sabato 21 luglio 2012

GB/ SCANDALO INTERCETTAZIONI ILLEGALI, ARRESTATO GIORNALISTA DEL SUN


GB/ SCANDALO INTERCETTAZIONI ILLEGALI,
ARRESTATO GIORNALISTA DEL SUN
(in galera finora oltre 60 cronisti).
Rhrodri Phillips accusato di
aver intercettato computer


Londra, 19 luglio 2012. La polizia britannica ha arrestato un giornalista del Sun, il tabloid di Rupert Murdoch, sospettato di spionaggio telematico.  Le forze dell'ordine hanno spiegato che un uomo è stato arrestato in un raid all'alba nella sua abitazione nel nord di Londra, nell'ambito dell'Operazione Tuleta, un'inchiesta sulle intercettazioni di computer collegata allo scandalo delle intercettazioni telefoniche illegali in Gran Bretagna.

«Gli agenti di Operazione Tuleta hanno arrestato un uomo nella sua abitazione nel nord di Londra alle 6.30 di questa mattina», ha indicato un portavoce di Scotland Yard, spiegando di non poter  fornire ulteriori dettagli. Secondo gli organi di informazione britannici, il giornalista arrestato è il reporter del Sun Rhrodri Phillips.

News International, la filiale britannica dei quotidiani dell'impero di Murdoch (News Corporation) con sede negli Stati Uniti, ha confermato la notizia dell'arresto di un suo dipendente.

«Un giornalista del Sun è stato arrestato questa mattina», ha riferito un portavoce. L'arresto è il settimo nell'ambito dell'Operazione Tuleta, una delle tre inchieste collegate innescate dallo scandalo delle intercettazioni illegali che ha portato alla chiusura di un altro tabloid di Murdoch, il News of the World. Le altre due sono Operazione Weeting (sulla pratica delle intercettazioni telefoniche nei quotidiani britannici) e  Operazione Elveden (sui pagamenti ingiustificati dei giornalisti a poliziotti e pubblici ufficiali).

Oltre sessanta persone sono state arrestate nelle tre inchieste compresi Rebekah Brooks, ex collaboratrice principe di Murdoch e amica del primo ministro britannico David Cameron, e Andy Coulson, ex portavoce dello stesso premier. (TMNews)


CASO MAUGERI: LA PROCURA di Milano INDAGA SU 4 GIORNALISTI PER le NOTIZIE su DACCO'-FORMIGONI. ALLO STATO NESSUNA IPOTESI di REATO PER PUBBLICI UFFICIALI


CASO MAUGERI: LA PROCURA di Milano INDAGA SU 4 GIORNALISTI PER le NOTIZIE su DACCO'-FORMIGONI. ALLO STATO NESSUNA IPOTESI di REATO PER PUBBLICI UFFICIALI. Ma l’iniziativa della pubblica accusa contro i cronisti si scontra con due sentenze recenti (e vincolanti) della Corte dei diritti dell’Uomo di Strasburgo (l'interesse della collettività all'informazione prevale anche quando la fonte siano carte segretate, intercettazioni pubblicabili, giustificata la divulgazione di notizie di interesse generale). In coda l’analisi di Franco ABRUZZO.

Milano, 19 luglio 2012. La procura di Milano ha aperto un'inchiesta nei confronti dei tre giornalisti de 'Il Fatto quotidiano' autori degli articoli e il loro direttore apparsi oggi sul giornale dal titolo "9 milioni di euro, i soldi di Daccò a Formigoni". Lo ha comunicato ufficialmente il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati il quale, in una nota, precisa che l'indagine è stata avviata con l'ipotesi di reato di pubblicazione arbitraria di notizia coperta da segreto istruttorio.     Gli articoli pubblicati, si fa notare in Procura, fanno riferimento ad una informativa e a intercettazioni non ancora depositate agli atti. Allo stato però la procura non ha 'allargato' la sua indagine ad uno o più pubblici ufficiali, al momento ignoti, che potrebbero rispondere di rivelazione di notizia coperta da segreto.  (Adnkronos)

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1. Cedu. Decisione di Strasburgo. Il diritto di cronaca  va sempre salvato. Per i giudici l'interesse della collettività all'informazione prevale anche quando la fonte siano carte segretate 


di Marina Castellaneta per Il Sole 24 Ore del 17/4/2012

La Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) pone un freno alle perquisizioni nei giornali e al sequestro da parte delle autorità inquirenti dei supporti informatici dei giornalisti. Con un preciso obiettivo. Salvaguardare il valore essenziale della libertà di stampa anche quando sono pubblicate notizie attinte da documenti coperti da segreto. Lo ha chiarito la Corte dei diritti dell'uomo nella sentenza depositata il 12 aprile (Martin contro Francia) che indica i criteri ai quali anche i giudici nazionali devono attenersi nella tutela del segreto professionale dei giornalisti per non incorrere in una violazione della Convenzione e in una condanna dello Stato.

A Strasburgo si erano rivolti quattro giornalisti di un quotidiano francese che avevano pubblicato un resoconto di documenti della Corte dei conti che riportavano anomalie nell'amministrazione di fondi pubblici compiute da un ex governatore regionale. Quest'ultimo aveva agito contro i giornalisti sostenendo che era stato leso il suo diritto alla presunzione d'innocenza anche perché erano stati pubblicati brani di documenti secretati. Il giudice istruttore aveva ordinato una perquisizione nel giornale con il sequestro di supporti informatici, agende e documenti annotati. Per i giornalisti non vi era stato nulla da fare. Di qui il ricorso a Strasburgo che invece ha dato ragione ai cronisti condannando la Francia per violazione del diritto alla libertà di espressione (articolo 10 della Convenzione).

Per la Corte la protezione delle fonti dei giornalisti è una pietra angolare della libertà di stampa. Le perquisizioni nel domicilio e nei giornali e il sequestro di supporti informatici con l'obiettivo di provare a identificare la fonte che viola il segreto professionale trasmettendo un documento ai giornalisti compromettono la libertà di stampa. Anche perché il giornalista potrebbe essere dissuaso dal fornire notizie scottanti di interesse della collettività per non incorrere in indagini. È vero - osserva la Corte - che deve essere tutelata la presunzione d'innocenza, ma i giornalisti devono informare la collettività. Poco contano - dice la Corte - i mezzi con i quali i giornalisti si procurano le notizie perché questo rientra nella libertà di indagine che è inerente allo svolgimento della professione. D'altra parte, i giornalisti avevano rispettato le regole deontologiche precisando che i fatti riportati erano ricavati da un rapporto non definitivo. Giusto, quindi, far conoscere al pubblico le informazioni in proprio possesso sulla gestione di fondi pubblici. (in http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=8875)



2. Cedu: giustificata la divulgazione di notizie di interesse generale. Intercettazioni pubblicabili. Niente sequestro del materiale che viene utilizzato dai giornalisti - PIÙ TUTELE - La pronuncia, resa su un caso verificatosi in Francia, impedisce agli inquirenti di cercare con mezzi invasivi la fonte delle informazioni

di Marina Castellaneta - Il Sole 24 Ore  30/6/2012

La pubblicazione integrale delle trascrizioni di intercettazioni telefoniche e di documenti coperti da segreto istruttorio rientra nel diritto del giornalista a pubblicare notizie di interesse generale. Con un evidente rafforzamento del diritto di cronaca e della libertà con cui i cronisti possono affrontare le indagini giudiziarie e il loro svilupparsi e la relativa tutela delle fonti di informazione. Di conseguenza, le autorità nazionali non possono sequestrare supporti informatici e documenti del giornalista né procedere a perquisizione "massicce" e spettacolari nella redazione e nell'abitazione con il solo obiettivo di scoprire la fonte del reporter.

