mercoledì 31 agosto 2011

"Meno tasse per tutti" ... dedicato a tutti quelli che ancora ci credono.

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18 anni di frottole, ecco l'archivio, per leggere clicca sull' immagine.

La lex precox di nonno Silvio, cioè le manovre impotenti

La lex precox di nonno Silvio, cioè le manovre impotenti

mino-fuccillo-opinioni
ROMA – Ormai la diagnosi è chiara: si tratta di legislazione precoce. Con tutti gli inconvenienti del caso: scarsa soddisfazione, scarsi risultati e nervosismo diffuso. Il divieto ad usare il periodo del servizio militare e gli anni della laurea  per far mucchio e scalini che portano alla pensione di anzianità è durato appena qualche ora in più dei “preliminari”. Ci hanno messo quasi otto ore ad Arcore ad inventarlo e approvarlo, Maurizio Sacconi ne aveva illustrato i benefici che era ancora lunedì sera e martedì ad ora di cena già si sapeva che la creaturina era nata morta. Non ce l’ha fatta a compiere un giorno di vita, neanche 24 ore è stata la sua durata. Il divieto di “ricongiungimento” dei contributi volontariamente versati, anzi del “comprarsi” per via di contributi anni di anzianità per andare in pensione prima dell’età stabilita dal criterio della vecchiaia non c’è più. Forse varrà per il futuro, forse. Si vedrà…al prossimo tentativo di legislazione precoce.
Il contributo di solidarietà, la super Irpef al 48 e 58 per cento di aliquota sopra i 90 e 150mila euro di reddito ha invece avuto vita più lunga: è durato quasi quindici giorni. Un record a suo modo della legislazione precoce. Al governo il contributo era “scappato”, sfuggito 24 ore prima di Ferragosto. Ventiquattrore prima della fine del mese, sempre quello di Agosto, non c’era più. Altrettanto, circa due settimane abbondanti è durata la “cancellazione di 54mila poltrone” annunciata con orgoglio dal premier e sottolineata da Calderoli. Le Province, ridotte di numero a Ferragosto, sopravviveranno fino alla prossima riforma Costituzionale e i piccoli Comuni, soprattutto i loro sindaci e consiglieri comunali, sopravviveranno e basta. Tre colpi, in serrata sequenza, di legislazione precoce. Molto più di una coincidenza, più che un indizio, diciamo una prova, anzi tre che al governo le leggi gli “scappano” e poi si disperdono.
Perché fanno così, perché legiferano e cancellano in un lampo? Prima risposta: perché sono timorosi, anzi se la fanno addosso. Il contributo di solidarietà colpiva circa seicentomila persone. A Berlusconi, al governo, alla Lega e alla destra che sono terrorizzati di perdere le prossime elezioni seicentomila sono sembrati una cifra enorme, insostenibile. Il contributo sui redditi medio-alti non era un salasso, era anzi un passo giusto nella giusta direzione di far pagare un pezzo del risanamento finanziario a chi guadagna di più e può permetterselo. Era però un passo sbilenco e storto: pagavano solo i redditi e non i patrimoni. In un paese in cui perfino Confindustria chiede di tassare i patrimoni, il governo andava a toccare solo gli stipendi medio-alti e non i patrimoni alti e altissimi accumulati. Comunque seicentomila persone mugugnanti e in odor di tradimento elettorale verso la destra di governo hanno fatto paura e tutta la destra governante se l’è fatta sotto: via il contributo, per carità. Non di patria ma di seggio elettorale.
Il non poter andare in pensione di anzianità, non di vecchiaia si badi bene, colpiva centomila persone abbondanti. Anche questa soglia è stata giudicata insostenibile. Appena i centomila si sono mobilitati, il governo e la destra governante ha preso paura: via il divieto. Seicentomila no, centomila nemmeno: quale la soglia che chi governa l’Italia giudica “tollerabile” da scontentare?
Il secondo motivo, l’altra causa “organica” della legislazione precoce è la debolezza dei lombi. Debolezza che si alimenta di una fantasia infantile: poter realizzare una manovra da 50 miliardi di euro senza colpire nessuno. La terza causa è un mix di ignoranza e presunzione: non sanno, letteralmente non sanno come si fanno le leggi, non sanno dove e come mettere mano e quindi goffamente ci provano. Ci provano e scambiano questo provarci con capacità di seduzione della femmina o del maschio elettore.
Si sono fermati davanti a seicentomila e davanti a centomila e ora raccontano che faranno la festa a milioni di evasori fiscali. Lo raccontano perché sanno che non è vero, che non accadrà. Agli evasori faranno non la festa ma al massimo li inviteranno alla festa di uno scudo-bis fiscale o di un fiscale condono. Questo e non altro c’è dietro il proclama della “lotta alle società di comodo” cui si intestano barche e ville. Se volevano tassare barche e ville bastava tassare barche e ville. Andare a caccia delle società di comodo è un diversivo, o meglio prepara la strada ad un gentile invito: evasori che avete comprati barche e ville a nero mettetele in regola pagando un modesto obolo.
Ma soprattutto la legislazione precoce è quel che inevitabilmente resta quando si rinuncia, per congenita impossibilità a procreare, a dar vita a un corpo sano dell’economia e della società. Rinuncia a fermare la macchina della spesa, quella della politica in primo luogo e quella pubblica di conseguenza. I miliardi veri della manovra che resta sono molti meno dei 50 necessari. Non ne mancano solo dieci come da tabelle ufficiali, ne mancano di più perché tutte le nuove tasse sono sovra stimate nel gettito. E comunque le tasse sono troppe, troppe non per le tasche degli italiani ma troppe in relazione alla minor spesa prevista. Tasse battono tagli tre a uno nella manovra. E questo fa della manovra una scartina da due soldi da giocare sul tavolo dei mercati e dell’Europa che ci chiedono credibilità e solvibilità a medio e lungo termine. In perfetta ed esaltata coerenza con la politica italiana degli ultimi tre decenni, il governo Berlusconi insegue l’aumento di spesa con aumento di tasse. E’ questa la sua prima, conclamata impotenza.
Le altre seguono: nessun coraggio di dire a tutti, proprio tutti gli italiani che basta con le pensioni di anzianità. Non si può più, non c’è più chi ci presta i soldi per pagarle. Non basta a chi alla pensione di anzianità ci arriva con l’anno del militare o quelli del riscatto della laurea, basta per tutti e tutti in pensione a 65 anni, uomini e donne. Da ora e subito. Il coraggio di dire che o così oppure la pensione la prenderanno solo gli attuali cinquantenni e peggio per chi viene dopo, si arrangi. Ma questo coraggio Bossi non ce l’ha, ammesso che abbia il pallottoliere e sia in grado di farne uso. Nessun coraggio di tassare in maniera equanime, modesta ma senza eccezioni, il patrimonio immobiliare. Nessun coraggio di dire a quei mille sindaci-Cobas che i cento e passa miliardi delle aziende dai loro Comuni “partecipate” sono molto di più dei sei miliardi di spesa in meno loro richiesti.
La lex precox di nonno Silvio, le manovre che durano un lampo. E l’italica “gente”, una “tribù” alla volta, che ad ogni colpo mancato e disperso pensa di averla scampata. Ci facciamo o ci siamo? Purtroppo la seconda che hai letto.

CRESCITA? SÌ, DELLE NORME

CRESCITA? SÌ, DELLE NORME

di Andrea Boitani 30.08.2011
Nella manovra di ferragosto compare anche l'ennesimo tentativo di liberalizzare i servizi pubblici locali. Escluse l'acqua, causa referendum, e le ferrovie regionali, causa interessi di Ferrovie dello Stato. Per gli altri settori si poteva fare di più e, soprattutto, di meglio. Perché il messaggio agli enti locali dovrebbe essere semplice, chiaro ed equo: prima di prelevare dalle tasche dei cittadini e dei consumatori per finanziare le inefficienze delle gestioni monopoliste, dovrebbero fare le gare e dimostrare di aver così ridotto i costi dei servizi.
Per ridare slancio alla crescita, il governo ha pensato utile inserire nella “manovra di ferragosto” (AS n. 2887) l’ennesimo tentativo di liberalizzare i servizi pubblici locali. Il referendum di giugno aveva abrogato la precedente versione normativa, varata nel 2008, sull’onda del sentimento popolare a favore dell’acqua pubblica. Il governo ha ritenuto di rispettare la volontà dei votanti escludendo l’acqua dai settori che dovranno essere liberalizzati e i comuni dovranno arrangiarsi a trovare le risorse per finanziare gli investimenti necessari. Ma per gli altri settori si poteva fare di più e, soprattutto, di meglio.
I SOMMERSI E I SALVATI
Perché invece il governo abbia deciso di lasciar fuori dalla liberalizzazione le ferrovie regionali è un mistero (o forse no). Il testo del decreto fa riferimento al decreto legislativo 422/97, che escludeva le ferrovie regionali dall’obbligo di gara per gli affidamenti. Ma il successivo e correttivo Dlgs 400/99 le includeva pienamente. Abbagli agostani? No: precisa volontà di mantenere in capo a Trenitalia (gruppo Ferrovie dello Stato) il monopolio dei servizi ferroviari regionali, soprattutto adesso che la spa pubblica sta stringendo alleanze e facendo società con le poche compagnie regionali (sempre pubbliche, si intende) per estendere e consolidare il monopolio.
Eppure, il trasporto ferroviario regionale è proprio uno dei settori in cui sarebbe possibile ottenere
risparmi di soldi pubblici se solo un po’ di concorrenza consentisse di migliorare le gestioni, aumentare la produttività del lavoro e, quindi, ridurre i costi per unità di prodotto, senza peraltro ridurre gli stipendi dei ferrovieri. Ma si sa: anche tra le aziende pubbliche ci sono figli da salvare (le società del Tesoro) e figliastri che possono essere sommersi (le società dei comuni).

