domenica 31 luglio 2011

Presenti in aula I processi al tempo del Cavaliere

il Fatto Quotidiano
Misfatto
Una lunga fila di persone si accalca davanti ad un inerme Sandro Bondi per mettere una firma. Sono tutti i testimoni che i legali del premier convocheranno in tribunale. Ma sulla strada della salvezza del premier si para il pericoloso ostacolo della stanchezza

Guarda la striscia di Stefano Disegni

Italia, la finanza in mano ai dinosauri

Il Fatto Quotidiano
Economia & Lobby
31 Luglio 2011
  Italia, la finanza in mano ai dinosauri
Mediobanca ha varato un regolamento che fissa i limiti d'età per i suoi amministratori. Se le grandi aziende facessero lo stesso, rimarrebbero senza vertici. E 40 tra ad e presidenti si ritirerebbero  
Non c’è lifting che tenga, sono tanti gli amministratori delle principali società quotate a Piazza Affari a essere agé. La palma d’oro va a Rcs, seguita a stretto giro da Exor, la holding che controlla Fiat, dove pure il giovane presidente John Elkann abbassa la media. Ma sono le banche e le assicurazioni a detenere il primato italiano della gerontocrazia grazie a un totale di 47 consiglieri over 75. Non è un caso, allora, che sia stato proprio un istituto di credito, Mediobanca, a varare per prima la settimana scorsa un nuovo regolamento interno che fissa i limiti d’età per i suoi dirigenti. D’ora in poi i componenti del board della banca non potranno avere più di 75 anni, 70 i presidenti e 65 gli amministratori delegati. Se queste regole fossere applicate a tutti i cda, molte aziende sarebbero decapitate. E andrebbero in pensione 160 consiglieri di 57 società quotate e 40 tra ad e presidenti. Una novità in un Paese dove negli ultimi otto anni il peso dei giovani imprenditori sul totale è passato dall’8,1 al 6,3 per cento e quello degli ultrasettantenni è lievitato dall’8,5 al 9,2 per cento    

Corruzione: la malattia dell'Italia

Firenze,  di Andrea Berri

Corruzione: la malattia dell'Italia

A Firenze Libera fa il punto sui costi economici e sociali del malaffare


Corrotti
Corrotti
Come arginare la corruzione? Una risposta concreta a quaesta domanda è stata cercata dal dibattito Stop alla corruzione, che si è svolto a Firenze durante la quarta giornata della festa nazionale di Libera. Con Lorenzo Frigerio moderatore, si sono succeduti gli interventi di Quintiliano Valenti, vicedirettore di Trasparency International, Alberto Vannucci, docente università di Pisa, Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica e Gabriele Santoni di Avviso Pubblico. I relatori hanno analizzato i costi economici  e politici della corruzione, cercando di inquadrare il fenomeno nel contesto attuale della società italiana. Per Valenti la corruzione è «l'abuso di potere istituzionale per ottenere dei vantaggi privati». 

Laddove viene meno il controllo democratico la corruzione fiorisce: gli effetti per il mercato sono nefasti, i costi per l'Italia salati. «La corruzione infatti ha come effetto il costo finanziario della corruzione stessa» e riduce i fondi di investimento esteri di un paese. Per combatterla più seriamente le amministrazioni pubbliche italiane dovrebbero esigere con intransigenza la rendicontazione dell'operato di dipendenti e manager troppo spesso colpevoli di condotte poco etiche. Vannucci, intervenendo, ha rimarcato come la fattispecie stessa della corruzione sia più difficile da individuare, a causa dell'inadeguatezza della legge vigente. Il corruttore non chiede un atto di ufficio ma si aspetta un «risultato», ovvero sia tutto ciò che possa comportargli un vantaggio. Si formano così tante piccole «cricche» che arrivate al potere pubblico si spartiscono i beni della collettività. Tutto questo malaffare causa la scarsa qualità nell'opera pubblica e garantisce una maggior capacità di raccolta di voti al politico della cricca.

In generale il corrotto si trova ad avere un eccedenza di denaro da investire e le banche sono lo strumento idoneo per farlo. Partendo da questo spunto Biggeri, presidente di Banca Etica, ha riflettuto sull'opacità di fondo della finanza internazionale e del Governo italiano. L'Eni e l'Enel, società di cui il ministero del Tesoro è grande azionista, detengono numerose società in paradisi fiscali. Inoltre, la pratica dei condoni qualifica l'Italia come «paese della politica dei furbetti». L'ultimo scudo fiscale non permette infatti la verifica dell'illeicità dei fondi che rientrano nel belpaese. Gabriele Santoni ha ricordato che in primis spetta alla politica combattere il fenomeno, assumendo orientamenti chiari e decisi in merito ai lavori pubblici, come indicato dalla campagna anticorruzione di Libera e Avviso pubblico. «Piuttosto che nuove grandi opere va spronata la manutenzione delle opere che ci sono». 

L'incontro è terminato con un arrivederci dal 7 al 9 ottobre in occasione di Contromafie, la manifestazione che Libera terrà a Torino. Un momento ulteriore per approfondire il “virus” della corruzione ed i suoi possibili antidoti.

da libera informazione

Mettiamo “Current” sui nostri siti

 
Articolo 21 - INFORMAZIONE
Mettiamo “Current” sui nostri siti
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di Redazione

Mettiamo “Current” sui nostri siti
Da oggi Current tv non sarà più visibile sul canale 130 di Sky perchè non è stata raggiunta una intesa per il rinnovo del contratto. Continuiamo a pensare che Sky avrebbe fatto bene a garantire la presenza sulla piattaforma di una voce libera, indipendente, non convenzionale, ma forse questi suoi pregi sono stati considerati altrettanti difetti. La scomparsa di Current dalla piattaforma rappresenta comunque una ulteriore riduzione del pluralismo informativo in un paese che è già stravolto dai conflitti di interesse, quelli vecchi e quelli nuovi. Lo affermano in una nota Giuseppe Giulietti e Stefano Corradino, portavoce e direttore di Articolo21.  "Per queste ragioni oltre ad esprimere la nostra solidarietà a tutte i lavoratori e le lavoratrici di Current, abbiamo anche deciso di dare spazio sul sito di articolo 21 alla web tv che continuerà a ad assicurare la voce di Current in Italia, per queste ragioni chiederemo anche a tutte le associazioni che si occupano della libertà di informazione di fare altrettanto e di dare spazio alla voce di chi, in questi anni, ha sempre dato voce alle lotte contro le censure e contro i bavagli".

Siria, una strage decisa a tavolino

 
Articolo 21 - ESTERI
Siria, una strage decisa a tavolino
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di Riccardo Cristiano*

Siria, una strage decisa a tavolino
Stando al servizio meteorologico della Bbc oggi nella città siriana di Hama il termometro è salito fino a 43 gradi. Non deve essere facile per gli ottocentomila residenti resistere, visto che il governo di Bashar al-Assad ha fatto tagliare luce e acqua a tutti. Non è un misura nuova, il regime è ricorso tantissime volte a questo barbarica misura per piegare l’insurrezione in numerosi centri, piccoli o medi. Ma credo sia la prima volta per una grande città. E’ in questa città che questa mattina hanno fatto irruzione i fedelissimi del regime, causando secondo le prime stime 45 vittime (già salite a cento alle 12,30 italiane).
Hama è la città-martire per eccellenza del regime degli Assad. Chi può parlare di Siria e dimenticare il “capolavoro” di Assad padre, Hafez, quando in un giorno solo fece passare a miglior vita (peggiore di quella di suo suddito è difficile) ben 20mila abitanti di questa città. I fedelissimi di Hafez al-Assad minarono le mura della vecchia inespugnabile città insorta, mandando tutti al creatore, compresi ovviamente vecchi, donne e bambini.
Assad junior è ricorso alla misura medievale a lui più cara, togliere a tutti luce e acqua, per poi mandare i suoi a cercare di “ripulire” le strade.
Ma perché? Perché Bashar al-Assad non ha voluto ascoltare i suoi più preziosi alleati, perché dopo essere andato avanti come un mulo con la “linea dura, “ anche al costo di rompere con Turchia e Qatar, oggi non ha ascoltato neanche i “maestri” della linea dura?