L'indicazione, che si inserisce in un dibattito sempre acceso in materia di intercettazioni, arriva dai giudici europei. I principi sono stati, infatti, stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) nella sentenza del 28 giugno (Ressiot e altri contro Francia) che contribuisce a rafforzare la tutela delle fonti dei giornalisti. Che - ha precisato Strasburgo - non è un semplice privilegio concesso al cronista, ma è un diritto indispensabile alla libertà di stampa affinché la collettività sia informata su questioni scottanti. Con precisi limiti per le autorità inquirenti che non possono intervenire con mezzi invasivi utili a scoprire l'autore di fughe di notizie. Anche perché, per la Corte, nel bilanciamento dei vari interessi in gioco, è prioritaria la tutela della libertà di stampa, essenziale in una società democratica.

Alla Corte europea si erano rivolti alcuni giornalisti francesi che su «Le Point» e «L'Équipe» avevano pubblicato notizie su un'inchiesta relativa all'uso del doping nel ciclismo.

Di qui l'apertura dell'indagine: gli inquirenti volevano scoprire chi aveva trasmesso documenti ai giornalisti e avevano così ordinato la perquisizione e il sequestro di materiale cartaceo e informatico disponendo anche intercettazioni telefoniche delle utenze dei giornalisti.

Una flagrante violazione della Convenzione europea che assicura il diritto alla libertà di espressione (articolo 10). È vero – riconosce la Corte europea dei diritti dell'uomo – che i giornalisti nell'esercizio di questo diritto, non hanno un piena e totale libertà di agire, hanno precise responsabilità e devono tener conto del diritto alla presunzione d'innocenza, ma le autorità inquirenti non possono intervenire violando il diritto dei reporter a tutelare le proprie fonti.

Poco importa se le indagini non hanno poi determinato l'individuazione delle fonti. Basta l'adozione di misure nei confronti dei giornalisti a produrre un chiaro effetto limitativo del diritto alla libertà di stampa.

La tutela delle fonti - osserva Strasburgo - non è un semplice privilegio da accordare a seconda della liceità o dell'illiceità della fonte, ma un elemento essenziale della libertà di stampa. Tanto più che le perquisizioni nel giornale erano state svolte in modo "spettacolare" incidendo sugli altri reporter presenti in redazione. In pratica, gli interventi dell'autorità giudiziaria sono stati percepiti «come una minaccia potenziale per il libero svolgimento della professione».

Di qui la condanna alla Francia, che è stata obbligata anche a pagare le spese processuali che erano state sostenute dai giornalisti (circa 45mila euro per i 5 ricorrenti).

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DIRITTI FONDAMENTALI DI LIBERTÀ: LA CEDU  SEMPRE PIÙ PRESENTE E CONDIZIONANTE.

analisi di Franco Abruzzo, consigliere e già presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia.



La libertà di stampa, il segreto professionale dei giornalisti e il diritto dei cittadini all’informazione sono considerati e “vissuti” come diritti fondamentali nella giurisprudenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo.  Questi principi sono salvaguardati, non solo dall’articolo 21 della Costituzione, quanto anche  dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (CEDU). L’articolo 10 (Libertà di espressione), - ripetendo le parole della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo del 1948 e anticipando il  Patto sui diritti politici di New York del 1966 -,  recita: “Ogni persona ha diritto alla libertà d'espressione. Tale diritto include la libertà d'opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiere”. La libertà di ricevere le informazioni comporta, come ha scritto la Corte di Strasburgo, la protezione assoluta  delle fonti dei giornalisti.

Il diritto di cronaca non è un privilegio dei giornalisti, ma un diritto fondamentale di ogni cittadino europeo, del suo "conoscere per deliberare". Le sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo ripetono, con costanza e coerenza, che "la libertà d'informazione ha importanza fondamentale in una società democratica". In una sentenza del 2007, che riguardava due giornalisti francesi (Jérôme Dupuis et Jean-Marie Pontaut  c. Francia),  autori di un libro sulle malefatte di un collaboratore di Mitterrand, la Corte ha ritenuto che la notorietà della persona e l'importanza della vicenda rendevano legittima la pubblicazione anche di notizie (intercettazioni) coperte dal segreto. Una sentenza (rafforzata dalla sentenza Ressiot del 28/6/2012) valida oggi in italia dove si discute di bavagli all’informazione in tema di intercettazioni.

In due sentenze del 2005 e del 2008  (Pakdemirli c. Turchia e Riolo c. Italia) la Corte ha messo in evidenza che eccessivi risarcimenti del danno a carico di giornalisti e editori possono costituire una forma di intimidazione che viola la libertà d'informazione. Le  sanzioni pecuniarie sproporzionate tolgono la  libertà di espressione a chi viene condannato. La  Corte, inoltre, ha detto no al carcere per il reato di diffamazione: il carcere ha un effetto deterrente sulla libertà del giornalista di informare, con effetti negativi sulla collettività che ha, a sua volta, il diritto di ricevere informazioni.

La libertà dei giornalisti implica la facoltà di utilizzare una certa dose di esagerazione e, persino, di provocazione. Quanto al tono polemico e addirittura aggressivo dei giornalisti, oltre al contenuto delle idee e delle informazioni, l'articolo 10 tutela anche il loro modo di espressione (Caso Bladet Troms e Stensaas/Norvegia). Concetto ribadito in due altre sentenze: al giornalista deve essere concessa «una certa dose di esagerazione e di provocazione», soprattutto nei giudizi di valore (Kydonis v. Grecia; Riolo v.. Italia).

Forzare i titoli si può, rientra nella libertà  di stampa e non ci può essere condanna (Gutiérrez Suárez-direttore di Diario 16 v. Spagna, ricorso 16023/07)

Che peso hanno le sentenze di Strasburgo nel sistema giudiziario italiano? “Il giudice nazionale deve tener conto delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo ai fini della decisione, anche in corso di causa, con effetti immediati e assimilabili al giudicato”: è quanto stabilito dalla Corte di cassazione (terza sezione civile) con la sentenza n. 19985 del 30 settembre 2011,  che precisa: “In via generale, va ribadito l'orientamento di questa Corte circa l'immediata rilevanza nel nostro ordinamento delle norme della suddetta Convenzione (art. 6) e circa l'obbligo per il giudice dello Stato di applicare direttamente la norma pattizia (Cass., S.U., n. 28507/05), anche quando essa non sia conforme al diritto interno, alla sola condizione che la sua interpretazione superi il doveroso controllo secundum constitutionem. Le norme convenzionali, infatti, fanno sistema con l'art. 2 Cost., fonte assiologica interna, in quanto i diritti riconosciuti dalla Convenzione sono inviolabili perchè funzionali alla dignità di ogni persona, per cui il giudice deve tener presenti, in modo congiunto ed integrativo, i diritti costituzionalmente garantiti e i diritti convenzionalmente protetti,,,,, La sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, una volta divenuta definitiva ai sensi dell'art. 44 della CEDU, ha effetti precettivi immediati assimilabili al giudicato e, in quanto tale, deve essere tenuta in considerazione dall'organo dello Stato che, in ragione della sua competenza, è al momento il destinatario naturale dell'obbligo giuridico, derivante dall'art. 1 della CEDU, di conformare e di non contraddire la sua decisione al deliberato della Corte di Strasburgo per la parte in cui abbia acquistato autorità di cosa giudicata in riferimento alla stessa "quaestio disputanda" della quale continua ad occuparsi detto organo”.