L'ENNESIMA RIFORMA

Bisogna superare il senso di nausea
che viene a parlare ancora di una riforma che era stata tentata già nel 1997 - quando il disegno di legge portava la firma di Giorgio Napolitano - e che ogni governo, in ogni legislatura, ha da allora cercato di riproporre con alcune varianti e analogo insuccesso. Ora il governo ci riprova, con un testo di due articoli: il primo (art. 4) ipertrofico, composto da 34 faticosi commi, il secondo (art. 5) agile, fatto di un solo comma. Il nuovo “menù” contiene qualche timido piatto di cucina creativa, molte minestre riscaldate e qualche ricetta improponibile anche nelle peggiori bettole. Cominciamo dalla ricetta più tossica, che è proposta nei primi 4 commi dell’art. 4. In sostanza, si prescrive che gli enti locali abbiano un anno di tempo “per verificare la realizzabilità di una gestione concorrenziale dei servizi pubblici locali” e adottare una “delibera quadro che illustra l’istruttoria compiuta ed evidenzia, per i settori sottratti alla liberalizzazione, i fallimenti del sistema concorrenziale e, viceversa, i benefici (...) derivanti dal mantenimento di un regime di esclusiva del servizio”. Lo scopo è in teoria nobile. Ma, come spesso accade, il meglio è nemico del bene. Intanto, perché ci sono ragionevoli dubbi che i comuni (anche grandi) abbiano le capacità tecniche di fare verifiche che richiedono sofisticati strumenti economici. Inoltre, non c’è alcuna seria possibilità di contestare le verifiche (anche quando venissero fatte seriamente), dal momento che le delibere in questione dovranno essere sì inviate all’Antitrust, ma quest’ultima non potrà fare altro che tenerne conto ai fini della relazione annuale al Parlamento. Il che significa che gli enti locali potranno dire con tutta tranquillità che il sistema concorrenziale fallisce dappertutto e quindi che il regime di esclusiva deve comunque prevalere. Si poteva evitare di perdere tempo prezioso e passare subito alla fase 2, cioè alle gare.

MINESTRE RISCALDATE ...

Come nel vecchio articolo 23 bis abrogato dal referendum di giugno, si ripropongono due alternative: la gara per l’affidamento dei servizi e la gara per il “socio privato con specifici compiti operativi”, la cosiddetta
gara a doppio oggetto. È un’opzione che sembra essere molto popolare presso le amministrazioni locali in virtù dell’incasso finanziario che garantisce nel breve periodo, evitando però la perdita di controllo politico che seguirebbe a una completa privatizzazione delle aziende e alla conseguente regolazione da parte di un’autorità indipendente di settore. Il problema è che, una volta stabilita una remunerazione del capitale impiegato pro-tempore dal “socio privato” (a cui i dividendi eventuali si aggiungono), l’operazione non sembra essere molto diversa da un prestito. A conferma di ciò, il decreto del governo (art. 4, comma 12, lettera c) prescrive che il bando di gara assicura che “siano previsti criteri e modalità di liquidazione del socio privato alla cessazione della gestione”. Insomma, sembra che la gara a doppio oggetto sia un modo per creare surrettiziamente nuovo debito degli enti locali o, in alternativa, per creare dei monopolisti locali privati permanenti, che non avranno neanche dovuto acquisire l’intero capitale sociale (il limite minimo è il 40 per cento). Tra le minestre riscaldate figurano anche i divieti di partecipazione alle gare “fuori casa” da parte degli affidatari diretti (eccezion fatta per la prima gara indetta). Come ha notato molte volte l’Antitrust, la ratio della norma è condivisibile, ma l’effetto pratico è stato quello di limitare la partecipazione alle gare, per esempio nel trasporto pubblico locale. (1) Si potrebbe invece prevedere che le aziende titolari di affidamenti diretti, al momento di partecipare a una gara “fuori casa” prendano l’irrevocabile impegno di rinunciare unilateralmente e irrevocabilmente all’affidamento diretto di cui godono al momento della sua scadenza. In questo modo, le aziende hanno la possibilità di scegliere valutando il trade-off tra continuare a beneficiare dell’affidamento diretto in casa e possibilità di partecipare a nuove gare.

... E RICETTE CREATIVE

Le ricette nuove (e apprezzabili) riguardano l’
indipendenza delle commissioni di gara per l’affidamento dei servizi; il divieto per amministratori e dipendenti dell’ente locale di far parte della commissione di gara qualora concorra “una società partecipata dall’ente locale che l’indice”. Sarebbe però necessario imporre che anche i bandi vengano redatti da soggetti indipendenti, in modo che non vengano costruiti “su misura” delle società partecipate dall’ente locale che bandisce. Questo dovrebbe limitarsi a definire il contratto di servizio (con quantità e qualità dei servizi e corrispettivi massimi che intende pagare), lasciando a un organismo terzo di definire i requisiti minimi che i partecipanti alle gare debbono soddisfare e di costruire il bando di gara. Sono poi stati definiti criteri più rigorosi per gli affidamenti in house. La relazione all’Antitrust (prevista dalla vecchia normativa) è stata sostituita da un divieto secco di ricorrere all’in house qualora il valore economico del servizio oggetto dell’affidamento sia superiore a 900mila euro annui. Il nuovo criterio appare più netto e tuttavia si presta a essere aggirato, poiché sarebbe sufficiente suddividere gli affidamenti in lotti di valore inferiore a 900mila euro per consentire ampia diffusione e lunga vita all’in house. Difficile uscire da questo pasticcio, se non al di fuori della via normativa e scegliendo invece decisamente la via dell’incentivazione.

UN INCENTIVO PICCOLO COSÌ

Il brevissimo art. 5 è interamente dedicato all’incentivazione delle “dismissioni di partecipazioni azionarie in società esercenti servizi pubblici locali di rilevanza economica”: si tratta di
250 milioni per il 2013 e altri 250 per il 2014, tratti dal Fondo infrastrutture e destinati a finanziare investimenti infrastrutturali effettuati dagli enti territoriali che privatizzano. La norma non prevede criteri di allocazione di alcun tipo, ma la quota assegnata a ciascun ente non può superare i proventi delle dismissioni. Si può immaginare che l’unico criterio di allocazione sia “chi prima arriva bene alloggia”.
Non è chiaro perché il governo abbia deciso di adottare il criterio dell’incentivazione, pur piccola, per le privatizzazioni e invece abbia scelto la solita pesante via normativa per le liberalizzazioni . Come ha suggerito Linda Lanzillotta, con accento anche autocritico, sarebbe perfettamente possibile incentivare le liberalizzazioni prevedendo che solo i comuni che affidano i servizi mediante gara (quella vera e non il pasticcio a doppio oggetto) possano aumentare le tariffe, applicare o innalzare le addizionali di imposta comunali, accedere a qualsiasi contributo corrente o in conto capitale da parte dello Stato o della Regione.
(2)
Il messaggio agli enti locali sarebbe semplice, chiaro ed equo: prima di prelevare dalle tasche dei cittadini e dei consumatori per finanziare le inefficienze delle gestioni monopoliste (e clientelari) fate le gare e dimostrate di aver così ridotto i costi dei servizi. Magari, in questo modo, si riuscirebbe anche a dare presto una mano alla crescita e a contenere sul serio la spesa pubblica degli enti locali.