Bashar infatti da mesi si è consegnato agli agenti iraniani e di Hezbollah, che secondo molte testimonianze o denunce sarebbero i veri istruttori della repressione, i fautori della politica dei desaparecidos. All’inizio, si ricorderà, i reparti specializzati che guidano la repressione della rivolta, seguendo le istruzione del fratello di Bashar, Maher al-Assad, causarono in pochi giorni un numero molto alto di morti. Poi iraniani e Hezbollah avrebbero suggerito una strada diversa: per rendere la repressione “compatibile” con il mondo d’oggi, che si impressiona davanti alle carneficine, era molto meglio ricorrere a torture e detenzioni di massa. Così molti stadi siriani sarebbero stati trasformati in luoghi di detenzione di massa, sul modello sudamericano (epoca Pinochet-Videla).
Una scelta che in molti hanno ritenuto “azzeccata”. Il lungo silenzio mediatico sulla Siria ha retto fino ad oggi, e per romperlo c’è voluta appunto questa nuova strage di Hama, non ancora conclusa e quindi dal bilancio purtroppo ancora provvisorio.
Chi tiene il conto delle vittime accertate in Siria dal 15 marzo scorso, data d’inizio dell’insurrezione contro gli Assadm, è arrivato a una cifra importante, quasi 2000. Ma il “gutta cavat lapidem” ha funzionato: era tempo che non si arrivava nel corso di una sola giornata a una cifra tale di assassinii da riportare Damasco sotto i riflettori della grande stampa.
Dunque la domanda resta: perché? Perché la nuova strage di Hama?
Isolato dal mondo, il regime avrebbe due grandi timori: l’insurrezione di Damasco e la defezione di pezzi significativi dell’esercito. Con costi economici enormi (e i soldi cominceranno pure a scarseggiare) il regime è riuscito  a reprimere l’insurrezione dei piccoli centri, ma se la rivolta popolare esplodesse anche nelle grandi città, sarebbe la fine. E questa fine potrebbe essere accelerata da importanti defezioni militari, un campanello d’allarme di cui si parla da settimane e che proprio nelle ultime ore sarebbe tornato a farsi sentire dalla città polveriera del confine con l’Iraq.
Allora, visto che la provincia e le periferie di Damasco ormai ribollono e visto che l’esercito dà sempre più inquietanti segni di rottura possibile, il regime avrebbe deciso di giocare la carta “stragista”, sperando che terrorizzi abbastanza da impedire l’esplosione di Damasco. E dove colpire se non ad Hama, in modo che quella città nemica e tutte le altre si ricordino la durezza della precedente strage, quella paterna.

Bossi: “Omofobi? Persone normali''. Humm...

Bossi: “Omofobi? Persone normali''.

Sicuro?

Ma ha guardato bene  Giovanardi, Buttiglione, La Russa, Borghezio...?


La distruzione della Basilicata

La distruzione della Basilicata

Intervista a Felice Santarcangelo
(11:00)
La Basilicata sfruttata, distrutta e ricompensata con l'elemosina dei petrolieri. E' il nostro futuro Golfo del Messico tra tralicci in mare, scorie radioattive e terra avvelenata dal petrolio.

Intervista a Felice Santarcangelo, portavoce pro tempore dell’Associazione No scorie Trisaia:

Basilicata tra scorie e petrolio (espandi | comprimi)
Sono Felice Santarcangelo e sono il portavoce pro tempore dell’Associazione No scorie Trisaia. Siamo nati nel 2003 contro il deposito di scorie nucleari a Scansano Ionico il comitato si chiama Non scorie Trisaia e prende nome dal centro nucleare che si trova a Rotondella Matera che è il centro Sogin della Trisaia. Ci siamo occupati di tutto quello che riguarda la difesa e la tutela del nostro territorio perché abbiamo aperto un po’ gli occhi su quello che stava avvenendo proprio sulla nostra terra a nostra insaputa,

Trivelle nel mar Jonio (espandi | comprimi)
Sul mare sono già due anni che li stiamo bloccando perché ogni tanto c’è una concessione nuova, quello che invece non riusciamo a bloccare sono le perforazioni sulla terra che interessano la Valle D’Agri principalmente e a macchia d’olio tutto il territorio lucano. In previsione la Basilicata, escluso il Parco del Pollino e una piccola parte del Parco della Vall D’ Agri,

Catena umana a Policoro (espandi | comprimi)
Nell’arco di 4 o 5 anni tireranno tutto e devasteranno un’intera Regione con il rischio di danneggiarci l’acqua che ci serve per dissetare due regioni: la Puglia e la Basilicata, per cui la questione è molto seria e è presa sottogamba dalla Regione Basilicata e da chi vuole tirare il petrolio e se ne frega niente di tutto il resto, non solo, a noi ci danneggiano addirittura l’agricoltura perché attualmente se va vicino il centro Oli di Vigiano gli agricoltori non vendono più nulla

La Liguria e la 'ndrangheta - Christian Abbondanza

La Liguria e la 'ndrangheta - Christian Abbondanza

Intervista a Christian Abbondanza
(11:00)
liguria e ndragheta
La criminalità organizzata si è fatta Stato. Può, indifferentemente, inserire i suoi uomini nelle istituzioni o condizionare gli eletti. Muove pacchetti di voti e i partiti sono affamati di voti. Senza i voti non esisterebbero. Il Nord Italia sta subendo (ha già subito?) la stessa sorte del Sud del Paese. Liguria, Lombardia, Piemonte sono diventate terra di 'ndrangheta come la Calabria.

Intervista a Christian Abbondanza di Casa della legalità


Cittadini contro la criminalità organizzata (espandi | comprimi)
Sono Christian Abbondanza della Casa della Legalità. Un'organizzazione di volontariato e di impegno civile che (senza contributi pubblici, ma semplicemente grazie al contributo di semplici cittadini, di piccole donazioni, sottoscrizioni) porta avanti da anni un'azione di contrasto alle mafie, all'illegalità diffusa, ai reati ambientali, alle storture delle pubbliche amministrazioni.

La Liguria colonizzata dalla 'ndrangheta (espandi | comprimi)
Ecco, la Liguria che ormai è stata colonizzata dalla 'ndrangheta ed ancor prima da Cosa Nostra, è diventata un territorio dove la 'ndrangheta riesce a condizionare il voto e a condizionare le scelte delle Pubbliche Amministrazioni... E non è una questione politica, riguarda destra e sinistra. La 'ndrangheta, come Cosa Nostra, non ha un colore politico. Noi abbiamo documentato con video, foto, documenti inoppugnabili,


I partiti sono coinvolti (espandi | comprimi)
E non si dica che è una questione di parte. E non si dica che è questione sollevata perché le amministrazioni di Bordighera, Vallecrosia e Ventimiglia sono amministrazioni di centrodestra, degli amici di Scajola. Pochi giorni fa abbiamo depositato 242 pagine di Relazione di richiesta della Commissione di Accesso al Comune di Andora, guidato dal centrosinistra, dagli amici di Claudio Burlando.

La bandiera nera di un governo in agonia

EDITORIALE

La bandiera nera
di un governo in agonia

di EUGENIO SCALFARI
BISOGNA evitare che le banche italiane, solide e liquide, siano considerate una propaggine del nostro debito pubblico. Bisogna evitare che il nostro Paese conquisti sui mercati agli occhi degli investitori e delle forti mani della speculazione la palma della fragilità a causa di un quadro politico logorato dal suo maxi-debito pubblico e da una malattia ormai strutturale qual è quella della debole crescita.
 Queste parole i nostri lettori le conoscono ormai a memoria per averle lette infinite volte su queste pagine, ma quella qui sopra riportata è una citazione: le ha scritte ieri il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, nell'articolo di fondo del suo giornale. È il giornale della Confindustria e Napoletano non è certo un giornalista di sinistra e tuttavia sono nette e impietose e altrettanto impietoso è il seguito dell'articolo. A nostro avviso sono l'esatta rappresentazione dello stato d'animo dei cosiddetti ceti moderati che ormai non esprimono più soltanto disagio ma una vera e propria disperazione.

Un'altra prova di quella disperazione ce la fornisce Sergio Romano in un articolo sul Corriere della Sera con il quale risponde alla lettera che Giulio Tremonti gli aveva indirizzato per giustificarsi sulla questione dell'appartamento a lui affittato dal suo amico e collaboratore Marco Milanese. Romano non è certo un bolscevico, ma l'asprezza del tono e il merito dei suoi giudizi nei confronti del ministro dell'Economia sono tali che Berlusconi l'avrebbe sicuramente ascritto alla genia del Comintern se non fosse che il Cavaliere è animato da un vero e proprio odio verso il suo ministro che vorrebbe veder morto ma del quale non può disfarsi senza mettere a repentaglio il suo governo sempre più traballante.

