lunedì 31 ottobre 2011

Berlusconi, fine del bluff Nei sondaggi Pd primo partito


 da l' Unità

Berlusconi, fine del bluff
Nei sondaggi Pd primo partito

di Carlo Buttaroni* |
Pd primo partito, centrosinistra in vantaggio di 11 punti sulla coalizione di Governo e consolidamento di un’area terzo-polista che, secondo la rilevazione, negli ultimi mesi si colloca stabilmente tra l’11% e il 13%.Sono questi i dati più rilevanti dell’indagine Tecné sulla situazione politica e sui flussi di voto.

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La crisi economica, quindi, fa sentire i suoi effetti. La ricerca evidenzia, infatti, una diminuzione costante di consensi al partito del Presidente del Consiglio (-4,5% rispetto ad aprile 2010 e -12,4% rispetto alle politiche 2008) e all’alleanza formata da PDL, Lega nord e Destra (-7,5% rispetto ad aprile e -13,6% rispetto alle politiche). Il sorpasso del centrosinistra è iniziato poco prima dell’estate - alimentandosi anche della mobilitazione referendaria sull’acqua e sul nucleare - ed è maturato negli ultimi mesi con l’inasprirsi della crisi finanziaria. Ad aprile le due principali coalizioni si trovavano in una situazione di sostanziale parità; a giugno il centrosinistra registra un vantaggio di quasi 4 punti, che diventano 8 a luglio e 11 tra settembre e ottobre.

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Quanto la crisi finanziaria si avviti con la crisi politica lo evidenzia la diminuzione dell’area della partecipazione che passa dal 77,5% delle politiche, al 71,6% di aprile e al 66,6% di ottobre. La crisi della coalizione di Governo è ancora più evidente se si analizza l’andamento del consenso, calcolato non solo tra chi esprime il voto ma su tutti gli aventi diritto. Dal 37,3% delle politiche 2008, il centrodestra scende, infatti, al 30,1% di aprile e al 23,1% di ottobre.

Il flusso in uscita di consensi si orienta prevalentemente verso l’area del non voto e la Lega Nord non sembra in grado di attrarre gli elettori che abbandonano il partito di Berlusconi. Al contrario, nelle 10 rilevazioni prese in esame, il centrosinistra fa registrare una sostanziale stabilità di consensi (tra il 30% e il 33%). Il vantaggio del centrosinistra non nasce soltanto dalla stabilità elettorale ma dalla capacità di compensare al suo interno i flussi di consenso in uscita dai singoli partiti. Nel complesso, infatti, la base elettorale del centrosinistra si sposta a sinistra - a favore soprattutto di Sel e Idv - e diminuisce il peso del Pd all’interno della coalizione: alle politiche del 2008, ogni 100 voti ottenuti dai partiti di centrosinistra, 80 provenivano da elettori del Pd, mentre a ottobre la quota scende a 60. Al contrario, il peso del Pdl, all’interno del centrodestra, non cambia di molto rispetto alle politiche: nel 2008 era pari al 78%, oggi è al 72%. Segno evidente che è l’intera coalizione di centrodestra a perdere consensi. Dai dati emerge la corrispondenza tra crisi economica e comportamento elettorale: al crescere del disagio si registra una diminuzione della partecipazione elettorale e l’aumento del consenso ai partiti che sembrano interpretare meglio la protesta.


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Più di ogni altra cosa l’indagine fotografa il passaggio politico che si sta consumando in questi mesi. Sotto la spinta della crisi sembra volgere al termine una stagione che ha visto come principale protagonista Silvio Berlusconi. Un distacco che matura nell’opinione pubblica dieci anni dopo il «patto con gli italiani», siglato nella trasmissione di Bruno Vespa, in cui si annunciava una rivoluzione infrastrutturale e un nuovo miracolo.

E forse è proprio aver portato così in alto le attese a segnare così fortemente il distacco. Dopo dieci anni le strade italiane sono ancora la metà di quelle tedesche e francesi. Anche gli italiani si scoprono più poveri, compresi quelli che lavorano. Lo stipendio medio di un dipendente colloca, oggi, l’Italia nella parte bassa della classifica europea e i lavoratori italiani, con meno di 15 mila euro l’anno, percepiscono un reddito netto pari al 56% di quello degli inglesi, al 71% di quello dei tedeschi, all’83% di quello dei francesi e all’88% di quello degli spagnoli.

Nonostante gli stipendi siano più bassi, il costo della vita è, invece, tra i più alti: fatta 100 la media dei Paesi della zona euro, l’Italia è a quota 104 e una giornata tipo - fatta di colazione, spostamenti, spesa, telefonate, eccetera - impegna l'84% dello stipendio. In Germania è circa la metà (43%), in Spagna è il 59%, in Francia il 61%, in Inghilterra il 59%. Senza calcolare i costi dell’abitazione. A dieci anni dal patto con gli italiani - 8 dei quali al governo del Paese - delle promesse di Berlusconi sono rimaste poche tracce.

Al contrario, il futuro si è fatto più minaccioso, la forbice delle iniquità si è aperta, sono aumentate le famiglie povere e le nuove generazioni hanno di fronte la prospettiva di una condizione che sarà sicuramente peggiore a quella dei loro genitori.
*presidente di Tecnè

 

Sulla crisi prove di autocoscienza del Tg1, ma i risultati sono scarsi

 
Articolo 21 - Osservatorio TG
Sulla crisi prove di autocoscienza del Tg1, ma i risultati sono scarsi
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di Osservatorio TG

Sulla crisi prove di autocoscienza del Tg1, ma i risultati sono scarsi




I Tg di lunedì 21 ottobre - Un tranquillo lunedì di paura per i dati di borsa, spread, inflazione  e disoccupazione. I Tg hanno poca scelta, e impaginano edizioni fotocopia . TG La 7 e TG3 – ma anche Tg 5 – tengono “alto” l’intervento di Napolitano sulla grave inadeguatezza che permea di sé le istituzioni. Ma come nella gag di Totò “E che so’ Pasquale?”, nessuno sembra sentirsi chiamato in causa. Nemmeno il Ministro Sacconi che, come riportano tutte le testate, continua  a parlare di rinascita del terrorismo fomentata dalle parole delle opposizioni e dei sindacati sui “licenziamenti facili”. Il Tg 2 segnala che negli altri paesi europei il lavoro è meno tutelato dal punto di vista dei licenziamenti, ma al lavoratore che lo perde vengono lanciati salvagenti ben più corposi che da noi. Il Tg 1 sui dati di borsa e sull’aumento dello spread si chiede come mai l’Italia venga attaccata, malgrado banche e d economia non stiano peggio di altri. Se lo chiede, ma non osa darsi la risposta che tutti gli osservatori e commentatori internazionali sciorinano da mesi: Minzolini non lo permetterebbe.
Nel nostro commento entriamo oggi nel dibattito  sul ruolo e gli spazi dell’informazione, nel giorno in cui Santoro – ripreso dal Tg 3 -  presenta il suo nuovo programma “fuori dalle reti e dalla politica”, Servizio Pubblico. Abbiamo sentito Sigfrido Ranucci, giornalista di Report, che ieri ancora una volta ci ha presentato un’inchiesta con la “I” maiuscola; quella sullo stato biscazziere e”dintorni”: per dintorni si intenda L’Aquila terremotata e  una delle tante “sedi” di Silvio Berlusconi, Segrate.
Seguendo il suo core business,  oltre che il vecchio adagio “dacci oggi la nostra tetta quotidiana”, Studio Aperto ci informa dell’esistenza di protesi mammarie in grado di essere sgonfiate e gonfiate dopo l’impianto. Accenna anche  al fatto che l’uso  sarebbe solo medico, ma poi si lancia in una reprimenda contro le bellezze italiche che non vedrebbero l’ora di potere, ogni sera, abbinare il seno al decolletè.