(1)
Da ultimo proprio a commento dell’AS 2887 (http://www.agcm.it/stampa/news/5725-segnalazione-su-qulteriori-misure-urgenti-per-la-stabilizzazione-finanziaria-e-lo-sviluppoq.html).
(2)
http://www.firstonline.info/a/2011/08/17/lanzillotta-per-liberalizzare-le-local-utilities-c/4ebf0ef7-8bba-424c-b436-d7f45fae44f7

UN DIRITTO DEL LAVORO SCHIZOFRENICO

UN DIRITTO DEL LAVORO SCHIZOFRENICO

di Tito Boeri e Pietro Garibaldi 30.08.2011
La manovra di agosto ormai non c'è più. Ma dovrebbe rimanere in vigore l'articolo 8 che legittima gli accordi aziendali su flessibilità dei contratti di lavoro, organizzazione del lavoro e recesso dal rapporto di lavoro. Il testo non è di semplice interpretazione, ma potrebbe prevedere una deroga dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. La disciplina dei licenziamenti sarebbe così modificata, creando una situazione paradossale e dando luogo a un contenzioso infinito. Non è certo questo il modo di riformare le normative su assunzioni e licenziamenti. E la legge deve servire a definire diritti minimi non derogabili.
Il decreto approvato il 12 agosto dal Consiglio dei ministri, all’articolo 8, contiene una norma relativa alla legittimità di accordi aziendali in materia di flessibilità dei contratti di lavoro, organizzazione del lavoro e recesso dal rapporto di lavoro di difficile interpretazione, al punto che i giuristi non si riescono a mettere d’accordo sul suo significato. In particolare, il comma e) recita che i contratti aziendali con validità erga omnes su tutti i lavoratori dell’azienda possano regolare anche le “modalità di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro, comprese le collaborazioni coordinate e continuative a progetto e le partite Iva, la trasformazione e conversione dei contratti di lavoro e alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio e il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio”.

ANCORA PIÙ INCERTEZZA

Non è chiaro se queste norme stabilite dalla contrattazione aziendale possano derogare a quelle di legge, a partire dall’
articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Presumibile che diano luogo a dispute interminabili accentuando ulteriormente l’incertezza che regna nell’interpretazione del nostro diritto di lavoro, come sostenuto da Pietro Ichino sulle colonne del Corriere della Sera il 26 agosto. Supponiamo comunque che prevalga l’interpretazione più estrema e cioè che l’articolo 8 del decreto legge del 13 agosto 2011 possa davvero derogare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Se così fosse, la disciplina dei licenziamenti in Italia sarebbe modificata e ci si troverebbe in una situazione paradossale e quasi schizofrenica. Da un lato, il famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori rende quasi impossibile il licenziamento senza giusta causa. Da un altro lato, il nuovo articolo 8 potrebbe rendere lecito un accordo aziendale che prevede licenziamenti individuali e collettivi non più impugnabili dai singoli individui, derogando così allo stesso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Questo modo di concepire il ruolo della contrattazione aziendale è sbagliato. Vediamo perché.

QUALI DEROGHE HANNO SENSO?

È giusto che i contratti di lavoro aziendali possano derogare alle disposizione dei contratti collettivi nazionali, come peraltro previsto dall’accordo tra le parti sociali del 28 giugno 2011
. Il punto fondamentale è che bisogna distinguere tra deroga dei contratti nazionali e deroga di una legge dello Stato. Se azienda e lavoratori si accordano, per ragioni organizzative o anche solo per salvaguardare posti di lavoro, su un livello salariale inferiore a quello stabilito dal contratto nazionale, è bene che tale deroga sia lecita. Ma quando imprese e lavoratori si accordano su deroghe a una legge dello Stato, si crea una situazione complicata e paradossale. Il singolo lavoratore che si trovasse coinvolto in un licenziamento previsto da un accordo aziendale perderebbe il diritto di impugnare tale licenziamento? È davvero una situazione troppo confusa e che non può che aumentare il contenzioso. Ma in realtà è anche paradossale: è come se in materia di diritto familiare la legge dello Stato, da un lato, vietasse il divorzio, ma al tempo stesso concedesse ai coniugi il diritto di derogare dalla legge di Stato con un accordo tra le parti.

DALLE DEROGHE AGLI STANDARD MINIMI

Non è la prima volta che il nostro diritto del lavoro permette che alcune leggi dello Stato siano derogabili dalla contrattazione collettiva. Sin qui, i margini di derogabilità erano stati comunque fortemente circoscritti. Nell’accezione più radicale dell’articolo 8 si rende invece di fatto derogabile l’
intero diritto del lavoro.
Come economisti facciamo fatica a capire perché una legge dello Stato dovrebbe essere derogabile soltanto dalla contrattazione collettiva e non dalla contrattazione individuale. Delle due una. O le leggi dello stato in materia di lavoro si possono derogare tra un accordo tra le parti (siano essi collettivi o individuali) o non si possono derogare. Noi preferiamo la seconda impostazione e pensiamo che il principio delle deroghe andrebbe rovesciato. Un mercato del lavoro più maturo dovrebbe garantire dei
diritti minimi e fondamentali attraverso una normativa superiore. È la logica degli standard minimi che abbiamo più volte enfatizzato. Gli standard minimi dovrebbero applicarsi a tutti i lavoratori, indipendentemente dall’esistenza di un contratto di lavoro di primo (nazionale) o di secondo (aziendale) livello. I diritti minimi dovrebbero riguardare la disciplina dei licenziamenti, la previdenza sociale e, secondo la nostra visione, anche il salario minimo, che dovrebbe essere specificato per legge. In termini di contratto di lavoro, il contratto unico di inserimento con tutele progressive garantirebbe alle imprese la flessibilità in entrata e ai lavoratori un orizzonte di lungo periodo. Una volta stabiliti i diritti minimi non derogabili, le parti potrebbero poi stabilire qualsivoglia accordo e contratto a livello nazionale o aziendale, integrando ma non violando queste disposizioni. Sarebbe una strada certamente più semplice e più trasparente anche per riformare le nostre normative su assunzioni e licenziamenti, ma le cose semplici non interessano quasi mai la politica economica italiana.

ALLA RICERCA DEI SOLDI ESPORTATI

 
da la voce

ALLA RICERCA DEI SOLDI ESPORTATI*

di Valeria Pellegrini e Enrico Tosti 30.08.2011
La posizione netta verso l'estero di un paese, cioè la differenza tra le attività e le passività finanziarie con i non residenti, è un indicatore tornato al centro dell'attenzione. Perché alcuni paesi investiti da turbolenze finanziarie sono caratterizzati da una Pne fortemente debitoria. E l'Italia? Bisogna tener conto delle attività di portafoglio detenute all'estero e non dichiarate. Il saldo debitorio effettivo potrebbe essere inferiore, al 17,5 per cento del Pil.


La
posizione netta verso l’estero (Pne) di un paese,– cioè la differenza tra le attività e le passività finanziarie con i non residenti, è un indicatore macroeconomico tornato di recente al centro dell’attenzione. Alcuni paesi investiti da turbolenze finanziarie sono caratterizzati da una Pne fortemente debitoria. Come si vede nella tavola, in Grecia la Pne è negativa per il 98 per cento del Pil alla fine del 2010; i valori corrispondenti per l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna sono il 97, il 108 e l’87 per cento dei rispettivi Pil. In Italia, la Pne è negativa per un ammontare decisamente inferiore, circa il 24 per cento del Pil.
 
ATTIVITÀ SOTTOSTIMATE
Varie considerazioni, fra cui la dimensione rilevante delle attività estere emerse con gli “scudi fiscali” del 2001-2003 e del 2009-2010, inducono a ritenere che le attività dell’Italia verso il resto del mondo siano sottostimate. (1) In realtà, il problema è generale e non riguarda soltanto l’Italia. Contabilmente, nel mondo le attività sull’estero di un paese dovrebbero corrispondere alle passività verso l’estero segnalate dagli altri paesi verso di esso. I dati non soddisfano però questo vincolo contabile, in particolare per gli investimenti di portafoglio (azioni, fondi comuni di investimento e titoli di debito). Sebbene la tendenza sia meno netta nei periodi più recenti, i confronti internazionali mostrano fino al 2008 una preponderanza a livello globale delle passività di portafoglio verso l’estero rispetto alle attività dichiarate dai paesi investitori. I paesi tendono quindi a sovrastimare le proprie passività e/o a sottostimare le proprie attività. È molto probabile che il secondo caso sia predominante, verosimilmente a causa della omessa dichiarazione di attività detenute dai soggetti privati al di fuori del canale degli intermediari nazionali, sui quali ricadono obblighi di segnalazione statistica.