La Convenzione deve il suo successo  al fatto di fondarsi su un sistema di ricorsi – sia da parte degli Stati contraenti sia da parte dei singoli cittadini -  in grado di assicurare un valido controllo in ordine al rispetto dei principi fissati dalla Convenzione stessa. La  Corte europea dei diritti dell'uomo è in sostanza un tribunale  internazionale istituito dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali al quale può essere proposto ricorso  per la violazione di diritti e libertà garantiti dalla Convenzione sia dagli Stati  contraenti sia dai cittadini dei singoli Stati. Prima della entrata in vigore del Protocollo n. 11 (1° novembre 1998) il meccanismo di tutela per la violazione dei diritti garantiti dalla convenzione era assicurata da una Corte omonima e dalla Commissione europea dei diritti dell'uomo (operanti da oltre 40 anni). Tutte le fasi del  procedimento sono svolte oggi nell'ambito della nuova Corte unica. Anche le funzioni istruttorie, già attribuite alla Commissione, vengono svolte all'interno della Corte stessa. La nuova istituzione continuerà ad assicurare un doppio grado di giudizio. In prima istanza spetta a una "Camera ristretta"  della Corte (formata da 7 giudici) esaminare la ricevibilità del ricorso, esperire i tentativi di conciliazione amichevole e, in ultima analisi, decidere della controversia. Avverso la sentenza della "Camera piccola" potrà essere presentato appello alla  "Grande Camera" (formata da 17 giudici). Un'ulteriore differenza rilevante con la vecchia procedura è rilevabile dal fatto che la sentenza della "Camera ristretta" della Corte sarà immediatamente vincolante per le parti, facendo scomparire qualsiasi intervento del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa.

Non solo gli articoli della Convenzione  quant’anche le sentenze definitive della Corte europea dei diritti dell’uomo, che della prima è diretta emanazione, sono vincolanti per gli Stati contraenti. «Le Alte Parti contraenti – dice l’articolo 46 della Convenzione – si impegnano a conformarsi alle sentenze definitive  della Corte nelle controversie nelle quali sono parti». Va detto anche che gli articoli della Convenzione operano e incidono unitamente alle interpretazioni che la Corte di Strasburgo ne dà attraverso le sentenze. Le sentenze formano quel diritto vivente al quale i giudici dei vari Stati contraenti sono chiamati ad adeguarsi sul modello della giustizia inglese. «La portata e il significato effettivo delle disposizioni della Convenzione  e dei suoi protocolli non possono essere compresi adeguatamente senza far riferimento alla giurisprudenza. La giurisprudenza  diviene dunque, come la Corte stessa ha precisato nel caso Irlanda contro Regno Unito (sentenza 18 gennaio 1978, serie A n. 25, §  154) fonte di parametri interpretativi che oltrepassano spesso i limiti del caso concreto e assurgono a criteri di valutazione del rispetto, in seno ai vari sistemi giuridici, degli obblighi derivanti  dalla Convenzione….i criteri che hanno guidato la Corte in un dato caso possono trovare e hanno trovato applicazione, mutatis mutandis, anche in casi analoghi riguardanti altri Stati» (Antonio Bultrini, La Convenzione europea dei diritti dell’uomo: considerazioni introduttive, in Il Corriere giuridico,  Ipsoa, n. 5/1999, pagina 650).

D’altra parte, dice l’articolo 53 della Convenzione,  «nessuna delle disposizioni della presente Convenzione può essere interpretata in modo da limitare o pregiudicare i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali che possano essere riconosciuti in base alle leggi di ogni Paese contraente o in base ad ogni altro accordo al quale tale Parte contraente partecipi». Vale conseguentemente, con valore vincolante, l’interpretazione che della Convenzione  dà esclusivamente la Corte di Strasburgo. Non a caso il Consiglio d’Europa, nella raccomandazione R(2000)7 sulla tutela delle fonti dei giornalisti, ha scritto testualmente: «L'articolo 10 della Convenzione, così come interpretato dalla Corte europea dei Diritti dell'Uomo, s'impone a tutti gli Stati contraenti». Su questa linea si muove il principio affermato il 27 febbraio 2001 dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo: ”I giudici nazionali devono applicare le norme della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo secondo i principi ermeneutici espressi nella giurisprudenza della Corte europea dei Diritti dell'Uomo” (in Fisco, 2001, 4684). Questo assunto è condiviso pienamente dalla  Corte costituzionale: le sentenze di Strasburgo hanno un peso ineludibile  nel sistema giudiziario italiano. Si legge nella sentenza 39/2008 della Consulta: “Questa Corte, con le recenti sentenze n. 348 e n. 349 del 2007, ha affermato, tra l'altro, che, con riguardo all'art. 117, primo comma, Cost., le norme della CEDU devono essere considerate come interposte e che la loro peculiarità, nell'ambito di siffatta categoria, consiste nella soggezione all'interpretazione della Corte di Strasburgo, alla quale gli Stati contraenti, salvo l'eventuale scrutinio di costituzionalità, sono vincolati ad uniformarsi…Gli Stati contraenti  sono vincolati ad uniformarsi alle interpretazioni che la Corte di Strasburgo dà delle norme della Cedu (Convenzione europea dei diritti dell’Uomo)”.

Dal 1°  dicembre 2009 la Carta dei diritti fondamentali della Ue e  la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu) fanno parte della Costituzione europea (Trattato di Lisbona) e sono direttamente applicabili dai giudici e dalle autorità amministrative italiani. Dice l’articolo 6 della Costituzione europea:

“1. L'Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 7 dicembre 2000, adattata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati.

Le disposizioni della Carta non estendono in alcun modo le competenze dell'Unione definite nei trattati.

I diritti, le libertà e i principi della Carta sono interpretati in conformità delle disposizioni generali del titolo VII della Carta che disciplinano la sua interpretazione e applicazione e tenendo in debito conto le spiegazioni cui si fa riferimento nella Carta, che indicano le fonti di tali disposizioni.

2. L'Unione aderisce alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Tale adesione non modifica le competenze dell'Unione definite nei trattati.