Questo complicatissimo rapporto, politico e psicologico, tra il presidente del Consiglio e il suo superministro dell'Economia è un altro dei tanti nodi che costringono il nostro Paese ad una assoluta immobilità salvo i pochi provvedimenti che servono a mettere al riparo Berlusconi dalle sentenze della magistratura. Se cade Berlusconi cadrebbe anche Tremonti che dopo lo scandalo Milanese (che tende ad allargarsi giorno dopo giorno) non ha più alcuna "chance" di potergli succedere a Palazzo Chigi. Ma se cade Tremonti comincerebbe a sussultare l'intero edificio governativo. Perciò "simul stabunt, simul cadent" con gli effetti che questa convivenza forzosa proietta sul governo: un gruppo di naufraghi su una zattera senza timone né timoniere.

Il Paese deve affrontare un mare sempre più tempestoso in queste condizioni, dove ad una situazione economica obiettivamente difficilissima si affianca una crisi di credibilità che coinvolge con la stessa intensità il "premier" e il superministro, avvinghiati l'uno all'altro dall'odio e dall'istinto di sopravvivenza.

* * *

Ma perché le banche italiane, solide e solvibili come abbiamo più volte scritto, sono ritenute "propaggini del debito pubblico" e ne sopportano ogni giorno le conseguenze sui mercati finanziari? Al punto di registrare una capitalizzazione di Borsa che in situazioni normali stimolerebbe numerosi tentativi di Opa nei loro confronti?
Secondo stime ufficiali la percentuale dei titoli di Stato nel loro portafoglio e in quello di privati cittadini e imprese italiane affidabili raggiunge il 56 per cento mentre la percentuale dei titoli del nostro debito in mani straniere non supera il 44, un rapporto che dovrebbe evitare la qualifica di "propaggini".

Purtroppo però le cose non stanno propriamente così. Da un rapporto analitico della Morgan Stanley i titoli italiani in mano a istituzioni, banche e investitori stranieri ammontano a 790 miliardi contro 787 in mano a banche, imprese e investitori italiani. Il rapporto sarebbe dunque del 50 per cento. Ma, osserva la Morgan Stanley, se si aggiungono ai detentori stranieri anche i titoli intestati a italiani ma gestiti dall'estero, la quota "straniera" sale al 56 per cento del totale. Questa proporzione è del tutto anomala ed accresce il rischio che i fondi monetari e le banche d'affari internazionali vendano titoli italiani per alleggerire i portafogli e sostituirli con "asset" più affidabili. Sorge la domanda del perché l'affidabilità dei titoli italiani sia diminuita. Molto dipende dal nostro "spread" con il Bund tedesco che viaggia ormai dai primi di luglio intorno ai 300 punti-base e nelle ultime settimane si colloca al di sopra dei 330.

In più la situazione politica italiana è giudicata universalmente volatile, la credibilità del governo è minima, il tasso di interesse delle nostre emissioni è salito al 6 per cento e tale sarà in autunno quando il Tesoro dovrà emettere una massa notevole di titoli. In queste condizioni l'onere del debito pubblico a carico del Tesoro si è già mangiato un terzo della manovra appena votata dal Parlamento. La crescita è zero. Le previsioni della Confindustria parlano addirittura di un Pil negativo nel 2012.
Speriamo forse che i mercati dormano sonni tranquilli fino alla fine dell'anno?

* * *

È evidente che queste analisi tecniche e politiche che servono a spiegare le reazioni negativi dei mercati finanziari si intrecciano con la questione morale. Il declino della moralità pubblica è ormai un dato oggettivo, testimoniato dalle iniziative della magistratura inquirente e da quella giudicante. Coinvolgono il presidente del Consiglio, il ministro Romano, il deputato Papa, il deputato Milanese, il giudice Capaldo, l'ex capo di Stato Maggiore della Guardia di Finanza, Adinolfi. Lambiscono Giulio Tremonti. Investono anche l'ex capo della segreteria di Bersani, Filippo Penati. Le reazioni di Bersani e del Pd sono state molto ferme. Manca la sospensione di Penati dal partito. Abbiamo già scritto che a noi sembra necessaria e urgente. Ma sull'altro lato dello schieramento i comportamenti sono ben diversi e le iniziative legislative sono vergognose, tanto più perché rappresentano il solo soprassalto di vitalità di un governo morente. Processo lungo e prescrizione breve: questi sono gli scatti del governo. Sembrano gli ultimi segnali, più automatici che vitali, d'un corpo che si disfà. Il Presidente Napolitano è ben consapevole di quanto sta accadendo. Ha incontrato tutte le parti sociali firmatarie del documento che invoca "discontinuità". Ha incontrato i partiti di maggioranza e quelli di opposizione. Aspetta che anche Bossi si metta a rapporto. Ma il clima è estremamente pesante.

Enrico Berlinguer, nel luglio del 1981, descrisse la questione morale che stava erodendo lo Stato. Abbiamo rievocato giovedì scorso la sua intervista a "Repubblica" e il significato che ebbe allora la sua denuncia. Oggi tuttavia la condizione della moralità pubblica è molto più grave. Il malaffare di allora serviva a pilotare consensi ai partiti; quello di oggi serve invece a procurare benefici personali a chi inalbera la bandiera del Re. Ricordiamo ancora le parole della Minetti quando aspettava una candidatura al Parlamento che fu poi trasformata nella sua partecipazione al consiglio della Regione lombarda: "Potrei rendere gli stessi servizi a Lui e pagherebbe lo Stato".
Hanno privatizzato i benefici pubblicizzando la corruzione: questi sono i frutti avvelenati del berlusconismo. Nel contratto con gli italiani stipulato a "Porta a Porta" nel 2001 non erano previsti ma aveva già avvelenato le radici del partito azienda dalle quali è nata la Seconda Repubblica.

L'intreccio è dunque perverso: questione morale, questione politica, errori e manchevolezze d'una manovra finanziaria che ha il solo effetto di comprimere il potere d'acquisto del ceto medio-basso, penalizzando consumi e investimenti. In realtà l'anomala accoppiata Berlusconi-Tremonti dovrebbe andarsene a casa lasciando al Capo dello Stato il peso delle necessarie decisioni. Ogni indugio aumenta il costo che peserà sulle spalle degli italiani.

Ministro Tremonti spiato? La procura aprirà fascicolo

IL CASO

Ministro Tremonti spiato?
La procura aprirà fascicolo

La decisione probabilmente verrà presa all'inizio della prossima settimana, dopo le affermazioni del ministro che ha detto di essersi sentito controllato in alcune caserme della capitale. La Guardia di Finanza: "Da 7 anni non dorme da noi". Dall'opposizione Pd e Idv chiedono dimissioni, attacchi anche da parte della maggioranza

ROMA - La procura di Roma aprirà quasi certamente un fascicolo processuale in merito alle affermazioni del ministro dell'Economia Giulio Tremonti relative alla sensazione di essere "spiato, controllato, pedinato" espressa in un colloquio 1 con la Repubblica a proposito della vicenda della casa da lui occupata, fino a poco tempo fa, nel centro di Roma. Colloquio in cui il ministro ha detto di aver accettato l'offerta di soggiornare nella casa offertagli da Marco Milanese, suo collaboratore al centro di un filone dell'inchiesta sulla P4 2, perché quando era ospite di alcune caserme nella capitale si è sentito controllato. 

I vertici di piazzale Clodio, secondo quanto si è appreso, hanno esaminato oggi le parole del ministro e stanno ora valutando l'apertura di un fascicolo per accertare se Tremonti sia stato vittima di spionaggio. Probabilmente la decisione verrà presa all'inizio della prossima settimana. "Ho profonda stima e fiducia nella scorta della Guardia di Finanza - ha detto in serata Tremonti - che mi segue da moltissimi anni, gli stessi sentimenti per la Guardia di Finanza a partire dal suo comandante generale. Tutto quanto è a mia conoscenza - precisa il ministro - l'ho rappresentato alcune settimane fa alla magistratura. Lo confermo. Il resto sono state ipotesi e forzature giornalistiche".

Nel colloquio con Repubblica il ministro ha riconosciuto di aver fatto "una stupidata" e nel rammaricarsi ha detto di assumersi "tutte le responsabilità". "In quella casa non ci sono andato per banale leggerezza - ha aggiunto il ministro - il fatto è che prima ero in caserma, ma non mi sentivo più tranquillo". La Guardia di Finanza, dal canto suo, ha ribattuto che il ministro non è stato ospite nei suoi locali dal 2004 3.