Luca Fargione




Il Commento di Sigfrido Ranucci, di Report
 (Intervista di Alberto Baldazzi)


Sigfrido, ma tu sei stato un adolescente particolarmente devoto alla caccia al tesoro, oppure in certi momenti ti avvali del genio della lampada? In altre parole: fare il giornalismo d’inchiesta che cos’è? Un aspetto che ha a che fare con la genetica, con personalità particolari, o la possibilità stessa che te lo facciano fare?
“Innanzitutto la possibilità di farmelo fare. Io mi ritengo un giornalista fortunato in quanto ho avuto sempre la possibilità, lavorando insieme a direttori di rete o di testate e responsabili di trasmissione che mi hanno sempre consentito di fare bene il mio lavoro in libertà. E non è da poco di questi tempi. Il giornalismo d’inchiesta non è altro che accendere i riflettori nel luogo dove c’è il buio.”
Nell’ultima occasione che abbiamo visto su Report questa settimana il buio è stato diradato da una tua inchiesta su una questione come quella dei giochi, legati anche al terremoto de L’Aquila, ed è spuntato fuori il nome Mondadori. Ma io mi chiedo: quel famoso Decreto Legge del 12 luglio l’hai scoperto solo te? Neanche la politica se ne era accorta?
“Diciamo che capita spesso di notare delle disattenzioni; questa faccenda l’ho saputa strada facendo. Sapevo che Mondadori era entrata nel mondo del gioco e mi sono subito posto il problema se questo evidenziava un conflitto di interessi. Non trovavo normale che un’azienda che fa riferimento al Presidente del Consiglio sia anche concessionaria dello Stato e occupandosi di raccolta dei giochi, sia di fatto anche un esattore dello Stato. Poi in questo si è inserito anche l’elemento sorpresa: proprio in seguito a una nostra inchiesta il Ministro Tremonti aveva ritenuto opportuno- con merito devo dire – di inserire nell’ultima legge di stabilità i requisiti per le concessionarie che si occupano dei giochi. Queste concessionarie, visto che indossano la maglietta dello Stato, devono essere trasparenti; quindi si deve indicare chi è il reale proprietario fino al 2% delle azioni e non deve avere dei procedimenti penali, soprattutto per quello che riguarda il riciclaggio e frode fiscale, perché sarebbe paradossale che chi si occupa di raccolta per conto dello Stato abbia questo tipo di procedimenti. Bene, queste norme sono entrate in vigore dal giugno scorso, ma solamente per tutte quelle concessionarie che si occupano della raccolta dei giochi “fisici” ; mentre per quelli che si occupavano dei giochi on line, le norme sono entrate in vigore solo a partire da luglio, cioè solo un mese dopo che Mondadori aveva ottenuto la concessione. Questo è un particolare non di poco conto, perché di fatto abbiamo visto che nella società concessionaria dove c’è la Mondadori c’è anche una fiduciaria che possiede il 15% delle azioni, di cui non si conoscono i reali proprietari.”
Abbiamo fatto tutti “Oooh” davanti alle rivelazioni di quest’inchiesta; al di là dagli aspetti di coinvolgimento dal punto di vista penale, ma invece proprio dal punto di vista dell’opportunità politica, qual è stata la reazione della Mondadori, se c’è stata?
“La Mondadori ci ha querelato oggi perché abbiamo detto delle “falsità” , secondo lei. Noi ci siamo mossi su fonti aperte: i documenti che abbiamo citato e che abbiamo mostrato. Noi pensiamo di avere la coscienza a posto, pensiamo di aver sollevato un problema serio, quello del conflitto di interessi. C’è anche una questione di opportunità: abbiamo sottolineato se è opportuno che un Presidente del Consiglio, facendo un Decreto Legge che sostanzialmente implementa la politica dei giochi per la ricostruzione in Abruzzo, poi di fatto si inserisca una sua società nei giochi per fare affari, quando poi abbiamo visto a che punto è la ricostruzione a L’Aquila. Ci sembrava una questione di opportunità che andava segnalata, secondo noi.”
E per concludere come abbiamo iniziato: chi fa il giornalista d’inchiesta soffre di solitudine in questo paese, in questi anni?
“No, io posso dire che non mi sono mai sentito solo. Dietro le spalle di un’azienda importante come la Rai, che è servizio pubblico -e non va dimenticato- e che quindi ha come unico padrone di riferimento il pubblico che paga il canone, e poi dai continui commenti che arrivano sulla nostra posta in redazione, la sensazione di essere solo non l’ho mai avuta.”

Dati Auditel dei TG di domenica 30 ottobre
Tg1 - ore 13:30 4.775.000 25,27% ore 20:00 5.268.000 22,49%.
Tg2 - ore 13:00 2.929.000 17,56% ore 20:30 2.336.000 9,40%.
Tg3 - ore 19:00 2.092.000 11,35%.
Tg5 - ore 13:00 3.274.000 19,13% ore 20:00 4.341.000 18,56%.
Studio Aperto - ore 12:25 2.435.000 19,30% ore 18:30 1.177.000 7,94%.
Tg4 - ore 19:00 933.000 5,11%.
Tg La7 - ore 13:30 1.177.000 6,22% ore 20:00 1.740.000 7,42%.

Fonte: www.tvblog.it

La vittoria di Pirro dei liceali. «Studieremo da privatisti»

SCUOLA: ECCO IL PRODOTTO DELLA RIFORMA GELMINI, IL MINISTRO DELL'ISTRUZIONE PIU'  IGNORANTE DEGLI ULTIMI 150 ANNI

La vittoria di Pirro dei liceali. «Studieremo da privatisti»


gavoi
GAVOI. Ania, Francesca, Andrea, Jessica, Alessandra, Mauro, Silvia e Antonio, non risultano tra gli studenti delle classi attivate dal ministero della Pubblica istruzione. La prima liceo dell’istituto Carmelo Floris di Gavoi, semplicemente non esiste. L’annuncio trionfante dell’assessore alla Pubblica istruzione Sergio Milia («Sopperiremo con fondi regionali ai tagli del ministero e interverremo direttamente per scongiurare la chiusura della classe») ha avuto un’accoglienza tiepida da parte degli otto studenti e dei loro genitori. «Una vittoria di Pirro » è stato il commento di tutti.

Gianfranca Lucchette, mamma di Ania, una studentessa della prima liceo, spiega: «Non si tratta dell’attivazione della classe. La Regione sta proponendo di finanziare un progetto annuale nel quale verranno preparati gli studenti che, per l’abilitazione alla classe successiva, dovranno sostenere un’esame di idoneità. Una discriminazione per i nostri figli che non avranno il percorso scolastico regolare. E poi dove si iscriveranno il prossimo anno? Non esistendo la prima liceo a Gavoi, non potranno iscriversi all’anno successivo. Abbiamo lottato per il futuro di questa scuola, ma stiamo ottenendo un’elemosina, con la quale vogliono “tamponare” un’emergenza».

La risposta dell’assessore è “una beffa”, che arriva a 50 giorni dall’inizio dell’anno scolastico durante i quali è stata fatta una grande battaglia: mentre i figli facevano lezie nella “classe fantasma” i genitori si sono incatenati per spiegare che i parametri per l’attivazione di una classe, non possono essere gli stessi per tutte le aree geografiche. Il cavallo di battaglia è stato la specificità territoriale della zona a cavallo tra la Barbagia e il Mandrolisai: «Il pendolarismo nei paesi di montagna dove le strade sono impraticabili e i collegamenti scarsi, è impossibile », hanno ripetuto i genitori degli alunni, che si riuniranno domani, per decidere una strategia comune. Per questo chiederanno di parlare con l’assessore Milia. «I ragazzi rischiano di perdere l’anno - dice Angioletta Cadau, un’altra mamma - ed è chiaro che ci prendono per sfinimento. Con questa proposta i nostri figli studiano da privatisti. Ma noi ci siamo battuti per la sucola pubblica ». Unica voce fuori dal coro, quella dell’assessore provinciale di Nuoro alla Pubblica istruzione Gianfranca Loggias: «Finalmente ai ragazzi del liceo di Gavoi è stato restituito il legittimo diritto all'istruzione».
31 ottobre 2011
da Sardegna24 di M. Giovanna Fossati

Poker on line e post terremoto. Un'inchiesta esclusiva di Report svela l'ennesimo conflitto di interessi

 
Articolo 21 - INTERNI
Poker on line e post terremoto. Un'inchiesta esclusiva di Report svela l'ennesimo conflitto di interessi
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di Redazione

Poker on line e post terremoto. Un'inchiesta esclusiva di Report svela l'ennesimo conflitto di interessi
Che fine hanno fatto i soldi che erano stati destinati alla riostrustruzione  post terremoto in Abruzzo ? in particolare che fine hanno fatto, da chi sono stati e sono gestiti i soldi che avrebbero dovuto essere ricavati dai giochi, dal poker on line, dall'azzardo legalizzato e che avrebbero  dovuto essere utilizzati anche per la ricostruzione?

Per altro questi temi sono al centro anche di un articolo sul Corriere della sera di ieri, curato da Sergio Rizzo, che anticipa l'inchiesta della trasmissione Report andata in onda ieri sera su Raitre curata da Sigfrido Ranucci, un  cronista, al pari di Rizzo, autorevole, documentato e coraggioso.

In particolare sarà interessante sapere se davvero anche i questo business siano entrate anche società direttamente controllate dal presidente del consiglio,a cominciare da quella Glaming  che farebbe capo alla medesima Mondadori  e se, addirittura risultino coinvolti anche quei cosiddetti impenditori che se la ridevano la notte del terremoto.