3. I diritti fondamentali, garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell'Unione in quanto principi generali”.


giovedì 12 luglio 2012

Passaparola - Delitto imperfetto - Salvatore Borsellino

Passaparola - Delitto imperfetto - Salvatore Borsellino

Delitto imperfetto - Salvatore Borsellino
(11:30)

"Giovanni Falcone morì tra le braccia di Paolo Borsellino all’ospedale civico di Palermo. Paolo disse: "Io di quella strage sono un testimone e aspetto di essere chiamato dall’autorità giudiziaria per dire quello che so e per dire quello che ho scoperto di quella strage”. Non fu mai chiamato dal Tribunale di Caltanissetta per testimoniare e ritengo che un altro dei motivi per cui sia stato ucciso così in fretta è stato proprio per impedirgli di portare quelle testimonianze. Di portare quelle cose che aveva scoperto e che sicuramente aveva scritto nell’Agenda Rossa." Salvatore Borsellino
Il Passaparola di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo e promotore del movimento delle Agende Rosse.
Una congiura durata 20 anni(espandi | comprimi)
Sono Salvatore Borsellino, il fratello minore del Magistrato Paolo Borsellino ucciso in Via D’Amelio il 19 luglio 1992, data di cui quest’anno ricorre il ventennale.
Quando mi resi conto come non si volesse, non si cercasse, di arrivare alla verità per la strage di via D’Amelio, ma si andava in direzione esattamente opposta con i depistaggi che furono messi in atto nel processo, cominciai a parlare nel 2007, soprattutto per rabbia. Dal 2007 ad ora, insieme con il mio Movimento delle Agende rosse, ho combatto una battaglia per la verità e per la giustizia. Una battaglia che ha il suo appuntamento principale il 19 luglio in via D’Amelio quando io e le mie Agende Rosse conveniamo da tutta Italia per impedire che delle ipocrite istituzioni vengano a portare delle corone. Le corone sono il simbolo di morte, per noi Paolo continua a essere vivo. Soprattutto vengono portate delle corone ipocrite. Noi le chiamiamo corone di Stato per una strage di Stato.
Sulla trattativa Stato – Mafia c’è stato un silenzio istituzionale, una vera e propria congiura del silenzio durata 20 anni.
Le istituzioni complici del silenzio(espandi | comprimi)
Mi sarei aspettato che, a fronte del fatto che finalmente ci sono magistrati come quelli della Procura di Palermo che stanno cercando di arrivare a una verità giudiziaria e stanno indagando su questa trattativa, dalla stessa Presidenza della Repubblica arrivasse un invito a cercare di arrivare alla verità, che si cercasse di favorire questi magistrati che stanno cercando di arrivare alla verità su questo che ritengo sia il peccato originale della seconda Repubblica, cioè trattativa tra mafia e Stato e le conseguenti stragi che ne sono derivate. Non solo la strage di via D’Amelio è derivata da quella trattativa, di quella trattativa sono figli anche la strage di via dei Georgofili a Firenze, la strage di via Palestro, gli attentati alla basilica del Vaticano, quell’attentato che avrebbe dovuto esserci allo stadio Olimpico di Roma e che invece poi non avvenne. Non avvenne secondo me perché intanto la trattativa si era conclusa.
Invece a fronte di una richiesta di aiuto di Mancino che era all’epoca Ministro dell’Interno - che ritengo sia la persona che abbia detto a Paolo di fermare la sua indagine, fermare il suo lavoro perché lo Stato stava trattando con la mafia - che è praticamente quasi una minaccia di chiamata di correo - questo ho letto dalle intercettazioni: “Perché devo pagare solo io?” - la Presidenza della Repubblica o almeno il consulente della Presidenza della Repubblica si è adoperato per cercare non di favorire le indagini, ma piuttosto di ostacolarle." Salvatore Borsellino
da blog Beppe Grillo



lettura consigliata 
ultimogiorno_3DA.pngFino all'ultimo giorno della mia vita di S. Borsellino e B. CalasanzioSalvatore Borsellino racconta i ricordi di una vita al giovane amico giornalista Benny Calasanzio, con il quale condivide il dolore di essere parenti di vittime di mafia.

mercoledì 11 luglio 2012

Regime tecnico: il vecchio che avanza


Nuovo!
Vieni avanti!
Al proscenio si presentano: Matteo Renzi, il rottamatore sindaco di Firenze, Silvio Berlusconi, che per sembrare giovane sotto il caldo ‘’Minosse’’ nel primissimo pomeriggio cammina a passo svelto nel parco di Villa Ada in Roma, Corrado Passera, il potente ministro che si fa forte anche delle inchieste sul suo passato di banchiere e delle frequenze tv regalate ai soliti noti (Rai, Mediaset), Mario Monti, che nonostante affermi ‘’nel 2013 me ne vado’’, è invitato a restare da più parti (Pd, Fli, Pdl), soprattutto da Massimo D’ Alema, Paolo Gentiloni, Stefano Ceccanti, Maria Stella Gelmini, Benedetto Della Vedova, Maurizio Lupi, Franco Frattini, Fabrizio Cicchito,  Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini.
Sembra la gag dei fratelli De Rege.
Resta da vedere chi fa il ‘’comico cretino’’ e chi la spalla.
Siamo, forse, anche, al vai avanti tu che a  me mi scappa da ridere.
Il vecchio che avanza è anche la decisione del ministro Passera di rinnovare le autorizzazioni Tv per vent’ anni. In questo modo si favorisce Mediaset che evita di perdere i suoi privilegi, mentre le emittenti locali sofriranno con il passaggio al digitale terrestre. La manovra del ministro, che ha ignorato la Conferenza di Ginevra che ordinava di rivedere la distribuzione delle frequenze per favorire la cosiddetta banda larga, ha due motivi: il primo favorire l’ elezione a presidente della Rai di Anna Maria Tarantola, regolarmente eletta ieri dal nuovo Cda, la seconda essere aiutato da Berlusconi e dai suoi nella eventuale scalata di palazzo Chigi. 
E' ovvio che tutto questo è propellente per Beppe Grillo e il suo Movimento 5 Stelle (M5S).  Ma anche l' ex comico genovese vhe difende il ''Porcellum'' è un vecchio che avanza. Il leader del M5S critica le ipotesi di nuova legge  elettorale che, a suo dire, verrebbe predisposta per impedire al suo movimento di  avere il premio di maggioranza. Per Grillo bisogna votare con quella porcata di  legge elettorale che ha scippato gli elettori del diritto di scegliere da chi si vuole essere rappresentati. Il ‘’Porcellum’’ è stato promosso dalla più becera destra della Repubblica (prima e seconda) e ha consentito con il premio di maggioranza di avere un governo zeppo di pregiudicati, di inquisiti, di conniventi, presunti o reali,  con la mafia.
Ma il grande vecchio che avanza sarà senza dubbio Mario Monti, il premier che, con le continue fiducie, tiene in ostaggio e sotto scacco il Parlamento.
Il presidente del Consiglio dice, molto sottovoce, ‘’Nel 2013 me ne vado’’, ma il suo ‘’partito’’ sostiene che lui, dopo le elezioni, ci sarà. Nel ‘’partito’’ di Monti milita anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che lo ha nominato senatore a vita, lo ha chiamato a salvare la patria, e ha invitato tutti a dare ancora fiducia al professore auspicando che i partiti anche dopo il 2013 effettuino politiche anticrisi.
A buon intenditor…
I fautori del governo tecnico, che vanno da D’ Alema a Fini, passando per Frattini, Gelmini, Gentiloni, Casini, Lupi, Cicchito, Della Vedova, Casini, Cesa, Buttiglione, Alfano, Bocchino, per citare i più noti frequentatori dei salotti televisivi, sono tutti concordi nell’ affermare che nonostante Monti abbia detto e ripetuto di non candidarsi alla guida del nuovo governo potrebbero essere loro a dargli una nuova investitura. Questo è poi quello che in fondo in fondo auspica il professore, che per paura di essere bruciato, nasconde anche se poi non tanto le sue intenzioni. Nei giorni scorsi da Aix-en-Provence, aveva fatto intravedere le sue intenzioni con questa frase: se lo spread non scende è perché “c’è un pò di incertezza su quello che succederà nella governance dell’economia” dopo le elezioni.
Si scrive governo tecnico, ma si legge retriva politica democristiana da prima Repubblica.