Se, come sembra, gli inquirenti di piazzale Clodio decideranno di procedere, il titolare del dicastero di via XX Settembre potrebbe essere convocato come persona informata sui fatti per approfondire le sue sensazioni.

Stretto fra le inchieste e la pressione dei mercati internazionali, il ministro dell'Economia si è rifugiato nella sua Pavia per il weekend e resta in silenzio. Intorno a lui e ai rapporti con il suo ex braccio destro Marco Milanese continuano intanto gli attacchi dell'opposizione, ma anche di parte della maggioranza: lo stesso Silvio Berlusconi non avrebbe alcuna intenzione di muoversi per sostenerlo 4

Si è riaperto poi lo scontro con il sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto, che venerdì aveva difeso Tremonti, dicendo che i suoi timori sulla Gdf non erano lontani dalla realtà, gelato poi dalla marcia indietro del ministro, che in una telefonata al generale Nino Di Paolo, comandante della Guardia di Finanza, aveva espresso, proprio dopo la dichiarazione di Crosetto, "piena fiducia e stima nelle Fiamme Gialle, confermando come il corpo abbia sempre agito nel pieno e rigoroso rispetto delle leggi".

Crosetto oggi dice di aver fatto male a prendere le parti del ministro dell'Economia. Ancora più forte l'affondo del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianfranco Miccichè, secondo cui con le parole dette ieri in tv Tremonti "offende l'intelligenza degli italiani".

Richieste di dimissioni 5 per Tremonti sono arrivate a più voci dall'opposizione, come dall'Italia dei valori ("Chiarisca e poi si dimetta", dice Massimo Donadi) e dal Pd. E Francesco Rutelli, leader dell'Api e membro del Copasir, si chiede: "Perché il ministro non ha fatto denuncia?". Del caso se ne occuperà martedì prossimo il Copasir e Rutelli fa sapere che chiederà "a De Gennaro se i servizi hanno informazioni al riguardo".

Repubblica piange D'Avanzo Dalla mafia alle 10 domande

Repubblica piange D'Avanzo
Dalla mafia alle 10 domande

Il ricordo di Ezio Mauro - Audio

 Repubblica piange  D'Avanzo      Dalla  mafia alle 10 domande      Era un campione di giornalismo, è morto improvvisamente ieri. Ha scritto alcune tra le pagine più importanti del nostro giornale e delle inchieste sui lati oscuri e inquinati del potere. Napolitano: "Impegno e grande passione"

Tutti i finanziatori del sistema Penati

Tutti i finanziatori del sistema Penati

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Dalla Banca Popolare di Milano guidata da Ponzellini alle società di Sarno, Di Caterina e Binasco: ecco chi ha aiutato l'associazione culturale Fare Metropoli e la campagna elettorale 2009 per le Provinciali dell'ex braccio destro di Bersani
“Io sono una persona onesta dottore, sono un ex operaio”. Pietro Rossi garantisce di non sapere nulla dei movimenti di Fare Metropoli, l’associazione attraverso cui Filippo Penati ha finanziato la sua attività politica girando ai suoi due comitati elettorali i fondi ricevuti anche da imprenditori e amici in rapporti con la Provincia da lui guidata. Dalla Corsica, dove è in vacanza, Rossi ci tiene a dirsi disponibile a “parlare con calma, quando torno”. Al telefono anticipa di non aver mai conosciuto Di Caterina e che sì “Binasco lo conosco certo, ma ne parleremo a Milano”. Nel frattempo sente la necessità di chiamarsi fuori: “Io non ho rubato niente eh, mai niente”. Rossi è stato nominato presidente dell’associazione con l’atto costitutivo del 30 dicembre 2008. Frequentava gli uffici di via Galileo Galilei 14, ha sempre presieduto le assemblee dei soci, nominato consulenti, tenuto i rapporti con il commercialista Angelo Carlo Parma, è a conoscenza dei bonifici, degli assegni, dei versamenti in contanti (sempre per importi inferiori a 12.500 euro, limite fissato dal decreto anti-riciclaggio poi ridotto a 5 mila dal 31 maggio 2010) di cui l’associazione e i comitati elettorali di Penati hanno beneficiato. E ha firmato le lettere con cui Fare Metropoli ringraziava i benefattori dei contributi stanziati “a favore dell’attività culturale della nostra associazione”.
Ne ha firmate parecchie, di lettere. Perché i contributi, versati a colpi di piccole quantità, hanno generato un flusso complessivo di diverse centinaia di migliaia di euro. Il bilancio dell’associazione non è pubblico. E i versamenti sono stati regolarmente registrati. Dai conti di Fare Metropoli sono usciti contributi ai due comitati elettorali di Penati, uno per la lista l’altro per la candidatura alla presidenza della Provincia. In via Galilei sono custoditi gli elenchi di quanti hanno contribuito, forse anche a loro insaputa, alla campagna elettorale dell’ex capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani.
C’è la Banca Popolare di Milano guidata da Massimo Ponzellini. E la banca di Legnano, il cui cda è presieduto da Enrico Corali, nominato da Penati nel board di Expo 2015. C’è la Stilo immobiliare finanziaria srl, di cui rappresentante è l’amico Antonio Percassi, il costruttore bergamasco ex calciatore da poco presidente anche dell’Atalanta, che è anche amministratore unico della Finser Spa, altra società che versa contributi alla galassia politica penatiana. In Finser siede anche Vittorio Bianchi, amministratore delegato della Stilo immobiliare. Versa contributi anche il gruppo Intini, gigante delle costruzioni di Sesto San Giovanni, in rapporti con Penati sia nella sua veste da sindaco dell’ex Stalingrado d’Italia, prima, sia da presidente della Provincia.
Il gruppo Intini partecipa attivamente a Fare Metropoli attraverso due sue società per azioni: Sma e Milanopace. Quest’ultima sta realizzando il complesso edilizio “Le torri del Parco” che prevede investimenti per 100 milioni di euro ed è stato progettato dall’architetto Renato Sarno, uno dei perquisiti mercoledì scorso per l’inchiesta della procura di Monza che vede indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito Penati. Anche il gruppo Sarno finanzia l’attività culturale di Fare Metropoli e la campagna elettorale dell’ex vicepresidente del consiglio regionale. A finanziare Penati ci sono anche società e partecipate riconducibili a due imprenditori: Pietro Di Caterina e Bruno Binasco. Il primo ha raccontato alla procura di Monza di aver versato tangenti per milioni di euro proprio all’ex capo della segreteria politica del Partito Democratico. Di Caterina ha creato dal niente una fortuna grazie ad appalti pubblici e costruzioni a Sesto San Giovanni. Titolare dell’azienda di trasporti Caronte srl mette anche a disposizione alcuni pullman per la campagna elettorale. Anche quando Walter Veltroni, nella sfida del 2008 contro Silvio Berlusconi, decide di girare in pullman l’Italia sale su mezzi della Caronte.
Il secondo, Bruno Binasco, è il factotum del gigante Gavio. Un universo che tra autostrade e costruzioni fattura oltre sei miliardi di euro ed è primo azionista di Impregilo. Binasco è indagato dalla Procura di Monza per aver finanziato illecitamente con 2 milioni di euro nel 2010 Penati. Il sistema ipotizzato dagli inquirenti è lo stesso usato nel 1993, quando venne arrestato per aver finanziamento illecitamente, con 150 milioni di lire di mancata restituzione di interessi su una caparra immobiliare, il Partito comunista tramite il “compagno G” Primo Greganti. Binasco, oggi, siede nel cda della società Tangenziale Esterne di Milano Spa (partecipata della Provincia) insieme a Pietro Rossi, nominato da Milano Serravalle. I due, come ha riconosciuto Rossi, si conoscono. E certo, come dice, “non c’è nulla di male”. Perché l’associazione era “in regola” e comunque “io non ho rubato niente”, insiste Rossi. Al massimo, “sarà malcostume” ma ci vediamo quando torno.
da Il Fatto Quotidiano del 29 Luglio 2011