"I monopoli hanno nulla da dire?" - si chiedono Giuseppe Giulietti e Vincenzo Vita. "Nessuno sapeva alcunchè? Sono forse stati raggirati da gruppi di incappucciati? Per altro sarà appena il caso di ricordare che i medesimi Monopoli dipendano dal governo a sua volta presidieduto dal presidente del consiglio nonchè azionista di riferimento della Mondadori. Per una volta ci farebe piacere che a queste  domande si volesse rispondere  in maniera argomentata e civile e non , come spesso è accaduto , chiedendo la chiusura  dei programmi sgraditi e la censura per i giornalisti che ancora osano fare le inchieste  e porre le domande. In ogni caso, per restare solo e soltanto alle questioni poste sul Corriere della Sera( in attesa della inchiesta che sarà rasmessa questa sera da Rai tre) , e  al di là dei possibili risvolti  giudiziari e dei singolari" imprenditori"  che risulterebbero  coinvolti, resta la sgradevole  sensazione di una continua e macroscopica crescita del conflitto  di  interesse.  persino quando ci si appresta a chiedere " lacrime  e sangue " a chi non potrà sperare neppure in una vincita al ennesimo  " gioco d'azzardo paraistituzionale". "Naturalmente chiederemo alla  autorità di controlo del mercato e della concorrenza, se almeno in questo caso, non intenda ravvisare gli estremi di un conflitto di interessi potenzialmente lesivo persino della libertà di questo singolare mercato.
 
guarda la puntata di Report

"Mi minacciano per mandarmi via, ma io resisto"

 
Articolo 21 - INFORMAZIONE
"Mi minacciano per mandarmi via, ma io resisto"
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di redazione*

"Mi minacciano per mandarmi via, ma io resisto"
Dal 2004, a Casarano, con il suo giornale “Il Tacco d’Italia”, ha subito intimidazioni, avvertimenti, furti, querele pretestuose. Ma Maria Luisa Mastrogiovanni va avanti. Ha pure messo per iscritto e pubblicato l’elenco dei motivi per cui resta. Leggi l’intervista di Matteo Finco
*dalle news di Ossigeno per l'informazione

Processo Uva, la lettera di Ilaria Cucchi, Patrizia Moretti e Domenica Ferrulli

 
Articolo 21 - INTERNI
Processo Uva, la lettera di Ilaria Cucchi, Patrizia Moretti e Domenica Ferrulli
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di Redazione

Processo Uva, la lettera di Ilaria Cucchi, Patrizia Moretti e Domenica Ferrulli
- Al Consiglio Superiore della Magistratura         
- C.A. del Vice Presidente Avv. Michele Vietti
- Al Procuratore Generale Corte di Cassazione
- Al Procuratore Capo Corte d'Appello
- Al Procuratore Capo della Repubblica di Varese
 
Roma, 29 ottobre 2011
 
Noi sottoscritte Ilaria Cucchi, Patrizia Moretti, Domenica Ferrulli,
vogliamo rappresentare la gravità della situazione che si è venuta a creare a Varese durante il processo relativo alla morte di Giuseppe Uva. Abbiamo partecipato a numerose udienze, dal momento che il processo è pubblico e ritenevamo di poterne avere diritto, anche al fine di essere vicine alla sorella di Giuseppe Uva, Lucia, che partecipa a quel processo come parte civile costituita.
 
Vogliamo rappresentare come oramai sia palese un atteggiamento profondamente ostile sul piano personale da parte del P.M. in udienza, Dott. Agostino Abate, il quale ha dichiaratamente 'personalizzato' il processo.
 
Gli atteggiamenti assunti dal P.M. in udienza sono francamente incomprensibili a noi cittadini.
 
Si pensi soltanto che presenti Ilaria Cucchi e Patrizia Moretti, alla prima udienza del processo, udienza filtro, il P.M. aveva allontanato senza alcun motivo Lucia Uva e la sorella Carmela.
La giustificazione era che erano testimoni al processo, ma appariva a tutti evidente la profonda ostilità di quell'atto, visto che per quell'udienza non doveva essere sentito nessun testimone.
Il Giudice infatti, al momento in cui si è apprestato a fare l'appello delle parti costituite, è stato costretto a richiamarle con provvedimento dentro l'aula.
La pretestuosità e l'arbitrarietà di quel gesto appaiono evidenti in considerazione del fatto che nelle udienze successive Lucia e Carmela non sono più state allontanate.
Orbene, all'udienza che si è tenuta in data 28 ottobre 2011, approfittando del fatto che il Giudice si era appena ritirato in camera di consiglio, il P.M. dicendo le seguenti parole 'adesso gestisco io l'ordine pubblico in udienza', immotivatamente e come atto che abbiamo percepito come di palese ostilità nei nostri confronti, disponeva l'allontanamente di tutto il pubblico, tra il quale vi erano anche Magistrati.
 
Ribadiamo che non vi era motivo alcuno che potesse giustificare un grave provvedimento come quello adottato dal Dott. Abate, perché tutti i presenti sono stati educati e composti, non proferendo mai commenti di alcun genere e mai disturbando il regolare svolgimento del processo che, tra l'altro, in quel momento era sospeso.
 
Riteniamo che fosse rivolto soprattutto nei nostri confronti, perché durante il dibattimento il P.M. aveva sorprendentemente fatto riferimento alla presenza di Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, in aula.
 
Come normali cittadine noi riteniamo doveroso informare le autorità e le Istituzioni, perché ci sorprende che un P.M. che rappresenta lo Stato ponga in essere comportamenti quali quelli sopra descritti, che ci sono apparsi come mero compiacimento dell'esercizio di un potere.
 
Intendiamo ribadire il fatto di non aver mai interferito in alcun modo con lo svolgimento del processo, al quale però abbiamo interesse a partecipare e crediamo di averne il sacrosanto diritto.
 
Al di là di ogni considerazione su quanto sta accadendo in quel processo, è forte il nostro disagio come normali cittadine di fronte a provvedimenti e comportamenti che non riusciamo a comprendere e che percepiamo come intimidatori o comunque diretti a farci capire che la nostra presenza non è gradita da parte del P.M., e che pertanto ci offendono.
 
Questo ci sentiamo di dover rappresentare, col massimo dovuto rispetto.
 
Ilaria Cucchi, Patrizia Moretti, Domenica Ferrulli

Bauman: "Berlusconi? Un incidente Gli italiani sapranno andare avanti"

La Stampa - Cultura
INTERVISTA

Bauman: "Berlusconi? Un incidente
Gli italiani sapranno andare avanti"

Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo polacco, è nato nel 1925

"La precarietà è in aumento
ci troviamo su un campo minato
Gli indignati? Senza programmi"

FLAVIO ALIVERNINI
Zygmunt Bauman è a Roma, al Salone dell'Editoria Sociale per una lectio magistralis, introdotta da Guliano Battiston, sul tema "Etica e Responsabilità pubblica". L'abbiamo incontrato ieri a pochi passi dal centro due ore dopo il suo arrivo e l'occasione è sembrata propizia per proporgli una riflessione sulla nostra maniera di intendere morale e politica.

Il tema dell'etica nella responsabilità pubblica tocca da vicino noi italiani. Che idea si è fatto del nostro primo ministro?
Berlusconi è un fenomeno unico che non si è manifestato in nessun altra cultura politica democratica. E' molto astuto e riesce sempre a manipolare gli alleati nonostante le differenze che esistono fra di loro: ha le capacità che servono a mantenere il potere. Che poi abbia anche la qualità necessaria a guidare un meraviglioso paese come Italia con le sue grandiose tradizioni di indipendenza e autonomia, questa è un'altra questione. Ne parlo con tante persone ma nessuno mi da una buona spiegazione: forse è un momento di mancanza di attenzione, dove non si guarda alla vera essenza delle cose. Sono convinto, però, che tra poco gli italiani guarderanno indietro e si domanderanno: come è possibile che sia successo tutto questo? Berlusconi è un incidente: tutti i paesi hanno qualche dispiacere dalla storia.

Ma se Sarkozy e la Merkel ridono di noi si prendono gioco dell'Europa intera, non crede?
De Gasperi è stato uno dei pionieri dell'Europa e l'Italia è stata coinvolta nella formulazione dell'idea fin dall'inizio ma adesso tutto il Vecchio Continente è in crisi. Una crisi legata agli eventi di un mondo globale: anche se fosse stata più unita economicamente non avrebbe potuto causarla da sola.

L'asse franco-tedesco sta andando nella giusta direzione per risolverla?
La Germania e la Francia hanno avuto il placet dagli altri paesi dell'Ue per la loro strategia ma il piano è quello di ricapitalizzare le banche: significa tornare indietro al punto di partenza. E' un tentativo di gestire la crisi senza rimuovere le vere cause di essa. Penso che nei prossimi anni i cambiamenti saranno profondi: il sistema economico non è stato capace di autoregolarsi.

In Italia il dibattito politico si sta concentrando su una norma del governo che permetterebbe licenziamenti più facili. Sono i lavoratori a pagare il prezzo più alto per la crisi?
E' risaputo che i guadagni tendono a privatizzarsi e le perdite si redistribuiscono. Si pensava che lo sviluppo della classe operaia fosse inarrestabile ma così non è stato: basta vedere cosa sta accadendo alla Fiat e alla Pirelli. Gli operai stanno scomparendo, non avremo più proletari ma precari. E i sentimenti che li guideranno saranno la paura e la perdita di autostima.

Nel mondo infiammano le proteste. Crede che la "rivolta degli indignati" possa canalizzare questi sentimenti negativi?
Non è un movimento rivoluzionario. Non ci si può aspettare una rivoluzione da chi non ha un programma e una visione alternativa di società.

