto della maggioranza. E invece. Le intercettazioni dell’inchiesta P4 stanno minando il governo più di quanto si possa immaginare. Non solo per le frasi delle ministre sul premier. Anche nello staff di Palazzo Chigi: ha fatto male a Bonaiuti, portavoce del premier e titolare della delega all’editoria, leggere i colloqui di Elisa Grande (capo dell’omonimo dipartimento) e Bisignani, tutto rigorosamente alle sue spalle. La Grande nei giorni scorsi ha cercato più volte di parlare con “Paolino” per spiegargli che “quei resoconti non sono veri, querelerò tutti!”, ma Bonaiuti non ha nemmeno voluto incontrarla. Come se non avesse già abbastanza pensieri con l’ufficio stampa della presidenza del consiglio. Bonaiuti aveva proposto Fabrizio Ravoni e Claudio Rizza, sdoppiando il ruolo di capo. Berlusconi però ha bloccato i loro decreti di nomina. Per Rizza ( che per ora lavora senza stipendio) deve aver pesato anche un cartellina fatta trovare sulla scrivania del premier qualche settimana fa, contenente la lista di articoli scritti da lui sul Messaggero e giudicati antiberlusconiani. A Palazzo Chigi salgono ora le quotazioni di Marco Ventura, coautore del discorso del premier il giorno della verifica.

29 giugno 2011

Frane Rai. Annunziata lascia «In mezz'ora»

Frane Rai. Annunziata lascia «In mezz'ora»

Rai, smottamento continuo. Lucia Annunziata lascia il suo "In mezz'ora", in polemica con il direttore di Rai3 Ruffini, e la tv pubblica: «Dimissioni definitive». Solo Minzo non si schioda | Tim, editore di La7, rompe trattative con Santoro | Berlusconi Jr: vorrei Floris a Mediaset | Simona Ventura: addio Rai, vado a Sky | Garimberti: «Autolesionismo dare Fazio e Saviano a La7»

DON PAOLO FARINELLA – Milano, entri Scola ed esca il popolo di Dio

DON PAOLO FARINELLA – Milano, entri Scola ed esca il popolo di Dio

pfarinellaHabemus Scolam. Come volevasi dimostrare. Il cardinale Martini, malato, è andato a Roma a perorare Milano, il cardinale Tettamanzi è andato a Roma a supplicare il papa perché non interrompesse una linea pastorale che da Montini, a Colombo, a Martini e a Tettamanzi ha mantenuto di fatto la rotta sulla indicazione del concilio ecumenico Vaticano II, facendo di Milano in un certo senso il «contr’altare» della Curia Romana, il segno, seppur debole, di una ecclesiologia plurale, eppure il papa sceglie l’antico, e guarda al passato.
Amico personale del papa, garante delle idee di Joseph Ratzinger, ipergarante di Comunione e Liberazione che ora ingrassa anche all’ombra della «Madunnina», l’ex patriarca Angelo Scola prende possesso della Chiesa che fu Ambrogio con grande cipiglio e anche un pizzico di vendetta. Quando era in seminario a Milano fu mandato via per le sue impurità nei confronti di CL e ora ritorna a consacrare CL come «modello di ecclesialità» rampante che sguazza bene anche nel malaffare attraverso la Compagnia delle Opere, vero sigillo di satana.
Il papa non ha tenuto conto delle consultazioni, degli appelli dei credenti milanesi e non, dell’identikit che gruppi ecclesiali hanno prospettato, ma ha scelto «motu proprio» non secondo gli interessi della Chiesa milanese e universale, ma secondo gli esclusivi interessi suoi personali e dei gruppi che egli protegge. E’ indubbio che l’elezione di Scola a Milano è un regno di transizione, quanto basta per rompere la «tradizione ambrosiana» aperta al futuro. Il passaggio infatti di Scola da patriarca ad arcivescovo (il cardinalato è a sé anche perché resta una carnevalata), formalmente è una retrocessione perché per il protocollo il patriarca di Venezia è titolo onorifico che precede il cardinale e l’arcivescovo.
Se addirittura c’è una retrocessione protocollare, significa che la posta è alta e gli interessi sono cogenti: Scola deve garantire la rottura, anzi la discontinuità tra i suoi predecessori e il suo successore. Milano deve rientrare nell’orbita della Curia Romana e non deve permettersi di assumere posizioni differenziate nei confronti della società civile (non credenti, divorziati, matrimonio, politica e politica governativa) e tutto deve essere riportato all’obbedienza «pronta e cieca» di memoria fascista.
Scola vuol dire: sguardo, cuore, reni, fegato e frattaglie rivolte a Trento, anzi più indietro, verso il tempo avanti Cristo, quando si stava sicuri anche dei sospiri perché chi dissentiva veniva fatto fuori, come poi imparò bene la chiesa medievale. La nomina di Scola è una lettura del pontificato ratzingheriano sul quale ormai è morta non solo la speranza, ma anche l’ipotesi di speranza. Un papato chiuso in se stesso, diffidente di se stesso, un papato che ha come segretario di Stato un Bertone qualunque (perché un qualunquista come Bertone, è difficile trovarlo anche con la lanterna di Diogene) non può che volere uno Scola a Milano.
L’elezione di Scola a Milano è anche un contro bilanciamento all’elezione «laicista» di Pisapia a palazzo Marino, eletto da buona parte di cattolici. Ora le distanze torneranno di sicurezza, di sorveglianza e tutto quello che varerà la giunta in materia di diritti civili ecc. sarà spiato, soppesato, contraddetto, distanziato.
Che pena vedere le foto di Scola che brilla nei suoi polsini dorati, nel suo orologio d’oro, nella sua croce d’oro, nella sua gualdrappa rosso porpora, nel suo cappello a tre punte, rigorosamente rosso. Mi chiedo se uno vestito così poteva entrare nel cenacolo o se non stava meglio alla corte di Nabucodònosor tra i satrapi e gli eunuchi di corte. Ora è l’ora della Chiesa intesa come popolo di Dio: o rialza la coscienza e la schiena, magari piegando le ginocchia, o si sotterra e perde il diritto di lamento perché il «mugugno» solo a Genova è gratis.
E’ il tempo dei laici che non possono più lasciarsi trattare da chierichetti cresciuti e rincitrulliti. Ora è il tempo delle sorprese. Le sorprese del popolo di Dio che può essere capace di convertire i vescovi come i poveri fecero con Mons. Oscar Romero, con Mons. Hélder Cámara e tanti altri. Entri Scola ed esca il popolo di Dio.
Don Paolo Farinella