lunedì 9 luglio 2012

Monti, fedele alla vecchia politica democristiana: meglio comandare che fottere


Il professore e presidente del Consiglio, Mario Monti, è molto permaloso e non sopporta le critiche, soprattutto quelle che vengono da quella parte che dovrebbe essere con lui, i cosiddetti poteri forti. L’ ultima rampogna è contro il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, che ha osato affermare che la spending review del super commissario Enrico Bondi  potrebbe avere effetti da  ‘’macelleria sociale’’ e che la riforma del lavoro della spocchiosa ministra Elsa Fornero è ‘’una boiata’’, ma che comunque doveva essere approvata.
Squinzi ha anche stilato la pagella di fine anno del professore, senza neppure dargli la sufficienza. Mario Monti, visibilmente irritato, non lascia cadere la provocazione e bacchetta il presidente di Confindustria,  accusandolo di non fare il bene del Paese e delle imprese. “Avevo capito che le forze produttive migliori desiderassero il contenimento del disavanzo pubblico. E che obiettassero a manovre fatte in passato molto basate sull’aumento delle tasse e che era ora di incidere su spesa pubblica e strutture dello Stato. Ma – dice - evidentemente avevo capito male”.

La posizione di Squinzi tutto è fuorché quella di un oppositore pregiudiziale, tale da essere bollato da antitaliano: ‘’Dichiarazioni del genere fanno salire tassi e spread, a carico non solo del debito, ma anche delle imprese’’.
Le critiche di Squinzi sono in linea con quelle che vengono da altre parti, comprese quelle di alcuni esponenti dell’ ammucchiata di governo. Per esempio, il responsabile Economia del Pd, Stefano Fassina, chiede di modificare la spending review, anche se a saldi invariati. Sollecita tagli agli armamenti per prendere lì 5-6 miliardi per il sociale. L’ ex ministro del lavoro, Cesare Damiano, sostiene che il groso derll spending review è contro i lavori pubblici e lo stato sociale con gli interventi su sanità e enti locali. In pratica si tratta di interventi da ‘’macelleria sociale’’.
Dal mondo della sanità è affermato che la riduzione dei finanziamenti al SSN peggiora le diseguaglianze, anche quelle territoriali. Pierluigi Bersani, il leader di uno dei partiti dell’ ammucchiata di governo, sul fronte sanità sostiene che ‘’Una mazzata al SSN io proprio non la vorrei dare. Si rischia poi il bis della vicenda esodati: più confusione che risparmio’’.
Bersani aggiunge che il provvedimento deve essere modificato anche in quella parte che riguarda  il taglio delle risorse degli enti locali, già troppo indeboliti. Il presidente dell’ Associazione comuni italiani, Graziano Delrio, dice che non sono accettabili i tagli lineari ai trasferimenti verso i comuni italiani. Afferma che i comuni vogliono fare la loro parte, ma deve essere altrettanto chiaro che non c’è chi dà ordini e chi esegue.
Anche il mondo della scuola e dell’ università è in subbuglio. Per tutti,  la dichiarazione del presidente dell’ Istituto nazionale di fisica nucleare, Fernando Ferroni: ‘’I nostri esperimenti al Cern (quelli che hanno dato origine alla scoperta della cosiddetta particella di Dio, nda) e al Gran Sasso saranno ridotti del 30%. I nostri ricercatori, senza esperimenti, cosa faranno? E’ un segnale mortale per la scienza italiana e per chi la fa’’.
E’ chiaro che Monti non accetta critiche. Il professore dà gli ordini, gli altri, ubbidienti, devono eseguire. Altrimenti dietro la lavagna, in ginocchio con i ceci sotto le ginocchia. Lui è lui e gli altri non sono un c… niente. Ha necessità di corifei che dicano quanto è bravo e che le critiche sono fuori luogo  e che è necessaria una adesione civile e responsabile alla linea del governo. Il professore però deve stare attento. Il Pdl, per esempio, dice che le scelte di Monti meritano un sostegno aperto e leale.
‘’Timeo Danaos et dona ferentis’’.

E infatti, il Pdl  mentre dà il via libera alla mannaia da 26 miliardi di euro, vuole l’ Iva per cassa, il credito d’ imposta, innovazione e sviluppo per poter parlare in campagna elettorale al blocco sociale di centrodestra.  Inoltre, il Pdl chiede un rinvio sulla Rai e minaccia di far saltare la presidente indicata da Monti, Anna Maria Tarantola. Tutto per far ricacciare nel cassetto del governo le procedure per affidare più poteri al presidente Rai, dopo averlo costretto a rinunciare alla modifica della legge Gasparri.  Il pdl dice di dare un sostegno aperto e leale al governo, ma si occupa solo di quello che interessa al cavaliere, cioè la Rai.
Considerato che da più parti, escluso Udc e il Pdl ( pronto a far saltare Monti se non cederà sulla Rai), si dica che tra tutte le porcherie che questo governo ha fatto con tanta sobrietà , la spending review sia una delle peggiori dovrebbe far capire a Monti che qualcosina forse non va. Il professore non deve ignorare il mondo reale. Non può trascurare le condizioni di vita e di lavoro. Guai a non stare attenti a questi aspetti e sostenere che vale solo il primato della finanza.  Ieri il governatore della Banca d’ Italia, Ignazio Visco, intervistato da Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, ha detto che solo due quinti dello spread italiano dipendono dalla debolezze del Paese, mentre il resto è conseguenza dell’ incapacità politica dell’ Europa di dare al mondo risposte e istituzioni comuni.
L’ arrogante sobrietà di Monti deve finire e il premier deve mettere in atto interventi a favore della produzione industriale, del livello dei salari che incide sui consumi, dei diritti sociali che determinano la qualità della vita.
Invece,  pensa di rimanere dopo il 2013. E’ tentato di dare la propria disponibilità a restare in sella. Il punto, ora, è capire quando uscire allo scoperto. Una decisione che sarà presa più avanti: serve tempo. Ma, ieri, da Aix-en-Provence, ha fatto intravedere le sue intenzioni con questa frase: se lo spread non scende è perché “c’è un pò di incertezza su quello che succederà nella governance dell’economia” dopo le elezioni.
Monti non è ancora uscito allo scoperto per non bruciare la sua forte aspirazione di rimanere anche oltre il termine del suo mandato, soprattutto per non  avere ripercussioni negative nella ‘strana maggioranza’ che sostiene il suo governo tecnico e compromettere il fragile equilibrio politico che regna in Parlamento. Si dice che questo suo desiderio sia per dare certezze ai mercati allontanando lo spettro della speculazione. Si afferma anche che Monti preferisca essere candidato, chiamato per la seconda volta per il bene del Paese.
Forse, più semplicemente, per questo premier che di tecnico conserva ormai solo l’etichetta, vale il  ragionamento da vecchia politica democristiana: meglio comandare che fottere.
plz