Fonte articolo


informazione senza filtro

sabato 30 luglio 2011

L’assicurazione sulla vita di Berlusconi

L’assicurazione sulla vita di Berlusconi

da l' Unità di Il congiurato Nel Pdl hanno colpito le cose raccontate da Tremonti per descrivere la condizione di paure e sospetti che lo hanno costretto ad accettare l’offerta di subaffitto da parte del suo amico Marco Milanese dietro compartecipazione alle spese. Un particolare, quello del rapporto di sublocazione, emerso solo pochi giorni fa dalla memoria presentata dallo stesso ex consigliere politico del ministro presso la giunta per la autorizzazioni a procedere della Camera, dove attende il voto sulla richiesta del suo arresto presentata dalla procura di Napoli. La decisione però arriverà soltanto a settembre inoltrato. Quando cioè sarà ripresa l’attività politica dopo la pausa agostana e si vedrà davvero se l’attuale esecutivo sarà in grado di reggere all’urto dei mercati. Dunque, almeno in teoria, sarebbe stato preferibile chiudere prima, per esempio la prossima settimana, una vicenda che ha finito inevitabilmente per mandare sulle prime pagine dei giornali lo stesso super Giulio. Chi siede in giunta però non si mostra sorpreso della tempistica singolare sponsorizzata dal partito del ministro, il Pdl. Anzi, raccontano come proprio uno dei più autorevoli esponenti del primo gruppo di governo si sia di fatto prodigato affinché il caso non venisse rimosso subito. Come se non ci fosse fretta di togliere dalla graticola Milanese e indirettamente Tremonti stesso, almeno dal punto di vista dell’immagine. Se questa è la ragione che ha spinto il Pdl a non liberare la strada del governo dall’ingombrante caso, meno chiara appare la spiegazione che ne danno i membri della giunta: da una parte c’è chi ci vede uno stratagemma per provare a marcare stretto politicamente il ministro dell’economia in un periodo che coinciderà con la preparazione della manovra correttiva di settembre e la legge di stabilità; dall’altra c’è chi invece la considera una sorta di assicurazione sulla vita stipulata da Berlusconi contro ogni tentazione di distacco da parte dell’asse Tremonti-Lega. Tentazioni di settembre…

Lo scisma irlandese


Lo scisma irlandese

Lo scisma irlandese

Lo scandalo degli abusi sessuali commessi dal clero, che era iniziato a Boston esattamente dieci anni fa, in una chiesa cattolica ancora in buona parte etnicamente irlandese, sembra toccare ora il punto politicamente più critico proprio in Irlanda.
Come si dice in America, «the luck of the Irish»: la proverbiale «fortuna degli irlandesi» si rivolta contro la chiesa-madre della nazione del trifoglio, i cui eminenti teologi arrivano a chiedere le dimissioni di tutti i vescovi nominati da Roma prima del 2003. Nel 1945 De Gaulle era arrivato a chiedere la testa di 30 vescovi compromessi col regime filonazista di Vichy; ma le accuse del premier irlandese alla cultura clericale cattolica non hanno precedenti, se si considera che vengono dal governo di un paese a maggioranza cattolica.
L’allineamento tra clero e governo irlandesi, critici nei confronti della gestione vaticana dello scandalo, porta molto indietro, a quel secolo XI in cui proprio sul potere di conferire legittimità ai vescovi della chiesa cattolica romana si era prodotta la crisi più grave nei rapporti tra papato e impero: allora fallì il tentativo dell’imperatore tedesco Enrico IV di formare una chiesa docile all’impero e di spezzare la comunione cattolica in «chiese nazionali» soggette al potere secolare.
Oggi, sulla capacità di Roma di riprendersi dalla crisi generata dal «sex abuse scandal» si gioca il futuro della chiesa, e non solo in Occidente. Dall’elezione di Benedetto XVI in poi si è tentato di fare chiarezza sulle regole che la chiesa cattolica si dà quando emergono sospetti e casi di abusi sessuali. Ma molto resta da fare: da una parte, l’ultimo passo del Vaticano, nel maggio scorso, è stato approvare delle «linee guida» che non hanno la forza legale di norme vere e proprie.
Di fronte ad una reazione vaticana che ricorda le patch di Windows, le pezze che di volta in volta si attaccano ad un vestito vecchio, la politica di difesa da parte del pontificato, finora, è stata una politica delle nomine: affidarsi a vescovi fidati, non solo nominati dal papa (come da diritto canonico), ma anche scelti personalmente da Benedetto XVI.
Il loro profilo è quello di un cattolicesimo visibilmente identitario: le nomine più importanti annunciate di recente per sedi cardinalizie, a Milano, Berlino, Los Angeles, New York e Philadelphia, tentano di costruire un’immagine di una chiesa al contrattacco, cosciente di una sfida epocale portata dall’esterno.
Della sfida che viene dall’interno della chiesa, invece, non vi sono tracce. Ma la realtà della chiesa è un’altra, e da questo punto di vista il passo inopinato del governo irlandese rappresenta un aiuto per Roma, perché consente di giocare la carta del confronto tra la Santa Sede e gli Stati: un terreno su cui Roma vince anche quando perde.
Ma il terreno di sfida non è oggi tra Santa Sede e governi anticattolici. In Austria una petizione partita dalla chiesa di base invita pubblicamente clero e laici a disobbedire alle norme della chiesa sulle questioni più scottanti (celibato del clero e ruolo delle donne nella chiesa). In Germania i vescovi hanno aperto un confronto con i laici cattolici tedeschi, che a gran voce chiedevano da tempo di riprendere in mano quell’esperienza fondativa per la chiesa postconciliare che fu il Sinodo di Würzburg del 1971-1975.
Per non parlare della situazione della chiesa in Cina, è noto che in Africa si moltiplicano i casi (tenuti lontano dall’opinione pubblica) di vescovi e clero allontanati dopo essere stati “scoperti” con moglie e figli. In Australia un vescovo viene indagato e licenziato per aver detto ciò che dicono da tempo molti teologi e anche qualche cardinale già in pensione e quindi non più licenziabile.
Negli Stati Uniti lo stato del dialogo all’interno della chiesa è al punto più basso da sempre, e non solo a causa delle fughe in avanti di coloro che hanno ordinato donne sacerdote da subito costrette alla clandestinità: vescovi e teologi non perdono occasione per darsi sulla voce sulle questioni più diverse, e la Conferenza episcopale americana è praticamente silente di fronte alla macelleria sociale portata avanti dai repubblicani, ai quali i vescovi non vogliono mancare di dare il loro sostegno politico in nome della lotta all’aborto.
Mentre in Italia ci si interroga sulle prospettive future di un nuovo partito cattolico, in America tutti sanno che il partito dei vescovi cattolici esiste già ed è il Partito repubblicano.
Il problema della chiesa mondiale di oggi è la dissociazione tra la sua immagine ufficiale e i problemi aperti: in un’epoca senza movimenti politico-sociali significativi, la chiesa ha dei “movimenti cattolici” che in larga misura perpetuano l’illusione di una chiesa in pace con se stessa perché in guerra col mondo. Nel medioevo la chiesa cattolica dovette sottrarsi alla minaccia di un impero deciso ad assoggettarla: da quella crisi nacque il papato moderno e una chiesa gerarchica e clericale che fino ad oggi ha fatto del cattolicesimo romano il marchio più facilmente identificabile tra tutte le centinaia di forme diverse di cristianesimo. Oggi, la chiesa cattolica mondiale deve salvare se stessa dalla minaccia di sentirsi sicura all’ombra del suo stesso impero: la Roma vaticana a rischio di diventare un parco a tema, la Disneyland del cattolicesimo che fu.
tratto da “Europa”

In quali tasche il fisco mette le mani

L'analisi

In quali tasche il fisco mette le mani

C’è un iceberg che cresce davanti al Titanic Italia: bisogna cambiare rotta


Tagli e riforme fiscali
Tagli e riforme fiscali
L’Agenzia delle Entrate ha recentemente pubblicato i dati sul prelievo IRPEF per l'anno 2009: il 93,71 % del gettito è prelevato dalle tasche dei lavoratori dipendenti e dei pensionati , mentre soltanto il restante 6,29% è versato dagli imprenditori, dai liberi professionisti, dagli autonomi e da altre categorie di lavoratori indipendenti. Tutti sappiamo che dipendenti e pensionati sono tassati alla fonte e di conseguenza lo spazio per evadere il fisco è limitato (anche se persistono episodi di doppio lavoro e prestazioni effettuate in nero). Di conseguenza è innegabile che il 6,29% di IRPEF pagata dai lavoratori autonomi (eppure siamo il Paese delle Partite IVA!) nasconde una enorme evasione fiscale.  Un dato emblematico, che dimostra le anomalie fiscali italiane, è la differenza tra redditi dichiarati e redditi effettivamente posseduti: l’Istat stima un’evasione fiscale pari al 17% del PIL.   