GIORGIO CREMASCHI – Accordo liberticida tra Confindustria e Sindacati: Susanna Camusso deve dimettersi

GIORGIO CREMASCHI – Accordo liberticida tra Confindustria e Sindacati: Susanna Camusso deve dimettersi

gcremaschiL’accordo sottoscritto anche dalla Cgil è un accordo liberticida, che viola le libertà sindacali e contrattuali dei lavoratori e che apre la via allo smantellamento del contratto nazionale. L’accordo prevede la più ampia derogabilità al contratto nazionale, ipocritamente chiamata “intese modificative”. Inoltre stabilisce un mostruoso principio per cui se la maggioranza delle Rsu approva un accordo, la minoranza non si può opporre, naturalmente senza che i lavoratori abbiano mai votato. Lo stesso naturalmente vale per il contratto nazionale.
Quest’accordo accoglie le richieste della Fiat sulla limitazione del diritto di sciopero e sull’obbligo di applicare gli accordi peggiorativi senza contestazioni sindacali. Se fosse stato in vigore un anno fa la Fiom non avrebbe potuto opporsi agli accordi di Pomigliano e agli altri accordi Fiat. Giustamente Tremonti e Sacconi esaltano questo accordo, perché corrisponde totalmente alle loro scelte e alla loro filosofia economica e sociale.
Per la Cgil è un cedimento gravissimo, che viola lo spirito e le norme dello Statuto. Per questo ritengo che la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, debba dimettersi, per aver mancato ai suoi doveri di rappresentanza dell’organizzazione. La firma a questo accordo da parte della Cgil va ritirata e dobbiamo tutti mobilitarci per ottenere questo risultato.
Giorgio Cremaschi

Gianni Rinaldini: “Tagliato il diritto di voto dei lavoratori, questo accordo rappresenta il suicidio del sindacato”

Gianni Rinaldini: “Tagliato il diritto di voto dei lavoratori, questo accordo rappresenta il suicidio del sindacato”

Susanna Camusso, segretaria della Cgil, ha firmato con Cisl, Uil e Confindustria la controriforma delle relazioni sindacali e della rappresentanza. Il commento di Gianni Rinaldini, ex segretario della Fiom.

di Rocco di Michele, da il manifesto, 29 giugno 2011


«Lunare e imbarazzante». Per Gianni Rinaldini, 8 anni da segretario generale della Fiom, ora coordinatore dell'area «La Cgil che vogliamo» e membro del Direttivo nazionale di Corso Italia, la discussione che va avanti tra Confindustria e i sindacati è fotografata da questi due aggettivi. Che valgono però anche per il dibattito interno alla Cgil.

Sembra abbiano firmato l'accordo...È la conferma delle voci che dicevano che il testo c'era già. Non è credibile che, in una trattativa così complicata, abbiano fatto tutto nel giro di poche ore.

Si apre un problema nella Cgil?Non è stato presentato nessun testo scritto. Al tavolo non c'era neppure una «delegazione trattante». Han fatto tutto in due o tre della segreteria. Una roba inaccettabile nella vita interna della Cgil. Non c'è stato nemmeno un «ufficio» ad affiancare, come si fa di solito, con i segretari di categoria. Nei miei ricordi, trattative così delicate e importanti vedevano la Direzione della Cgil (ora non c'è più) convocata in seduta permanente e in continuo contatto con la delegazione al tavolo. Viene siglato o firmato un accordo assolutamente misterioso per i segretari generali di categoria e il coordinatore di un'area nazionale della Cgil. Di fatto il Direttivo sarà messo nelle condizioni votare una sorta di «fiducia» alla segretaria. Sì, esiste ormai un problema di democrazia nella vita interna della Cgil.

Non si è discusso abbastanza?Con il meccanismo sviluppatosi purtroppo negli ultimi anni, ogni votazione del comitato direttivo si configura alla fine come un voto di fiducia sul segretario generale. Pensando in questo modo di annullare l'articolazione del dibattito esistente. Stavolta non mi sorprenderei che qualcuno, rientrato recentemente in Cgil come coordinatore della segreteria del segretario generale, dopo aver svolto a lungo ruoli amministrativi (Gaetano Sateriale, ndr), abbia in questi giorni lavorato alla definizione del testo.

Cosa sai sul merito dell'accordo?E' riassumibile in un aspetto centrale decisivo, da cui discende tutto il resto: lavoratori e lavoratrici non sono chiamati a votare le piattaforme e gli accordi che li riguardano. Il meccanismo individuato prevede che attraverso la «certificazione» (un mix tra iscritti e voti alle rsu) le organizzazioni che superano il «50%+1» possono fare accordi che diventano immediatamente esecutivi. Questo è devastante. Perché nega la democrazia, che assieme al conflitto è l'unico strumento a disposizione dei lavoratori per intervenire sulla propria condizione. E inquina fortemente gli stessi tavoli di trattativa, perché quando ci si parla tra soggetti sociali espressione di interessi diversi, non si è in un club di amici. È prevedibile che si darà vita a un mercato del tesseramento, teso a favorire le organizzazioni più disponibili a certi accordi. Non mi sorprenderebbe che arrivassero pacchi di iscritti a questa o quell'organizzazione. Sta nelle cose.

Qual'è il punto di principio?Non sottoporsi al voto e al giudizio dei lavoratori vuol dire affermare il concetto che i contratti sono proprietà delle organizzazioni sindacali, e non fanno capo all'espressione della volontà dei soggetti interessati. Non era mai avvenuto che la Cgil istituzionalizzasse in un accordo che questi sono validi senza il pronunciamento dei lavoratori. Tutt'al più, in questi anni, si è discusso sulle forme della consultazione. Faccio presente che gli accordi separati dei metalmeccanici, nel 2001 e 2003, avvennero proprio sul referendum tra i lavoratori a fronte di posizioni diverse. In ambedue i casi, Fiom e Cgil decisero congiuntamente.

Che fine fanno le rsu?A livello aziendale, lì dove ci sono le rsu, queste decidono senza il voto dei lavoratori; dove ci sono le rsa, i lavoratori possono votare il loro contratto. Inoltre, sulle deroghe, c'è una questione che non ho capito o che è inaccettabile: invece di «deroghe» di parla di «adattabilità» a livello aziendale. È anche peggio delle «deroghe definite».

