martedì 31 gennaio 2012

Ortofrutta, il prezzo lo fa la mafia. Di fame al campo, d’oro al banco

Ortofrutta, il prezzo lo fa la mafia. Di fame al campo, d’oro al banco

riccardo-galli-opinioni
di Riccardo Galli

ROMA – Un calabrese su quattro è in contatto con la criminalità organizzata. La protesta dei Forconi è cavalcata, sfruttata e infiltrata dalla mafia. Mafia che, insieme a camorra e ‘ndrangheta, ha ormai invaso tutte le regioni italiane, da Sud a Nord. E la criminalità organizzata gestisce, altera e controlla il mercato ortofrutticolo italiano imponendo prezzi ai consumatori, alti, e ai produttori, bassi. Nera previsione? Tutt’altro, è quanto emerge dalle relazioni dei magistrati italiani all’inaugurazione dell’anno giudiziario.
Il presidente della corte d’appello di Reggio Calabria, Bruno Finocchiaro, seppur sottolineando i successi nella lotta alla ‘ndrangheta, segnalando l’aumento “del 21% dei procedimenti iscritti per associazione mafiosa”, ha fornito un dato eccezionale: “stiamo parlando di una regione, la Calabria, dove l’indice di densità criminale è stato stimato al 27% della popolazione”. Cioè un calabrese su quattro è in contatto con la ‘ndrangheta. Del resto, il procuratore di Reggio Giuseppe Pignatone, conferma che dalle indagini risulta che “in paesi con 10.000 abitanti, gli affiliati alla ‘ndrangheta sono circa 400”. Quattro mafiosi su cento abitanti. Dati sconvolgenti che rivelano un tasso d’infiltrazione elevatissimo e, forse, sconosciuto o sottostimato dal comune sentire.
Forte di “basi” così solide la criminalità organizzata si è lanciata, e anzi ha ormai portato a termine, la “colonizzazione” delle regioni del Nord. Esportando il suo modello criminale. Il procuratore generale di Torino, Marcello Maddalena, è stato chiarissimo: “Anche le regioni d’Italia del Nord non possono considerarsi immuni dal virus mafioso. Non si può nascondere il fatto che le indagini hanno portato alla luce svariati contatti di esponenti dell’associazione con politici locali ma anche nazionali”. E ha aggiunto, Maddalena, che questi contatti avvengono soprattutto “nei momenti elettorali”. Stessa musica ridiscendendo gli Appennini. Il procuratore generale di Bologna, Emilio Le Donne: “Non si commetta l’errore di ritenere che gli interessi mafiosi siano altrove. Lancio un appello agli imprenditori perché è illusorio credere che fare affari con la mafia possa essere conveniente”. Dice sempre Le Donne: “Le organizzazioni mafiose sono presenti in gran parte della regione. Dobbiamo fare i conti con la tracotanza delle cosche che non hanno avuto alcun timore di inviare in epoca molto recente messaggi intimidatori a pm e giudici bolognesi e a giornalisti”. E poi l’Aquila, dove l’emergenza terremoto, e soprattutto la ricostruzione e i suoi appalti, rappresentano un boccone goloso per le mafie. Il presidente della Corte d’appello dell’Aquila, Giuseppe Falcone, a proposito della ricostruzione del post terremoto lo ha confermato: “La criminalità organizzata ha provato a infiltrarsi. Sono stati avviati 44 procedimenti penali con 577 indagati”. Espulsa completamente? E’ una speranza.
E ancora Roma e Napoli. Nella capitale e nel Lazio la presenza criminale si fa sentire. Il presidente della corte d’appello, Giorgio Santacroce, sostiene che le organizzazioni mafiose “sono sempre più radicate con articolazioni logistiche per il riciclaggio di capitali accumulati illecitamente e per l’investimento in rilevanti attività commerciali e imprenditoriali, soprattutto nel campo della ristorazione, dell’abbigliamento e delle concessionarie d’auto”. Mentre per il presidente della Corte d’appello di Napoli, Antonio Bonaiuto “nelle amministrazioni dei territori infiltrati dalla camorra, nulla risulta cambiato rispetto al passato”, nonostante i successi nella lotta alla camorra, ultimo in ordine di tempo l’arresto del boss Zagaria.
Forza e radicamento in tutto il territorio nazionale che consentono alle mafie di controllare e alterare il mercato ortofrutticolo italiano. Si era cominciato parlando delle infiltrazione del movimento siciliani dei Forconi, ma in realtà il problema è molto più esteso. A giudicare infatti dall’ultimo rapporto di Sos impresa, tutta la filiera dell’agroalimentare è infiltrata. Dal produttore al consumatore, come recitava un vecchio spot. Dalla falsificazione della provenienza dei prodotti, spacciando ad esempio prodotti del Nord Africa come comunitari, fino alla fissazione dei prezzi. Con quotazioni stracciate per gli agricoltori e listini gonfiati per i consumatori, con la conseguenza che i primi faticano a sopravvivere lavorando la terra, e i secondi che si svenano nei supermercati. Le organizzazioni criminali sono massicciamente presenti, in qualche caso controllano in pieno la “filiera”, quella che raccoglie, trasporta, immagazzina e consegna i prodotti ortofrutticoli. Stabiliscono e impongono il prezzo basso da pagare agli agricoltori e determinano il prezzo alto di acquisto al banco per il consumatore. Dove possono poi partecipano alla protesta degli agricoltori, controllano anche quella. E sono le uniche a disporre di soldi in quantità, della “liquidità” con cui governano anche indirettamente chi lavora nel settore. Ortaggi e frutta: il prezzo lo fa la mafia. Di fame per chi li coltiva, alle stelle per chi li compra.

Effetto Parenzo: Maccari amico per sempre di Bossi, riflesso pavloviano


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Effetto Parenzo: Maccari amico per sempre di Bossi, riflesso pavloviano

di Warsamè Dini Casali
Il direttore del Tg1 Alberto Maccari
ROMA – Per carità, nella finta telefonata in cui il buon David Parenzo imita la voce strascicata del vero Bossi a Radio24, il direttore del Tg1 Maccari, oltre a cascare con tutte le scarpe nello scherzo, non commette alcunché di scorretto. Certo, la registrazione impazza su internet, il megafono virtuale mena fendenti più che reali. Il senso della presa in giro del povero direttore in attesa della conferma non ha bisogno di traduttori, nonostante gli inevitabili disturbi alla linea. Il direttore in carica si mostra un po’ troppo affettuoso? E che sarà mai, in fondo Bossi è uno che comanda, uno che bisogna accogliere con un supplemento di cortesia, si fa così tra uomini di mondo usi a frequentare i potenti. Nulla di strano.
Tuttavia, va rilevato che l’imitatore radiofonico conosce i suoi polli, va sempre sul sicuro. In Italia ubi maior il Fracchia di turno si stende a tappetino. E’ una regola della politica che l’amministratore pubblico si inchini da buon valletto al celebrato leader di partito. Parenzo dimostra l’assioma: si procura giusto un minimo di credibilità facendosi introdurre da una solerte segretaria, butta lì due frasi convenzionali e aggancia all’amo la vittima predestinata. Un buongiorno, un complimento e l’esperto Maccari tira fuori archetto e violino: “Lei è squisito, sappia che potrà sempre contare su un amico”. Sempre, da qui all’eternità, oggi a me, domani a te. Basta che il truce capo padano accenni brevemente alla votazione di domani nel cda Rai, che come per il cane di Pavlov, scatti il riflesso automatico dell’adulazione preventiva.
Chiamiamolo “effetto Parenzo”, che in epoca di intercettazioni si è inventato l’intercettazione simulata. Dove i protagonisti, ignari dei precetti settecenteschi della dissimulazione onesta, giocano all’antica pantomima servo-padrone, senza inutili reticenze o paludate sospensioni del giudizio. Resisto a tutto tranne alle lusinghe, è il motto di chi è atterrato sulla poltrona più ambita. E’ pronto ad accettare tutto, anche a incontrare un ventenne di belle speranze, di ottimo nome e nulla esperienza che risponde al nome di Trota. “Verrei con Renzo a trovarla a Roma…” sibila il simil Senatur. “Grazie” si prostra il direttore, forse potrà anche toccarlo. Per il codice della piaggeria il re è sempre taumaturgo.
Ci sarebbe poi la questioncella della “garanzia”. “A noi della Lega va bene perché lei è una persona di garanzia” teorizza Parenzo-Bossi, inventando seduta stante un ruolo e una funzione irreperibili negli schedari delle risorse umane, ma perfettamente noti e costantemente aggiornati nei corridoi della politica. Garanzia di che? Un po’ di riguardo per il Nord è l’umile richiesta. Un po’ come il salumiere stigmatizzato da Nanni Moretti che ti usa il riguardo di darti sempre il taglio di prosciutto più bello. E al sud che gli dai, il grasso e la cotica? Non è detto, anche al Mezzogiorno conoscono il numero dell’ufficio del salumiere di fiducia.