Dove sfocerà la loro protesta?
Questo non lo so, ma siamo in un campo minato: circondati da materiale esplosivo nascosto ma che sicuramente da qualche parte, in qualche momento, esploderà. Non si può dire dove e quando. La gente scende in piazza in tutti i paesi ma l'obiettivo delle proteste è diverso ovunque, non c'è unità. Solo rabbia e rancore. Questa è una nuova forza politica: provare di poter distruggere ciò che non piace. Proprio ciò che è successo a Mubarak, Gheddafi e Ben Ali. Ma lo stesso impeto può concentrarsi nella costruzione di qualcosa? Questo è il problema.

Vede un punto di forza nella struttura sociale italiana?
La forza dell'Italia sta nelle relazioni familiari. In Gran Bretagna, per esempio, è facile sentirsi abbandonati e soli mentre in Italia c'è un sistema di relazioni familiari più esteso. Questo significa che se un membro della famiglia ha successo può condividerlo con tutti gli altri e se ha problemi può aspettarsi l'aiuto di tutti gli altri: una specie di ammortizzatore. Sfortunatamente non è così nell'Europa del Nord dove le cadute sono più dure

Il biscazziere

B. IL PRESIDENTE BISCAZZIERE

Berlusconi: il presidente croupier

IL PRESIDENTE CROUPIER
Una società di Berlusconi 
arriva nel settore del poker online: 
del resto il bluff è da sempre la sua specialità.

Michele Santoro presenta Servizio Pubblico: “Questa tv fa schifo”

Michele Santoro presenta Servizio Pubblico: “Questa tv fa schifo”

Michele Santoro torna in tv il 3 novembre più battagliero che mai. Questa volta, per continuare sulla scia di quello che fu Annozero la sfida è contro la Rai, Mediaset, La 7, attraverso una multipiattaforma internet e un network di tv locali, da Telelombardia ad Antenna Sicilia fino al sito del Corriere.
Michele Santoro, in mattinata in diretta streaming su diversi siti per presentare il programma, attacca: a Servizio Pubblico non bastano le sottoscrizioni web di 10 euro, serve una forma di disobbedianza televisiva ogni giovedì sera.
Il conduttore ha infatti invitato gli spettatori a spegnere le tv tradizionali e accendere Servizio Pubblico sul web, perché ogni giovedì i dati di ascolto recepiscano il messaggio degli utenti, convinti che “questa tv fa schifo”. Il vero servizio pubblico, è la tesi di Santoro, la farà lui: “Povero ma artisticamente bello: sara così il mio nuovo programma: una tv che sale sulla gru – ha detto il giornalista alludendo alle proteste di molti lavoratori nei mesi scorsi – come hanno fatto tanti per far sentire loro voce. Ora si affianca anche una televisione che non ha diritto di cittadinanza. E quindi questi due mondi si saldano”.
La prima puntata si intitola “Scassare la casta”. Primi ospiti della trasmissione saranno l’imprenditore Diego Della Valle e il sindaco di Napoli Luigi De Magistris. ”Apriremo con una sorpresa di Vauro e poi Travaglio racconterà la balla della settimana”, ha detto Santoro, spiegando che una novità del programma sarà il contatto con il pubblico attraverso Facebook.
A Servizio Pubblico, dopo che anche Sandro Ruotolo ha deciso di seguire Santoro, ci saranno infatti i “soliti” Marco Travaglio e Vauro, che ha disegnato un “insolito” Berlusconi alle prese con l’impresa più difficile: presentare il nuovo programma  dell’odiato Santoro.
Qualche giorno fa invece, Santoro era ospite in diretta radiofonica alla trasmissione “24 Mattina” di Radio24. Qui, il conduttore ha spiegato che tipo di trasmissione farà:

PER SAPERNE DI PIU'

Renzi, le 100 proposte: Camera unica, terapia d’urto per la Giustizia…

Renzi, le 100 proposte: Camera unica, terapia d’urto per la Giustizia…

Matteo Renzi (LaPresse)
FIRENZE – Ha parlato ai suoi, litigato con il segretario Pierluigi Bersani, subito la contestazione di un gruppo di cittadini della sua Firenze. Poi, Matteo Renzi, alla fine del suo “big bang” della Leopolda, quello pensato e voluto per far “estinguere i dinosauri” (leggasi l’attuale dirigenza del Pd) ha annunciato la presentazione di 100 proposte per cambiare l’Italia.
Le proposte sono arrivate e sono consultabili in rete. Molte delle 100 non sono, né si poteva pretendere che lo fossero, novità assolute. Non a caso Bersani aveva parlato di idee anni ’80. Eppure quello del sindaco di Firenze è un documento programmatico lungo e approfondito che merita, se non altro, almeno un’analisi.
Le 100 idee di Renzi si articolano in cinque capitoli. Il primo è quello relativo alla politica, dall’organizzazione al taglio dei costi. Qui, molti dei suggerimenti, circolano già da tempo: si va dall’abolizione delle province all’accorpamento dei piccoli comuni. Il sindaco, però, propone anche di superare il bicameralismo definito come un “doppione inutile”. Secondo Renzi basta una sola Camera con non più di 500 persone. Il sindaco quindi punta la Rai chiedendo l’uscita della politica dalla tv pubblica  e la divisione (la Rai ha 15 canali) tra quelli di servizio pubblico da finanziare con il canone e gli altri da finanziare solo attraverso la pubblicità.
Il secondo capitolo, invece, se vogliamo è il “pacchetto sviluppo” di Renzi. Il sindaco propone, tra le altre cose l’abolizione dell’Irap, la riforma delle pensioni,  la riduzione in tre anni del rapporto debito/pil, una riforma dei servizi pubblici locali e una drastica semplificazione amministrativa. Renzi, quindi, invoca anche i contratti aziendali contro i salari poveri, invoca aliquote rosa e chiede una riforma degli ammortizzatori sociali. Sotto-capitoli specifici sono poi dedicati a temi caldi come sanità, ricerca e giustizia. Tra le proposte spicca la richiesta di chiudere gli ospedali più piccoli ed esternalizzare molti servizi, “non per pagare di più ma per migliorarne la qualità”.
In materia di giustizia civile le 100 proposte chiedono una “terapia d’urto” per ridurre lo “stock di cause arretrate”. “Si crei – chiede il documento – una task force composta da magistrati in pensione e da giovani avvocati per affiancare i giudici in carica nello smaltimento in tempi veloci dell’arretrato giudiziario civile”.
Il terzo capitolo è quello relativo allo sviluppo ecologicamente sostenibile. Renzi chiede, tra l’altro, città rinnovabili, trasformazione dei rifiuti in risorsa e una profonda rivalutazione del patrimonio artistico e culturale dell’Italia. Quindi il documento chiede nuove regole per gli appalti e un classico cavallo di battaglia del sindaco di Firenze, la liberalizzazione del trasporto pubblic0 locale.
Il quarto capitolo, invece, è quello del futuro, dei giovani e non. Renzi chiede di “dare un futuro a tutti”. Tra le proposte spiccano il diritto di voto a 16 anni, l’abolizione del valore legale della laurea e una serie di misure che puntano a facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro dei più giovani.
Infine il tema della “società solida e solidale”. Renzi punta su quoziente familiare e aiuti alle famiglie, anche e soprattutto in termini di servizi come asili nido. Infine un cenno allo jus soli: “Chiunque nasca in Italia è italiano” chiude Renzi.

Mai più di 500 euro in contanti. Idraulico, colf, pc… tutto tracciato?

Mai più di 500 euro in contanti. Idraulico, colf, pc… tutto tracciato?

MILANO – Contante proibito per pagamenti superiori ai 500 euro. E’ una delle misure allo studio del governo che, secondo il Sole 24 Ore, potrebbe divenire già realtà con il prossimo pacchetto crescita. Misura che significa semplicemente che non si potranno pagare cash tante delle spese più o meno ordinarie delle famiglie. Contante proibito, solo per fare qualche esempio, per l’idraulico (raro che il conto sia più basso) o per la colf. Praticamente impossibile pagare in contanti anche uno smartphone di grido o un pc portatile di media qualità. Niente contanti per buona parte delle spese sulla casa: dalla manutenzione al mobilio.
Non solo: se l’intenzione del governo fosse confermata si tratterebbe del secondo taglio ai pagamenti in contante  in pochi mesi voluto dal governo Berlusconi. Già con la manovra di metà agosto, infatti, era stato introdotto il criterio della tracciabilità sopra i 2500 euro.  Soprattutto la nuova stretta finirebbe fatalmente per  avvicinarela soglia di 100 euro voluta anni fa dall’allora ministro Vincenzo Visco. Era il 2006: Visco dispose e Berlusconi gridò scandalizzato allo Stato di “polizia tributaria” che voleva “sorvegliare e punire” il cittadino contribuente.
La stretta sui controlli, in ogni caso, non finisce qui. Si amplieranno infatti i poteri di indagine dell’Agenzia delle Entrate che potrà “accedere alle informazioni raccolte dagli intermediari finanziari e trasmesse dall’archivio dei rapporti così da creare liste selettive di contribuenti da sottoporre e verifiche e controllo”.
Diventa importante, scrive il Sole, “dividere i conti personali da quelli professionali”. Il perché è presto detto: il fisco potrà infatti controllare eventuali eccessive movimentazioni di un conto corrente incrociandole con la dichiarazione dei redditi. E questo vale per conti personali, cointestati e intestati a terzi, come per esempio un coniuge. Meglio quindi separare i conti ed essere in grado di spiegare i movimenti di soldi sui conti correnti privati.