venerdì 6 luglio 2012

Ora la verità sulle responsabilità poltiche del massacro alla scuola Diaz


‘’Relativamente all’ episodio della scuola Diaz, il Comitato rileva la legittimità del comportamento delle forze dell’ ordine’’. Questo c’ è scritto nelle conclusioni del Comitato d’ indagine parlamentare presieduto da Donato Bruno, parlamentare di Forza Italia.
Invece no, il comportamento delle forze dell’  ordine non fu legittimo. Dopo undici anni la Corte di Cassazione ha stabilito che ci sono i colpevoli per quella notte in cui in Italia fu sospesa la democrazia. La Cassazione ha confermato le condanne, ha azzerato i vertici  della polizia, ha fatto cadere il rischio della prescrizione, ha certificato le falsificazioni, le bugie, i tentativi, i soliti, di insabbiare tutto, di cui le conclusioni del Comitato d’ indagine parlamentare sono un esempio lampante.
La sentenza non da ragione, però, delle responsabilità politiche. Responsabilità politiche che ci sono. Tutte.,
La politica ha nascosto le proprie responsabilità. Ha eluso le domande e le richieste dell’ opinione pubblica che vuole conoscere perché, quella notte, nella scuola Diaz, si consumò ‘’la più grave sospensione dei diritti civili dalla seconda guerra mondiale in poi’’, secondo Amnesty International. La politica, caparbiamente, ha sempre rifiutato di rispondere. Soprattutto la destra. Il Comitato d’ indagine parlamentare, la maggioranza Berlusconi-Fini, aveva stabilito la sua verità e quella doveva essere. A nulla valse l’ opposizione dei Ds e di Rifondazione comunista.  La  destra ha impedito di conoscere la verità sul ruolo dei servizi, che nelle  settimane precedenti il G8 di Genova, vero e proprio banco di prova di forza del governo Berlusconi-Fini, avevano allarmato gli italiani, soprattutto i genovesi, con notizie di possibili attentati terroristici.
La politica ora deve dire perché. Deve dire a che scopo creare quel clima. Si voleva forse tentare l’ instaurazione di uno stato di polizia? Non si deve dimenticare, infatti, che l’ allora ministro dell’ Interno, Claudio Scajola, dichiarò che avrebbe autorizzato l’ uso delle armi contro i manifestanti che avessero violato la cosiddetta zona rossa. La politica deve spiegare perché nella sala operativa fossero presenti esponenti di spicco della maggioranza che nulla avevano a che fare con il servizio d’ ordine.  A che titolo Fini, allora ministro degli Esteri, il leghista Castelli, i parlamentari liguri di Forza Italia, erano lì presenti? Che cosa facevano tra i comandi dei carabinieri e della polizia questi politici di primo piano, compreso l’ ex maresciallo della benemerita Filippo Ascierto, parlamentare di Fini? Perché c’ è stata, nei giorni successivi a quella brutale violenza di Stato, la manipolazione propagandistica da parte dell’ allora presidente del Consiglio, Berlusconi, e del suo ministro dell’ Interno, Scajola?
La vicenda della scuola Diaz non può e non deve finire con la lettura del dispositivo della sentenza, da parte della presidente della quinta sezione della Corte di Cassazione, Giuliana Ferrua.  Ora che questa sentenza ha posto la parola fine dal punto di vista giudiziario, accogliendo l’ impianto colpevolista della Corte d’ appello e rigettando la lettura sostanzialmente assolutoria del Tribunale, si deve rispondere alla domanda: di chi fu la responsabilità politica?
E’  chiedere troppo conoscere la verità e soprattutto sapere chi decise di sospendere, e perché, la democrazia in Italia?
plz