Addio al modulo cartaceo, da domani la richiesta di pensione si fa direttamente online

Il Sole24Ore Norme e Tributi > Lavoro

Addio al modulo cartaceo, da domani la richiesta di pensione si fa direttamente online


Il conto alla rovescia è iniziato. Il modulo cartaceo per richiedere la pensione sta per andare definitivamente in soffitta. Da domani, infatti, il lavoratore dovrà fare la domanda online, dal sito dell'Inps. Con questa procedura: una volta raggiunto il sito dell'Istituto (www.inps.it), occorrerà visitare la sezione «Servizi online», «Al servizio del cittadino», «Autenticazione con Pin» e - ultimo passaggio - cliccare su «domanda di pensione». La richiesta potrà essere effettuata anche tramite il contact center integrato (numero verde 803164) o attraverso i servizi telematici messi in campo dai patronati.
Dal 1° febbraio andranno presentate online le domande di autorizzazione alla cassa integrazione ordinaria Industria, edilizia e lapidei, l'autorizzazione alla cassa integrazione guadagni straordinaria e ai contratti di solidarietà. In questo caso andrà utilizzato il canale telematico che richiede l'utilizzo della applicazione «acquisizione online domande cigo» o l' invio del file xml. Le richieste inviate all'Istituto in forma cartacea non saranno prese in considerazione.
C'è perà una differenza: se per la pensione sarà possibile fare l'istanza anche mediante il contact center integrato (803164), per la Cigo e la Cigs la richiesta andrà inoltrata solo tramite il sito dell'Istituto.
Intanto oggi, 31 gennaio, si chiude la fase transitoria. Durante questo periodo, iniziato il 30 settembre, questo tipo di prestazioni poteva essere richiesto, oltre che tramite web, con le modalità tradizionali. Da domani scatta l'addio al cartaceo, e le pratiche viaggeranno sul web. Non saranno interessate solo le pensioni di anzianità (per i casi in cui si applica la normativa precedente alla manovra Monti-Fornero) e vecchiaia, ma anche le ricostituzioni (supplementi, assegni familiari, e poi le ricostituzioni documentali, contributive e reddituali). Andranno online anche le istanze per vedersi riconosciuto l'assegno sociale, la pensione di invalidità e inabilità, il trattamento ai superstiti (la cosiddetta «reversibilità»).
Si chiude oggi il periodo transitorio per le richieste di assegni familiari ai piccoli coltivatori diretti, che vanno online. Si farà in via telematica anche la domanda di rimborso dei contributi previdenziali per lavoro domestico.

La Camera approva il milleproroghe: modifiche su pensioni, aumentano le sigarette, proroga per il Sistri

da Il Sole24Ore

La Camera approva il milleproroghe: modifiche su pensioni, aumentano le sigarette, proroga per il Sistri


Via libera dell'Aula della Camera al decreto legge Milleproroghe sul quale il governo ha incassato la fiducia di Montecitorio la settimana scorsa. I voti favorevoli sono stati 449, i contrari 78, 11 gli astenuti. Il provvedimento passa adesso all'esame del Senato per la seconda lettura. A palazzo Madama si annunciano già nuove modifiche. A favore hanno votato Pdl, Pd e Terzo polo, mentre Lega e IdV hanno votato no. Tra le novità del passaggio del decreto alla Camera ci sono i correttivi alla riforma delle pensioni targata Fornero per i lavoratori cosiddetti "esodati" e i "precoci" e l'aumento del prezzo delle sigarette.

Queste sono le principali modifiche:
- pensioni: i lavoratori "precoci" (coloro che lasceranno il lavoro con 42 anni di anzianità, prima di avere compiuto i 62 anni d'età (41 e un mese per le donne) non avranno penalizzazioni se lasciano il lavoro con un'anzianità contributiva maturata entro il 31 dicembre 2017 inclusi i periodi di astensione obbligatoria per maternità, per l'assolvimento degli obblighi di leva, per infortunio, per malattia e cassa integrazione ordinaria. Agli "esodati" (coloro che accettando incentivi economici dall'azienda in crisi si sono licenziati con la prospettiva di andare i pensione entro i successivi due anni e che con le nuove norme hanno visto svanire questa possibilità) non verrà applicata la riforma Fornero se hanno risolto il rapporto di lavoro entro il 31 dicembre 2011. Se le risorse non fossero sufficienti potrebbe scattare un aumento dei contributi che le imprese versano per gli ammortizzatori sociali.
- sigarette: le risorse per "precoci" ed "esodati" arriveranno con un incremento dell'aliquota di base dell'accisa sui tabacchi lavorati per assicurare "maggiori entrate in misura non inferiore a 15 milioni di euro per l'anno 2013 e 140 milioni annui a decorrere dal 2014".
- Sistri: proroga di ulteriori quattro mesi fino al 30 giugno per
l'operatività del Sistri.
- spiagge: le concessioni su spiagge, laghi e porti, anche ad uso diverso da quello turistico-ricreativo, in essere al 31 dicembre 2011 sono prorogate di un anno.
- agenzia strade e autostrade: quattro mesi in più per l'adozione
dello Statuto dell'Agenzia per le infrastrutture stradali e autostradali.
- esuli Libia: in arrivo 150 milioni in tre anni in favore degli esuli cacciati nel 1970 da Gheddafi.
- rimborsi elettorali per il Molise: prorogati i termini per la presentazione della richiesta dei rimborsi elettorali relativi al rinnovo del Consiglio regionale del 16 e 17 ottobre scorso.
- risorse per gli alluvionati di Messina: i 70 milioni di euro in arrivo per gli alluvionati di la Spezia e Massa Carrara e Genova vengono suddivise anche con Livorno, il Comune di Ginosa, la frazione di Metaponto e Messina.
- 500mila euro per Pietrelcina: in arrivo 500mila euro nel 2012 per il Comune di Pietrelcina.

Canone, la tassa che vive tre volte. La Rai appalta lo spot che potrebbe farsi da sola


il Fatto Quotidiano Media & regime | di Thomas Mackinson | 
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Canone, la tassa che vive tre volte. La Rai appalta lo spot che potrebbe farsi da sola
La tv di Stato affida a McCann Erickson la campagna sull'abbonamento in scadenza il 31 gennaio. E così la divisione interna che produce materiale pubblicitario resta inutilizzata (ma pagata). Un altro capitolo degli sprechi legati alle commesse esterne, che pesano sul bilancio mentre sui dipendenti si abbatte la scure dei tagli
Rai, protesta dei dipendenti contro i tagli
“Pagare il canone è un obbligo”. Pagarlo tre volte no. Eppure succede anche questo in Rai, dove il rubinetto della spesa si apre anche quando si potrebbe risparmiare. L’esempio arriva proprio da quello spot che ricorda agli italiani di pagare l’abbonamento entro il 31 gennaio. L’azienda lo ha fatto realizzare esternamente affidandolo all’agenzia McCann Erickson per circa 300mila euro. Una goccia nel mare delle spese legate all’operazione canone, visto che solo il recapito dei bollettini postali a 16 milioni di italiani costa 2,8 milioni. Il punto è che la Rai ha strutture interne per produrre spot che sottoutilizza a tutto vantaggio di commesse esterne ben più costose.

Il risultato è paradossale, per l’abbonato e per l’azienda. Il primo paga tre volte: paga il canone, i costi dello spot e lo stipendio a chi lo avrebbe potuto produrre a basso costo e non l’ha potuto fare. La stessa Rai, che dovrebbe coprire i costi con la pubblicità, si ritrova invece a spendere per farla a se stessa e a un tributo che – ciliegina sulla torta – è stato aumentato a 112 euro. Beghe interne e piccoli sprechi come questo rimarrebbero dietro i cancelli di viale Mazzini se, al tempo stesso, la Rai non avesse varato un piano di ristrutturazione con tagli per 112 milioni alle strutture produttive (Rai Way, Rai International, Rai Corporation e uffici di corrispondenza) e un giro di vite su 560 dipendenti, che non intacca minimamente l’area delle commesse esterne, degli affidamenti e delle consulenze che pesa per metà di un bilancio da tre miliardi.

“E’ il cuore del problema. Esiste un sistema di costi occulti che nessun Cda si azzarda a toccare perché è quella parte della spesa che garantisce la gestione del potere e la discrezionalità di partiti e potenti di turno sull’informazione pubblica”, denuncia il segretario generale della Slc-Cgil Emilio Miceli, che già a giugno 2010 chiedeva una commissione d’indagine sulla “Rai sommersa”. Le sei sigle sindacali in Rai (Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Snater e Libersind) sono tornate alla carica prima dello sciopero del 22 dicembre scorso, riproponendo all’azienda una commissione paritetica per far luce sui conti prima di tagliare i posti. “La proposta è naufragata subito e il Cda Rai sta andando avanti con un piano di risanamento che taglia solo dove le è consentito, cioè la capacità produttiva della stessa azienda”.