Tozzi e Mercalli contro il governo: “Al posto del Tav metta in sicurezza il territorio”

il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni | di Lorenzo Galeazzi

Tozzi e Mercalli contro il governo: “Al posto del Tav metta in sicurezza il territorio”
I due conduttori televisivi: "L'esecutivo fa finta che il cambiamento climatico non esista". Al posto delle mega-opere chiedono mille piccoli cantieri per fermare il dissesto idrogeologico. Ma non sono fiduciosi: "Tornerà il sole e ancora una volta ci si dimenticherà di tutto fino alla prossima tragedia"
“L’unica grande opera infrastrutturale della quale l’Italia ha bisogno non è il Tav o il ponte sullo Stretto, ma è un piano per la messa in sicurezza del territorio”. I due volti televisivi del pensiero ambientalista italiano, Mario Tozzi e Luca Mercalli parlano a una voce sola per commentare quanto accaduto in Liguria e Toscana, dove il maltempo ha messo in ginocchio le regioni provocando morti, dispersi e interi paesi evacuati.

Secondo i due esperti, sul banco degli imputati ci sono cinquant’anni di edilizia selvaggia, nessun piano serio per prevenire il dissesto idrogeologico né tantomeno uno straccio di programma per informare la popolazione sui rischi connessi a questo tipo di fenomeni. “Sono nato il 4 novembre del 1966, il giorno dell’alluvione di Firenze – dice Mercalli – Anche allora ci si fece trovare impreparati. Quarantacinque anni dopo non è cambiato niente. Si piange e si contano i morti quando piove e si fa finta di niente quando torna il sole”.

Negli ultimi 45 anni non solo non è andati avanti a cementificare il territorio come se niente fosse, ma il clima impazzito ha aggredito quei terreni resi negli anni fragili e impermeabili alle bordate d’acqua sempre più forti che piovono dal cielo. Un fenomeno che in molti paesi rappresenta una realtà con cui fare i conti, mentre in Italia viene derubricato a superstizione di qualche cassandra travestita da scienziato.

“La quantità d’acqua che prima cadeva in un mese, oggi cade in un’ora. E questo è uno dei principali effetti dell’innalzamento della temperatura terrestre, perché l’aria è più calda e l’energia termica che viene sprigionata è maggiore. E questo è un fatto, non un’opinione”, sostiene Tozzi.

Parole che dovrebbero fare fischiare le orecchie ai vari Marcello Dell’Utri, Adriana Poli Bortone, Antonio D’Alì e alla pattuglia di senatori della maggioranza protagonisti, poco più di un anno fa, di una serie di mozioni che negavano l’esistenza del cambiamento climatico come conseguenza dell’azione umana. Secondo loro, il climate change è figlio di non meglio precisati fenomeni astronomici e, nel caso esista realmente, porterà “maggiori benefici” che danni. Come gli scenari apocalittici descritti dagli scienziati dell’Ipcc, l’International panel on climate change delle Nazioni unite. Il loro corposo dossier, considerato dal centrodestra italiano come una iattura anti-sviluppista, valse agli esperti dell’Onu il premio Nobel per la Pace nel 2007.

“Eppure la tropicalizzazione del clima ci sta presentando il conto – sostiene Tozzi – A iniziare dalle flash flood (le bombe d’acqua, alluvioni istantanee, ndr) che sono figlie del clima che si surriscalda e si estremizza. Basti pensare alla Liguria dove nei giorni scorsi sono caduti metà dei centimetri d’acqua che in quel territorio cadono in un anno”.

Una posizione condivisa da Mercalli che ricorda quando durante una recente puntata di Che tempo che fa descriveva in diretta i contenuti del dossier sugli scenari climatici messo a punto dalla Svizzera: “Il governo elvetico ha messo in conto al primo punto gli eventi alluvionali intensi e improvvisi che sono scatenati dall’aumento della temperatura, da noi invece si fanno spallucce e scongiuri per poi dichiarare lo stato di calamità naturale”.

Infatti a differenza di Berna in Italia si preferisce costruire gigantesche opere infrastruturali, giudicate inutili dagli esperti e invise alle popolazioni locali, invece che mettere a punto un piano organico per fronteggiare il dissesto idrogeologico. Un settore che “a partire dal 2006 ha visto i fondi dimezzati, mentre si trovano, o si dice di trovare, i soldi per la Torino-Lione o per il ponte sullo Stretto di Messina”, fa notare Tozzi. “Ma la prevenzione – continua il geologo – non solo salva le vite umane – conviene anche dal punto di vista economico: per un euro speso oggi se ne risparmiano sette in futuro”. Al posto di faraonici ponti e gigantesche gallerie, secondo i due conduttori, bisognerebbe aprire mille piccoli cantieri che mettano in sicurezza colline, paesi e letti di fiumi. “Invece noi siamo il paese delle grandi opere che non vedranno mai la luce del sole, degli sciagurati piani casi, della cementificazione selvaggia e soprattutto dei condoni”, sottolinea amareggiato Tozzi.

A fianco della prevenzione l’altro grande assente dal dibattito è l’informazione, che “è morta” secondo Mercalli per lasciare il campo alla semplice emotività nel commentare emergenze e catastrofi. Il meteorologo cita il caso di New York, quando a fine agosto si è trovata a dover fronteggiare la tempesta Irene. Il piano di evacuazione e le informazioni date alla cittadinanza da parte dell’amministrazione Bloomberg hanno fatto sì che in città non si registrasse nessuna vittima. “Quello che sarebbe successo nel Levante ligure si sapeva con 48 ore di anticipo – attacca Mercalli – Se si fosse messo a punto un serio piano di educazione-informazione per i cittadini, come nella Grande Mela, magari non si sarebbero salvati gli edifici, ma di sicuro le vite umane”.

Tuttavia i due conduttori televisivi guardano al futuro con disillusione e quasi all’unisono dicono: “Dopo la tragedia tornerà il sole e anche questa volta ci si dimenticherà di tutto”. In attesa della prossima alluvione o frana accompagnata dalla solita litania giustificatoria. “Che suonerà ancora più grottesca perché eventi di questa portata non sono più né eccezionali né tantomeno imprevedibili”.

Ingroia: "Sono partigiano" E il Pdl lo attacca a tutto campo

il Fatto Quotidiano Giustizia & impunità

Il sostituto procuratore della Repubblica di Palermo interviene al Congresso dei Comunisti italiani: "Confesso, parteggio per la Costituzione". Gasparri: "Intervenga il Parlamento". Stracquadanio: "Il Csm apra un fascicolo"

Blog | di Beppe Giulietti
31 ottobre 2011





Chi è l’eversore? Ingroia o Sacconi?
Quando si parla della Costituzione, lo confesso, sto dalla parte di chi la vuole difendere. Finalmente abbiamo trovato il nemico comune, il malvagio che vuole minare le istituzioni,  l’uomo nero, quello che organizza i complotti e vuole destabilizzare l’ordinamento repubblicano: si chiama Antonio Ingroia, è stato uno dei migliori allievi di Borsellino, da anni lotta contro le mafie e i suoi complici ma, come si sa, tutte  queste nell’Italia di Berlusconi, Dell’Utri e Mangano, non sono certo medaglie al valor civile.

Cosa ha combinato questo Ingroia? E’ andato, ovviamente come ospite, al congresso dei comunisti italiani e in quella sede ha pronunciato una frase davvero orribile: “Quando si parla di Costituzione, lo confesso, sono davvero un partigiano, nel senso che sto dalla parte della Costituzione, difendo i suoi valori contro chi vorrebbe alterarla”.



Avremmo compreso un dibattito sull’opportunità per i singoli magistrati, e non certo per il solo Ingroia, di partecipare, anche solo come ospite, a un congresso di partito, ma non certo un dibattito su questa frase che è “tecnicamente e politicamente” corretta.

Sarebbe stato gravissimo il contrario! Come fa un servitore dello Stato a non stare dalla parte della Costituzione? Cosa avrebbe dovuto dire: “Ho giurato sulla Costituzione, ma la rispetto a giorni alterni”? Oppure: “La legalità non è un valore in sé, ma si applica a seconda dei soggetti coinvolti, del loro grado gerarchico, delle opportunità, degli opportunismi e delle convenienze politiche”? Oppure: “E’ vergognoso tentare di processare un presidente costretto a chiamare la Questura per salvare la nipote minorenne dell’ex presidente egiziano”? Cosa peraltro votata da alcuni di quelli che si sono maggiormente distinti nel tiro a bersaglio contro Ingroia?