STIME SULLE ATTIVITÀ ALL'ESTERO

In un nostro lavoro abbiamo verificato questa ipotesi e quantificato il potenziale ordine di grandezza del fenomeno.
(2) Il metodo di stima è basato sul confronto delle statistiche mirror degli investimenti di portafoglio. Questi ultimi sono i dati sullo stesso fenomeno derivabili dalle statistiche prodotte dai paesi controparte. Il lavoro si avvale delle informazioni derivanti dalla Coordinated Portfolio Investment Survey (Cpis) condotta dall’Fmi, integrati da una pluralità di statistiche internazionali. La discrepanza a livello globale - la somma delle discrepanze di ogni paese - si attesta, nella media del periodo 2001-2008, al 7,3 per cento del Pil mondiale (a fine 2008 era pari a circa 4.500 miliardi di dollari). L’under-reporting è particolarmente accentuato per i fondi comuni di investimento in Lussemburgo - dove le attività segnalate dai paesi investitori raggiungono solo il 60 per cento delle passività dichiarate da questo paese - e nei centri off-shore. Sui titoli di debito, la discrepanza risulta meno marcata e riguarda soprattutto i titoli emessi dai maggiori paesi (Stati Uniti, Francia, Olanda, Giappone e Italia ai primi posti).
La distribuzione dell’
under-reporting complessivo tra i paesi conduce per l’Italia a una stima di circa 140 miliardi di euro a fine 2008. L’approccio da noi seguito è uno dei possibili metodi per valutare le attività all’estero non dichiarate e prescinde dalle modalità usate dai soggetti economici per la detenzione all’estero di tali fondi, ad esempio tramite società anonime residenti in centri offshore. A una stima di importo simile o superiore si potrebbe arrivare partendo da valutazioni basate sulla dimensione dell’economia sommersa italiana.
Le stime relative a fine 2008 sono state confrontate con i dati dello
scudo fiscale del 2009-2010. Poiché i titoli di portafoglio “scudati” ammontano a poco meno di 60 miliardi di euro, le attività estere di portafoglio ancora non dichiarate - e quindi non incluse nella Pne ufficiale dell’Italia - sarebbero pari a circa 80 miliardi (5,5 punti percentuali di Pil). (3) Per la fine del 2010, tenendo conto degli aggiustamenti di valutazione, una proiezione innalzerebbe l'integrazione per i capitali non dichiarati al 6,8 per cento del Pil. Aggiungendo tale stima alla Pne, dell’Italia il saldo debitorio scenderebbe dal 24,3 al 17,5 per cento del Pil.
Per quanto riguarda gli altri due settori eventualmente interessati da under-reporting, gli investimenti diretti e i depositi bancari, gli elementi esaminati lascerebbero supporre che l’entità dei capitali non dichiarati dovrebbe essere meno rilevante di quella relativa alle attività di portafoglio. (4)
Le nostre stime delle attività sull’estero non dichiarate provengono da analisi preliminari. Sono necessari approfondimenti ulteriori per valutare il loro eventuale impiego nella compilazione delle statistiche ufficiali italiane. Su questo tema sono importanti il coordinamento con le istituzioni internazionali e la discussione con quei paesi che osservano distorsioni simili nelle statistiche sull’estero.

* Banca d’Italia, Servizio Statistiche economiche e finanziarie: le opinioni espresse dagli autori sono personali e non coinvolgono l’istituzione di appartenenza.

(1)
Si veda la nota metodologica al Supplemento al Bollettino statistico bilancia dei pagamenti e posizione patrimoniale sull’estero pubblicato il 23 giugno 2011 e disponibile nel sito web della Banca d’Italia.
(2)
Si veda “Alla ricerca dei capitali perduti: una stima delle attività sull’estero non dichiarate dagli italiani”, a cura di Valeria Pellegrini ed Enrico Tosti, pubblicato nella collana “Questioni di economia e finanza” della Banca d’Italia.

(3)
È stata attribuita all’ammontare dei titoli scudati anche larga parte dei depositi scudati probabilmente originati dalla liquidazione di portafogli in titoli immediatamente precedente alla regolarizzazione.
(4)
Le caratteristiche delle statistiche internazionali attualmente disponibili in questo ambito rendono però scarsamente affidabili stime di questo genere.

Non pagare le tasse “paga”: su 71 miliardi accertati, solo 8 recuperati

Non pagare le tasse “paga”: su 71 miliardi accertati, solo 8 recuperati

ROMA – E se far pagare le tasse a tutti, recuperare quei miliardi sottratti all’erario, ripristinare un po’ di equità contributiva, fosse solo un nobile slogan, un pio desiderio? La Corte dei Conti ce lo conferma: solo un decimo delle imposte non pagate viene riscosso a fronte delle irregolarità accertate. Nel periodo 2006-2009 il 94% dei controlli ha riscontrato imposte evase, una media di 51 mila euro pro-capite, per un mancato gettito di 71 miliardi. Bene di questi 71 miliardi solo 8 sono stati recuperati. E se il trasgressore non patteggia il recupero scende all’1%, praticamente nulla. Nel linguaggio felpato del magistrati della Corte dei Conti si sottolinea come “il comportamento del contribuente è raramente non censurabile e quasi sempre irregolare”. In pratica tutti quelli che possono (chi non ha una ritenuta alla fonte) evadono. E negli anni presi in considerazione lo sparuto drappello di contribuenti onesti si è ulteriormente dimezzato, dal 7% del 2009 al 3,6% del 2009.
Nella graduatoria tra chi è più bravo a fregare il fisco, anche tra gli evasori c’è chi è più scaltro e la sa più lunga degli altri. Il 36% decide di non fare nulla, ricorsi o impugnazioni non li riguardano: da loro arriva il 46% delle tasse evase. Un 17% fa ricorso, una percentuale associabile al 41% di imposte non pagate. Il 45% patteggia, cioè decide di mettersi d’accordo con l’Agenzia delle Entrate, riuscendo a spuntare sconti fino a due terzi: sono tanti piccoli evasori, i “pesci piccoli” che rappresentano solo il 13% delle tasse non pagate.
Chi non fa ricorso lo fa perché è stato pizzicato e quel che sarà sarà? Possibile ma improbabile. Più verosimilmente sa che nessuno metterà mai le mani sulla sua “roba”, vuoi perché si dichiara nullatenente, vuoi perché ha un procedimento di fallimento in corso,  perché è circondato da prestanome, perché il bottino lo ha nascosto alle Bahamas ecc…Chi fa ricorso, invece,  sa che potrà portare avanti all’infinito il contenzioso, perché il fisco saprà pure accertare, talvolta, ma come recuperatore di crediti è una frana.  La prova? Su 100 euro evasi, il 51% è abbonato subito: da 75 miliardi si passa a 38 in un amen. E di quelli, che pure sarebbero un bel gruzzolo, solo 8 miliardi lo Stato riesce a incassare. La verità, amara, è che non pagare le tasse “paga”, con la benedizione del Fisco.

Parlamento pulito il 10 Settembre. Scelgo io chi siede in Parlamento !!

Parlamento Pulito a Montecitorio 10.09.11
Una nuova legge elettorale è già disponibile, lo è da quattro anni, è "Parlamento Pulito" la proposta di iniziativa popolare che prevede l'elezione diretta dei candidati, un massimo di due mandati, nessun condannato definitivo eleggibile.
Vieni anche tu a Roma il 10/09/2011, se saremo tanti la casta non potrà continuare a far finta di niente.


Parlamento pulito il 10 Settembre. Scelgo io chi siede in Parlamento !!





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Il 10 Settembre a Roma siamo chiamati ad una mobilitazione di massa dei meetup e del MoVimento 5 stelle per reclamare le 350.000 firme raccolte nei trascorsi V-day a favore di una legge d’iniziativa popolare che cacci i condannati in via definitiva dal parlamento, ponga il limite di due mandati e reintroduca la preferenza diretta.
Le firme sono state nascoste in cantina ma i cittadini non dimenticano il loro atto di Democrazia e lo ricordiamo alla CASTA il 10 SETTEMBRE prossimo
Ti proponiamo la “discesa collettiva” a Roma in pulman con partenza da Cascina con tappe a Pontedera – Empoli – Firenze ed Arezzo
Il costo è di € 18,00 a persona con rientro entro la mezzanotte
Per ulteriore info e per iscriversi : Lista civica MoVimento 5 Stelle Empoli: empoli5stelle@gmail.com
Cliicca e diffondi il volantino:
NON POSSONO IGNORARCI, NON POSSONO FAR FINTA DI NIENTE ! Dove sono finite le firme ? La casta risponda !
Non esiste nessuna speranza con i politici attuali, sono dei “non legislatori arricchiti” pronti a vendersi al migliore offerente, guardoni super pagati, Condannati in via definitiva, plurieletti da decenni ….
10 Settembre a Roma per il PARLAMENTO PULITO prepariamoci a mandare in Parlamento persone oneste e pulite che non ne facciano un mestiere ma un servizio civile e trasparente !!!”
LINK DEL MEETUP FIRENZE SU CUI SI DISCUTE DELL’ARGOMENTO: http://www.meetup.com/MoVimento5stelle-Firenze/boards/thread/14584641/0/
10 Settembre a Roma per il PARLAMENTO PULITO prepariamoci a mandare in Parlamento persone oneste e pulite che non ne facciano un mestiere ma un servizio civile e trasparente !!!”
Fonte articolo
da informazione senza filtro