Il risultato finale, sostengono i sindacati, sarà inverso alle aspettative: si duplicheranno i costi, proprio come per gli spot, perché i lavoratori spostati a seguito della cancellazione dei programmi rimarranno in azienda, ma il loro lavoro sarà appaltato all’esterno. “Si paga due volte per lo stesso servizio”, continua Miceli. “Poi l’unica salvezza resta quella di scaricare tutto sul canone, ma a fare i manager in questo modo siam bravi tutti”.

“In Rai l’80% del lavoro di regia viene affidato a registi esterni quando l’organico aziendale ne conta 400”, rimarca Piero Pellegrino dello Snater. Una scelta che è figlia della volontà ormai ventennale di privatizzare il servizio pubblico riducendo l’azienda a una stazione appaltante a uso esterno. L’assalto, iniziato all’epoca di Pier Luigi Celli con il governo di centrosinistra, è proseguito attraverso i governi di centrodestra e fino ai giorni nostri, con punte di raro accanimento, come i contratti-capestro della gestione di Flavio Cattaneo a favore di Endemol per 100 milioni di euro. “Si deve invertire questa tendenza, magari partendo proprio dagli spot di questi giorni che sono emblematici: vanno in onda per chiedere un giusto tributo ai cittadini, ma al tempo stesso certificano la propensione dell’azienda a caricare costi, sottoutilizzare le risorse interne e far pagare ai contribuenti due volte la stessa cosa”.

Nel merito degli spot, è bene sapere che c’è una specifica divisione Rai che li realizza. Fa capo alla Direzione Comunicazione (DiCom) e ha un direttore, un vicedirettore e una ventina di dipendenti, dieci dei quali a tempo indeterminato e gli altri in fase di stabilizzazione. Ha lavorato parecchio, in passato: dalle campagne per il segretariato sociale (Telethon, Unicef, Ail, Legambiente e altre) alle campagne-evento (il Salone del libro di Torino, il Premio Italia) e promozioni di programmi come Sanremo o di fiction di punta (Orgoglio, Capri, Come eravamo, Un medico in famiglia). “Ciascuno dei registi della DiCom realizzava una media di 12-13 spot al mese a costi industriali ridottissimi, da 6 a 20mila euro. Fino a quando il loro lavoro è stato ridotto al lumicino, facendolo transitare verso commesse esterne o collaboratori di altre strutture che comportano nuovi costi”, racconta Pellegrino che proprio per queste vicende ha difeso i dipendenti in un arbitrato contro l’azienda. Dipendenti che oltre al danno del lavoro sottratto hanno anche subito la beffa di vedersi accusare dall’azienda stessa di girarsi i pollici. “Alle fine le due commissioni che hanno trattato i casi hanno sollevato i lavoratori dall’accusa e riconosciuto le loro ragioni”.


Riano, dopo le proteste il prefetto di Roma gela i residenti: “La discarica si farà”


il Fatto Quotidiano Cronaca | di Nello Trocchia

 




Riano, dopo le proteste il prefetto di Roma gela i residenti: “La discarica si farà”
Il commissario straordinario Pecoraro incontra i comitati contro il nuovo sito di smaltimento che sostituirà Malagrotta, ormai satura. E conferma la scelta del sito
Le operazioni per la realizzazione della discarica di Riano entrano nel vivo. L’incontro tra la prefettura e i comitati non ha dato l’esito sperato. Il prefetto Giuseppe Pecoraro, commissario per l’emergenza rifiuti a Roma, di fronte alle proteste degli abitanti ha chiarito che il sito si deve realizzare, avanzando come alternativa l’ipotesi di Pian dell’Olmo, inizialmente scartato per le ridotte dimensioni, nel territorio del comune di Roma, ma di fatto ubicato a Riano.

L’invaso, previsto nelle cave di Quadro Alto, presenta diverse anomalie. Secondo i piani del commissario dovrà sostituire in via provvisoria Malagrotta, la discarica che serve la capitale da 30 anni, ormai in chiusura. Il prefetto ha ricevuto solo una ristretta delegazione dei comitati, il sindaco di Riano, il senatore Idv Stefano Pedica e Nando Bonessio, presidente regionale dei Verdi. Il vertice si è concluso con un nulla di fatto per l’aspetto più importante. I cittadini chiedevano la revisione del decreto del dicembre scorso che prevedeva rilievi idrogeologici e progetti preliminari sul sito. I comitati proponevano, in particolare, di cancellare la parte finale che indicava “la realizzazione di una discarica provvisoria nel comune di Riano, località Quadro Alto”.

VIDEO: GRIDA E COLPI CONTRO LE MACCHINE DEI FUNZIONARI REGIONALI

Il prefetto è stato irremovibile, ma ha aperto su un punto, in realtà già previsto. I tecnici del commissario che si occuperanno dei rilievi idrogeologici e della valutazione di idoneità del sito saranno affiancati da tre tecnici di fiducia del comune e dei comitati. I tempi previsti per queste operazioni sono di due mesi. Intanto il Comune e la Provincia hanno commissionato uno studio al Cnr per la valutazione dell’area. I cittadini mostrano sfiducia nei confronti delle istituzioni dopo la lunga giornata di venerdì quando i funzionari regionali hanno avviato la presa di possesso del sito con tanto di promesse disattese.

La comunità di Riano si è riunita in assemblea, ieri in serata, dopo l’incontro in prefettura, per decidere le prossime mosse. “Consentiremo di fare le analisi – spiega Gianluca Crostella, del Coordinamento Riano no discarica - dalle quali siamo certi emergerà la non idoneità del sito. Noi presidieremo l’area e non consentiremo operazioni diverse da quelle finalizzate a rilievi geomorfologici e idrogeologici”. Il commissario Giuseppe Pecoraro conta i giorni. A giugno dovrebbe chiudere Malagrotta definitivamente, concluse le analisi di rito sull’idoneità del sito dovrebbe partire l’esproprio, la gara per la gestione dell’invaso e la realizzazione della discarica. I comitati puntano sull’impraticabilità delle cave, a 719 metri dal centro abitato, ancora in attività e di fatto attraversate dalla falda acquifera. Dato che dovrebbe comportare una impermeabilizzazione costosa con una diminuzione dello spazio disponibile.

Tagli col trucco per la Casta






Tagli col trucco per la Casta
Sono applicati agli aumenti dei parlamentari
A fine mese la busta paga degli onorevoli sarà la stessa perché la riduzione riguarda solo l'aumento previsto per il passaggio al sistema contributivo. I risparmi sugli stipendi andranno in un fondo che sarà a disposizione degli stessi deputati
Sì al taglio dello stipendio dei deputati, ma la busta paga a fine mese sarà la stessa, non un euro di meno. Con ulteriore beffa finale, perché i frutti del (finto) risparmio andranno in un bel fondo che sarà a disposizione – guarda un po’ – degli stessi deputati. La riduzione di cui si parla è proprio quel taglio delle indennità che tiene banco da mesi tra mille polemiche, come segnale “in sintonia con il rigore che la grave crisi economica-finanziaria impone a tutti”.

Come è andata a finire? Alla fine di un lungo percorso costellato da promesse, altolà e dispute sugli importi (con tanto di commissione ad hoc) finalmente la Camera ha deciso: ieri ha detto sì al taglio dello stipendio degli onorevoli proposto dall’Ufficio di presidenza per 1.300 euro lordi, 700 euro netti. Strette di mano, comunicati  di grande soddisfazione. “Ecco, noi siamo in linea con gli italiani”, è il motto. Ma sarà poi vero? No. Perché la decurtazione delle indennità fa uscire quei soldi dalla porta della Camera ma la riforma della previdenza li fa rientrare dalla finestra, paro paro. Non un euro di meno.

Così, a fine mese, la busta paga della casta è la stessa: 11.200 euro netti di indennità di base sui quali cumulare tutte altre voci. Nessun taglio, dunque. Il segreto è tutto nelle nuove norme previdenziali che si estendono ovviamente anche ai parlamentari, che sono scattate il primo gennaio scorso. Passando dal sistema retributivo a quello contributivo, i deputati si sarebbero visti lievitare la busta paga di circa 700 euro netti al mese, perché non è più loro chiesto di versare tutti e due i contributi che versavano prima: uno per il vitalizio (1.006 euro al mese) e uno previdenziale (784,14 euro al mese), oltre alla quota assistenziale (526,66 euro al mese). La riforma delle pensioni avrebbe toccato solo marginalmente i deputati in carica (un anno su 5 di legislatura), che avrebbero recuperato ben più di quello svantaggio con i 700 euro netti in più in busta paga.