“Si potrà criticare questo Ingroia ? Oppure no?”, ci ha detto un giovane amico, di quelli che “anche Ingroia ha stufato.. è solo un vecchio magistrato che dice sempre le stesse cose…” Certo, si può e si deve criticare chiunque, anche Ingroia, ma senza mai dimenticare che lo sdegno scagliato contro i  giudici antimafia, e non da oggi, non è stato riservato, per fare solo qualche esempio, ai giudici che trescavano con le logge deviate, dalla P2 alla P4, oppure a quei giudici costituzionali che andavano a cena con Berlusconi prima di pronunciarsi su di lui, oppure a quei magistrati che hanno “inquinato” le indagini a Bari, o nella stessa Sicilia, laddove sono stati appena scarcerati quelli che erano stati considerati gli assassini proprio di Paolo Borsellino.

Come mai lo sdegno è riservato quasi sempre agli Ingroia di turno? Per non parlare dei Caselli, della Boccassini, di Spataro e via discorrendo? Perché il finto sdegno non sanziona mai i comportamenti omissivi, corrivi, compiacenti, censori, complici?

Le parole di pietra che gli sono state tirate contro ieri erano dovute alla sua difesa della Costituzione o a qualcosa di più antico e di più torbido, e cioè l’odio per le sue inchieste, per la sua attività, per le battaglie condotte contro l’illegalità e, da ultimo, contro la legge bavaglio?

Certo, non vi sono dubbi: si può e si deve criticare Ingroia, come qualsiasi altro giudice (leggetevi per esempio la bellissima lettera pubblicata dal Fatto e dedicata al processo Uva), ma non si può e non si deve dimenticare mai che Ingroia sta “dalla parte della Costituzione”, mentre molti di quelli che lo hanno lapidato sono stati e sono sempre dall’altra parte, e hanno partecipato alle più violente campagne di delegittimazione della Costituzione, della legalità repubblicana e delle decenza democratica.

Peraltro, il giudice Ingroia è anche quello che è stato più volte aggredito e insultato dai microfoni del polo Raiset e non gli è mai stato consentito di replicare, di difendersi: nel suo caso nessun presidente della garanzia della Rai ha invocato il diritto alla replica.

Forse sarà il caso di ricordare tutto ciò e di non associare la propria voce a chi non vuole tanto criticare la presenza di Ingroia a un congresso di partito, peraltro scelta compiuta da decine e decine di altri magistrati, ma più semplicemente e tristemente portare a compimento un’opera di demolizione nei suoi confronti e nei confronti di chi non può e non vuole rinunciare a mettere il naso nelle stragi di Falcone e Borsellino e nei torbidi intrecci mai risolti e mai illuminati sino in fondo.

Forse Ingroia ci è andato troppo vicino, e per questo bisogna demolirlo, prima che sia troppo tardi!
Naturalmente lo sdegno ad orologeria” alimentato nei confronti di Ingroia ha fatto sì che si prestasse assai minore attenzione all’unica vera frase eversiva e irresponsabile pronunciata ieri in Italia, e ci riferiamo a quel “Le polemiche sull’articolo 18 potrebbero rialimentare il terrorismo” pronunciata dal ministro Sacconi, a freddo e senza neppure  l’attenuante di parlare a un’assemblea di parte o di partito.

Questa sì è una affermazione eversiva, queste sì sono parole terribile e pericolose: in questo caso, davvero, si dovrebbero chiedere le dimissioni di chi, pur di restar  in sella, non esita a giocare le carte estreme e dell’estremismo.



La mafia convive con lo Stato

La mafia convive con lo Stato



Documenti - Altri documenti
Scritto da Antonio Ingroia   
Sabato 29 Ottobre 2011 15:02
28 ottobre 2011. Pubblichiamo la prefazione di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della Dda di Palermo, a “Mafia Spa” di Benny Calasanzio, uscito ieri. Il libro, attraverso una cospicua mole di dati e documenti, cerca di offrire un panorama completo sugli affari delle mafie, sugli investimenti e le infiltrazioni nelle aziende e nelle pubbliche amministrazioni italiane.

Non è il primo libro sulla mafia e non sarà certamente l’ultimo, perché la letteratura che si è formata intorno a questa materia è ormai ampia e affollata di titoli. Questo non è un titolo fra i tanti, anche perché ha un approccio diverso da quelli tradizionali. I libri di mafia, infatti, generalmente si dividono in due categorie: i saggi che analizzano da angolazioni diverse l’universo mafioso, e i libri di memorie, biografici o autobiografici che siano. Il libro di Benny Calasanzio trova la sua originalità e il suo merito nel saper integrare i due punti di osservazione, usare i due stili, intrecciare le due impostazioni, riuscendo così a sviluppare un doppio discorso, senza confusioni di piani e senza approssimazioni di superficie.

Si tratta, infatti, in primo luogo, di un libro straordinariamente documentato che perciò, sulla base di studi e pubblicazioni ufficiali, ci fornisce dati, numeri, schemi, prospetti, elenchi, percentuali, statistiche. Insomma, una radiografia aggiornata, una mappa attendibile della mafia finanziaria di oggi, la “Mafia  Spa” appunto. Quel “sistema criminale mafioso” emerso in questi anni e che emerge giorno per giorno da ogni indagine, da Palermo a Milano, da Napoli a Torino, fino a Reggio Calabria, in un intreccio di affari e poteri che ha fatto di tutte le organizzazioni mafiose un solo network criminale integrato. La stagione della mafia corleonese è stata una parentesi e tale è destinata a rimanere, al di là della mitografia che si è costruita attorno alla famiglia mafiosa dei Riina e dei Provenzano. E perfino la strategia stragista corleonese è stata una parentesi nella storia della mafia, perché la strategia naturale di Cosa nostra non è mai stata quella “eversiva” della contrapposizione militare, della guerra contro lo Stato. Il delirio di onnipotenza di Salvatore Riina e compagni, nonostante gli esiti benefici della “trattativa” con lo Stato, che ha consentito alla mafia di stipulare una vantaggiosa tregua, è stato accantonato, chiuso dentro una parentesi. L’estenuante “braccio di ferro” con lo Stato non poteva proseguire in eterno e anche perciò da allora la mafia è cambiata, ha mutato strategia, ha scelto itinerari più tradizionali.

Ecco quindi, che adotta la strategia della sommersione, cerca di dare l’illusione di essere scomparsa, e invece si inabissa. E la strategia dell’invisibilità dà luogo e spazio alla mafia finanziaria, l’unica che consente periodi di sommersione. La mafia smette le bombe e indossa i guanti, e non è un caso che, contestualmente, si registri un mutamento “classista” ai vertici di Cosa nostra: agli esponenti dello stragismo, corrispondenti al cliché del mafioso, subentra la mafia dei “colletti bianchi”, come dimostrano le vicissitudini di un mandamento mafioso strategico come quello di Brancaccio, alla cui guida dei fratelli Graviano, protagonisti ed artefici della stagione stragista del ’92-93, subentra un medico come il dottor Filippo Giuseppe Guttadauro, capace di gestire indifferentemente gli affari della famiglia e le sorti della politica locale e della sanità pubblica e privata. Insomma, potremmo dire che il sistema mafioso è entrato in clandestinità. E meglio sarebbe dire che la mafia è entrata in una fase di mimetizzazione, per farsi dimenticare dall’opinione pubblica nazionale, ma soprattutto per mimetizzarsi nei meandri del fenomeno della globalizzazione, per mischiare meglio flussi del denaro sporco e profitti dell’economia lecita, perciò sperimentando nuovi settori e nuovi territori di investimento. Il testo di Calasanzio, nel consegnarci questo panorama, è completo e convincente. E soprattutto documentato, perché ricostruisce come la mafia stia diventando sempre più sistema economico integrato dell’illegalità, grazie al suo sempre più diffuso e stabile insediamento nei territori delle regioni più ricche del Nord Italia e alla sua penetrazione in settori economici prima sconosciuti, dalle “ecomafie” alle “agromafie”, fino alle varie e più fantasiose forme di riciclaggio, senza dimenticare mai le forme più tradizionali, dal racket agli appalti. Ma l’aspetto più originale del libro è che l’analisi delle più recenti evoluzioni del fenomeno mafioso si inserisce nella storia personale di chi la mafia l’ha subita sulla propria pelle, avendo avuto familiari vittime di mafia: Giuseppe e Paolo Borsellino, nonno e zio dell’autore, piccoli imprenditori uccisi a Lucca di Sicilia per aver osato sfidare il sistema criminale mafioso. Una vicenda che ovviamente ha dato una speciale sensibilità all’autore, che perciò ha deciso, accanto alla radiografia della mafia, di raccontare anche le storie delle vittime di mafia, da quella del nonno e dello zio a quella di Franca De Candia, vittima del racket dell’usura e della burocrazia statale.
  