Alta moda: Versace punta sulla Siria


Business is business 
Les affaires sont les affaires
Gli affari sono affari
Pecunia non olet 



Alta moda: Versace punta sulla Siria

Alta moda: Versace punta sulla Siria


“Versace sbarca a Damasco: e’ quanto riportano fonti diplomatiche italiane riferendo che la nota marca italiana ha aperto una boutique nel quartiere Abu Rummaneh, nel centro della capitale siriana. L’operazione commerciale, a quanto si apprende, e’ stata realizzata in franchising con il Gruppo Allied, societa’ di proprieta’ della famiglia Rankoussi. Il negozio, strutturato su due livelli, propone tutte le ultime novita’ delle linee uomo e donna disponibili sui mercati internazionali. Damasco, si fa osservare dall’ambasciata italiana, e’ oggetto di crescente attenzione e di importanti investimenti da parte delle imprese tricolori. All’inizio di quest’anno anche Zara ha inaugurato il suo primo negozio mentre Benetton, in questi mesi, sta potenziando la propria presenza. Nonostante la crisi – sottolineano fonti diplomatiche – il made in Italy continua a riscuotere successo”.
Sin qui il lancio d’agenzia dell’AGI (proprietà Eni).Dunque, aspetto che purtroppo non viene sottolineato, dopo Lady Gaga, che pochi giorni fa ha scelto Versace, per il Made in Italy un altro successo, che meritava una nota della nostra diplomazia. Quella che vedete nella fotografia è l’ultima proposta per giacca-uomo della linea Versace: chissà se la signora Assad la proporrà per gli effettivi dei famigerati servizi di sicurezza siriani. Ah, dimenticavo…. Proprio in queste ore Europa e Stati Uniti stanno discutendo di un inasprimento delle sanzioni contro la Siria. Certo, non includeranno l’alta moda: ma il buon gusto… Malgrado l’importanza della soddisfazione per il ” successo” che il Made in Italy continua a riscuotere.

Per comprendere cosa accade in Siria vi propongo questo articolo di Famiglia Cristiana

Siria, quanto silenzio sui massacri

Forte denuncia di Pax Christi per superare l'indifferenza internazionale sulle migliaia di vittime del regime di Bashar el Assad. «Non è vero che non possiamo fare nulla».


«Rompiamo il pesantissimo silenzio che avvolge le migliaia di vittime in Siria». Comincia così un appello di Pax Christi che invita la comunità internazionale a intervenire per fermare la feroce repressione del regime siriano nei confronti della popolazione. «Fermate subito il massacro, liberate i prigionieri politici, intervenite con gli strumenti del diritto internazionale senza ripetere la tragica esperienza libica», chiede Pax Christi.
Tre fermo immagine mostrano il crollo del minareto di una delle principali moschee di Dayr az Zor, colpito e abbattuto da colpi di artiglieria dell'esercito siriano.
Tre fermo immagine mostrano il crollo del minareto di una delle principali moschee di Dayr az Zor, colpito e abbattuto da colpi di artiglieria dell'esercito siriano.


L'appello ricorda il drammatico bilancio della repressione: «Cinquemila tra uccisi e scomparsi, 13 mila prigionieri politici, città sconvolte, popolazione nel terrore, migliaia di profughi, luoghi di culto distrutti». Secondo Pax Christi, «non è vero che non possiamo fare nulla». Ecco gli interventi possibili: un preciso intervento internazionale sotto la guida dell'Onu che attivi una robusta politica di pace utilizzando i numerosi concreti strumenti del diritto internazionale senza ripetere il disastro dell'intervento militare in Libia”; il blocco dell'export militare italiano verso la Siria (“i carri armati dell'esercito siriano usano sistemi di puntamento di ditte italiane”); azioni per sostenere un cambio del sistema politico che garantisca rispetto dei diritto umani e libertà religiosa.
Un siriano manifesta in favore del presidente Bashar el Assad nella città di Deir el-Zour.
Un siriano manifesta in favore del presidente Bashar el Assad nella città di Deir el-Zour.

Sino ad oggi il regime di Bashar el Assad ha spento con durezza i fuochi di rivolta accesi in diverse città del paese: Hama, Latakia, Deir ez-Zor e anche alcuni quartieri della capitale Damasco
. Il regime giustifica la repressione sostenendo che la rivolta è fomentata da “gruppi terroristici”. La comunità internazionale sta facendo pressioni sul regime siriano, ma per il momento non c'è nessuna volontà di intervenire in modo più diretto.

Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha condannato le violenze, ma i toni sono cauti. Resta timida anche la Lega Araba. Più decisa la pressione su Damasco da parte della Turchia e di alcuni Paesi arabi (come l'Arabia Saudita), che hanno richiamato i loro ambasciatori a Damasco. Anche l'Italia ha richiamato l'ambasciatore in Siria, ma l'esempio non è stato seguito da altri paesi europei.
Roberto Zichittella

Come ridurre subito i costi della politica


Come ridurre subito i costi della politica

Come ridurre subito i costi della politica

da il mondo di Annibale Scritto da paolo garuti il 30 ago 2011 in R) L'Italia e ....
Visto che la legislatura, non diversamente dalle precedenti, avanza per voti di fiducia;
visto che da più parti s’invoca una diminuzione delle spese e per ovviare alla perdita di rappresentanza costituita dall’eventuale riduzione dei parlamentari;
appurato altresì che nessuno ha in mente una qualsivoglia riforma dell’attuale legge elettorale, ma al massimo la formazione di maggioranze in vitro, consulte, commissioni e organi vari preposti all’elaborazione d’un progetto di legge da votarsi ed attuarsi alle Calende greche:
credo si possa ovviare ai diversi problemi in modo semplice, per via amministrativa e in tempo utile.
Basterebbe decidere con una leggina che stipendio, vitalizio e rimborsi sono da attribuirsi solo ai parlamentari il cui apporto è veramente necessario al governo del Paese, vale a dire solo a quelli della coalizione vincente. Gli altri potrebbero, anzi dovrebbero, esercitare il loro mandato su base volontaria (con voto elettronico a domicilio, inviando le dichiarazioni per e-mail, partecipando in video-conferenza alle commissioni), senza pretendere emolumenti: in testimonium fidei, insomma.
I vantaggi sarebbero molteplici: a) probabile scomparsa del gruppuscolismo agli estremi e di sogni neocentristi d’ispirazione ecclesiastica o confindustriale, fatto salvo il diritto delle lobby a finanziarli se vogliono; b) riduzione delle spese correnti e future senza ridurre la rappresentanza reale; c) creazione finalmente d’un incentivo a ché l’opposizione ritrovi la voglia di vincere le elezioni e, se le vince, di governare il Paese.

Ci piace ricordarli così

  non leggerlo

Ci piace ricordarli così.

E' passato esattamente un anno. Roma, 30 agosto 2010, il dittatore libico Muhammar Gheddafi si trova a Roma per incontrare il Premier Berlusconi, e celebrare la "Giornata dell'amicizia italo-libica".


  

In buone mani

non leggerlo

In buone mani.

Fiuuuuuu. E' rassicurante sapere che nel momento più difficile, nel momento delle grandi scelte, a casa del Presidente Berlusconi, assieme ai vertici governativi del Paese, a decidere sulla manovra finanziaria "lacrime e sangue" c'era pure lui ...