Marcello De Cecco, professore di Storia della Finanza e della Moneta presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, il 22 luglio scorso ha dichiarato che “in Italia, se gli evasori cominciassero anche gradualmente a pagare le tasse, i problemi di finanza pubblica diminuirebbero enormemente”.  Il 26 luglio i tassi di interesse sui titoli di Stato italiani hanno raggiunto il record negli ultimi 3 anni, il che significa che aumentano gli interessi da pagare sul debito pubblico. Nello stesso giorno dalla Spagna è arrivata la notizia che il gettito IRPEF nei primi 5 mesi del 2011 è stato di 14.477 milioni di euro, mentre nello stesso periodo gli interessi sul debito hanno raggiunto gli 8.757 milioni di euro. Cioè in Spagna il 60,6% delle tasse sulle persone servono a pagare gli interessi sul debito (resta poi sempre il debito da pagare …).

 I dati della Spagna dovrebbero far sobbalzare sulla sedia il Ministro dell’Economia, mentre scrive le manovre economiche sulla scrivania che fu di Quintino Sella. Tancredi Bianchi, presidente onorario dell’Associazione Bancaria Italiana, il 28 luglio ha scritto che le economie occidentali “sarebbero a rischio per la non sostenibilità, a lungo termine, dei debiti statali”. 

Robert Engle, Premio Nobel 2003 per l’Economia, ha recentemente dichiarato: "La speculazione si accanisce contro l'Italia perché il Debito è sproporzionalmente alto in rapporto all'abilità del Governo nel gestirlo e ridurlo, e questo va avanti da troppi anni. Occorrerebbe qualche misura contro l'evasione fiscale che abbia un effetto di risonanza internazionale". 
Loretta Napoleoni, economista e saggista (collabora con The Guardian, Le Monde, El Pais e L’Unità), il 22 luglio ha scritto: “Se il governo non agisce subito, imponendo una tassa patrimoniale dalla seconda casa in poi, rischiamo di finire come i greci”.  

Sul Corriere della Sera del 27 luglio Giuliano Amato, intervistato da Aldo Cazzullo, dice: “se un’imposta sulla ricchezza una tantum può abbattere il nostro debito per qualche decina di punti e tranquillizzare i mercati, non possiamo sottrarci”.  In effetti, l’ha detto anche il Ministro Tremonti, che siamo “come sul Titanic”. L’iceberg si trova esattamente davanti alla nave Italia: è il debito pubblico accumulato negli ultimi decenni, in particolare alla fine degli anni ’80 e negli ultimi 3 anni. Dell’iceberg vediamo spuntare solo una minima parte, formata dagli interessi sul debito. E intanto l’iceberg continua a crescere, per l’accumulo di ghiaccio chiamato deficit annuale. I tassi di interesse stanno salendo e così la parte emergente dell’iceberg sta aumentando. Ciò dovrebbe rendere l’iceberg più visibile, anche a grande distanza.   

Purtroppo, invece, le vedette hanno lasciato i binocoli in cabina, il timoniere è distratto in una conversazione al cellulare e il comandante della nave è in sala da ballo ad intrattenere i passeggeri che giocano alla roulette … 

I giovani del Sud sono senza lavoro. B. festeggia il processo lungo

Due giovani su tre nel meridione sono a spasso: il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) è giunto nel 2010 ad appena il 31,7% (il dato medio del 2009 era del 33,3%; per le donne nel 2010 non raggiunge che il 23,3%), segnando un divario di 25 punti con il nord del Paese (56,5%). Dati che inducono la Svimez a sollevare “la questione generazionale” che diventa in quest’area dell’Italia “emergenza e allarme sociale”. Timori confermati dall'aumento degli inattivi (cioè persone che  non lavorano e non cercano attivamente un lavoro) aumentati, tra il 2003 e il 2010, di oltre 750mila unità.
Governo preoccupato. Domani a Villa Certosa riunione  del Consiglio dei Ministri per varare un piano straordinario  per favorire  per favorire l' occupazione giovanile nel Sud.
Ma quando mai!
Domani a Villa Certosa Berlusconi festeggerà il  il 48/mo voto di fiducia da quando, nel maggio 2008, si è insediato il suo governo, che ha fatto approvare il ''processo lungo'', l' ennesima legge ad personam, che consentirà di far prescrivere i processi nei quali e' coinvolto (processo Mills, Mediaset, Mediatrade, Rubygate).
Una volta approvate dalla Camera le nuove norme valgono da subito  per tutti i processi che sono ancora in primo grado e nei quali i legali potranno chiedere i testi prima respinti. Inoltre non si potranno più utilizzare le sentenze definitive nei nuovi dibattimenti (e' il caso del cosiddetto processo Mills nel quale B. è accusato di corruzione). 
I giovani del sud?
Peggio per loro che sono giovani, nati al Sud. Le donne, a suo giudizio, devono spsare un ricco, magari vecchio. Gli uomini o trovano una vecchia erediteria o è meglio che vadano all' estero per trovare un lavoro.

Emergenza sociale: Rapporto Svimez, al sud senza lavoro due giovani su tre

Articolo 21 - INTERNI
Emergenza sociale: Rapporto Svimez, al sud senza lavoro due giovani su tre
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di Danilo Sinibaldi

Emergenza sociale: Rapporto Svimez, al sud senza lavoro due giovani su tre Studiano, si preparano, magari si specializzano. Ma poi restano a casa senza lavoro. E’ la condizione dei giovani del sud secondo il Rapporto 2011 della Svimez (Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno).
Due giovani su tre nel meridione sono a spasso: il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) è giunto nel 2010 ad appena il 31,7% (il dato medio del 2009 era del 33,3%; per le donne nel 2010 non raggiunge che il 23,3%), segnando un divario di 25 punti con il nord del Paese (56,5%). Dati che inducono la Svimez a sollevare “la questione generazionale” che diventa in quest’area dell’Italia “emergenza e allarme sociale”. Timori confermati dall'aumento degli inattivi (cioè persone che  non lavorano e non cercano attivamente un lavoro) aumentati, tra il 2003 e il 2010, di oltre 750mila unità.
Non solo i giovani. La piaga della disoccupazione al sud riguarda tutte le fasce d’età, con tassi di senzalavoro doppi rispetto alle aree del centro nord. I dati sono impietosi e non lasciano intravedere elementi di positività per il futuro: il tasso di disoccupazione stabile è del 13,4%, in aumento di quasi un punto e mezzo rispetto a due anni fa. Peggio! E' morta anche la speranza: il 25% dei meridionali non lavora o ha smesso di cercare un'occupazione. Se mettiamo nel conto dei non occupati anche i lavoratori che usufruiscono della Cig e che cercano lavoro non attivamente, il tasso di disoccupazione corretto sale al 14,8% a livello nazionale, dall'11,6% del 2008, con punte del 25,3% nel Mezzogiorno (quasi 12 punti in più rispetto al tasso ufficiale) e del 10,1% nel Centro-Nord.
In particolare in Campania, segnala la Svimez, lavora meno del 40% della popolazione in età da lavoro, in Calabria il 42,2% e in Sicilia il 42,6.
Il tasso d'occupazione si riduce anche nelle regioni del Centro-Nord con l'eccezione di Valle d'Aosta, Friuli e Trentino Alto Adige, che presenta il valore più alto (68,5%). Particolarmente intensa è la flessione in Emilia Romagna (-2,8 punti percentuali, dal 70,2% al 67,4%) e in Toscana (dal 65,4 al 63,8%).
Come può questo governo continuare continuare a fare propaganda sul Piano Sud o sulla Banca del Sud che, entrati nel quarto anno della legislatura, sono ancora in alto mare? Come è possibile continuare a rinviare la partenza di una stagione di riforme per lo sviluppo sostenibile?
L'occupazione giovanile, come confermano i dati dello Svimez, è una delle emergenze del nostro Paese sulla quale è possibile intervenire concretamente. Come? Intanto diminuendo il costo del lavoro stabile, escludendo la retribuzione contrattuale dalla determinazione degli appalti al massimo ribasso o  estendendo gli ammortizzatori sociali anche al lavoro precario e prevedere un rimborso spesa per stagisti e tirocinanti.
I dati terrificanti sulla disoccupazione giovanile dovrebbero convincere il governo a dichiarare lo stato d’emergenza: un esecutivo con un minimo d’interesse per il Paese dovrebbe lavorare in Parlamento, coinvolgendo anche le Regioni, per trovare la soluzione migliore per uscire dalla crisi. È indispensabile investire tutto sull’innovazione e sulla ricerca, puntando sulle nuove generazioni. Questo governo, invece, ha costretto i giovani laureati alla precarietà permanente, obbligando quasi 30mila ragazzi ad abbandonare ogni anno le loro terre per cercare un’occupazione nel nord Italia o nel nord Europa.