Un quadro disperato e pessimista? No, soltanto uno sguardo lucido e spietato sull’Italia di oggi, che sfata il luogo comune di una mafia in ginocchio e ci ricorda invece che la “Mafia Spa” è la prima azienda nazionale, in termini di fatturato, dall’alto del suo giro d’affari pari a 138 miliardi di euro l’anno. Ma, nel contempo, anche un atto di grande fiducia nella possibilità dei cittadini “consapevoli” e “attivi” di cambiare le cose, espresso con la dichiarata adesione finale al grido di battaglia di Salvatore Borsellino, fratello dell’”altro” Paolo Borsellino, il magistrato antimafia ucciso il 19 luglio 1992: “Resistenza!”. Un’adesione che è una scelta di campo, uno schierarsi, un appello ai cittadini-lettori per una nuova assunzione di responsabilità in una fase di delicata transizione del nostro Bel-paese.


Antonio Ingroia

Tratto da:
Il Fatto Quotidiano
 
da http://www.19luglio1992.org

Minacciò la giornalista, cognato del boss condannato a tre anni


il Fatto Quotidiano Cronaca | di Vincenzo Iurillo
31 ottobre 2011



                                                          Vincenzo Armando Caterino

Minacciò la giornalista, cognato del boss condannato a tre anni
Durante la cattura del boss Nicola Panaro, Vincenzo Armando Caterino si avvicinò alla cronista Marilena Natale e le disse: "Io so chi sei e dove abiti, vattene da qui". Lei presentò un esposto. Ora la condanna a tre anni e 4 mesi per le minacce, aggravate dalla motivazione camorristica. L'uomo tentò di riparare con un'offerta di 1500 euro
Era il 14 aprile 2010 e Marilena Natale, giornalista di cronaca giudiziaria della Gazzetta di Caserta, si trovava nei pressi della caserma dei carabinieri di Casal di Principe per svolgere il suo lavoro. C’era fermento, quel giorno. I militari dell’Arma avevano appena catturato il boss Nicola Panaro, latitante da sette anni, cugino di ‘Sandokan’ Francesco Schiavone.

Panaro è il numero tre dei Casalesi, ritenuto tra i trenta ricercati più pericolosi d’Italia. In via Vaticale, di fronte alla caserma, si forma il consueto nugolo di cronisti, cameraman, parenti e amici dell’arrestato. Contatti che generano tensione, i sodali del camorrista non gradiscono chi mette in piazza i crimini dei clan e parla male delle famiglie che contano. Un operatore tv viene preso a calci. Marilena è avvicinata da Vincenzo Armando Caterino, cognato di Panaro, e da altre persone: “Vattene da qui, io so chi sei e dove abiti”. Il tono è inequivocabile. La giornalista presenta un esposto sull’episodio. Scatta un’inchiesta, il reato ipotizzato è violenza privata con l’aggravante di aver favorito la camorra. Circostanza che fissa la competenza nella Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Pochi giorni fa, la sentenza del Gup Claudia Picciotti, più severa persino della richiesta del pm Giovanni Conzo: Caterino, nonostante lo sconto di pena del rito abbreviato, è stato condannato a 3 anni e 4 mesi, che ha iniziato a espiare ai domiciliari. A Formia, però: a buona distanza dalla vittima. Una pena severa. Un precedente importante per Marilena e per tutti i cronisti in terra di camorra, che non hanno paura di scrivere, di raccontare, di analizzare, di rendere pubblici i crimini dei clan, la loro arrogante violenza, la scia di morte e dolore dietro alle loro ricchezze esibite in maniera pacchiana.

“L’uomo che mi ha minacciato ha fatto sapere che si era pentito del gesto e voleva risarcirmi con 1500 euro – dice la Natale a ilfattoquotidiano.it – ma a chi mi ha riferito l’offerta ho risposto che se prendete una mia 50 euro e la spezzate, esce il sudore di mio padre, mentre se spezzate una delle sue banconote, esce il sangue della povera gente. Io non prendo soldi dalla camorra. Se vuole risarcirmi, con quei soldi ci compri la carta delle fotocopie per la Dda”.

Marilena vive da tempo sotto vigilanza per le minacce ricevute. In estate, su disposizione dei magistrati, ha cambiato luoghi e abitudini di residenza e di pernottamento. Di giorno la vedi galoppare senza tregua da un Tribunale a un presidio delle forze dell’ordine, per cercare documenti, notizie, ‘dritte’ riservate, che puntualmente pubblica sulla Gazzetta di Caserta, uno dei quotidiani più diffusi tra le capitali di Gomorra. Marilena è una persona che non ha paura di prendere posizione. Ad agosto scrisse una lettera aperta per criticare la nomina ad assessore di Casal di Principe di un politico indagato per voto di scambio politico-mafioso, nonché cugino di un ex consigliere regionale Udeur arrestato per camorra. La lettera scatenò un putiferio di reazioni. E la vicenda conquistò le pagine dei principali quotidiani nazionali. Alcuni dei quali, però, dimenticarono di precisare che a sollevare il caso era stata una giovane, brava e coraggiosa giornalista locale. Una che non ha paura di pubblicare quel che sa e quel che pensa. Nonostante le minacce.

Lo spread vola, interessi sui Btp al 6% Fmi: nuova rete anti-contagio dal debito

il Fatto Quotidiano Economia & Lobby
31 Ottobre 2011
   Lo spread vola, interessi sui Btp al 6%
Fmi: nuova rete anti-contagio dal debito
Dopo che ieri la Ue ha chiesto aiuto al G20, questa mattina le borse europee hanno aperto in calo
Schizza alle stelle il differenziale tra i titoli italiani e quelli tedeschi che ha superato i 410 punti
ISTAT: DISOCCUPAZIONE GIOVANILE AL 29,3%. CRESCE AL 3,4% IL TASSO DI INFLAZIONE
L'Europa chiede aiuto al G20, il Fondo monetario internazionale scende in campo e annuncia una nuova rete per preservare gli stati dal debito (leggi l'articolo). Risultato: oggi i mercati dell'Unione aprono in calo. Non solo il differenziale tra Btp e Bund tedeschi schizza oltre 400 (leggi l'articolo). Con l'interesse sui decennali italiani che per la prima volta sfonda quota 6%. Nella loro richiesta d'aiuto i vertici europei raccolgono la solidarietà degli Stati Uniti. Molto più incerta, invece, la posizione del Giappone. Il governo di Tokyo, infatti, vuole prima conoscere i dettagli sulle mosse del fondo Salva-Stati Ue per poi decidere il “ruolo da avere”

BLOG SCORZA: PAROLA DI MARINA, "ITALIA PEGGIO DEL RESTO D'EUROPA"

Tagli alla DIA? Chiudetela se vi dà fastidio!

Tagli alla DIA? Chiudetela se vi dà fastidio!



Editoriali - Editoriali
Scritto da Pippo Giordano   

Innanzi tutto parlo della DIA perché ho ben diritto di farlo e ne parlo con cognizione di causa. La Direzione Investigativa Antimafia (DIA) è una creatura di Giovanni Falcone e Gianni De Gennaro. Le genesi si proponeva di unificare sul tutto il territorio nazionale ed in parte anche all'estero, le indagini contro la criminalità organizzata di stampo mafioso. La DIA, era stata pensata come una struttura d'intelligence, agile e moderna nata sul modello del Federal Bureau of Investigation, (FBI), capace di infliggere, insieme alla Direzione Nazionale Antimafia, duri colpi alle mafie che sino allora avevano avuto ampia libertà nel delinquere, col benestare di taluni personaggi dello Stato.

Quando arrivai alla DIA, eravamo davvero un pugno di uomini: sarei dovuto giungere prima, ma l'ottusità di un dipendente del ministero dell'Interno, ne impedì il rapido insediamento. Tranne poi divenire tempestivo, immediatamente dopo la strage di Capaci, Sin dai primi giorni, constatai che in effetti la “crema” degli investigatori italiani era stata conglobata all'interno del nuovo organismo. Iniziai ad investigare sulla strage di Capaci e collaborai Paolo Borsellino sino all'ultimo venerdì della sua vita, E, venne il giorno, ahimè, di prendere la decisione di dare le dimissione della DIA. Prima di me l'avevano fatto alcuni della “crema” alla quale facevo riferimento prima. In buona sostanza, ci fu una fuga di “cervelli investigativi”. La causa?

La causa va ricercata sulle responsabilità di chi vinse le elezione del '94. Di proposito, non voglio citare le impressioni e valutazioni in mio possesso che fecero maturare in me, ma penso anche agli altri, la necessità delle dimissioni. Queste mie valutazioni le vorrei esplicitare mediante un pubblico dibattito. Ed in questo probabile evento, mi piacerebbe che partecipassero Maroni e Berlusconi, rispettivamente ministro dell'Interno e presidente del Consiglio, nel '94.

Quindi, di cosa parliamo quando oggi si legge che alla DIA vengono decurtati i fondi? A mio modo di vedere non è l'aspetto finanziario che agita i sonni di tanti, ma, invero, si vuol mettere la DIA, come del resto gli altri organismi investigativi, in condizioni di nuocere. Si vuol creare ad arte dei malumori per impedire che gli investigatori, non lavorino con la necessaria lucidità o che si vogliono impedire le intercettazioni telefoniche. Basta pensare, al coinvolgimento di uomini dello Stato collusi con le mafie o semplicemente colti mentre infilavano, non la mano, ma tutto il braccio nell'anfora di marmellata del malcostume italico. Ed è in questo contesto che la DIA può dar fastidio.