E sul diritto di sciopero?Anche qui. o non ho capito bene oppure è inaccettabile: si parla genericamente di possibilità di una «tregua», che in termini sindacali non può che voler dire tregua sugli scioperi. La clausola della Fiat, insomma. Ma la Cgil non ha mai firmato limiti all'esercizio del diritto di sciopero. E mi domando: se si accettano questi criteri in una trattativa con le aziende private, non credo si possano affermare cose diverse nel corso di una trattativa interconfederale col governo. Penso che questa operazione sia il suicidio della Cgil.

Ma perché la Cgil si va a suicidare?Non vorrei che fosse per le cosiddette «ragioni politiche»... Una divisione sindacale può creare problemi a partiti che in tutti questi anni si sono limitati a dire «fate l'unità», per evitare di pronunciarsi sul merito. Poi c'è l'idea folle per cui, in questo modo, si creerebbe un rapporto «dinamico» nei confronti del governo «tra le forze sociali», con Confindustria. E questo alla vigilia di una manovra economica in cui il contributo di Confindustria è chiedere sia ancora più pesante nei confronti di lavoratori e pensionati...

In queste condizioni, com'è possibile fare opposizione alla manovra?La Cgil non potrà che decidere le necessarie iniziative di lotta contro la manovra. Sarà difficile spiegare che un accordo che annulla la democrazia dei lavoratori sia un elemento che rafforza le iniziative contro il governo.

Se la democrazia sta così, anche in Cgil, come si cambiano le cose?Siamo di fronte a una questione enorme. Abbiamo già convocato l'assemblea dell'area congressuale per il 13 luglio (dopo il Direttivo dell'11- 12), lì decideremo le iniziative conseguenti. È incredibile, con quello che è successo in altri paesi europei e in Italia - il voto di amministrative e referendum, il crescere di forti movimenti fondati sulla richiesta di partecipazione e democrazia - la Cgil non trovi di meglio che negare a chi lavora un diritto democratico fondamentale. Con l'evidente rischio di complicare tutti i rapporti con tutti i movimenti che ci sono nel paese, a partire da studenti, precari, diverse forme di autorganizzazione e inziative. Ed è ora di dire che il «patto di stabilità» europeo va assolutamente cambiato.

In quale direzione?Questo è un patto tutto finalizzato alla stabilità monetaria, senza alcuna politica: sociale, sull'ambiente, sull'armonizzazione fiscale. Niente. Alla fine l'Europa si presenta solo con la faccia dei vincoli monetari.

da MicroMega

Rai, la "struttura Delta" all'opera Dove sono oggi gli uomini della squadra



Re Le Inchieste
Rai, la "struttura Delta" all'opera
Dove sono oggi gli uomini della squadra

Intercettazioni 1: "Attenti al Papa" / 2: "Pronti all'azione"
3: "Il capo è furibondo" / 4: "In Rai gli uomini del presidente"

   Rai, la  "struttura Delta" all'opera     Dove sono oggi  gli uomini   della squadra  Le intercettazioni dell'aprile 2005 durante l'inchiesta Hdc. Bergamini (foto), Cattaneo, Pionati, Del Noce cercano di edulcorare la sconfitta alle Regionali. Vespa si adegua. Nasce una "task force". Primo obiettivo: non disturbare la concorrenza
leggi l' inchiesta

Inflazione: a giugno 2,7%, record dal 2008 Su aumento pesano rialzi per i trasporti

ISTAT

Inflazione: a giugno 2,7%, record dal 2008
Su aumento pesano rialzi per i trasporti

Stando ai dati resi noti dall'Istat, che ha diffuso le stime preliminari, i prezzi rispetto a maggio sono cresciuti dello 0,1%. Incidono anche gli aumenti dei beni alimentari lavorati (+0,4%) e dei servizi ricreativi. Biglietti per aerei, traghetti e treni sempre più cari

ROMA - Accelera la corsa dei prezzi a giugno, con l'inflazione che raggiunge il livello massimo dal 2008. In
questo mese - comunica l'Istat nelle stime preliminari - i prezzi sono aumentati del 2,7% rispetto a giugno dell'anno scorso, dopo il 2,6% di maggio, arrivando allo stesso valore segnato nel novembre 2008. Nel confronto con maggio, invece, c'è stato un incremento dello 0,1%.  L'inflazione acquisita per il 2011 - aggiunge l'istituto di statistica - è pari al 2,3%. Sull'accelerazione pesano, sopratutto, i rialzi dei prezzi per i servizi relativi ai trasporti.

Un impatto significativo all'aumento dell'indice generale, aggiunge l'Istat, deriva anche dai rialzi congiunturali dei prezzi dei beni alimentari lavorati (+0,4%) e dei prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+0,3%, in parte legato a fattori stagionali). In compenso, effetti di contenimento si devono al calo congiunturale dei prezzi dei beni energetici non regolamentati (-1,4%), degli alimentari non lavorati (-0,4%) e dei beni durevoli (-0,2%).

Biglietti per aerei, traghetti e treni sempre più cari. A giugno volano i prezzi dei biglietti per aerei, traghetti e treni. L'Istat, infatti, registra aumenti congiunturali "consistenti" per i prezzi del trasporto aereo passeggeri (+6,9%), che crescono su base annua del 13,8%. Un aumento più marcato si rileva per i prezzi del trasporto marittimo e per vie di acque interne (+10,8%), che segnano una crescita rispetto a giugno 2010 del 52,8% (+62,3%
a maggio). Anche i prezzi del trasporto ferroviario passeggeri risultano in aumento rispetto a maggio (+2,0%) e salgono dell'8,4% su base annua. Si segnala, inoltre, il rialzo mensile (+0,4%) dei prezzi delle assicurazioni sui mezzi di trasporto, cresciuti su base tendenziale del 5,4%. Insomma, con il via alle partenze per le vacanze estive scattano i rincari tradizionali della stagione. In particolare, l'Istat registra l'incremento congiunturale dei prezzi dei campeggi (+14,4%) e delle pensioni e simili (+2,0%). Infine, nell'ambito dei ricreativi, si rileva il rialzo su base mensile dei prezzi degli stabilimenti balneari (+3,5%), che crescono del 4,3% su base annua.

Senza energia e alimentari freschi l'aumento è del 2,1%. L'inflazione di fondo, calcolata al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, a giugno sale al 2,1%, con un'accelerazione di tre decimi di punto percentuale rispetto a maggio 2011 (quando era pari al +1,8%).