martedì 3 luglio 2012

Passaparola 02/07/2012 - Un Paese senza verita' - Antonio Ingroia

da informazione senza filtro


Passaparola 02/07/2012 - Un Paese senza verita' - Antonio Ingroia


Credo che in un Paese normale di fronte a questa azione della Magistratura, il paese delle istituzioni e la società si stringerebbero attorno ai magistrati, li si sosterrebbe in questo compito difficile, anzi ciascuno cercherebbe di fare la propria parte. La politica dovrebbe occuparsene, accertando quello che alla politica tocca accertare rispetto al passato, la verità politica, la verità storica – politica. Non tocca alla Magistratura appurare la verità storica. La politica dovrebbe anche individuare responsabilità storiche e responsabilità politiche, non certo le responsabilità penali e invece questo in Italia non è avvenuto. Almeno fino a oggi non è avvenuto. Antonio Ingroia
Il Passaparola di Antonio Ingroia, Pubblico ministero, procura distrettuale antimafia di Palermo
Illuminare gli angoli bui del proprio passato
Buongiorno a tutti, al blog di Beppe Grillo, mi presento, sono Antonio Ingroia, pubblico Ministero alla Procura distrettuale antimafia di Palermo ormai da 20 anni, quando iniziai la mia attività con Paolo Borsellino, ero a Palermo quando vi furono le stragi terribili del ’92 di Falcone e Borsellino. Sono ancora a Palermo e svolgo le funzioni di Pubblico Ministero.
Io credo che il nostro paese sia un paese strano, anomalo. Lo è soprattutto perché ha un rapporto difficile con la verità, da un lato, e dall’altro ha una forte esigenza di verità. Troppi fatti determinati della sua storia, del suo passato, sono rimasti ancora avvolti da una nebbia di silenzi, di menzogne, di reticenze a volte perfino anche istituzionali, di una verità dimezzata e negata.
Un Paese che non riesce a conquistare tutta la verità sulla sua origine, sulla storia di fatti sanguinosi come le tante stragi che hanno contrassegnato la storia del nostro paese, è un Paese che non potrà mai crescere, mai conquistare la democrazia.
Noi siamo un Paese incapace di ricordare il proprio passato, di appropriarsene attraverso la verità, perché poi la verità è anche uno strumento per ricostruire il passato. È un Paese che rimane senza passato e senza memoria perché non ha verità sul suo passato, un paese che non può costruire nessun futuro.
L’Italia è un paese senza verità sulle stragi, sui grandi delitti polico-mafiosi, su tutte queste tragedie dello Stato, incapace di illuminare gli angoli bui e sporchi del suo passato, senza coraggio, dove a volte la ragione di Stato è finita per prevalere sulle ragioni del diritto, sulle ragioni della giustizia. Per esempio, c’è una verità che si è andata concretizzando quella sullo stragismo del 92/93, la verità su quella trattativa stato – mafia che nello sfondo del ‘92/’93 si è sviluppata. Su questa ragione la Magistratura in questi anni ha svolto un’opera complicata, con un obiettivo preciso, cercare di fare il proprio dovere fino in fondo, col dovuto rigore, individuare fatti, reati concreti, accertare le responsabilità penali.
Credo che in un Paese normale di fronte a questa azione della Magistratura, il paese delle istituzioni e la società si stringerebbero attorno ai magistrati, li si sosterrebbe in questo compito difficile, anzi ciascuno cercherebbe di fare la propria parte. La politica dovrebbe occuparsene, accertando quello che alla politica tocca accertare rispetto al passato, la verità politica, la verità storica – politica. Non tocca alla Magistratura appurare la verità storica. La politica dovrebbe anche individuare responsabilità storiche e responsabilità politiche, non certo le responsabilità penali e invece questo in Italia non è avvenuto. Almeno fino a oggi non è avvenuto perché per esempio tante e tante commissioni parlamentari antimafia si sono avvicendate in questi vent'anni, nessuna di questa ha messo al centro della propria attenzione, al centro della propria indagine, l’accertamento della verità su quel terribile biennio 92/93, che è poi il biennio sul quale è nata questa Repubblica. Perché questa Seconda Repubblica affonda letteralmente i suoi pilastri nel sangue di quelle stragi, in quella trattativa che si sviluppò dietro le quinte di quelle stragi.
Non solo la politica non ha fatto questo, ma né dalla politica, né dal mondo dei mass media, il mondo dell’informazione è venuto un sostegno nei confronti della Magistratura, anzi queste iniziative di verità, di realtà giudiziaria ovviamente - non tocca alla Magistratura scoprire la verità storica - sono state accolte con freddezza, fastidio, a volte con ostilità come se questo Paese la verità non la volesse, come se ci fosse una grande parte del Paese che preferisce vivere in quell’eterno presente immobile senza conoscere le proprie origini, forse per la paura di scoprire qualcosa di cui vergognarsi nella propria vita.
Le istituzioni hanno una grande occasione
Perché alla verità inevitabilmente corrisponde sempre la responsabilità e c’è gran parte del Paese che è allergico alla verità, è anche allergico al principio di irresponsabilità, troppo affezionato, soprattutto la nostra classe dirigente, al principio di irresponsabilitàattraverso la ricerca dell’impunità, dell’impunità penale e dell’impunità politica secondo il criterio per cui nessuno deve rispondere dei fatti che ha commesso, esattamente il contrario dei principi di uno stato di diritto e di una democrazia.
Allora probabilmente questa allergia verso la verità nasce da quel peccato originale: rifiutare qualsiasi forma di responsabilità. Alla verità integrale dovrebbe corrispondere la responsabilità penale, quella politica per i politici, quella etico-morale davanti ai cittadini, quei cittadini che sono tanti, assetati di verità e di giustizia.
Noi fino a quando non conquisteremo una sufficiente parte di verità, fino a quando non ristabiliremo principi di responsabilità, non diventeremo mai una democrazia.
Il nostro è un Paese senza responsabilità: troppi assassini in libertà,troppi mandanti di stragi ancora col volto coperto, perché alla Magistratura non vengono dati strumenti efficienti per trovare i colpevoli, perché non ci sono circuiti di responsabilità che vigilano in un paese avanzato e democratico di responsabilità politica e morale. Perché l’Italia è un paese di irresponsabili, senza giustizia e senza verità. La giustizia e la verità a cui hanno diritto le vittime, i familiari delle vittime, a cui hanno diritto i cittadini. Per riconquistare il piacere di sentirsi cittadini di questa Repubblica.
Negli ultimi anni è calato di molto la credibilità delle istituzioni. Abbiamo ora a portata di mano, un momento di un pieno accertamento della verità, una grande occasione, le istituzioni hanno una grande occasione: cercare di riconquistare la verità, riconquistare la fiducia dei propri cittadini che la verità vogliono. Per fare questo occorre che i cittadini interpretino il loro ruolo di cittadini nel modo più attivo possibile. Loro sanno quanto tengono alla verità a per quanto tempo questa verità gli è stata negata.
Noi siamo un po’ orfani, non solo di tanti grandi uomini che hanno fatto la storia più nobile del nostro Paese, e mi riferisco a uomini dello Stato, ai servitori dello Stato, mi riferisco in particolare a quelli che sono stati i miei maestri da magistrato come Falcone e Borsellino. Ma noi ancora più che orfani di questi uomini, siamo orfani della verità, orfani della verità su quella stagione, orfani della verità su quelle nostre origini.
Allora io credo che di fronte a questo scandalo di un Paese che non riesce a conquistare la verità su quella stagione cruciale della sua storia, non vogliamo che l’Italia resti soltanto un paese degli scandali. Vogliamo costruire un’Italia diversa, vogliamo costruire un’Italia libera per liberarla dal ricatto dei poteri criminali di ogni specie. Io credo che i cittadini debbano impegnarsi ciascuno per la sua parte, ciascuno nel suo ruolo, ciascuno nel ruolo che svolge nella società per dare il proprio contributo per conquistarla insieme questa verità, pretendendo ed esigendola, da cittadini, perché la verità è difficile, imbarazzante, può essere solo frutto di una conquista collettiva, di uno sforzo collettivo.
Bisogna spalancare ogni porta chiusa, ripristinare il binomio verità e giustizia per costruire il Paese, per costruire una vera democrazia come fecero i nostri padri costituenti. Dobbiamo, abbiamo il diritto, non soltanto noi da magistrati, ma ognuno di noi cittadini fare tutto ciò che possiamo per conquistare tutta la verità e pretenderla a voce alta, passate parola tra voi cittadini, per conquistare tutta la verità.

Fonte articolo



Berlusconi ammette: "dopo le elezioni coalizione PD-PDL". Allo studio la legge truffa elettorale

Berlusconi ammette: "dopo le elezioni coalizione PD-PDL". Allo studio la legge truffa elettorale


Per Berlusconi la partita è già chiusa in partenza: comunque vadano le elezioni, noi governeremo. 
Bisogna solo studiare una "legge elettorale truffa" che possa garantire questo esito e stabilire i rapporti di forza tra i due grandi partiti: una Grande coalizione PD-PDL che permetta alla casta di restare aggrappata alle poltrone di governo.
Non è altro che l'adozione dello schema politico greco, dove il PASOK (centro-sinistra) e Nuova Democrazia (Centro-destra) si presentano alle elezioni divise, fingono di litigare su alcune questioni, ma poi tutti già sanno che governeranno assieme. 
Così come infatti è successo appena due settimane fa.
Siamo all'ultima frontiera estrema del teatrino della politica, quella che i politologi definiscono la "cartellizzazione della politica":  in sostanza, il cartel party differisce dai precedenti tipi di partito sia per una maggiore interpenetrazione con lo Stato, sia per la diffusione di un modello di relazioni interpartitiche di tipo collusivo: più in generale, perché alla prospettiva delle relazioni tra partiti e società, caratteristica del partito di massa, sostituisce la prospettiva delle relazioni tra partiti e Stato. Katz e Mair ci dicono che la «cartellizzazione» favorisce la comparsa di un sistema partitico scarsamente competitivo, basato sulla «collusione e cooperazione tra competitori apparenti, e su accordi che richiedono il consenso e la cooperazione di tutti, o quasi tutti, i partecipanti rilevanti». 
La riforma della legge elettorale serve appunto a disegnare i confini di questo sistema cartellizzato, in modo da emarginare il più possibile quelli che stanno fuori e favorire i partiti che stanno dentro.  Ne vien fuori la discussione in corso in questi giorni tra gli sherpa del PD, PDL e UDC sul sistema cervellotico misto di 50% di collegi uninominali, con ripartizione provinciale, liste bloccate, preferenze triple e premio di maggioranza. 
Notiamo l' assenza dello scorporo, del recupero dei resti e della scheda a scomparsa, ma siamo sulla buona strada.
E intanto la disoccupazione giovanile è al 36,2%, record storico assoluto.  



p.s .= l'intera intervista pubblicata ieri sul Corriere della Sera a Berlusconi puoi leggerla qui.