Il passaggio dal sistema retributivo al contributivo, per farla breve, si sarebbe tradotto in 1300 euro al mese in più in busta paga, a causa dei differenti criteri di tassazione. Il maxi aumento, difficile da giustificare in questa congiuntura, è stato scongiurato introducendo una sforbiciata di pari importo. Più che di un taglio, si tratta dunque della sterilizzazione di un aumento. E poi la vera beffa finale: i tagli agli stipendi non torneranno agli italiani. Quelle somme andranno in un fondo a parte. Per cosa? Per gli stessi deputati. Lo anticipa il questore del Pdl, Antonio Mazzocchi, che in serata ha spiegato “questi 1.300 euro che verranno tagliati saranno accantonati in un fondo a tutela di eventuali ricorsi da parte dei deputati”. Insomma, quei soldi non usciranno mai da Montecitorio. Resta la magra consolazione della revisione del sistema dei rimborsi: finalmente dovranno essere motivati da ricevute. Ma anche qui c’è il trucco. Solo la metà di quelli presentati dovranno avere una giustificazione, l’altra no. Così si potrà decidere discrezionalmente cosa è opportuno farsi rimborsare e cosa invece è meglio lasciare senza indicazione della causale. “Un’operazione trasparenza non trasparente”, scrive il Sole24Ore di oggi in un corsivo.

Caustici, ovviamente, i commenti dei giornalisti cui il trucco non è sfuggito. “Se la notizia degli stipendi aumentati fosse uscita, li avrebbero linciati. Così hanno deciso non di tagliarsi lo stipendio, ma di rinunciare a quell’aumento. Provando a fare bella figura gratis davanti a tutti”, ragiona Franco Bechis sul suo blog. E sicuramente oggi risultano un po’ stonate le dichiarazioni di soddisfazione e gli annunci in pompa magna del corpus politico. A partire da quello di Gianfranco Fini che appena ricevuto il sì ha iniziato a cinguettare su Twitter “taglio del 10 per cento allo stipendio dei deputati presidente della Camera, vicepresidenti, questori e presidenti di commissione”. Un taglio, si è visto, a salve. E che dire di Rocco Buttiglione, vicepresidente della Camera, che ieri ha parlato di “sacrifici per essere credibili”. Oppure di Guido Crosetto che sulla scorta del (finto) taglio ha invocato nuove e analoghe misure contro i privilegi parlamentari. “Il 2012 deve iniziare all’insegna della sobrietà per tutti gli italiani, ma soprattutto per i politici”, ha invece affermato il vice presidente del Fli, Italo Bocchino.

Ma la storia non è finita. Perché oggi sarà un’altra giornata di tagli strombazzati e annunci roboanti. Perché oggi al Senato tocca pronunciarsi su decisioni simili a quelle della Camera con l’approvazione del superamento del sistema dei vitalizi e la riduzione del 10 per cento di tutte le indennità aggiuntive di funzione, del Consiglio di presidenza e delle presidenze di Commissione. “Inoltre, opereremo sulle indennità dei parlamentari, sempre con tagli analoghi a quelli adottati a Montecitorio”, annuncia il senatore del Pdl Angelo Maria Cicolani, questore di palazzo Madama. “In questo modo – assicura Cicolani – il Parlamento ristabilirà un rapporto di assoluta credibilità con gli elettori e daremo una risposta concreta a chi chiede di ridurre i costi della politica in tempo di crisi”. Bene, si è visto come

E Cicchitto disse finalmente la verità

di Pino Corrias
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E Cicchitto disse finalmente la verità
Un paio di volte l’anno persino Fabrizio Cicchitto dice la verità. Trattandosi di un vecchio piduista non lo fa mai a sua insaputa e dunque la verità vale sempre una doppia notizia: il bel gesto e il contenuto. Stavolta il contenuto è il tritacarne. Strumento con il quale la magistratura starebbe molestando il suo capo, il plurimputato Silvio B, che sta sotto processo da una ventina d’anni, domeniche comprese, e da altrettanti sventola la sua innocenza, mai conosciuto Mills, mai avuto fondi neri, mai riuscito a depilare Ruby, neppure una volta, con il famoso laser da 60 mila euro.

“Se si rimettesse in moto il tritacarne giudiziario”, diceva l’altro giorno il nostro refuso ex socialista, sarebbe a rischio il governo e specialmente “il clima sereno necessario alle riforme”. Quale sia la relazione tra il tritacarne privato e le eventuali riforme pubbliche non si vede a occhio nudo. Ma la politica ha i suoi sofismi, i suoi avvertimenti, o se volete i suoi ricatti da bilanciare nel buio del non detto. Ma visto che stavolta Cicchitto ci fa il favore di dirlo in viva voce, evviva. Non ha bisogno neanche di spiegarcelo questo avviso ai naviganti, si chiama uso politico della giustizia.

Il Fatto Quotidiano, 31 Gennaio 2012

 

I libri di questo autore

Rutelli e il mistero dei 13 milioni rubati Parisi: "Nel bilancio 2011 voci opache"

il Fatto Quotidiano Giustizia & impunità
31 Gennaio 2012
 Rutelli e il mistero dei 13 milioni rubati
  Parisi: "Nel bilancio 2011 voci opache"
Il senatore Pd Lusi, tesoriere della Margherita, gira sui suoi conti i rimborsi elettorali. Gli ex del partito: "Somme consistenti in uscita, si fece una commissione di verifica, si riunì una sola volta"
E GAD LERNER SCRIVE SUL BLOG: "SONO SCHIFATO, CHI GESTISCE I SOLDI DEL PARTITO?"
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Calabria, governatore in rivolta

NOSTALGICO DEL ''BOIA CHI MOLLA''
La rivolta di Reggio Calabria (16 luglio 1970)
da l' Espresso Politica

Calabria, governatore in rivolta

di Silvia Cerami
«Io sto con i camionisti che protestano. Perché il Sud è stato dimenticato. Dall'attuale governo, ma anche da Tremonti. E il mio partito si deve svegliare o qui i Forconi diventeranno la maggioranza». Giuseppe Scopelliti, presidente Pdl della Calabria, prende posizione sui blocchi del traffico. E non le manda dire nemmeno a Berlusconi
(30 gennaio 2012)
Giuseppe Scopelliti Giuseppe Scopelliti 
Giuseppe Scopelliti, ex Msi e An, era sul palco di piazza San Giovanni a Roma, due anni fa, a cantare con tutti gli altri candidati 'Meno male che Silvio c'è'. Pochi giorni dopo è stato eletto governatore della Calabria con il 57 per cento dei voti. Ma adesso, nella diaspora del centrodestra, non è più tempo di culto della personalità del Capo. E con 'l'Espresso' Scopelliti si toglie qualche sassolino dalla scarpa nei confronti del suo partito e del vecchio governo. Arrivando a sostenere senza mezzi termini la protesta dei forconi e dei Tir.

Governatore, iniziamo dal suo partito. Qual è il problema?
«Penso che il Pdl abbia fatto solo una parte del suo percorso. Angelino Alfano incarna la stagione di cambiamento e novità, ma ora bisogna osare e accelerare su questa strada. Ci vuole una classe dirigente credibile, che viene da esperienze anche gestionali, con l'orecchio attento ai territori. Ecco: il Pdl deve sanare il rischio di avere un gruppo dirigente che vive lontano dai bisogni del Paese».

Più in concreto?
«Ad esempio, qui in Calabria c'è un gruppo dirigente giovane, dirompente e diverso. In parole povere, siamo credibili e capaci di aggregare. Qui la politica ha occupato il proprio spazio, non lo ha delegato».

Ma è anche una questione di alleanze? Voglio dire, in Calabria lei è alleato con Casini e Rutelli. Un modello esportabile?

«Assolutamente sì. Noi dobbiamo sforzarci di costruire questa alleanza a livello nazionale. Con Udc e Api abbiamo valori di riferimento comuni, ci aggreghiamo sui problemi concreti. Quanto a Fli, sul nazionale si può costruire un rapporto. In regione non ci sono le condizioni».

E i leghisti?
«L'alleanza con loro a livello nazionale può andare avanti, a patto però che il Pdl irrobustisca la coalizione con il Terzo Polo, proprio per contrastare le richieste «nordiste» del Carroccio. Anche se uomini come Roberto Maroni hanno ormai un consenso di carattere nazionale».

E' un progetto ambizioso, il suo.
«Meno di quanto sembri. Stiamo parlando di persone che sono state insieme dal 1994 a poco tempo fa. E poi solo così si può ridisegnare una nuova, grande aggregazione alternativa alla sinistra. Con il Pdl a svolgere un ruolo di mediazione tra le parti in causa. Un ruolo decisivo».

Intanto il suo partito a livello nazionale appoggia il governo, anche se turandosi un po' il naso... Lei cosa ne pensa del suo piano, in particolare per il Sud?