Benzina +11,9%, gasolio +14% rispetto a un anno fa. A giugno l'Istat rileva diminuzioni congiunturali dei prezzi di tutti i carburanti, anche se su base annua si registrano ancora crescite a doppia cifra sia per la verde che per il diesel. La benzina è aumentata dell'11,9% (+11% a maggio) su base annua, mentre è scesa del'1,1% su base mensile. Sempre secondo quanto fa sapere l'Istat nelle stime provvisorie, a giugno il prezzo del gasolio per i mezzi di trasporto è salito del 14% (+15,1% a maggio) ed è, invece, calato del 2% sul piano congiunturale.

Ma quanto ci costa lo Sgarbi show E 800mila euro vanno al macero

il Fatto Quotidiano 
Media & regime
La costosissima scenografia del programma di Vittorio Sgarbi, chiuso per il flop di ascolti, ora è inutile. La Rai ne ha ordinato la demolizione immediata e ha fatto così sparire in un solo colpo 800 mila euro (mal) spesi (leggi l'articolo di Carlo Tecce). L’esperimento televisivo di Sgarbi è durato una puntata, tre ore abbondanti. L’azienda l’ha segato sul più brutto – dati Auditel drammatici per Rai1 – bruciando milioni di euro. Il giorno prima dell'esordio sulla prima rete, il nome del sindaco di Salemi viene associato dai magistrati a un personaggio ritenuto contiguo a Cosa nostra (leggi). Parte la polemica. E così in diretta televisiva lo stesso si costruisce un'autodifesa personale (leggi). Dopodiché attacca Il Fatto quotidiano non solo annunciando querele, ma anche minacciando di farlo chiudere (leggi).

UN CONDANNATO PER TRUFFAVIDEO: DOPO IL FLOP IN RAI CIN CIN DA B. 

“False le firme dei Pensionati per Cota”, Michele Giovine condannato a 2 anni e 8 mesi

Cronaca | di Andrea Giambartolomei
Michele Giovine
30 giugno 2011
 
 
 
Roberto Cota




“False le firme dei Pensionati per Cota”, Michele Giovine condannato a 2 anni e 8 mesi
Roberto Cota trema ancora. Il consigliere regionale Michele Giovine, eletto nella lista “Pensionati per Cota”, è stato condannato a due anni e otto mesi nel caso delle firme false per l’accettazione delle candidature alle scorse elezioni in Piemonte.

I suoi voti hanno permesso al governatore leghista di superare la presidente uscente, Mercedes Bresso. Anche il padre del consigliere regionale, Carlo Giovine, è stato condannato a due anni e due mesi. Il giudice del Tribunale di Torino, Alessandro Santangelo, ha dichiarato false tutte le 17 firme disponendo l’interdizione dai pubblici uffici di Giovine senior per un anno e sei mesi e di Michele per due anni. Inoltre il consigliere regionale è stato anche privato dei diritti elettorali per cinque anni.

Contro di lui il pm Patrizia Caputo aveva richiesto una condanna a tre anni e 6 mesi, più l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni; una pena di due anni e 6 mesi era stata chiesta contro Giovine senior insieme all’interdizione dagli uffici pubblici e il divieto di candidatura per la durata della pena. “Me l’aspettavo, non c’è niente di nuovo sotto il sole. Non credo che ricorrerò”, ha detto Giovine all’uscita dall’aula andando contro l’opinione del suo difensore Cesare Zaccone, che ha annunciato già il ricorso.

Soddisfatta la Bresso, parte civile nel processo insieme ai Verdi e alla lista “Pensionati e Invalidi”: “È stata riconosciuta la falsità di una lista determinante per la vittoria delle ultime elezioni regionali. Si è accertato che le elezioni sono state falsate e vinte con la frode. Mi auguro che l’intero procedimento giudiziario faccia coincidere il diritto con la realtà politica”. Uno dei suoi avvocati, Paolo Davico Bonino, ha ricordato che la differenza voti tra Cota e la sfidante è stata di 9372 voti, mentre i “Pensionati per Cota” ne hanno ricevuti 15765: “Avrebbe vinto Bresso”, ha detto nella sua arringa. E così l’elezione di Cota, dopo mesi di attesa davanti al Tar di Torino, torna in discussione in attesa della decisione della Corte costituzionale e del Consiglio di Stato in autunno.

Giovine avrebbe potuto convalidare la sua lista in maniera molto semplice, ma non l’ha fatto. Bastava rispettare una specifica legge regionale, emanata durante il governo Bresso su forte spinta degli “habitué” delle liste civetta, tra cui figura anche lui. La norma facilita il gioco ai consiglieri già in carica: non devono raccogliere le firme dei cittadini per presentare le proprie liste, ma solo autenticare quelle dei candidati davanti a un notaio o un pubblico ufficiale. E pubblici ufficiali i Giovine lo sono. Michele (in passato già coinvolto in un processo per firme false da cui si è salvato per la prescrizione del reato) è consigliere comunale a Gurro (Verbania), mentre il padre Carlo è consigliere comunale a Miasino (Novara). I due potevano autenticare le firme dei loro candidati nei rispettivi comuni. Niente di più semplice, eppure secondo gli inquirenti i Giovine non hanno fatto neanche il minimo: le firme poste sulle liste non sono quelle dei candidati (quasi tutti parenti e anziani conoscenti, spesso abitanti in altre regioni) davanti ai due “ufficiali” nei municipi di Gurro e Miasino il 25 febbraio 2010 perché quel giorno i Giovine non erano in quei comuni: dall’analisi delle utenze telefoniche risulta che Michele non era a Gurro, ma a Torino; il padre non era a Miasino, ma in giro per altre province del Piemonte; e non erano né a Gurro né a Miasino neanche i candidati, cinque dei quali hanno dichiarato al giudice Santangelo di non aver proprio posto la loro firma sui moduli elettorali. “Tutte queste falsità sono confluite in un’unica falsità che è la lista elettorale. Un fatto estremamente grave perché è lo sfregio più totale di ogni forma di legalità”, ha sostenuto il pm Caputo nella requisitoria del 25 maggio scorso. A questo comportamento, “si aggiunge un reiterato inquinamento probatorio mai visto prima”: molti testimoni sono stati contattati prima delle udienze e istruiti sulla versione da fornire.