Processo lungo: una legge contro il diritto

 
Articolo 21 - INTERNI
Processo lungo: una legge contro il diritto
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di Domenico Gallo

Processo lungo: una legge contro il diritto Dopo l’ennesima fiducia sull’ennesima riforma della procedura penale confezionata nell’interesse di un imputato eccellente, molti si sbracceranno a denunciare il ricorso di un’altra legge ad personam. Però tale denunzia rischia di non cogliere nel segno e di non turbare più un’opinione pubblica ormai tanto assuefatta alla legislazione ad personam da non considerarla più un fatto sconveniente. In effetti non bisogna sottovalutare il messaggio con cui i media del regime fanno trangugiare all’opinione pubblica le leggi “ad personam”, cioé che tali normative, anche se favoriscono l’imputato Berlusconi e gli uomini della sua Corte, perseguitati da ingiusti accanimenti giudiziari, rispondono ad un interesse pubblico, in quanto introducono elementi di razionalizzazione delle regole e di tutela degli interessi della generalità dei cittadini.
E’ questa la menzogna, essenziale per la tenuta  della favola del Paese dei Balocchi nell’immaginario collettivo, contro la quale bisogna fare chiarezza.
Generalmente in qualunque Paese civile, i Governi si sforzano di rendere più efficiente l’operato delle amministrazioni pubbliche ed i servizi che il settore pubblico deve garantire ai cittadini. Tuttavia quando è in gioco il diritto alla libertà dei cittadini, allora l’esigenza di efficienza dell’azione repressiva della polizia e della magistratura si scontra con l’esigenza di tutelare i diritti inviolabili del cittadino che ha il diritto di preservare la sua libertà ed i suoi beni,  anche a fronte dell’interesse punitivo dello Stato. Il punto di equilibrio fra il doveroso intervento dello Stato per reprimere i comportamenti antisociali ed i diritti del cittadino coinvolto in fatti di rilievo penale è rappresentato dal giusto processo. Nessuno può essere punito (e quindi subire delle limitazioni alle sua libertà) se la sua responsabilità non viene accertata, nel rispetto di procedure rigorose, da un giudice imparziale ed indipendente da ogni altro potere.
La questione che la legge sul processo lungo pone, come tutte le altre norme “ad personam” approvate od in gestazione in Parlamento, attiene proprio al funzionamento delle procedure. Vale a dire se la macchina giudiziaria che produce il processo penale debba funzionare per pervenire al suo sbocco naturale (l’accertamento della verità di un fatto reato e l’irrogazione delle pene di giustizia ai responsabili), ovvero se debba essere intralciata nel suo funzionamento, in modo da rendere vana l’azione dei pubblici poteri che mira a contrastare la criminalità. Quella approvata dal Senato con il voto di fiducia  non è una disciplina che mira a rendere più “giusto” il processo, né mira a rafforzare le garanzie dell’imputato. E’ una normativa che non ha altro significato e scopo se non quello di ingolfare il funzionamento della macchina del processo penale per impedire che il processo arrivi al suo sbocco naturale: la giustizia.. Ciò vale soprattutto per i reati dei colletti bianchi (che dopo mafia e terrorismo sono quelli più dannosi per la società) che usufruiscono di ridotti termini di prescrizione. Cancellando il potere del giudice di escludere le prove che sono manifestamente superflue o irrilevanti, il dibattimento penale diventerà un inutile spreco di tempo e di denaro e potrà essere allungato all’infinito, fin quando la prescrizione porrà fine alla farsa.
Inoltre, se alla fine, dopo un travagliato percorso giudiziario dei fatti di rilevanza penale saranno accertati con sentenza passata in giudicato, la sentenza non potrà essere utilizzata da altri giudici per accertare i medesimi fatti con riferimento ad altro imputato e bisognerà ricominciare tutto da capo.
Il processo penale è una risorsa delicata e costosa, ma nello Stato di diritto non c’è un  altro sistema per il contrasto alla criminalità, funzione essenziale per garantire la convivenza pacifica fra tutti i consociati.
E’ mai possibile che nel Paese dei balocchi in cui ci hanno ridotto, Governo e  maggioranza, si sbraccino a buttare della sabbia negli ingranaggi del processo penale per bloccarne il funzionamento? Altro che leggi ad personam, questa è la legge di Mackie Messer!

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Pedofilia, crisi per la Chiesa d’Irlanda

Blog | di FQ Londra
30 luglio 2011




Pedofilia, crisi per la Chiesa d’Irlanda
La bufera che ha colpito l’Irlanda e la Chiesa Cattolica ha tutto l’aspetto di una piccola apocalisse. Sono passate due settimane dalle ultime rivelazioni relative agli abusi sessuali prepetrati dai sacerdoti irlandesi e la situazione è sempre più critica.

L’inchiesta governativa pubblicata il 13 luglio è solo l’ultima di una serie di indagini terrificanti, che raccontano di centinaia di casi di pedofilia perpetrati da preti cattolici, con le aggravanti della sistematicità degli abusi e della connivenza dei vertici della Chiesa, irlandese e romana.

Particolarmente sotto attacco il Vescovo allora in carica John Magee e il suo braccio destro monsignor Denis O’ Callaghan, i due prelati che per anni avrebbero nascosto i fatti di pedofilia accaduti nell’Arcidiocesi di Cloyne. L’accusa è pesante, perchè i continui silenzi e insabbiamenti avrebbero esposto sempre nuove vittime alle successive disgustose attenzioni dei sacerdoti degenerati.

Dopo quindici giorni, il vescovo Magee non si è ancora presentato a rispondere personalmente sui dati dell’inchiesta governativa che ha shockato l’Irlanda, nonostante copra ben 13 dei 22 anni del suo arcivescovato. Il caso si tinge ulteriormente di giallo, perchè pare che nessuno sappia dove si trovi Magee, rifugiatosi forse negli Usa o a Roma, città quest’ultima che conosce molto bene per essere stato (unico nella storia vaticana) segretario personale di ben tre Papi: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Tra le altre cose, poiché Magee fu una delle primissime persone, se non la prima in assoluto, a scoprire la morte di Giovanni Paolo I, il suo nome compare anche nella ridda delle congetture e delle ricostruzioni dell’accaduto, tra i sostenitori delle teorie dell’omicidio del Pontefice. Lo stesso Magee avrebbe dichiarato ad una rivista italiana che per quella vicenda fu interrogato perfino dall’Interpol.

Tornando al presente, la lettera di scuse inviata da Papa Benedetto XVI e l’accenno a una prossima visita nell’isola non bastano di certo a calmare gli animi. Qualche giorno fa, il ministro degli esteri irlandese Eamon Gilmore ha avuto un colloquio con il nunzio apostolico in Irlanda, monsignor Giuseppe Leanza, e ha chiesto in quella occasione una risposta ufficiale del Vaticano sui fatti di Cloyne. Anche nei confronti della Chiesa di Roma le accuse sono infatti gravissime: una lettera dell’allora nunzio apostolico, monsignor Luciano Storero, ammoniva i prelati irlandesi dal riferire alla polizia i casi sospetti. Secondo il ministro della Giustizia irlandese Alan Shatter, e il ministro per l’Infanzia Frances Fitzgerald, il Vaticano dava sostegno a coloro che evitavano di collaborare con le autorità, con un atteggiamento “completamente inaccettabile”.

Perfino il primo ministro irlandese Enda Kenny si è espresso con un discorso molto sentito, utilizzando parole durissime contro i tentativi di insabbiamento della Santa Sede, capace di anteporre i propri interessi a quelli delle vittime.

“Per nostra fortuna, questa non è Roma ha dichiarato il premier. “Questa è la Repubblica d’Irlanda del 2011, una repubblica di leggi, di diritti e di responsabilità… dove la delinquenza e l’arroganza di un certo tipo di “moralità” non saranno mai più tollerate o ignorate”.