«Intanto va chiarito che nel piano di Monti non ci sono soldi aggiuntivi, ci sono solo i nostri soldi. Peraltro, aspettiamo ancora di sapere quando e quanti arriveranno».

Esca dalla teoria e sia pratico.
«Penso al Ponte sullo Stretto, che per me è un'opera essenziale. Ma se pure il miliardo e seicento milioni previsto venisse investito altrove, sarà diviso tra noi e la Sicilia, come penso sia scontato o ci sarà l'ennesimo tentativo di sottrarre al Mezzogiorno soldi che gli spettano?».

Il governo Berlusconi invece che ha fatto per il Mezzogiorno?
«Inizialmente il Meridione era stato messo in secondo piano. Però, nella fase finale, l'allora ministro Raffaele Fitto si è imposto sui colleghi che frenavano il Piano per il Sud».

Chi frenava?
«Il ministro dell'Economia tiene la borsa, e Giulio Tremonti aveva, e forse ha ancora, un rapporto privilegiato con Umberto Bossi. Inutile negare che ha influito. Di più: questo rapporto ha anche pesato sulla stabilità del governo. La Lega ha fatto i propri interessi, gli interessi del Nord, ma qui sta la grande capacità di una classe dirigente preparata: imporre le esigenze del Mezzogiorno. Questo è stato un limite del Pdl e ora bisogna superarlo».

Lei si è fortemente lamentato anche per il taglio dei collegamenti aerei e ferroviari del Sud. Ma il suo partito se n'è disinteressato.
«Ha protestato per i controlli della Guardia di finanza a Cortina, ma non per i nostri trasporti. Penso e spero per disattenzione. Sennò perché abbiamo festeggiato i 150 anni dell'Unità d'Italia? Per dividere il paese o riunirlo? Noi paghiamo le tasse ma non abbiamo l'alta velocità, mentre l'Alitalia caccia i suoi aerei dall'aeroporto di Lamezia Terme. Se continua così, il movimento dei Forconi diventerà maggioranza».

Perché? Lei pensa che dalla Sicilia potrebbero espandersi in tutto il Sud?
«Credo proprio di sì. Parlano di contenuti e rivendicano posizioni reali. Se il 50 per cento delle merci andasse su ferro, il 20 via mare, il 5 via aereo e il 25 su gomma, la protesta non sarebbe così eclatante. E invece c'è una percentuale enorme di merci che ancora viaggia su gomma. Condivido la loro protesta e sposo le loro istanze. Sono accanto agli autotrasportatori della Calabria».

Rubavano prima e ... adesso?

RICORDARE PER NON DIMENTICARE

Perché tutti odiano le banche

da l' Espresso Economia

Perché tutti odiano le banche

di Paola Pilati
Nate per favorire l'impresa e quindi il benessere, si sono trasformate in enormi divoratrici dei soldi dei contribuenti. E quello che sta succedendo in queste ore sui mercati le rende ancora più impopolari
(31 ottobre 2011)
 
Insaziabili come i grassoni in marsina disegnati da Grosz negli anni Venti o poveri cristi col cappello in mano in cerca di 100 miliardi di euro (108, secondo l'ultima stima, ma c'è chi dice 200) per tenere in piedi le loro disastrate baracche, prima che prendano fuoco e arrostiscano tutta l'economia continentale? Visti dai contestatori di Occupy Wall Street o dai governi che continuano a dargli soldi, i banchieri non sono mai stati così screditati.

L'ultimo scandalo, quello della banca franco-belga Dexia, salvata già una volta a spese del contribuente e ora statalizzata con 4 miliardi di euro, è - più che un campanello d'allarme - una campana a morto per la trasparenza dei governi e per la credibilità dei regolatori: l'opinione pubblica è stata imboccata con qualche dolcetto, rassicurata con una ninna nanna, ma sostanzialmente intortata. Gli stress test, le prove di sforzo che dovevano reclamizzare la robustezza del sistema bancario, si sono rivelati una bufala. I tentativi di imporre regole, rigore, limiti etici, al rischio che le banche amavano intrepidamente affrontare, sono stati aggirati con un gioco di lobby. E in questo mestiere le banche francesi sono state all'avanguardia. Come ha ricostruito il "Wall Street Journal", due anni fa un banchiere francese si recò a Washington per convincere il capo del Fondo monetario di allora, Dominique Strauss-Kahn, che le sue preoccupazioni sulla salute del sistema bancario europeo erano infondate. Ci riuscì. Ma questa mossa ebbe solo l'effetto di far sottovalutare il rischio, e di rallentare la messa in campo di misure di emergenza.

Oggi le tre maggiori banche francesi, Bnp, Crédit Agricole e Société générale sono tra le cause della crisi che ha paralizzato il sistema nervoso bancario europeo, dove il denaro non circola più, cosicché venerdì 21 ottobre i depositi della Bce di Francoforte hanno ospitato "overnight" una montagna di denaro, per la cifra record di 255 miliardi di euro (oltre i 100 è già zona rossa), che nessuno si fida di mettere altrove. Non basta: anche nelle riunioni con la European banking authority per definire gli stress test di quest'anno, racconta sempre il "Wall Street Journal", francesi e tedeschi hanno ottenuto , contro il parere di altri paesi, di non contemplare la variante "default di un paese dell'eurozona". Tutte le maggiori banche europee hanno passato i test: eppure, oggi Dexia è fallita. Retroscena inquietanti. Fatto sta che la francese oggi a capo del Fmi, Cristine Lagarde, ha cambiato idea rispetto al suo predecessore, sentenziando che le banche europee si devono mettere in cerca di 200 miliardi per rafforzare il loro capitale.

Ma chi li pagherà? Si accettano scommesse: a pagare saranno ancora una volta i cittadini contribuenti. E questo dopo che un fiume di denaro pubblico è già defluito nei forzieri bancari: tra settembre 2008 e la fine del 2010 nell'Europa a 27 i governi hanno messo a disposizione del mondo del credito 4.285 miliardi di euro, di cui 1.240 effettivamente erogati, per 300 miliardi sotto forma di ricapitalizzazioni. La parte del leone l'hanno fatta le banche inglesi, tedesche e francesi. Non è bastato.

Oggi l'incubo di tutti si chiama Grecia: il debito greco acquistato dalla Francia è di 92 miliardi di dollari, quello in mano alla Germania 69 miliardi (contro i 20 per il Regno Unito e i 43 per gli Usa), allegramente comprati per via dei tassi più che succulenti. Ora è veleno iniettato in vena. "La verità è che, secondo i criteri di Basilea 2 (il corpus di regole e parametri adesso aggiornato in Basilea3, ndr.) acquistare titoli del debito pubblico non comportava un aumento del rischio per le banche", spiega l'economista Marcello Messori. Poi lo scenario è cambiato, e il rischio di default di Atene ha diffuso il panico. "Se si fosse intervenuti sul focolaio greco subito, oggi non ci troveremmo di fronte alla prospettiva di dover pagare molto di più: gestire il salvataggio bancario ci costerà molto più caro", conclude Messori. Oltre che di titoli greci le banche si sono imbottite di bond del debito pubblico un po' di tutti i paesi. Salvarle vuol dire salvare gli Stati. Ed è per questo che la mission è sostenuta da tutti i governi, Merkel e Sarkozy in prima fila, e che su questo obiettivo si potrà chiedere l'intervento del Fondo salvastati, l'Efsf.

Il business delle famiglie indebitate

da l' Espresso 
Economia

Il business delle famiglie indebitate

di Fabio Lepore
Stanno nascendo nel  mondo del credito le debt agency, pronte a risolvere le pendenze con fisco, banche e finanziarie "pagandole il meno possibile"
(31 ottobre 2011)
Più di 35 miliardi di euro prestati da banche e finanziarie, un debito medio di 19 mila euro a famiglia e, secondo la centrale rischi privata del Crif, quasi 4 milioni di linee di credito in ritardo con i pagamenti. E' tanto quanto basta a far nascere un nuovo business. Così, negli ultimi tre anni hanno iniziato a far capolino nel mondo del credito le debt agency, società di consulenza che intervengono per risolvere le pendenze con fisco, banche e finanziarie "pagandole il meno possibile". Un fenomeno ancora circoscritto (sul Web non se ne contano più di una decina) ma, con la crisi che avanza, in forte crescita. Se l'attività dei mediatori del debito sta passando relativamente inosservata agli operatori creditizi, non è così per le associazioni dei consumatori.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicate sui forum on line le segnalazioni di chi lamenta disservizi e mancanza di trasparenza da parte delle debt agency, accusate di essere inefficaci, di applicare tariffe e anticipi elevati e integrazioni di denaro impreviste. "E' un fenomeno del quale ci siamo accorti", sottolinea Massimiliano Dona, segretario generale dell'Unione nazionale consumatori, "in particolare per il grande business della cancellazione dai protesti o dalle banche dati dei cattivi pagatori. Fanno leva sull'ignoranza delle persone, perché, grazie al codice introdotto dal Garante della privacy nel 2005, la cancellazione dai sistemi di informazioni creditizie è un diritto regolato da precise norme e tempistiche". Replica Salvatore Porcheddu, amministratore delegato di Agenzia Debiti: "Nei nostri confronti ci sono state delle vere e proprie diffamazioni, che abbiamo denunciato alle autorità. Chiediamo un anticipo di 390 euro per l'apertura della pratica e per coprire i costi vivi per analizzare la situazione del cliente, poi concordiamo una parcella, che, sottolineo, rimane fissa sino al termine della consulenza".