Il 6 ottobre prossimo la Corte costituzionale dovrà decidere se il giudice amministrativo e il Consiglio di Stato hanno la competenza per deliberare sull’esito elettorale. In caso positivo, una volta acquisite le carte del processo penale, i giudici amministrativi potranno andare a sentenza in due mesi, stabilire se invalidare le elezioni, assegnare la vittoria della Bresso o mandare i piemontesi alle urne di nuovo.

NAPOLI, LE MANI SULLA CITTA' Il campione del mondo e l'uomo dei clan

il Fatto Quotidiano
Cronaca
30 Giugno 2011
      NAPOLI, LE MANI SULLA CITTA'Il campione del mondo e l'uomo dei clan
Quattordici arresti per riciclaggio e usura, 17 locali sequestrati. Sotto inchiesta il capo della mobile Vittorio Pisani sospettato di avere soffiato notizie riservate. L'ex capitano della nazionale Cannavaro, non indagato, è considerato il prestanome di un riciclatore. Due anni fa attaccava il film Gomorra
Ci sono anche nomi eccellenti nell’operazione condotta stamattina dalla Direzione investigativa antimafia del capoluogo campano nei confronti di persone legate al clan camorristico Lo Russo. Gli agenti hanno sequestrato 'Regina Margherita', una società che gestisce ristoranti e che tra i suoi soci ha Fabio Cannavaro. Tra i 40 indagati c'è anche il capo della squadra mobile di Napoli Vittorio Pisani: per lui i magistrati ipotizzano il reato di favoreggiamento e hanno predisposto la misura cautelare di divieto di dimora

Se questo è un giornalista ( di Michele De Lucia)

Articolo 21 - Libri e Giornalismo
Se questo è un giornalista ( di Michele De Lucia)
Se questo è un giornalista ( di Michele De Lucia) Qui si racconta come il “cronista da marciapiede” Augusto Minzolini – in gioventù comunista, poi craxiano negli anni del craxismo, e ultraberlusconiano a tempo debito – sia arrivato alla direzione del Tg1 (cioè al comando della più importante testata informativa nazionale per volere del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. E’ una carriera, quella di Minzolini, basata su pochi ma decisivi requisiti: un vacuo giornalismo dalla prosa impiegatizia, una finta spregiudicatezza subissata di smentite, una accidiosa vis polemica all’ombra del potere, fino al premio finale della poltronissima del Tg1 in nomee per conto del partito berlusconiano. E appena insediato, Minzolini non ha perso tempo: a colpi di faziosità, silenzi, censure, falsificazioni, servilismi, ha trasformato il più importante telegiornale nazionale in una specie di “Pravda” del berlusconismo.

Il volume presenta in appendice, per la prima volta in versione integrale, sottoposta a revisione editoriale curata dalla Kaos edizioni, il “Libro bianco” sul Tg1 da giugno 2009 a marzo 2011, a cura del Comitato di redazione (Claudio Pistola, Alessandro Gaeta, Alessandra Mancuso), in carica dal 30 giugno 2009 al 23 marzo 2011.

Indice

Premessa

Prima parte – L’Augusto da marciapiede

Il cronista padulo

Dalla parte di Bettino

“Gli stronzi vengono a galla”

La messinscena del marciapiede

Cronache dal marciapiede

La porcata

Dio, patria, famiglia e Berlusconi

Seconda parte – Lo squalo in carriera

Cronache minzoline anni Novanta

In ginocchio da Lui

Cronache minzoline anni Duemila

Il premio finale: direttorissimo

Appendice: Il “Tg1″ secondo Minzolini

Indice dei nomi

L’autore

Michele De Lucia (Roma, 1972), laureato in Legge, è tesoriere di Radicali italiani. Co-fondatore dell’associazione Anticlericale.net, ha pubblicato Fiat quanto ci costi? Come la grande industria privatizza i profitti e socializza le perdite a spese dei contribuenti (Stampa Alternativa, 2002), e con Kaos edizioni: Siamo alla frutta. Ritratto di Marcello Pera (2005), Il baratto. Il Pci e le televisioni. Le intese e gli scambi tra il comunista Veltroni e l’affarista Berlusconi negli anni Ottanta (2008), e Dossier Bossi-Lega nord (2011).

Per non morire più di lavoro

Articolo 21 - In primo piano
Per non morire più di lavoro
Condividi su Facebook Condividi su OKNOtizie Condividi su Del.icio.us.

di Associazione stampa romana

Per non morire più di lavoro Di precariato si può anche morire: la storia di Pierpaolo Faggiano insegna come dietro una parola abusata nel lessico della politica e del sindacato, ci siano storie di donne e di uomini, percorsi individuali e collettivi di fronte ai quali pretendiamo prima rispetto e poi soluzioni concrete.

Ecco perché abbiamo dato vita all’iniziativa “Per non morire più di lavoro”. I giornalisti freelance e collaboratori dell’Associazione stampa romana organizzano una fiaccolata in ricordo di Pierpaolo Faggiano, giornalista precario 41enne della provincia di Brindisi suicidatosi nei giorni scorsi.

Pierpaolo Faggiano,collaboratore della Gazzetta del Mezzogiorno, ha compiuto il gesto disperato, in un momento di particolare sconforto, in una condizione di incertezza, per una storia d'amore finita e un lavoro precario. In  una lettera indirizzata alla mamma ha spiegato i motivi del gesto. La delusione sentimentale e le precarie condizioni lavorative per la mancanza di prospettive occupazionali.
 "Drammi umani come questo - si legge in una nota del sindacato dei giornalisti - ripropongono in tutta la loro tragica attualità i problemi del precariato diffuso, che priva di ragionevoli certezze sul futuro umano e lavorativo migliaia di giornalisti".
''Questo gesto - ha detto Paola Laforgia, presidente dell' Ordine dei giornalisti della Puglia - non può non indurre una riflessione di tutti sulla situazione di incertezza che coinvolge il mondo del lavoro in generale e quello giornalistico in particolare".
Corteo – fiaccolata in ricordo del collega scomparso Pierpaolo Faggiano,
organizzata dai freelance e collaboratori di Stampa romana


Giovedì 30 giugno alle ore 20.30
appuntamento davanti alla Associazione Stampa Romana
piazza della Torretta 36

Strage di Viareggio, secondo anniversario: nasce il coordinamento delle associazioni e dei comitati dei familiari delle vittime delle stragi.

 
Articolo 21 - INTERNI
Strage di Viareggio, secondo anniversario: nasce il coordinamento delle associazioni e dei comitati dei familiari delle vittime delle stragi.
Condividi su Facebook Condividi su OKNOtizie Condividi su Del.icio.us.

di Roberto Secci

Strage di Viareggio, secondo anniversario: nasce il coordinamento delle associazioni e dei comitati dei familiari delle vittime delle stragi.