A seguito di queste accuse dirette e senza mezzi termini, la segreteria di stato vaticana ha infine richiamato il nunzio apostolico a Roma, un gesto di piena crisi diplomatica, paragonabile al ritiro di un’ambasciata da un paese nemico.

Il vicedirettore della sala stampa vaticana, Padre Benedettini, ha dichiarato in merito che “il richiamo del nunzio (…) denota la serietà della situazione, la volontà della Santa Sede di affrontarla con obiettività e determinazione, nonché una certa nota di sorpresa e rammarico per alcune reazioni eccessive.

Anche quest’ultima espressione sembra non sia molto piaciuta agli irlandesi.

di Mauro Longo, giornalista freelance in Irlanda

I finanziatori del sistema Penati "Come raddoppiavano le cubature"

il Fatto Quotidiano Cronaca
Pietro Rossi è stato nominato presidente dell’associazione Fare Metropoli il 30 dicembre 2008. Frequentava gli uffici di via Galileo Galilei 14 e ha tenuto i rapporti con il commercialista Angelo Carlo Parma. Ma soprattutto è a conoscenza dei bonifici, degli assegni, dei versamenti in contanti. Sempre per importi inferiori a 12.500 euro, limite fissato dal decreto anti-riciclaggio poi ridotto a 5 mila dal 31 maggio 2010 (leggi l'articolo di Davide Vecchi). Intanto, dai verbali depositati agli dell'inchiesta di Monza emergono particolari sul "sistema Sesto" (leggi l'articolo di Barbacetto e Meletti) e su come venivano raddoppiate le cubature dell'ex area Falck

LA CASSAFORTE DI FILIPPO PENATI
CIVATI: "L'ASSOCIAZIONE? IO NON LA CONOSCEVO"

Chi tocca la sinistra muore

Archivio cartaceo | di Ferruccio Sansa
30 luglio 2011

Chi tocca la sinistra muore
Chi tocca il centrosinistra muore. “La macchina del fango comincia a girare”. Dopo aver ascoltato le parole di Pierluigi Bersani, gli accenti berlusconiano-vittimisti del segretario Pd, sento che per una volta posso contravvenire a una delle regole auree del cronista: mai parlare di se stessi.

E così racconterò dell’amara esperienza di diventare una specie di paria, un intoccabile nella mia città perché ho osato scrivere inchieste sul centrosinistra. Ma prima faccio una premessa. Nel corso degli anni ho parlato di decine di politici di entrambi gli schieramenti: Alemanno, Formigoni, Moratti, Storace, Berlusconi, Matteoli, Galan, Romani, Romano, Scajola, Grillo (Luigi), Calderoli, Bossi, D’Alema, Bersani, Penati, Burlando. Tanto per fare alcuni nomi. Gli esponenti di centrodestra sono la maggioranza.

Però dopo vent’anni di lavoro (prima di approdare al Fatto sono stato al Messaggero, La Repubblica, Il Secolo XIX e La Stampa) una cosa posso dirla: i fastidi che mi hanno procurato le inchieste sul centrosinistra non hanno uguali. Certo, il centrodestra è più duro, diretto, usa nei confronti dei giornalisti una logica proprietaria. Un certo centrosinistra no, non ti schiaccia direttamente, preferisce la calunnia, l’insulto, la telefonata a direttori ed editori.

Con un’aggravante: l’arroganza del centrodestra, seppur più violenta, non pretende di essere “giusta”, ha lo scopo manifesto di metterti a tacere. Il centrosinistra è diverso: si sente investito di una missione, chi osa metterlo in discussione è “disonesto”, “in mala fede”, “vendicativo”, “scorretto”. Tutte accuse che mi sono state rivolte, sempre in forma anonima e senza lo straccio di una prova.

Ma veniamo ai fatti. Mi capita anni fa, mentre seguivo lo scandalo Antonveneta, di raccontare i rapporti di Gianpiero Fiorani con noti esponenti politici. Per giorni descriviamo i legami della Lega con il re delle scalate bancarie. Non succede nulla. Poi ecco che arriva la prima notizia su un esponente del centrosinistra: il contratto di leasing dello yacht di Massimo D’Alema è stato stipulato con una società legata alla Banca di Lodi. Niente di illegale, ma una storia che è giusto approfondire e magari riferire ai lettori. Risultato: mezzora dopo il mio colloquio con D’Alema arriva al giornale una telefonata che annuncia, in caso di pubblicazione, una denuncia per violazione del segreto bancario. Il giorno dopo D’Alema diffonde un comunicato e racconta “spontaneamente” l’episodio.

Piccolezze, si dirà, come decine di altri episodi. Ma i guai seri vengono quando decido di scrivere degli intrecci tra politica (di centrosinistra, come di centrodestra) e affari che stanno dietro alla cementificazione della Liguria. Non arriva una riga di smentita o querela, del resto sarebbe stato difficile, visto che ogni parola dell’inchiesta è documentata. Ma quando compare il primo articolo subito mi chiamano dal mio giornale: “Ferruccio, una persona ai vertici del centrosinistra ha fatto una telefonata ai massimi livelli. Dice che hai scritto un articolo pieno di falsità. Noi non ne teniamo conto, ma tu sappilo”.

Era l’inizio. Quando con il collega Marco Preve scrissi il libro, “Il partito del cemento”, dedicato alla passione bipartisan dei politici liguri per il mattone, mi dichiararono guerra aperta. Si parlava, tra l’altro, con anni di anticipo rispetto all’inchiesta della Procura di Roma, dei legami dei vertici del partito nazionale e ligure con Vincenzo Morichini, Franco Pronzato e i loro soci. Ancora nessuna replica. Un muro di silenzio.

Finché mi venne offerto un posto di rilievo in un grande giornale. Dopo mesi venni a sapere che proprio nel periodo della trattativa i vertici del Pd nazionale avevano fatto arrivare il messaggio che l’incarico non era gradito al partito.

Insomma, la mia carriera ha rischiato. E anche il clima che respiravo in città è cambiato. Quando mi presentai nella sede del Pd genovese per scrivere un articolo sulle elezioni regionali del 2010 uno dei massimi dirigenti locali mi accolse così: “Ecco l’amico di Berlusconi. Vergogna, vattene”, e via con accuse e insulti.

Ma agli insulti, soprattutto se deliranti, è facile rispondere. Peggio sono le calunnie: non hai un interlocutore cui replicare. Di più: se ribatti dai dignità alle accuse che ti sono rivolte, le ingigantisci, dai loro concretezza. Insomma, devi subire.

E lascio perdere gli episodi più pittoreschi, come quando mi avvertirono che qualcuno nel Pd faceva circolare l’immancabile voce che ero omosessuale, anzi, “buliccio” come si dice a Genova. Ne parlai con mia moglie, sorridemmo sorpresi: per me ovviamente non era un insulto, ma mi stupiva che qualcuno in un partito che si dice progressista lo considerasse tale. Lentamente la tenaglia, però, si stringeva. Difficile vivere nella vostra città quando venite condannati all’ostracismo dal partito che governa da decenni, che guida gli enti locali da cui arrivano milioni di euro in pubblicità istituzionale a puntellare i bilanci di tutti gli organi di informazione (un’altra inchiesta poco gradita dal Pd). Si finisce cancellati, pesantemente insultati a incontri pubblici (è toccato perfino alla mia famiglia, colpevole di avermi messo al mondo). Insomma, intoccabili. Finché sono arrivato al Fatto, che per fortuna è impermeabile a certi interventi.

Mai nessuno, però, che abbia risposto alle nostre inchieste in modo documentato. Bersani, tengo a dirlo, non è mai stato coinvolto negli episodi che ho citato. Ma forse sarebbe bene che li conoscesse, prima di invocare la macchina del fango e vestire i panni della vittima.

*Non ho fatto volutamente i nomi dei protagonisti e dei testimoni di questi episodi. Posso scegliere di affrontare una battaglia, ma non posso trascinarci anche gli altri.



Il Fatto Quotidiano, 30 luglio 2011

Repubblica piange Giuseppe D'Avanzo

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Repubblica piange Giuseppe D'Avanzo

Il suo coraggio, dalla mafia alle 10 domande

Il nostro collega è morto improvvisamente oggi. Era nato a Napoli nel 1953. Ha scritto alcune delle pagine più importanti nella storia del nostro giornale. Sue tra le altre le inchieste sul Nigergate, su Abu Omar e le dieci domande al premier / Il vostro ricordo