La sua è una delle società più discusse sul Web, ma anche la più florida: la debt agency milanese in poco più di un anno di vita si è trasformata da Srl in Spa e dà lavoro a 230 dipendenti. "E' difficile quantificare i risultati ottenuti, perché ogni pratica segue un suo percorso. Dipende molto anche dai tempi della burocrazia". I rumors nati in Rete hanno iniziato a ripercuotersi su altre realtà del nascente mercato. "Da luglio abbiamo sospeso le consulenze ai privati", spiega Giampaolo Luzzi, uno dei fondatori di Liberidaidebiti.it, che, avviata nel 2008, è stata la capostipite delle debt agency italiane.

"Continuavano ad arrivare telefonate di persone esasperate, vessate da altre agenzie cui avevano versato soldi senza ottenere risultati. Il mercato si è rovinato e non era più possibile lavorare. Oggi operiamo solo su mandato delle banche, che ci affidano i casi più delicati. In Italia i tempi per il credit counselor sul modello anglosassone non sono ancora maturi".

Sì, in banca serve una legge

da l' Espresso Economia

Sì, in banca serve una legge

di Massimo Riva
Non si tratta di 'far piangere' i finanzieri. Ma di impedire che agli sportelli raccolgano gli spiccioli dei risparmiatori e al trentesimo piano li dirottino in speculazioni e titoli tossici. Che poi sono quelli che hanno innescato la crisi
(31 gennaio 2012)
Corrado Passera con la moglie alla prima della Scala 
Corrado Passera con la moglie alla prima della Scala 
Ha lasciato l'amaro in bocca a molti il trattamento riservato alle banche nel decreto sulle liberalizzazioni. Sì, qualcosa c'è come, per esempio, il limite ai costi del bancomat ovvero l'obbligo a prevedere conti correnti con spese all'osso. Ma si voleva molto di più. Soprattutto dalla sinistra dello schieramento politico oltre che dal versante leghista sono partite bordate contro il governo Monti accusato di essere succube strumento del potere bancario. Che esista un diffuso malumore in materia è comprensibile alla luce dei guasti che si sono verificati nel mondo bancario e dei loro pesanti riflessi sull'intera economia: senza lo tsunami finanziario innescato dalle allegre speculazioni di molti banchieri strapagati probabilmente non sarebbe esplosa neppure la grande crisi dei debiti sovrani.

Ma lascia parecchio sconcertati l'idea che il decreto sulle liberalizzazioni dovesse essere l'occasione per procedere a chissà quali sanzioni (pecuniarie?) nei confronti dello strapotere bancario. Una simile impostazione del problema rivela l'incredibile miseria di visione concettuale da parte di quei politici che tuonano contro le banche e però non sanno andare aldilà di richieste dall'imbelle sapore punitivo. Già è stato penoso, i mesi scorsi, assistere a una destra che pensava di rianimare il mercato del credito con la mobilitazione dei prefetti, ora non lo è di meno lo spettacolo di una sinistra che contesta con rivendicazioni riassumibili nello slogan: anche i banchieri piangano.

Innanzi tutto va chiarito che i problemi posti dalla crisi finanziaria in atto riguardano solo in parte esigenze di liberalizzazione nel senso di promuovere una maggiore ed effettiva concorrenza nel sistema bancario: compito che l'Antitrust potrebbe già svolgere oggi senza novità legislative. Il nodo cruciale è piuttosto quello di modificare dalle radici l'ordinamento del sistema e non tanto con più regole quanto attraverso una disciplina della funzione creditizia nuova o, per meglio dire, ispirata ai vecchi criteri che nel Novecento hanno consentito un po' dappertutto di far svolgere alle banche il loro compito senza strappi né tragedie.

Si tratta - ecco il punto cui dovrebbero guardare forze politiche degne di questo nome - di ripensare a quanto accaduto durante la grave crisi degli Anni Trenta, quando dall'America di Roosevelt all'Italia di Mussolini si trovò il coraggio di riformare il mercato bancario stabilendo una ferrea distinzione fra esercizio del credito ordinario e speciale. Occorre, insomma, destrutturare quegli enormi falansteri che si nascondono dietro la soave definizione di banca universale, dove al pianterreno si raccolgono gli spiccioli dei depositanti e al trentesimo piano li si dirotta in speculazioni su derivati e titoli tossici di vario azzardo.

In buona sostanza si tratta di cancellare gli effetti di quella deregolamentazione che dagli anni Ottanta in poi ha fatto cadere il sistema di quei muri antincendio - sia fra banche e assicurazioni sia fra le diverse qualità di credito - che per mezzo secolo hanno scongiurato crisi ingovernabili. Vere e profonde riforme, dunque, e non comodi slogan di piazza: ecco il terreno sul quale si vorrebbe vedere all'opera soprattutto una sinistra che ama, appunto, chiamarsi riformista. Ecco qualcosa di serio da reclamare dal governo Monti.

Come ti svendo i beni comuni

Come ti svendo i beni comuni

Il decreto "CrescItalia" privatizza le municipalizzate. In passato ciò ha portato solo corruzione, peggioramento dei servizi e aumento delle tariffe. Come per l’acqua pubblica è necessario mobilitarsi - anche attraverso un nuovo referendum abrogativo - per difendere i nostri “beni pubblici”.

di Antonio Musella

I professori del governo Monti c'hanno detto che dobbiamo rimettere in moto l'economia per uscire dalla crisi. I profeti della tecnocrazia all'italiana, quella con i poteri forti direttamente all'interno dei dicasteri strategici del governo nazionale, quelli che hanno costruito lo stato d'eccezione entro al quale si muove la governamentalità italica, ci dicono che per la ripresa dell'economia servono le liberalizzazioni. In base a questo assunto nasce il decreto CrescItalia, insieme di norme che incidono in maniera strutturale rispetto al governo del “pubblico” su temi e servizi assolutamente centrali. Mentre alcuni titoli del decreto interessano le corporazioni e gli ordini, l'attenzione che vogliamo qui riportare è sul Capo V quello che riguarda la “promozione della concorrenza nei servizi pubblici locali”. L'articolo 26 del decreto CrescItalia apre ad uno stravolgimento strutturale rispetto alla gestione e l'erogazione dei servizi pubblici locali. I trasporti (su ferro, su gomma e via mare), la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, la gestione dei parcheggi, ed in generale tutti quei servizi che vengono gestiti dalle cosiddette aziende municipalizzate.

Occorre ricordare che la quasi totalità di queste aziende sono comunque delle strutture che rispondono al diritto privato. Dalle riforme di Treu, Bersani e Bassanini in poi, quindi dall'epoca del primo governo Prodi, i servizi pubblici locali sono gestiti dalle s.p.a che possono essere a capitale interamente pubblico oppure con la partecipazione dei privati, annoverandosi in questo modo nella categoria delle “partecipate”. La maggior parte di queste aziende nell'ultimo decennio sono state attraversate dai peggiori processi speculativi e di costruzione delle clientele politiche. Non è un caso che i principali scandali legati alla corruzione abbiano avuto come teatro di svolgimento proprio le aziende partecipate. E' il caso dell'ATAC e dell'AMA romane, con tutti gli amici di Alemanno ed i “corsari neri” neofascisti accasati nei consigli d'amministrazione e nei posti dirigenziali. Ma non solo, basta pensare alle vicende che in passato hanno attraversato l'ASIA (azienda di raccolta dei rifiuti) a Napoli, con il meccanismo dei subappalti ai privati, oppure altri casi, spesso poco noti come la Te.Am di Teramo in Abruzzo, i casi di corruzione nella pubblica amministrazione a Parma, di Torino con la vicenda AMIAT, solo per citare alcuni esempi

Proprio le cosiddette “partecipate” sono diventate in questi anni il nodo principale della corruzione in Italia. Sia come luogo di clientele, sia per quello che riguarda la gestione dei subappalti. In tutti i casi ciò che è stato penalizzato da quel processo messo in piedi dai governi di centro sinistra è stata la qualità del servizio pubblico offerto ai cittadini e le tariffe delle utenze.
Questa premessa è necessaria per inquadrare come l'articolo 26 del decreto CrescItalia interviene in maniera strutturale proprio sul tema dei servizi. In tempi in cui la definizione di bene comune viene spesso abusata ed è senza dubbio soggetto di una sperequazione in termini teorici e spesso di una speculazione in termini politici, appare necessario sottolineare che proprio i servizi pubblici come beni materiali ed immateriali possano annoverarsi in maniera corretta nel campo dei beni comuni.