PAOLO FLORES D’ARCAIS – Evasori? Chi ne parla più

PAOLO FLORES D’ARCAIS – Evasori? Chi ne parla più

pfloresdarcaisLa Lega ha proposto ieri una patrimoniale sugli evasori, garantendo che i suoi tecnici sono al lavoro. Se son rose fioriranno (e in tal caso saremo i primi a rallegrarci). Speriamo non sia la solita farsa, con un finale alla Bossi e dito medio contro i giornalisti. Comunque, se la Lega vuol far pagare chi ha fin qui spolpato il Paese, potrebbe scegliere la strada maestra, indicata da tempo da questo giornale: 27 miliardi di euro sono più di quanto l’Europa esige dall’Italia per il prossimo anno. Esattamente quanto verserebbero i 180mila evasori ed esportatori di capitali beneficiati dallo scudo fiscale, che su 107 miliardi di euro hanno pagato un’offensiva mancia del 5%, se dovessero versare un ulteriore 25%, arrivando a quel 30% preteso dai governi di destra (ripetiamo: di destra, Cameron in Inghilterra e Merkel in Germania).
Pagando questo 25% i 180mila evasori/esportatori chiuderebbero comunque i conti nel privilegio: il complessivo 30% di tasse sarebbe meno dell’aliquota più alta (43%) a cui avrebbero dovuto assoggettare i loro lautissimi introiti; il loro comportamento di contribuenti disonesti non sarebbe sanzionato da nessuna multa; sull’origine delle loro ricchezze, che potrebbero avere nome “bottino”, vien esteso il velo di una sostanziale impunità.
Dentro il regime, però, i pasdaran dell’evasione vogliono addirittura peggiorarla, la manovra. Eppure i soldi chiesti dall’Europa ci sono tutti, uno sull’altro, sull’unghia (banche e “mediatori” hanno nomi e indirizzi dei pluripremiati evasori/esportatori). Se contemporaneamente al 25% su questo malloppo venissero votate le norme capaci di stroncare l’evasione (le abbiamo elencate più volte, e sono il segreto di pulcinella), anche l’aureo monito del presidente della Repubblica, a chiacchiere applaudito da tutti, uscirebbe dalla favola delle frasi fatte per diventare energico “braccio secolare”. E qualsiasi manovra/salasso diventerebbe inutile anche per i prossimi anni. La parola “equità” si riappacificherebbe col vocabolario.
Perciò, l’obiettivo delle lotte che si vanno programmando c’è, è semplice, comprensibile, potenzialmente capace di unire il 99,qualcosa del Paese (50 milioni di elettori meno 180mila). Purché si faccia sul serio, e non ci si disperda in alambiccati surrogati di inciucio (tipo “accordo tra le parti sociali”) – lo diciamo a Bersani e Camusso –, le settimane che si aprono con lo sciopero generale possono suonare la diana di una rivolta morale capace di porre fine al regime del compagno di merende di Gheddafi.
Paolo Flores d’Arcais - da il Fatto quotidiano

GIORGIO CREMASCHI – Contro questa brutale manovra di classe si scende in piazza e ci si resta

GIORGIO CREMASCHI – Contro questa brutale manovra di classe si scende in piazza e ci si resta

gcremaschiSommano già a ben 131 miliardi di euro gli interventi complessivi, 2010-2014 decisi dal governo. E per qualcuno i mercati non sarebbero ancora contenti di questo massacro senza precedenti. In realtà, con gli ultimi provvedimenti e modifiche, il governo ha ulteriormente aggravato l’impatto antisociale della manovra. Viene salvata dal contributo di solidarietà la casta dei supermanager e dei direttori dei grandi giornali, che può festeggiare. In compenso vengono sostanzialmente cancellate le pensioni di anzianità, con una vera e propria truffa a danni dei lavoratori che hanno fatto il servizio militare o che hanno pagato di tasca loro i contributi per l’università. E con un disastro occupazionale che si preannuncia perché ci saranno centinaia di migliaia di persone costrette a rimanere al lavoro, con altrettante persone che non troveranno posto.
Inoltre, migliaia di lavoratori e lavoratrici posti in mobilità rischiano di non arrivare più alla pensione. Nello stesso tempo la manovra sui contratti distrugge il contratto nazionale, aumenta gli orari di lavoro per chi ha un posto, incrementa la precarietà e i licenziamenti selvaggi. Anche per questo la Cgil deve immediatamente ritirare la firma dall’accordo del 28 giugno, trasformato dal governo in decreto liberticida.
Tutto il costo della manovra è, alla fine, a carico del lavoro dipendente, dei pensionati e dei più poveri. I ricchi non pagano, niente, per l’evasione fiscale si fanno chiacchiere. Questa è una brutale manovra di classe, fatta da un governo squalificato, che si aggancia all’Europa solo per giustificare la propria esistenza.
Lo sciopero generale a questo punto è ancora più giustificato, ma deve dare il via a un movimento che punti a rovesciare il governo e la manovra. Dobbiamo fermarli. Dobbiamo fermare il disastro provocato da Berlusconi, ma dobbiamo anche dire basta al governo unico delle banche europeo che sta portando l’Europa a una recessione drammatica, per difendere la speculazione e la finanza. Basta con Berlusconi, basta con la Bce e l’Europa delle banche. Su questo si scende in piazza e ci si resta.
Giorgio Cremaschi

Chiesa, la beffa dell’8 per mille

da MicroMega

Chiesa, la beffa dell’8 per mille

Dei 144 milioni che gli italiani destinano allo Stato, più di 50 finiscono al restauro e alla manutenzione di parrocchie, monasteri e basiliche. Un regalo che si assomma al sistema di 'devoluzione proporzionale' che porta nelle casse del Vaticano l'87 per cento del gettito con solo il 34,5 per cento delle firme.

di Mauro Munafò, da L'Espresso

In un modo o nell'altro, l'otto per mille degli italiani finisce quasi sempre alla Chiesa Cattolica. Se non bastasse il sistema proporzionale di distribuzione dei fondi, che finisce per dirottare l'87,2 per cento del gettito direttamente nelle casse della Conferenza episcopale italiana (anche se quelli che scelgono la Chiesa sono il 34,5) ci pensa poi lo Stato a girare un altro 3-4% alla Cei, prelevandolo direttamente dalla sua quota.

Basta infatti andare a guardare la destinazione dei fondi gestiti dallo Stato per accorgersi che almeno un terzo della torta finisce comunque per avvantaggiare il Vaticano: una cifra che solo nel 2010 oscillava tra i 50 e i 60 milioni di euro sul totale di 144 milioni a disposizione dell'otto per mille "laico".

Questo finanziamento aggiuntivo si perpetua da anni attraverso l'opera di restauro e conservazione di chiese, monasteri e basiliche. Fatti due conti, circa un terzo di tutti i fondi dell'otto per mille destinati allo Stato vengono quindi impiegati nella ristrutturazione dei luoghi di culto presenti nel paese. La fatica di firmare per lo Stato Italiano il proprio modulo è quindi sprecata.

Andando a sfogliare il Decreto della Presidenza del Consiglio pubblicato lo scorso dicembre (qui), si può notare come dei 343 progetti finanziati, 262 riguardano i beni culturali e la metà di questi interessano chiese e parrocchie.

Scorrendo l'elenco si possono vedere il milione e mezzo di euro speso per la Basilica di Sant'Andrea a Mantova, il milione e 800mila euro per il restauro della Chiesa dei santi Vittore e Carlo a Genova, il milione e 200mila euro per san Raffaele a Pozzuoli e il milione e 400mila euro per le suore Benedettine di Lecce, ma non mancano gli interventi da 100mila e persino 50mila euro. Una lista lunga 52 pagine, in gran parte con nomi di parrocchie e chiese della provincia italiana beneficiate dall'otto per mille destinato allo Stato, almeno sulla carta.

Ma le buone notizie per la Cei non finiscono qui. Dopo anni di gestioni folli dell'otto per mille statale, di volta in volta razziato dalle finanziarie e prosciugato per missioni di pace o per aggiustatine di bilancio, lo scorso anno le Commissioni bilancio del Parlamento hanno approvato una legge che rimettesse ordine sull'uso di questi fondi, "costringendo" i Governi ad utilizzarli per il contrasto alla fame nel mondo, alle calamità naturali, per l'assistenza ai rifugiati e per la conservazione dei beni culturali. Grazie a questa necessaria modifica, la quota dell'otto per mille in mano allo Stato per finanziare interventi sociali è cresciuta a dismisura, arrivando a 144 milioni e triplicandosi rispetto ai 43 milioni del 2009 (qui) e moltiplicandosi di 50 volte rispetto ai miseri 3 milioni e mezzo del 2008 (qui). Un vero e proprio tesoretto che poteva andare alle missioni del terzo mondo o essere usato per combattere le calamità naturali, ma che per oltre 100 milioni è rimasto in Italia ed è stato speso in restauri.

Viste le cifre in gioco sorge però una domanda: non potrebbe essere la Cei, con i proventi del suo otto per mille, quello destinato alla Chiesa Cattolica, a sobbarcarsi il costo delle ristrutturazioni dei beni ecclesiastici? Cercando la verità nei bilanci, la risposta è certamente sì. Il solo gettito dell'otto per mille arrivato nelle casse dei vescovi nel 2011 ammonta infatti a 1 miliardo e 118 milioni di euro, di cui 190 sono stati destinati all'edilizia di culto (qui). Di questi, 65 milioni sono destinati alle ristrutturazioni ("tutela beni culturali ecclesiastici"): una cifra quasi identica a quella investita per lo stesso scopo dallo Stato.