Viareggio ha ricordato con una grande partecipazione di cittadini il secondo anniversario della strage alla stazione di Viareggio. Più di ventimila persone hanno partecipato al corteo che ha raggiunto alle 23.38 via Ponchielli luogo della drammatica esplosione che uccise 32 persone, provocò decine di feriti e distrusse un intero quartiere. Trentadue rintocchi, trentadue nomi, il fischio dei treni, l'applauso di una folla immensa riunita nel luogo della strage. Una  giornata di dolore, di ricordo e contrassegnata dalle parole dure di Daniela Rombi, madre di una delle vittime che a nome dell'associazione 'Il mondo che vorrei' e' tornata a chiedere le dimissioni dell' ad della Ferrovie Mauro Moretti, tra gli indagati nell'inchiesta sulla strage. Ma è stata anche la giornata della solidarietà tra i familiari di tutte le stragi che si sono consumate negli ultimi trent'anni nel nostro Paese. Da questa solidarietà tra persone è nato il coordinamento delle associazioni e dei comitati dei familiari delle vittime delle stragi. Ne fanno parte, fra gli altri, i comitati viareggini «”l Mondo che vorrei” e l' “Associazione 29 giugno”, i parenti delle vittime della sciagura del Moby Prince di Livorno, le associazioni dei familiari delle vittime dei terremotati dell’Aquila e di San Giuliano di Puglia, del disastro aereo di Linate e di quello di Castelvecchio di Reno, degli incidenti sul lavoro avvenuti a Piombino e alla Thyssen. Stragi “civili” che hanno colpito vittime innocenti nelle loro case, in vacanza e sui luoghi di lavoro e che non hanno ancora colpevoli. Una solidarietà che nasce dal dolore che permette di capire cosa significhi perdere qualcosa o qualcuno. Perdere qualcosa (la casa, il negozio, la macchina) è ben diverso da perdere una persona: un figlio, un fratello, un marito o un padre. Solo guardando in faccia i parenti di queste vittime innocenti si può immaginare quanto dolore e quanta rabbia si possa provare.  Prevale però l'orgoglio di queste persone  nel pretendere che non venga cancellata la memoria delle 140 vittime della Moby Prince, dei 118 morti del disastro areo di Linate, delle 32 persone uccise a Viareggio, dei 27 bambini e della loro maestra morti a San Giuliano di Puglia, dei 7 operai periti nel rogo della ThyssenKrupp e delle migliaia di persone morte per l'amianto e sui luoghi di lavoro. Solidarietà perchè questi morti siano gli ultimi di una catena vergognosa che ha responsabilità precise provocata dall'assenza di regole nella sicurezza dei trasporti e nei luoghi di lavoro. Loris Rispoli, presidente dell'associazione Moby 140, ha ribadito gli obiettivi di questo nuovo coordinamento: la voglia di verità, il bisogno di giustizia e la rivendicazione della sicurezza. Nessuno, da oggi, sarà più solo nella ricerca della verità. Nell'Italia dei misteri, delle stragi impunite e di stato e dei servizi deviati,  un gruppo di cittadini decide di sfidare l'indifferenza al dolore, spesso istituzionale, verso chi ha subito la perdita di un proprio caro e pretendere di avere giustizia. Senza dimenticare lo “schiaffo”  arrivato ai familiari delle vittime dagli  applausi che hanno accolto l’intervento dell’amministratore delegato della Thyssen all’incontro promosso a Bergamo dalla Confindustria e dalla nomina di Mauro Moretti, ad di Ferrovie dello Stato, a Cavaliere del lavoro.  Come l'offesa, già preannunciata,  quando la Regione Toscana “assegnerà la Toremar a Onorato, armatore della Moby Lines che ha fatto di tutto per depistare le indagini sulla tragedia del Moby Prince” . “Siatene certi – annuncia il coordinamento- che non staremo con le mani in mano”. Il coordinamento delle associazioni delle vittime delle stragi impunite sarà un muro, una diga contro l'omertà, contro i soprusi, le omissioni e le manomissioni, contro i tagli e i risparmi sulla sicurezza, contro coloro che operano per celare la verità o raggiungere la prescrizione dei reati. La prima battaglia? Mobilitare i cittadini contro il tentativo del governo di approvare la norma sulla prescrizione breve. “I processi vanno fatti bene e velocemente ma non possono avere un termine. Nessuno potrà scrivere un giorno  che quella tragedia non si è mai verificata”. Siamo sicuri che su questa premessa sarà possibile mobilitare, ancora una volta, migliaia di cittadini.

Strage di Viareggio due anni dopo: nessuno è responsabile di Roberto Secci

La retorica securitaria che non serve: ne a destra ne a sinistra

 
Articolo 21 - IDEE IN MOVIMENTO
La retorica securitaria che non serve: ne a destra ne a sinistra
Condividi su Facebook Condividi su OKNOtizie Condividi su Del.icio.us.