Ministro Maroni, se come volete far intendere è una questione di soldi, allora le suggerisco il metodo dell' FBI, che ho appreso durante la mia permanenza a New York. Sul fatto che negli Stati Uniti si fanno poche intercettazioni direi che è meglio lasciar perdere e stendiamo un velo pietoso su alcune dichiarazioni di esponenti di questa maggioranza parlamentare: baggianate dette in libertà!

L'FBI quando deve iniziare un'indagine su una famiglia mafiosa o su un uomo d'onore, compie preventivamente gli accertamenti patrimoniali. Poi, attraverso un accurato studio, calcola le “spese” di gestione per affrontare le investigazioni: tralascio i particolari, ma posso dire che persino l'uso della cancelleria viene esaminata. Questo studio verte a quantificare costi e ricavi: ricavi, costituiti dai patrimoni confiscati, che andranno poi a formare il patrimonio finanziario del Departiment Of Justice da cui dipende l'FBI. E, in Italia, i capitali sequestrati a Cosa nostra, 'Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita, che pure ammontano a centinai e centinai di milioni a chi vanno?

Perché, non vengono utilizzati per ammodernare e per rafforzare le nostre strutture di Intelligence, compreso la DIA? O si vuol impedire che la nostra Intelligence, ritenuta dagli esperti stranieri di “Eccellenza” navighi a vista con metodi empirici, per non scoprire gli altarini del mondo politico/criminale e affaristico in continua espansione?
 
da www,19luglio1992.org

Strage di via D'Amelio: ''la verita' da sotto il moggio viene alla luce''

da http://www.19luglio1992.org/








  Strage di via D'Amelio: ''la verita' da sotto il moggio viene alla luce'' Editoriali - Editoriali
Scritto da Giorgio Bongiovanni   
Sabato 29 Ottobre 2011 18:58
Image1150 pagine. Sono il nuovo copione che riscrive le fasi esecutive della strage di via D’Amelio. Un copione fitto di dettagli frutto delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che hanno determinato la sospensione per la pena a 7 condannati e la richiesta di arresto per altri 7 presunti stragisti.

Per la verità, a parte la dinamica del furto e della preparazione dell’autobomba che ha falciato la vita del giudice Borsellino e dei suoi angeli protettori, non emergono da questo nuovo spaccato della storia grandissime sorprese. Piuttosto conferme di quanto già delineato nel terzo troncone del processo, denominato per l’appunto “Borsellino ter”, che già indicava chiaramente la partecipazione della famiglia mafiosa di Brancaccio. Le rivelazioni di  Fabio Tranchina, che inchioderebbero Graviano come colui che ha personalmente premuto il pulsante e scatenato l’inferno sulla terra, confermano che la strage di via D’Amelio aveva un’importanza tale da richiedere la presenza sul luogo dei maggiori capi mandamento addirittura coinvolti nell’esecuzione.  E non erano soli. Rimangono infatti più che aperte le ipotesi sulla partecipazione di personaggi estranei a Cosa Nostra prima, durate e dopo l’eccidio e, visto che su tutto il resto sono stati impiegati fiumi d’inchiostro, mi fermerò solo su questi aspetti. Innanzitutto proprio Spatuzza che racconta della presenza silenziosa di un uomo “non di Cosa Nostra” nel garage in cui stava imbottendo la 126 di esplosivo e che ipotizza essere, più che a ragione, “un uomo dei servizi segreti”. Poi c’è il mistero dell’agenda rossa che sparisce pochi istanti dopo la deflagrazione e l’unico indizio certo è che la valigetta che la conteneva si allontana dalla macchina fumante del giudice nelle mani del capitano Arcangioli, quindi un uomo dello Stato, per poi svanire nel nulla. Fortunatamente su questo aspetto la procura di Caltanissetta sta ancora indagando. Poi c’è l’enorme manovra di depistaggio che è al centro della richiesta di revisione del processo. E’ ancora avvolta nel mistero quella soffiata che indica agli inquirenti il “falso cammino” da intraprendere per arrivare a Scarantino e Candura che, comunque, tra le tante fandonie hanno inserito anche elementi poi risultati veri. E poi la domanda delle domande: per conto di chi il questore Arnaldo La Barbera (nome in codice Rutilius, in servizio al Sisde) avrebbe inscenato la falsa pista? E per coprire chi? Ci appare abbastanza chiaro, come abbiamo scritto più volte, che Cosa Nostra ha agito all’interno di un concerto di complicità ad essa esterne perché in quel preciso momento storico c’era in corso una “trattativa”, un negoziato, di cui Borsellino sapeva e per il quale rappresentava “l’ ostacolo”.  Infatti era il potenziale destabilizzatore del vecchio sistema che voleva mantenersi in sella, il pericoloso intralcio per l’ascesa del nuovo potere politico-economico e l’eterno acerrimo nemico della potenza militare di Cosa Nostra che in lui vedeva la minaccia per il rinnovo dell’antico patto e quindi della sua definitiva sconfitta. E mentre per la magistratura al nord era prevista la macchina del fango, a sud si eliminavano i giudici a suon di bombe. Con l’omicidio Borsellino i sistemi criminali gettano le basi per il loro progetto di un’Italia basata sulla violenza e sulla sopraffazione, la cosiddetta “seconda repubblica”. In conclusione, solo una parentesi. Leggo su “la Stampa” la replica dell’ex ministro Nicola Mancino ad un articolo di Riccardo Arena. L’onorevole Mancino scrive testualmente: “Del resto davanti ai pm di Caltanissetta, Riina accusa Brusca di essere un bugiardo ed esclude anche di avergli mai parlato di Mancino, e neppure di avere scritto o sotto scritto il papello”. Con queste dichiarazioni l’On Mancino ci fa un bel regalo: scopre la sua reale faccia. Dà più credibilità a Salvatore Riina, ergastolano, pluriomicida, mai pentito, che nemmeno riconosce l’esistenza di Cosa Nostra e denuncia per calunnia Giovanni Brusca, collaboratore di giustizia, al quale è stato riconosciuto il grado di attendibilità stabilito dall’articolo 8 e confermato dalla Suprema Corte per processi importanti come Capaci, le stragi del ’93 e così via… Questo si chiama gettare la maschera ed equivale ad auto-smentirsi ed auto-accusarsi! Grazie, onorevole, finalmente un po’ di verità! Le stragi del ’92 e del ’93 nascondono ancora molti misteri….Foto della strage di via D'Amelio ma prima o poi verranno alla luce.

I pm alla ricerca della verità sulla strage di via D'Amelio
Sette nomi nuovi iscritti sul registro degli indagati
di AMDuemila - 29 ottobre 2011

Pur avendo momentaneamente respinto la richiesta di revisione del processo per la strage di via D'Amelio, presentata da parte della Procura generale di Caltanissetta, nei giorni scorsi i giudici della Corte di Appello di Catania hanno comunque accolto la richiesta di sospensione della pena per sei boss, precedentemente condannati in via definitiva (Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Salvatore Profeta, Gaetano Murana, Cosimo Vernengo, Giuseppe Urso e Vincenzo Scarantino). Una decisione che apre ad un nuovo processo sugli esecutori materiali della strage che il 19 luglio 1992 ha ucciso il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della propria scorta.
Da tempo sono state avviate delle indagini a riguardo e, secondo quanto riportato oggi dal quotidiano La Repubblica, vi sarebbero altri sette nomi iscritti al registro degli indagati dalla Procura di Caltanissetta. Alcuni di questi sono in carcere, come Vittorio Tutino, che aiutò Spatuzza, autoaccusatosi, a rubare la 126 successivamente imbottita di esplosivo.
I pm devono trovare riscontri proprio alle accuse fatte dai due collaboratori di giustizia Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina anche perché per celebrare un nuovo dibattimento per la revisione del processo, occorre un'altra sentenza definitiva che accerti responsabilità di altre persone e che quindi contrasti con il primo verdetto.
Le basi dell'inchiesta sono state da tempo gettate. In primo luogo il telecomando che attivò l’ordigno che uccise il magistrato Paolo Borsellino, in via D’Amelio a Palermo, non fu azionato dal Monte Pellegrino, dove vi erano degli uffici del Cerisdi, ma da dietro un muro del giardino di via D’Amelio da Giuseppe Graviano. E soprattutto c’era un talpa nel palazzo della mamma del giudice, a piano terra, che controllava gli spostamenti di Borsellino che, secondo i pm, avrebbe il volto di Salvatore Vitale, uomo d’onore del clan Roccella già condannato a dieci anni al Borsellino bis e all’ergastolo per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo.
Se l'ipotesi di un coinvolgimento di servizi segreti deviati che dal Cerisdi, su Monte Pellegrino, avrebbero attivato il telecomando viene scartata, secondo gli inquirenti “soggetti esterni a Cosa Nostra potrebbero incidere sui tempi e le modalità di attuazione di una strage già programmata da parte dell’organizzazione mafiosa”.


da AntinmafiaDuemila.com