Anche non volendo andare ad intaccare il fondo di ben 125 milioni destinato alla costruzione di nuove chiese in Italia, la Cei potrebbe limitarsi a investire nella ristrutturazione una parte di quei 55 milioni che nell'ultimo bilancio sono stati "accantonati", cioè messi da parte per future esigenze. Ma finché ci pensa lo Stato a pagare i restauri, perché spendere di tasca propria?

Antipolitica? No, è ribellione

Antipolitica? No, è ribellione

di Michele AinisQuello che sta succedendo in Italia è semplice ed esplosivo: è nata un'opinione pubblica che non ne può più di questi mandarini appollaiati su un ramo dorato a difendere se stessi. E se ne vuole liberare in ogni modo.
BOCCA Il Pd è come il Psi di Craxi ROBECCHI Una ronda per Penati

Antipolitica? No, è ribellione

Quello che sta succedendo in Italia è semplice ed esplosivo: è nata un'opinione pubblica che non ne può più di questi mandarini appollaiati su un ramo dorato a difendere se stessi. E se ne vuole liberare in ogni modo.

di Michele Ainis, da http://espresso.repubblica.it/

In principio c'è un artificio semantico, una truffa verbale. "Antipolitica", l'epiteto con cui la politica ufficiale designa questa nuova cosa. Marchio di successo, tant'è che digitandolo su Google si contano 780 mila risultati. Ma che cos'è l'antipolitica? Un sentimento becero, un vomito plebeo?

No, un inganno. L'ennesimo inganno tessuto dal sistema dei partiti. Perché mescola in un solo calderone il popolo di Grillo e il think tank di Montezemolo, le signore della borghesia milanese che hanno votato Pisapia e gli studenti in piazza contro la Gelmini, i dipendenti pubblici bastonati da Brunetta e gli imprenditori taglieggiati dall'assessore di passaggio. E perché con questa parola i politici definiscono l'identità altrui a partire dalla propria. Come facciamo ormai un po' tutti, definendo extracomunitario il filippino o l'egiziano. Ma un siciliano non è un extrapiemontese, un indignato contro gli abusi della Casta non odia la politica, ne è piuttosto un amante deluso.

Ecco, gli Indignados. Ci sarà pure una ragione se il pamphlet di Stéphane Hessel ha venduto in Francia milioni di copie, se ha dato la stura a una protesta che divampa a Madrid come a Londra e a Berlino.
E a Roma? Innanzitutto riepiloghiamo i fatti. Marzo 2010: alle regionali il non voto, sommato alle schede bianche e nulle, tocca il 40%. Tanto che il Pdl, pur vincendo le elezioni, ottiene la fiducia esplicita di appena un italiano su 7. Maggio 2011: alle amministrative sfondano gli outsider, e con loro una nuova generazione di politici. Giovani e sfrontati come il cagliaritano Zedda, che replica l'esperienza del fiorentino Renzi.

Ma l'emblema è Napoli. Dove al ballottaggio un cittadino su 2 marina le urne, mentre il 65% dei votanti sceglie un uomo fuori dai partiti, perfino il proprio: De Magistris. Giugno 2011: dopo 14 anni, dopo 24 consultazioni senza quorum, 4 referendum raggiungono il 55% dei suffragi. Nonostante il silenzio delle tv, nonostante il rifiuto d'accorparli alle amministrative, che ci costringe al terzo voto in quattro settimane, uno slalom. Infine il tam tam contro gli sprechi e i privilegi di cui godono, ormai da troppo tempo, Lorsignori.

A tendere l'orecchio, quest'orchestra ci impartisce una triplice lezione. Primo: il ritiro della delega. Gli italiani non ne possono più della loro classe dirigente, di questi mandarini appollaiati su un ramo dorato da vent'anni. La seconda Repubblica ha fallito: ne è nato un girotondo di sigle, di liste, di partiti, ma le facce no, quelle sono sempre uguali. Facce che nel primo decennio del 2000 ci hanno recato in dono la crescita più bassa d'Europa.

Per forza che ormai nessuno se ne fida: possono cantare in coro la Bohème, possono anche uscirsene con un'idea mirabolante, ma sono logori, senza credibilità. Secondo: un'istanza di democrazia diretta. In parte a causa del moto di sfiducia verso chi ci rappresenta nel Palazzo, in parte per una nuova voglia di decidere, d'impadronirci del futuro. Per darvi sfogo dovremmo rafforzare il referendum, abbattendo il quorum, affiancandogli quello propositivo, aggiungendo strumenti di controllo sugli eletti come il recall, la revoca anticipata del mandato. Terzo: il ritorno dell'opinione pubblica. O meglio della sua funzione critica, che è poi il sale delle democrazie moderne, come ha mostrato Habermas. Da qui parole d'ordine quali il dimezzamento dei parlamentari, delle province, di tutti gli enti, portenti e accidenti che ci teniamo sul groppone. Da qui la goffa rincorsa dei partiti, che a parole si dichiarano d'accordo, salvo rinviare ogni soluzione alle calende greche.

Insomma la Bella addormentata si è svegliata, liberando un'energia repressa troppo a lungo. Vi s'esprime una domanda d'eguaglianza, ma anche di ricambio, di legalità, di semplificazione dei labirinti pubblici nei quali ingrassano i professionisti del consenso. Sarà per questo, per esorcizzare il mostro, che i politici l'hanno chiamato "antipolitica". Sbagliano: è un'energia tutta politica, quella che ribolle nella società italiana. Sbagliano due volte: ormai la vera antipolitica è la loro. 
 
da Micromega

Da Napoli la proposta: "appartamenti confiscati alle giovani coppie"

 
Articolo 21 - INTERNI
Da Napoli la proposta: "appartamenti confiscati alle giovani coppie"
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di Pietro Nardiello

Da Napoli la proposta: "appartamenti confiscati alle giovani coppie" Abbiamo incontrato Domenico Lopresto, segretario nazionale dell’Unione Inqulini e responsabile della sede napoletana. Nel mese di aprile è stato vittima di un’aggressione di stampo camorristico per aver denunciato che a Napoli, e nella zona nord, la camorra si è inserita nella gestione delle case popolari. Adesso, invece, si rivolge alle istituzioni formulando una proposta molto interessante.


Dopo l’aggressione dello scorso anno è cambiato qualcosa per l’Unione Inquilini a Napoli?


Dopo l’aggressione che ho subito sono cambiate tante cose per la nostra attività nella città di Napoli. Pensare che è possibile denunciare la presenza dei clan dentro le case popolari di proprietà del Comune di Napoli o in gestione agli IACP senza che potesse succedere niente era da pazzi e infatti il prezzo lo abbiamo pagato perché l’Unione Inquilini ha denunciato la presenza dei clan nelle case popolari della Masseria Cardone, del rione De Gasperi, in Via Comunale Limitone d’Arzano, nel Rione dei Fiori, in Corso Europa 383 Melito, in Viale della Resistenza al lotto P, in Via Antonio Labriola lotto H e via dicendo.

Qual è la situazione abitativa a Napoli?


A Napoli c’è una fortissima emergenza abitativa dovuta a migliaia di sfratti pendenti o in fase esecutiva per morosità incolpevole ( la gente non ce la fa più a pagare un fitto che supera i 700 euro al mese) o per uso proprio o finita locazione. Ci sono pendenti presso il Servizio Assegnazione Immobili del Comune di Napoli graduatorie definitive per sfrattati, con migliaia di nuclei familiari aventi diritto in attesa di un alloggio di edilizia residenziale pubblica da decenni a cui si aggiungono gli scantinatisti, le giovani coppie, i coabitanti, chi vive negli alberghi a seguito di procedura di sgombero per pericoli per l’incolumità pubblica. Un bisogno casa che potremmo definire intorno alle 8 o 9 mila alloggi da trovare sul mercato privato o riconvertendo strutture pubbliche che si trovano in uno stato di abbandono o cacciando i clan e i loro parenti dalle case popolari o procedendo in maniera rapida e veloce alla confisca e acquisizione al patrimonio pubblico delle case e ville sequestrate ai clan camorristici.

Eppure nonostante tutto in città e in provincia l’attività immobiliare non si ferma. Si costruisce un po’ ovunque.


Costruiscono i camorristi, gli speculatori e i parassiti: costruisce chi ha denaro ed è disponibile a violare le leggi in termini di tutela del paesaggio e di negazione di altre cementificazioni: Chiaiano e Pianura  sono esempi di come si possa violare la legge senza che succeda niente ma in provincia di Napoli e penso a Melito, a Volla e Cercola sono sorte altre città e i cittadini originari di questi paesi sono diventati minoranze essendo stati superati per densità abitativa da chi proviene dal capoluogo. La criminalità investe nel mercato immobiliare da sempre e da li non solo ricicla denaro sporco ma riesce ad estrarre profitti notevoli. Basterebbe analizzare con attenzione cosa è successo a Melito di Napoli per capire il fiume di denaro che i clan di Secondigliano hanno investito nel mattone e i profitti accumulati che sono enormi.