di Carmine Fotia

La retorica securitaria che non serve: ne a destra ne a sinistra Il

pollaio della politica non ci risparmia i suoi schiamazzi, neppure di fronte alle tragedie. C’è l’emergenza rifiuti a Napoli? Il governo, invece di contribuire a risolvere il problema, come sarebbe suo dovere fare, non fa nulla e, anzi, fa di tutto per boicottare il nuovo sindaco Luigi De Magistris, per punire i napoletani di averlo votato. Esplode la violenza a Roma e un giovane musicista, Alberto, reo di aver "disturbato" la quiete di qualcuno, viene massacrato da una banda di teppisti e ora lotta tra la vita e la morte? Il Pd rinfaccia al sindaco Alemanno di essere responsabile di un’emergenza sicurezza, ricambiandolo della stessa moneta che egli aveva usato contro il centrosinistra nella campagna elettorale di tre anni fa.
La nostra memoria purtroppo è corta: Elena Patrizia 11 anni, Fernando 3, Sebastian 7, Raoul Chi ricorda più questi nomi? Sono quelli di quattro bimbi rom morti nel rogo delle loro baracche a Roma qualche tempo fa. Spero che il fantasma di queste povere creature, in uno dei tanti campi rom abusivi che crescono nelle periferie della nostra città , ci perseguiti ancora,  turbando i nostri tranquilli sogni.
Qui non c’entrano le appartenenze, perché dinnanzi a questi drammi le parole della politica sono afone. La destra vince promettendo una sicurezza che poi non riesce a realizzare, la sinistra perde perché non sa’ dare concretezza alle sue promesse di solidarietà.
Il sindaco Alemanno dovrebbe chiedere perdono sulla tomba di quei poveri figli per aver agitato sgombri e progrom e aver poi lasciato che tutto continuasse a marcire nel degrado e nell’illegalità.
L’opposizione capitolina dovrebbe vergognarsi per non averlo incalzato, costringendolo a risanare, integrare, curare, troppo presa com’è  dalle sue guerre intestine e dalla partecipazione alla spartizione del potere.
Ma anche noi semplici cittadini non siamo innocenti. Che razza di popolo siamo diventati, avvelenati dai miasmi della cattiva politica, se assistiamo a questa vera e propria strage degli innocenti  senza provare un moto di indignazione e di ribellione?
La questione della sicurezza a Roma, così come nel resto d’Italia, è una cosa seria e meriterebbe di essere affrontata con proposte concrete, senza demagogie e sottovalutazioni, senza strumentalizzare un singolo episodio solo per attaccare l’avversario politico.
    Al centrodestra, a Roma e in Italia, si può certamente contestare di aver usato la paura per conquistare consensi. Solo che si tratta di consensi avvelenati, perchè dalla paura non nasce una politica razionale fatta di provvedimenti concreti, misure precise, interventi efficaci. Invece il governo porta avanti una politica che fa la faccia feroce senza però fornire alle forze dell’ordine e alla magistratura gli strumenti per agire e tagliando ai comuni i fondi per le politiche di prevenzione. Roma ha un pattuglia ogni duecentomila abitanti, spesso, come denunciano i sindacati di polizia, manca persino la benzina per le volanti. E il ministro Maroni che fa? S’inventa, con il plauso del centrosinistra, misure come la tessera del tifoso che servono solo a creare una nuova figura di colpevoli a prescindere. E il sindaco Alemanno? Aveva esordito annunciando misure drastiche e inattuabili, come quella di deportare tutti i Rom dalla città. Ora è costretto a fare i conti con le paure che lui stesso ha evocato, senza che nel frattempo siano state attuate misure concrete per rendere più vivibili le periferie romane, con più illuminazione, più servizi, più accoglienza. Anche lui, adesso, dovrà imparare che una città più solidale, dove i servizi per i cittadini funzionano meglio è anche una città meno violenta e più sicura. La repressione è necessaria, ma non basta.
    Quanto al Pd romano, dove s’è vista in questi anni una controproposta dell’opposizione capitolina per una città più sicura? Su questi temi, o si è distratto o ha rincorso le politiche della destra. Salvo adesso comportarsi esattamente come si comportava la destra nei confronti della giunta Veltroni, strumentalizzando episodi di cronaca per contestare l’operato del sindaco.
Occorrerebbe una riflessione seria sul perché il centrosinistra non riesce a elaborare una politica della sicurezza alternativa a quella destra. Se tu sfrutti l’emergenza di un episodio resti prigioniero della stessa logica. Cavalcare l’emotività e la paura non serve al centrosinistra, cui sarebbe necessaria invece l’elaborazione di un altro paradigma. Occorrerebbe, come disse Tony Blair, essere “inflessibili con il crimine, inflessibili con le ragioni del crimine”. Dunque, nessuna indulgenza verso chi commette i crimini, perché i cosiddetti reati minori sono quelli che spesso colpiscono di più la povera gente; e poi politiche che aggrediscano l’emarginazione sociale nelle grandi aree urbane, che sono il luogo di coltura della violenza: più maestri di strada, più educazione alla legalità, meno ideologia. Rifiutare in radice l’idea che la devianza violenta sia connaturata a determinate categorie: l’immigrato, il tifoso, il rom, il borgataro. Ma rifiutare anche l’idea che per accogliere i rom si debba anche accettare che non mandino i figli a scuola. Oppure che accogliere gli immigrati significhi accettare il potere maschile sulla vita delle donne o la loro mutilazione sessuale. Vorrei invece proporre una nuova cittadinanza dove i diritti siano uguali per tutti e quindi per tutti ci sia l’obbligo di rispettare i doveri.
Io continuo a riconoscermi nel gesto del nostro Grande Presidente, Giorgio Napolitano, che sentì il bisogno di andare a stringere le mani sporche di quella povera mamma dei bimbi rom morti nel rogo di Roma, con un gesto che era insieme umano, cristiano vorrei dire, e densamente politico.

mercoledì 29 giugno 2011

Censura sul web: fermiamo l’Agcom

Blog | di Vittorio Pasteris
29 giugno 2011
Più informazioni su: , , , ,




Censura sul web: fermiamo l’Agcom
Tutto era cominciato a marzo 2011 in una maniera tranquilla quando L’Autorità garante per le comunicazioni (l’Agcom) aveva pubblicato delle linee guida per un possibile provvedimento con un successivo coinvolgimento degli addetti ai lavori e dell’opinione pubblica per rispondere a una consultazione aperta.

Poi però la situazione è velocemente cambiata con una delibera in lavorazione da parte della stessa Agcom che permetterebbe di intimare agli Internet Service Provider di rimuovere contenuti attraverso una semplice procedura amministrativa sulla base di segnalazioni dei detentori dei diritti, senza passare attraverso l’autorità giudiziaria.

In parole semplici, secondo la delibera, si sostiene che se il titolare dei diritti di un contenuto dovesse riscontrare una violazione di copyright, a fini di lucro o non a fini di lucro, può chiederne la rimozione al gestore che ha 48 ore di tempo per adempiere all’intimazione.

Il richiedente potrebbe, secondo la delibera in bozza, rivolgersi all’Authority che entro cinque giorni dovrebbe rispondere. In caso di esito negativo, l’Agcom potrebbe disporre la rimozione dei contenuti. Per i siti non italiani è prevista l’inibizione del nome di dominio del sito web come per i casi di offerta, attraverso la rete telematica, di giochi, lotterie, scommesse o concorsi in assenza di autorizzazione.

Migliaia di siti potrebbero essere eliminati senza che né gli utenti né i proprietari dei siti ne sappiano nulla, visto che saranno notificati solo gli Isp.

Le basi giuridiche della delibera sono dubbie e considerate senza precedenti in quanto potrebbero portare a una censura su internet che non ha paragoni nel mondo civile.