Firme false, a Milano chiesto il processo per presidente Provincia Podestà

Firme false, a Milano chiesto il processo per presidente Provincia Podestà

Il procuratore aggiunto, Alfredo Robledo, ha chiesto il giudizi per altre nove persone, tra cui Clotilde Strada, all'epoca responsabile della raccolta firme del partito e che è stata anche collaboratrice della consigliera regionale Nicole Minetti. "Podestà mi disse: 'Avete i certificati elettoriali usateli'"

 
 
Il 12 ottobre inizierà l’udienza preliminare a Milano per il caso delle firme false presentate per consentire alle liste Pdl di partecipare alle elezioni amministrative del 2010. La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio del presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, in qualità all’epoca di coordinatore regionale lombardo del Pdl, perché sarebbe stato il promotore della presunta falsificazione delle firme a sostegno della lista di Roberto Formigoni e di quella provinciale del Pdl per le regionali del 2010.
Il procuratore aggiunto, Alfredo Robledo, ha chiesto il processo per altre nove persone, tra cui Clotilde Strada, all’epoca responsabile della raccolta firme del partito e che è stata anche collaboratrice della consigliera regionale Nicole Minetti. L’accusa per l’attuale presidente della Provincia di Milano è quella di falso ideologico.Le firme, stando alle indagini, sono state riconosciute come fasulle dalle persone il cui nome risultava posto a sostegno della lista, ma che hanno detto agli inquirenti di non avere mai firmato. L’indagine era stata chiusa a fine aprile quando era emerso il coinvolgimento di Podestà.  L’udienza, per Podestà e alcuni consiglieri, si terrà davanti al giudice Stefania Donadeo. L’ipotesi accusatoria è che che siano state falsificate molte firme e precisamente 608 per le elezioni regionali, per cui era candidato alla poltrona di governatore Roberto Formigoni, e 308 per le provinciali, per cui era candidato proprio Podestà. Le firme erano necessarie per la presentare la lista regionale “Per la Lombardia ” e quella provinciale “Il popolo della Libertà – Berlusconi per Formigoni”. La maggior parte dei presunti sottoscrittori, che sono stati ascoltati dagli investigatori dell’Arma dei carabinieri, non hanno riconosciuto le loro firme oppure hanno dichiarato di averle apposte, ma per altre liste elettorali.
A mettere nei guai il presidente è stata proprio Strada che ha raccontato come andò. “Podestà mi disse: ‘avete i certificati elettorali usateli’. Del resto sarebbe difficile sostenere il rinnovo dei contratti se ci saranno problemi sulla presentazione delle liste. Nonostante tutti gli sforzi, giunti verso le 18 non si era raggiunto il minimo di firme necessario per la presentazione delle liste. Non sapendo cosa fare chiamai Podestà, essendo lui il responsabile politico, e gli rappresentai la situazione per la quale mancavano le firme. Podestà mi chiese se io ritenessi vi fosse la necessità della sua presenza in sede, cosa che io gli confermai subito. Venne in sede due ore dopo – è la ricostruzione della ex collaboratrice di Nicole Minetti – intorno alle venti, mentre tutti noi stavamo mangiando qualcosa in sede. Podestà si sedette insieme a me e alle altre persone presenti, chiacchierando. Poi si alzo’ per andarsene. Io lo fermai nel corridoi e gli chiesi indicazioni su cosa fare, poiché non si era raggiunto il numero di firme necessario e non c’era più tempo di farlo, unico motivo per cui gli avevo chiesto di venire in sede. Gli ribadii che ormai avevamo raschiato il fondo del barile delle nostre possibilità e che certamente non eravamo in grado di raccogliere le firme necessarie”.  A questo punto, stando al racconto della Strada, Podestà avrebbe consigliato di usare i certificati elettorali, anche in vista dell’imminente scadenza dei contratti dei collaboratori del partito, il 30 agosto 2010.  ”Tornai nella sala riunioni dove c’erano gli altri, ivi compresi i consiglieri provinciali rimasti, Mardegan, Martino, Turci e Calzavara. Dissi loro che Podestà aveva detto di usare i certificati elettorali, e a quel punto ciascuno dei consiglieri ha preso gli elenchi, compilandoli con le generalità delle persone e apponendone invece loro le firme e poi autenticandole”. “Ovviamente – conclude la Strada – a questa compilazione degli elenchi parteciparono anche altri presenti, ma non sono in grado di dire chi, perché c’era un notevole via vai, mentre io, dopo avere trasmesso ai consiglieri e agli altri le direttive di Podestà, mi sono recata nella stanza del coordinatore regionale per raccogliere gli elenchi che cominciavano ad arrivare dalle altre province”.

Passaparola - Un Paese senza verita' - Antonio Ingroia

Un Paese senza verita' - Antonio Ingroia

Un Paese senza verità
(12:00)
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Credo che in un Paese normale di fronte a questa azione della Magistratura, il paese delle istituzioni e la società si stringerebbero attorno ai magistrati, li si sosterrebbe in questo compito difficile, anzi ciascuno cercherebbe di fare la propria parte. La politica dovrebbe occuparsene, accertando quello che alla politica tocca accertare rispetto al passato, la verità politica, la verità storica – politica. Non tocca alla Magistratura appurare la verità storica. La politica dovrebbe anche individuare responsabilità storiche e responsabilità politiche, non certo le responsabilità penali e invece questo in Italia non è avvenuto. Almeno fino a oggi non è avvenuto. Antonio Ingroia
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Buongiorno a tutti, al blog di Beppe Grillo, mi presento, sono Antonio Ingroia, pubblico Ministero alla Procura distrettuale antimafia di Palermo ormai da 20 anni, quando iniziai la mia attività con Paolo Borsellino, ero a Palermo quando vi furono le stragi terribili del ’92 di Falcone e Borsellino.
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Perché alla verità inevitabilmente corrisponde sempre la responsabilità e c’è gran parte del Paese che è allergico alla verità, è anche allergico al principio di irresponsabilità, troppo affezionato, soprattutto la nostra classe dirigente, al principio di irresponsabilità
da blog Beppe Grillo


lettura consigliata
Nel labirinto degli dèi. di Antonio IngroiaIl racconto-testimonianza di uno dei più autorevoli magistrati antimafia italiani della sua scelta e della sua dedizione, esercitate nei luoghi in cui lo scempio della giustizia è condotto con più sistematica virulenza