Da sempre denunciate una presa di possesso da parte della criminalità di questo mercato, con quali risultati?

Da tempo riflettiamo sul potere del denaro e la bellezza della libertà. I nostri territori sono luoghi dove la ricchezza viene accumulata nella sua fase originaria e primitiva, frutto della vendita di droga, di attività immobiliare, di rifiuti pericolosi, di vendita di oro e di oggetti e manufatti falsi. Poi il denaro accumulato prende altre strade, fa scalate nei santuari dell’alta finanza, viene investito in borsa, vengono acquistati titoli azionari, titoli di stato. Vengono rilevate attività produttive e sorgono dal nulla centinaia di finanziarie. Il denaro parte dai nostri quartieri, fa tutto il giro descritto e non ritorna  sotto forma di ricchezza da redistribuire sui nostri territori. I padroni armati investono altrove, prendono e non danno nulla al territorio. Le manifestazioni, le assemblee, le iniziative nei territori servono a convincere le tante signore Maria e Antonietta che questi sono padroni armati e non poveri figli di mamma, che loro posseggono ricchezze enormi e i loro figli si fanno anni e anni di galera per 500 euro la settimana. Che non c’è proporzione tra la ricchezza accumulata da questi padroni e la miseria in cui si trovano le sentinelle o chi custodisce droga e armi oppure  ospita latitanti. Questo è il lavoro che pensiamo sia utile fare tra la nostra gente sperando che un giorno i fucili dei soldati potranno essere puntati  contro i loro generali. Perché è chiaro che nessuna fiducia può essere accordata a chi fa patti con la camorra o con facilità si fa corrompere.


Cosa fare dunque?

Ecco, noi dobbiamo convincere le donne vestite di nero che il gioco non vale la candela, che i loro figli muoiono o passano anni e anni in galera e il padrone armato si arricchisce. Ce la possiamo fare ma qualche proiettile vacante ci può anche colpire perché noi in questi territori facciamo attività e mi creda quando questi signori vengono in sede a chiedere un servizio è duro cacciarli fuori.

In questo periodo di crisi, quindi, i beni confiscati potrebbero secondo voi essere un’ottima risposta alle esigenze abitative anche delle giovani coppie.

I soldi e le case, le ville e i magazzini sequestrati possono essere utilizzati immediatamente per fronteggiare l’emergenza abitativa ma anche sociale: perché non destinare una parte di quei soldi per le ragazze madri  o le vedove o le famiglie affidatarie di minori a rischio che non hanno reddito?
Prendo ai delinquenti e do alla povera gente. Utilizzo una parte di quei fondi per acquistare sul mercato immobiliare una serie di alloggi che mi servono per fronteggiare la fase acuta dell’emergenza abitativa e destino un’altra parte di denaro alle emergenze sociali. Sarebbe un bel pugno nello stomaco dei boss: ti metto le mani in tasca, io pubblica amministrazione, ti privo  delle ricchezze illecitamente possedute e le destino alla povera gente.

Come risponde il Comune di Napoli alle vostre sollecitazioni e proposte?
Il  Sindaco è entusiasta di queste proposte e le fa anche sue adesso, però, deve dar luogo ai fatti.

Manovra economica: tagliate la spesa militare

 
Articolo 21 - IDEE IN MOVIMENTO
Manovra economica: tagliate la spesa militare
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di Flavio Lotti*

Manovra economica: tagliate la spesa militare Non è un discorso ideologico ma decisamente pragmatico. Non è un problema di coscienza ma di utilità pubblica. E’ venuto il tempo di tagliare e rivedere completamente la nostra spesa militare. E’ giusto continuare a spendere in questo modo 24 miliardi di euro all’anno? Ce lo possiamo permettere? E’ questo il modo migliore per garantire la nostra sicurezza? Oppure ce ne sono altri?

La prima domanda che sorge spontanea è: possiamo permetterci di ignorare ancora il problema? La risposta è no: non c’è un solo capitolo del bilancio dello stato che può passare indenne da una seria revisione pubblica. Tanto più quando si continua a chiedere agli italiani di stringere la cinghia e la discussione sui tagli assomiglia a una guerra balcanica.

Secondo. 24 miliardi sono una somma enorme e ogni tentativo di censurare o stroncare sul nascere anche solo la discussione su questi soldi non è solo attentato non alla democrazia ma un ostacolo insormontabile posto sulla via di uscita dalla crisi. Le spese militari devono dunque essere messe sul tavolo della discussione alla pari di tutte le altre spese dello stato. E’ accaduto negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Francia e Germania. Perché non deve succedere in Italia?

Terzo. La sicurezza è un bene pubblico che deve essere garantito dalle risorse del bilancio dello stato alla pari della salute, dell’istruzione, della giustizia, ecc. Ma così come non c’è un solo modo di garantire la salute, l’istruzione e la giustizia così non c’è un solo modo di garantire la sicurezza dell’Italia e degli italiani. Anzi è la stessa concezione di sicurezza che oggi dimostra tutta la sua profonda incapacità di rispondere ai bisogni reali della gente e del paese.

Quarto. Niente è più inutile di una portaerei, un sommergibile o un cacciabombardiere per proteggere i cittadini dalle mafie e dalla criminalità organizzata, dal terrorismo e dalla malavita, dall’illegalità, dalla corruzione e dalla disoccupazione, dall’inquinamento o dalla sofisticazione alimentare. Eppure continuiamo a comperare costosissimi sistemi d’arma e lasciamo i poliziotti senza auto e benzina.

Quinto. Le nostre spese per la sicurezza sono fortemente squilibrate a favore di un modello militare anacronistico, insostenibile e inutilmente offensivo mentre i problemi della sicurezza oggi esigono una pluralità di strumenti in prevalenza preventivi e non militari. Il minimo che bisogna fare è riequilibrare in modo intelligente la spesa per la sicurezza ricordandoci che investire sulla cooperazione, sulla diplomazia (anche popolare) e sull’intelligence è molto più efficace e redditizio che continuare a costruire costosissime macchine da guerra e mantenere in vita un mastodontico esercito di 180.000 uomini.

Sesto. E’ dunque possibile tagliare le spese militari e aumentare la sicurezza degli italiani, dell’Europa e del resto dell’umanità. E’ possibile aumentare la sicurezza tagliando le spese militari e aumentando quelle civili.

Settimo. Ci sono tagli che si possono fare subito e altri che debbono essere pianificati. Ragionevolmente si può partire dalla cancellazione del programma di acquisto dei 131 cacciabombardieri F-35 (costo complessivo di venti miliardi di euro) e dalla completa revisione di tutti i 71 programmi di ammodernamento e riconfigurazione di sistemi d’arma che ipotecano la nostra spesa militare fino al 2026.

Ottavo. Da rivedere immediatamente sono anche le missioni militari nel mondo e in particolare quella in corso in Afghanistan e in Libia. Per alcuni sono “uno dei fiori all’occhiello della politica estera italiana” che non ci possiamo permettere di toccare pena il nostro declassamento internazionale. Per altri sono solo guerre vietate dalla nostra costituzione incapaci peraltro di risolvere i problemi che pretendono di affrontare. Smettere di fare la guerra ci aiuterà a risanare il debito pubblico meglio di qualunque altro taglio alla scuola, agli enti locali o alle pensioni.

Nove. Procedendo su questa strada dobbiamo ricordare che il mondo è sovrarmato e sovraffamato. L’anno scorso la spesa militare mondiale ha raggiunto la cifra record di 1.630 miliardi di dollari. Intanto il numero di persone che soffre le pene della fame ha superato il miliardo. Una persona su sei che vive sulla terra è in questa condizione disperata e altre due vivono in condizioni di povertà. E pensare che con 44 miliardi di dollari si potrebbe sfamare il mondo intero. Il paradosso è che questo accade nel mezzo di una gravissima crisi economica mondiale mentre si riducono tutti i fondi per rispondere a tutte le emergenze e le crisi strutturali globali, carestie, fame, miseria, cambio climatico, pandemie. E’ evidente che anche l’Italia deve contribuire a cambiare strada.

Dieci. Contro la sola ipotesi di revisione della spesa militare si batte da tempo una potente lobby trasversale politico-militare-industriale povera di idee e ricca di complicità mediatiche. Per convincere i parlamentari a tagliare e rivedere seriamente le spese militari si dovranno mobilitare molte, moltissime persone, in ogni città e in ogni collegio elettorale. Anche per questo invitiamo tutti a marciare domenica 25 settembre da Perugia ad Assisi. Se vogliamo che le cose cambino dobbiamo prendere la parola in tanti e alzare la voce insieme.


*Coordinatore Nazionale della Tavola della pace