Le Rete italiana non è stata a guardare, mobilitandosi in vista del 6 luglio, giorno in cui è prevista l’approvazione della delibera.

Ministeri al Nord, a Como fanno i conti. Che non tornano

il Fatto Quotidiano 
Politica & Palazzo | di Elena Rosselli
29 giugno 2011





Ministeri al Nord, a Como fanno i conti. Che non tornano
Nella città lariana ci sono già uffici e diramazioni locali di ben 13 dicasteri romani che impiegano 25mila dipendenti. E' il federalismo che non ti aspetti. Come i costi che lo Stato sostiene per pagare l'affitto per l'Archivio e per la caserma dei carabinieri: 428mila euro l'anno. Eppure gli spazi liberi ci sono
Trasferire i ministeri al Nord? No grazie. La proposta della Lega Nord targata Calderoli non piace a nessuno. Perché al di là dei proclami, i conti non tornano.

Due giorni dopo il raduno di Pontida Nicoletta Cottone su Il Sole24Ore quantifica il numero di dipendenti ministeriali che rischiano il trasferimento coatto al Nord: si tratta di 33mila persone su un totale di 174.681. “Attualmente al dipartimento comandato dal Senatur il personale è costituito da 17 persone – scrive Cottone – Da Calderoli operano, invece, 19 persone. In totale dunque a Monza andrebbero in 36 dai due dipartimenti”. Si tratta di “numeri esigui, proprio perché di tratta di dipartimenti e non ministeri, e dunque di un trasferimento di funzioni”. Il più grande dei dicasteri in ballo è quello degli Interni con oltre 20mila dipendenti, di cui 6.748 già al Nord. “Qui l’eventuale massa da trasferire dal centro e dal Mezzogiorno sarebbe di oltre 13mila persone – calcola ancora Il Sole – In ordine di grandezza segue il dicastero dell’Economia, che dovrebbe trasferirsi dallo storico quartier generale di via XX Settembre a Roma a Monza, ospite sempre di Villa Reale. Con i suoi 11.131 dipendenti sparsi fra Centro e Sud”. A Milano, nuova sede del ministero del Lavoro di Maurizio Sacconi, dovrebbero trasferirsi 5.555 dipendenti (più uno all’estero) che ora operano al Centro e al Sud. Indefinita la sede per il ministero dello Sviluppo economico, che concentra solo il 10 per cento dei suoi dipendenti al Nord. Qui il trasferimento interesserebbe 2.983 persone.

A gettare altra benzina sul fuoco ci pensa La Provincia di Como che sempre il 22 giugno, in prima pagina, sotto il titolo “A Como ci sono già 13 ministeri. E ci costano”, si legge: “A ben pensarci lo Stato, il governo e i ministeri sono già ben presenti in ogni città: a Como, ad esempio, ci sono uffici e diramazioni locali di ben 13 dicasteri romani”. L’articolo di Maria Castelli ricostruisce l’elenco: “Si comincia con il ministero dell’Interno (Prefettura e Questura), la Difesa (le caserme), Economia e finanze (Agenzie delle Entrate, del Territorio, delle Dogane, dei Monopoli), del Tesoro (Ragioneria dello Stato), dell’Agricoltura (Forestale), della Giustizia, dei Beni culturali, delle Poste, dei Trasporti (la Motorizzazione), del Lavoro, dell’Istruzione, del Welfare e della Salute”. Per un totrale di 25mila dipendentiE quello che vale per Como, vale per tutta Italia (Leggi). Perché Trasporti, Istruzione, Infrastrutture, Economia fino al ministero dell’Ambiente possono contare su uffici e dipartimenti lontani da Roma. Certo, non saranno le sedi centrali di cui parla Calderoli, ma sono le “articolazioni periferiche dei ministeri” di cui ha parlato Silvio Berlusconi per tentare di rassicurare il Pdl sulle mire ‘nordiste’ del Carroccio.

Il 25 maggio La Provincia torna a battere sul chiodo del decentramento con un vero e proprio appello: “A proposito di ministeri decentrati da Roma al Nord, sarebbe bello che qualche ministro del governo, magari proprio un leghista, guardasse all’enorme spreco che lo Stato fa a Como dove ha numerosi edifici di proprietà vuoti e nello stesso momento paga maxi affitti per le sedi dell’Archivio di Stato e per la caserma dei carabinieri. Soldi buttati al vento ogni anno”. Si tratta di 428 mila euro: 200 mila euro spesi ogni anno dal ministero dei Beni culturali per l’affitto dell’Archivio di Stato di via Briantea e 228 mila euro spesi dal ministero della Difesa per il canone d’affitto della palazzina che ospita la caserma dei carabinieri. Eppure, gli edifici statali vuoti a disposizione non mancano, per esempio l’ex carcere di S. Donnino e la caserma De Cristoforis. Quest’ultima potrebbe ospitare l’Archivio, ma Difesa e Demanio militare hanno sempre bocciato la proposta considerando la struttura “di riserva” (cioè militarizzata, ndr) e quindi indisponibile per altre funzioni anche pubbliche.

E per utilizzare come Archivio di Stato uno stabile in via Briantea a Como, dal 1994 (anno dello sfratto) a oggi il ministero dei Beni culturali ha speso 3 milioni di euro di affitto. Di fatto si tratta di un’occupazione. Come rivela oggi La Provincia, per stare lì il ministero non versa un canone d’affitto, ma un’indennità di occupazione, 200 mila euro l’anno in due rate semestrali. Sotto il profilo giuridico si tratta di “un’occupazione senza titolo” visto che il ministero ha perso la causa di sfratto e non è in grado di ottemperare ai 30 avvisi di sloggio arrivati in questi anni, l’ultimo il 15 giugno.

Ma non c’è solo l’Archivio di Stato. La Provincia individua anche l’inghippo della caserma Venini: operazione da otto milioni di euro con l’obiettivo di trasferire il comando dei Carabinieri nell’ex distretto militare caserma Venini, in modo da non pagare più 228 mila euro l’anno d’affitto all’amministrazione provinciale proprietaria della caserma e che, a sua volta, ne spende 200mila per affittare sedi per i propri uffici. Il primo lotto del nuovo quartier generale è stato realizzato a regola d’arte, secondo programma; il secondo lotto è stato appaltato ad un’altra impresa che fallisce. Tre anni di ritardo sui lavori. E, nel frattempo, si continuano a pagare affitti su affitti.
Cronistoria di "una puttanata intercontinentale"