Secondo il decreto l'erogazione dei servizi pubblici deve essere messa a gara entro il 2012 prevedendo anche dei limiti alla partecipazione societarie per gli enti locali. Si prevede anche la possibilità di un’unica gara per l'affidamento simultaneo per tutti i servizi pubblici. In pratica in una unica soluzione tutta la sfera dei servizi pubblici potrebbe essere svenduta alle multiutility in un solo giorno.
Alle imprese che si aggiudicano il servizio è richiesto, sempre dall'articolo 26, di presentare un piano delle economie. Tradotto e specificato significa che le imprese che partecipano alla gara per la gestione dei servizi pubblici devono presentare un piano per “l'efficientamento del personale”. In pratica esuberi, mobilità e licenziamenti.
Per i trasporti regionali su ferro è prevista una proroga di sei anni, al termine dei quali anche questo servizio dovrà essere messo a gara d'appalto.

Il solo modo per rinviare (ma di poco) l'appuntamento con la privatizzazione dei servizi pubblici locali, è quello di costituire delle società in house entro il 31.12.2012 che si propongano come gestori di quel tipo specifico di servizio per il bacino territoriale o ambito territoriale ottimale di competenza. In pratica un’azienda di trasporti a 100% di controllo pubblico può mantenere il servizio solo se si propone a gestirlo nell'intero bacino di utenza, magari l'intera provincia. Bisognerà verificare quanti e quali aziende e quanti e quali Comuni saranno in grado di far valere questa norma. La svendita, come detto, è solo rimandata al 2015. L'articolo 26 infatti ci dice che la gestione del servizio per l'intero bacino per società in house che si propongano come gestori del servizio nell'intero bacino può valere per soli 3 anni, trascorsi i quali il servizio dovrà essere messo a gara.

Siamo di fronte ad uno stravolgimento strutturale dei servizi pubblici. Un passaggio di una gravità enorme che non può passare sotto silenzio. A seguito della privatizzazione dobbiamo essere consapevoli che non potrà più esserci nessun controllo pubblico sulla qualità del servizio, sulle condizioni di lavoro degli operatori, soprattutto non ci sarà nessun controllo pubblico sul costo delle tariffe. In questo modo anche l'articolarsi di percorsi di conflitto rispetto ai servizi pubblici si scontrerà con l'annullamento della funzione di indirizzo delle istituzioni.
Difendere i servizi pubblici oggi può e deve essere terreno di investimento dei movimenti in difesa dei beni comuni.

Innanzitutto bisogna rompere con la stagione delle s.p.a e delle società partecipate. I Comuni devono riacquistare le quote vendute ai privati nelle aziende che gestiscono i servizi. Il ruolo delle multiutility infatti prima ancora che a seguito della privatizzazione dei servizi viene agito già ora in termini speculativi con la partecipazione fino al 49% nelle aziende municipalizzate. Ci sono dei casi limite che godono anche di santificazione da parte di partiti politici come il Pd. E' il caso del ruolo di Hera in Emilia Romagna, multiutility che già controlla un pezzo importantissimo dei servizi pubblici nella regione di Errani e Bersani. Per questo bisogna lanciare una campagna per la trasformazione delle aziende partecipate, che sono delle s.p.a, in aziende pubbliche speciali come nel caso della trasformazione a Napoli della ARIN s.p.a in Acqua Bene Comune Napoli azienda speciale. Attraverso questo tipo trasformazione è possibile che la gestione dei servizi in house fino al 2015 possa servire per prendere tempo e preparare piani contro l'attuazione dell'articolo 26 del decreto CrescItalia. Ma fermare la norma del governo Monti non può che essere una battaglia popolare. Per questo l'ipotesi più plausibile resta quella del referendum abrogativo da presentare entro il 2015.

Per fare questo abbiamo però bisogno di lanciare da subito una campagna di lotta in tutto il paese. Già nei contenuti del referendum contro la privatizzazione dell'acqua vinto nel giugno 2011 esisteva l'esplicito riferimento all'intera sfera dei servizi pubblici. Il ritiro della norma del decreto CrescItalia che annullava l'esito referendario sull'acqua ha messo dunque al riparo solo la gestione del servizio idrico integrato.

Tanti sono gli articoli del CrescItalia che dovrebbero essere oggetto di approfondimento e di mobilitazione sociale. Ad esempio l'articolo 25 sullo smantellamento delle centrali nucleari che stabilisce la costruzione del Deposito Nazionale dei rifiuti nucleari e definisce le pratiche per la costruzione di questo mandandole in deroga alle normative vigenti fatta salva la Valutazione d'Impatto Ambientale.
Oppure l'articolo 44 che prevede l'ingresso dei privati in project financing nella costruzione delle carceri, unica risposta che il governo Monti sembra dare alle condizioni disumane in cui si vive nelle patrie galere. Ed ancora l'articolo 55 che dà la possibilità ai comuni di emettere obbligazioni per la costruzione di opere pubbliche dando in garanzia ai possessori dei titoli beni del patrimonio immobiliare di pari valore dell'opera. In caso di ritardi ci sarà una svendita a costo zero del patrimonio immobiliare dei comuni che verrà così sottratto alla pubblica utilità per finire nelle mani dei grandi speculatori.

In materia di sviluppo, fuori per quello che ci riguarda da ogni ipotesi tardosviluppista ed infarcita dal paradigma della crescita fordista, sarebbe interessante ragionare invece sulla proposta che Luciano Gallino ha lanciato su Repubblica, poi ripresa sul sito di MicroMega.

Un piano per le piccole opere che lo Stato potrebbe mettere in atto qualificandosi come datore di lavoro di ultima istanza. Un piano per affrontare temi seri che poco hanno a che fare con le speculazioni ed invece molto hanno a che fare con la difesa dei beni comuni: il riassetto idrogeologico del territorio, la ristrutturazione delle scuole e quella degli ospedali. Un piano da attuare attraverso un'Agenzia per l'occupazione trovando le risorse nella fiscalità generale attraverso una patrimoniale di scopo ed una quota degli ammortizzatori sociali sostituendo la cassa integrazione straordinaria con un lavoro vero pagato decentemente. Una proposta, quella di Gallino, che si coniuga bene anche con un’idea di riconversione ecologica complessiva delle attività produttive del nostro paese e che pone l'accento intorno alla difesa dei beni comuni, non come feticcio da agitare ma come piano d'azione concreto su cui mettere a valore il portato delle lotte sociali.

Proposte lontane dalle grandi opere che distruggono i territori come la Tav, che invece il governo dei professori vuole intendere come unico modo, insieme alle privatizzazioni, per uscire dalla crisi.

Cie ancora censurati per la stampa. La denuncia della campagna LasciateCIEntrare

 
Articolo 21 -
Cie ancora censurati per la stampa. La denuncia della campagna LasciateCIEntrare
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di Redazione

Cie ancora censurati per la stampa. La denuncia della campagna LasciateCIEntrare Rimosso il divieto all’accesso della stampa nei Centri di identificazione e di espulsione e nei Centri di accoglienza per richiedenti asilo, la campagna LasciateCIEntrare denuncia pubblicamente che i giornalisti continuano a subire pesanti censure quando riescono a essere autorizzati dalle prefetture a entrare nei Cie. Giovedì 26 gennaio le reporter Ilaria Roberta Sesana della testata “Terre Di Mezzo” e Milena Boccadoro del Tg3 Regionale del Piemonte sono entrate nel Cie di Torino, dopo avere fatto richiesta ufficiale alle autorità competenti. Le giornaliste hanno raccontato di  non essere riuscite a parlare nemmeno con un uno dei migranti reclusi. La motivazione addotta dai responsabili del centro e dai funzionari di Questura e Prefettura è che si crea tensione davanti alle telecamere. Ma le interviste non sono state possibili neanche senza telecamere. Davanti alle proteste delle giornaliste, che volevano raccontare i fatti sentendo non solo le voci ufficiali dell’ente gestore e delle autorità, ma anche parlando direttamente con chi subisce la reclusione nel Cie, i responsabili della struttura hanno chiesto di inoltrare una nuova richiesta perché forse in futuro si potrà entrare nella sezione femminile del Cie. È evidente che si tratta di un muro di gomma, in cui si cerca di impedire un’informazione accurata mediante ostacoli burocratici. I Cie costano milioni di euro. Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, recentemente il governo Monti ha autorizzato una spesa di 17,7 milioni di euro per il funzionamento nel 2012 di due ex tendopoli adibite a Cie, quelle di Santa Maria Capua Vetere, bruciata con una rivolta nel corso del 2011 e di Palazzo San Gervasio (Pz), definita da inchieste giornalistiche la “Guantanamo” italiana. La campagna LasciateCIEntrare nata dai giornalisti e dalla società civile proprio per rimuovere la censura su questi centri e garantire la trasparenza delle informazioni denuncia come una pesante limitazione alla libertà di stampa quello che è successo il 26 gennaio alle giornaliste Sesana e Boccadoro.  Una testimonianza della visita nel Cie di Torino arriva da Monica Cerutti, consigliera regionale di Sinistra Ecologia e Libertà, aderente alla campagna LasciateCIEntrare. “Abbiamo paradossalmente rilevato una complicazione dell'ingresso: come consigliera regionale adesso è necessaria per l'entrata la delega del presidente del Consiglio regionale, mentre prima non lo era – scrive Cerutti in una nota - Ai giornalisti è stato al momento concessa solo l'entrata nella palazzina centrale con la possibilità di visionare la struttura dall’alto dalla sua terrazza.E' stata rimandata a una visita successiva la possibilità di entrare con le telecamere nelle aree dove sono ospitate le persone trattenute. Rispetto alla nostra precedente visita dell'autunno scorso ci è stato comunque segnalato che le condizioni interne sono molto più tese. Per noi questo è motivo di grande preoccupazione”. 
Dopo avere atteso per giorni l’autorizzazione, le giornaliste hanno potuto parlare solo con i gestori del Cie al chiuso di una stanza e, al termine del colloquio, dare un’occhiata alle gabbie del Cie dall’alto di un terrazzo interno. Ilaria Sesana ha inoltre atteso invano che la prefettura di Milano rispondesse ai suoi fax per avere accesso al Centro di identificazione e di espulsione lombardo. La stampa è di fatto ancora imbavagliata su uno dei temi più delicati in ambito di politiche migratorie e diritti umani. La campagna LasciateCIEntrare vigila sulla situazione e non smetterà di denunciare ogni tipo di censura sull’argomento.
LasciateCIEntrare. ''CIE e CARA - Istruzioni per l'uso?'', 30 gennaio, Fnsi

"Tutti pazzi per Maryo"?

 
Articolo 21 - Osservatorio TG
"Tutti pazzi per Maryo"?
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di Osservatorio TG

"Tutti pazzi per Maryo"?  Roberto Natale

ASCOLTA L'OSSERVATORIO TG DEL 30 GENNAIO 2012
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I TG di lunedì 30 gennaio - Alcune testate - TG1, Tg 2, Tg 3 - scelgono di aprire su Bruxelles, e così come era accaduto venerdì sera con l’intervista in diretta su Tg , Mario Monti continua a “scalare” le vette dell’attenzione mediatica. Tg La 7 parte da questa considerazione e si chiede se non ci sia un atteggiamento troppo “morbido” di giornali e telegiornali nei confronti del nuovo Premier; le risposte – discordanti-  giungono da Orfeo e Travaglio. Tg 4 con Fede – in dialogo con l’immancabile Feltri – crea una gag sul “Trombinoscope”, la pubblicazione francese che per il 2011 ha dichiarato Monti il “politico dell’anno”. Vi lasciamo immaginare come il disappunto della coppia si muti in cameratesca goliardia.  Monti, insomma, uber alles. E proprio a Monti si sono oggi rivolti tutti gli esponenti del mondo del giornalismo – sindacato, Ordine, Inpgi, ecc. – per  chiedere attraverso una lettera appello un’ immediata nuova governance della Rai. Nel commento abbiamo sentito il Presidente della Fnsi, Roberto Natale, per capire se si punta veramente su di un’azione di Monti. Il tutto a poche ore dalla possibile riconferma per un anno di Maccari alla direzione del Tg 1, grazie ad una ripresa in salsa lottizzatoria del rapporto Pdl– Lega.
Nei Tg di stasera l’eco delle polemiche sul Tg 1 risuona nel Tg 5 e – facile da prevedere – il Tg di Mimun si schiera a 180 gradi con il Direttore Generale Lei, approvando “l’autonoma”  scelta di prorogatio per Maccari. La militarizzazione delle testate Mediaset nella campagna contro i giudici milanesi del processo Mills, partita un paio di settimane fa,  si arricchisce  questa sera delle uniformi di alta ordinanza grazie alla notizia della “ammissibilità” delle ricusazione. La gara contro il tempo e per la prescrizione ingaggiata dagli avvocati di Berlusconi è ripresa da tutti, ma i telespettatori meno “intuitivi” rischiano di capire poco.
Quella che invece risulta evidente a tutti - e squallida per qualcuno -  è la “pompa magna” con cui Studio Aperto decide di festeggiare i 10 anni di compleanno del caso Cogne: primo titolo per il “delitto che ha diviso l’Italia”.
Luca Fargione


Il Commento di Roberto Natale, Presidente della FNSI
(Intervista di Alberto Baldazzi)
Che cos’è questa lettera -  oltre che un importante documento unitario del mondo del giornalismo? Un cahier de doleances? Questa richiesta a Monti è una “prece” o punta ad un obbiettivo concreto?
“Punta innanzitutto ad uscire dalla palude nella quale sta affondando il servizio pubblico. Punta ad uscirne nel rispetto delle regole -  quindi no ad ogni ipotesi di commissariamento - : eravamo contrari al commissariamento all’epoca del governo Berlusconi, e restiamo allo stesso modo contrari ai commissariamenti nell’epoca del governo Monti. Si fa però appello al governo Monti perché Monti è persona dal forte profilo europeo. E allora tutte le istituzioni del giornalismo italiano gli dicono: “Faccia qualcosa che avvicini l’Italia all’Europa, anche nelle modalità di gestione del servizio pubblico”. La richiesta è di una riforma della cosiddetta “governance”, cioè dei criteri di nomina del vertice Rai che finalmente sottragga la Rai all’arbitrio dei governi di turno, compreso l’attuale governo Monti, all’arbitrio dei partiti, alla lottizzazione, al peso delle logge e delle lobby che, talvolta non meno dei partiti, pesano sulla vita del servizio pubblico. Chiediamo a Monti di mostrare anche su questo quel carattere riformatore che sta cercando di mostrare in altri campi della  vita pubblica  italiana. Sappiamo che il servizio pubblico è prova difficilissima, ma gli chiediamo anche su questo un segno di discontinuità”.
Natale, se Monti vorrà battere un colpo dovrà farlo entro il 28 di marzo, data di scadenza dell’attuale Consiglio di Amministrazione Rai. Ma c’è anche qualche data intermedia. C’è quella di domani: cosa può accadere, nel breve o medio periodo, di ancora peggiorativo nel servizio pubblico?
“C’è purtroppo ancora la possibilità di peggiorare ancora  una situazione già gravissima. Le notizie degli ultimi giorni dicono che è in gestazione un’operazione di marcata lottizzazione: l’accordo che sarebbe stato raggiunto da Pdl e Lega per una ripartizione/spartizione della più importante testata generalista, il Tg1, alla guida del quale verrebbe prorogato Maccari, che proprio in questi giorni sta andando in pensione. La nomina di Alessandro Casarin,  attuale co-direttore della Tgr, la testata giornalistica regionale, con la benedizione della Lega. Noi diciamo che il servizio pubblico ha bisogno di tutto fuorché di una nuova puntata di fortissima lottizzazione. E’ il caso di marcare la discontinuità, e quindi attendiamo davvero l’intervento del governo, e questo non perché il controllo della Rai debba stare nelle sue mani, ma perché il governo ha la possibilità di azionare la leva della riforma. Ecco in quale chiave chiediamo l’intervento del governo. Monti si sbrighi a fare proposte di riforma, e intanto chi sta a viale Mazzini - che già ha fatto, con il Direttore generale Lei , in pochi mesi molti danni, cacciando molte persone gradite al pubblico del servizio pubblico –  cerchi  di non fare altri disastri”.


Dati Auditel di domenica 29 gennaio 2012

Tg1 - ore 13:30 6.161.000 28,16% ore 20:00 6.278.000 22,63%.
Tg2 - ore 13:00 3.570.000 17,51% ore 20:30 2.396.000 8,14%.
Tg3 - ore 14:30 2.294.000 10,67% ore 19:00 2.946.000 12,89%.
Tg5 - ore 13:00 3.683.000 17,73% ore 20:00 5.802.000 20,79%.
Studio Aperto - ore 12:25 2.430.000 14,05% ore 18:30 2.422.000 11,72%.
Tg4 - ore 11:30 1.139.000 9,52% ore 19:00 1.328.000 5,82%.
Tg La7 - ore 13:30 1.200.000 5,49% ore 20:00 1.605.000 5,74%.

Fonte: www.tvblog.it