lunedì 31 dicembre 2012

Politica, volontariato e lavoro: il Paese liquido torna a sognare




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Politica, volontariato e lavoro:
il Paese liquido torna a sognare

MAPPE. Nel Rapporto Demos su "Gli italiani e lo Stato 2012", la convinzione della società civile che i nostri vizi storici possono essere superati. Dissolte le vecchie istituzioni, si può ricostruire. Cala la fiducia nella Chiesa e anche nel Quirinale, crisi di credibilità per il Parlamento. Attesa per il leader del Pd e il premier uscente

di ILVO DIAMANTI
Viviamo tempi liquidi. Ricorro alla metafora - nota e fin troppo usata - di Zygmunt Baumann. Il quale, per descrivere i cambiamenti del nostro tempo, ha liquefatto tutto. Dalla società alla modernità. All'amore. Tuttavia, nessun'altra definizione mi pare altrettanto efficace per riassumere i dati di questa XV indagine di Demos (per Repubblica), dedicata al rapporto fra gli Italiani e lo Stato. Anni liquidi.

LE TABELLE

Per il logoramento subìto dai principali riferimenti sociali. Le istituzioni: hanno perduto credibilità e fiducia fra i cittadini, negli ultimi anni. A partire dalle più accreditate: le Forze dell'ordine e il Presidente della Repubblica. La stessa magistratura arranca (10 punti in meno negli ultimi due anni). E poi i governi territoriali: Comuni e Regioni, fino a poco tempo fa simboli del federalismo, alternativi al centralismo statale. Cedono anch'essi. In misura significativa. Come le associazioni di rappresentanza economica - sindacali e imprenditoriali. Per non parlare delle banche. Per definizione, istituti di "credito"... In costante perdita di "credito".

È come se la società non riuscisse a salvaguardare i suoi argini, le sue radici. Sotto i colpi della crisi economica, ma non solo. E divenisse (appunto) sempre più liquida. D'altronde, la fiducia negli attori della democrazia rappresentativa è ridotta a livelli minimi. Non parliamo solo dei partiti ma, soprattutto, del Parlamento. È inquietante vedere come solo il 7% degli italiani lo ritenga credibile. Non sorprende, dunque, che oggi solo il 22% esprima fiducia nello Stato. Circa 7 punti meno di un anno fa. Nell'insieme, dal 2005 ad oggi l'indice medio di fiducia degli italiani verso le istituzioni politiche e di governo, è sceso dal 42% al 29%. Quello verso le istituzioni economiche e sociali dal 35% al 22%. Difficile non dirsi d'accordo con Sabino Cassese e Barbara Spinelli, quando - utilizzando prospettive diverse - definiscono l'Italia una "società senza Stato".

Anche se, in questa fase, neppure la società e le sue istituzioni se la passano troppo bene. Non solo le associazioni imprenditoriali e sindacali, come abbiamo già detto. Anche la fiducia verso la Chiesa non è mai stata tanto bassa: 44%. Quasi 20 punti meno di dieci anni fa. L'unica istituzione in ripresa è l'Unione Europea. Si è attestata al 43%. Un rimbalzo di sette punti rispetto a un anno fa. Tuttavia, il consenso nei suoi confronti era già declinato sensibilmente negli anni scorsi, visto che ancora nel 2008 si aggirava intorno al 58%. Si tratta, peraltro, di un atteggiamento ambivalente. La Ue, infatti, viene accettata "nonostante". Suscita insoddisfazione, ma la gran parte degli italiani pensa che "senza" o "fuori" di essa sarebbe molto peggio. Un sentimento analogo a quello verso i servizi. Sanità, scuola, trasporti. L'insoddisfazione nei loro confronti è, infatti, cresciuta anche nell'ultimo anno. Soprattutto riguardo a quelli pubblici. Tuttavia, solo una piccola porzione di cittadini - due su dieci - ritiene opportuno allargare lo spazio del privato.

Anni liquidi. Si è logorata perfino "l'arte di arrangiarsi". La loro (nostra) "consumata" capacità di adattarsi. Di reagire alle difficoltà - e di creare, innovare - usando le risorse disponibili, nella società e nell'ambiente. Si sta "consumando" (Demos per Intesa Sanpaolo, novembre 2012). Così "non ci resta che la famiglia". L'unica istituzione e l'unico riferimento in cui gli italiani si riconoscano. A cui si aggrappino. In questi anni liquidi.

Eppure, alla fine del 2012, il più liquido di tutti, il Paese si scopre - se non proprio più ottimista - un po' meno pessimista di prima. Secondo il 37% degli italiani, infatti, il 2013 sarà migliore di quello che stiamo lasciando. Mentre il 25% ritiene che sarà peggiore. Un anno fa il quadro appariva rovesciato: gli ottimisti erano il 27% e i pessimisti il 42%. Ancora: cresce la fiducia nella capacità del Paese di sfidare i propri vizi storici. Per prima: la lotta all'evasione fiscale. Mentre si rafforza la convinzione che l'economia riprenderà slancio. E che l'immagine e la credibilità internazionale dell'Italia migliorerà. Infine, occorre sottolineare come, secondo l'indagine di Demos per Repubblica, la partecipazione sociale non sia calata nell'ultimo anno ma sia, invece, cresciuta sensibilmente rispetto a cinque anni fa (dal 54% al 60%). Segno di una diffusa disponibilità a - e volontà di - cambiare.

Da ciò un quesito. Un dubbio. Com'è possibile coltivare un - per quanto tiepido - sentimento di ottimismo in tempi tanto liquidi? Affaticati dalla crisi - economica e politica? Tenendo conto che si tratta di un sentimento nuovo e diverso, rispetto agli ultimi anni.

È possibile - anzi, probabile - che i due atteggiamenti si spieghino reciprocamente. Che la destrutturazione del passato alimenti la speranza di strutturare il futuro. In fondo, questo è l'anno di Monti (come emerge dal sondaggio di Demos). Al di là dei giudizi sul suo operato e sul suo ruolo: è il "dopo Berlusconi". Così come Grillo: "attore" della messa in scena (anti) politica. Entrambi, sintomi e simboli di un cambio d'epoca. Una svolta. E se è vero che Silvio Berlusconi è ritornato, ancora una volta. Se invade gli schermi con gli stessi proclami di 5-10-20 anni fa. È, tuttavia, difficile non percepirlo come un segno del passato. Il passato. L'icona liquida di un Paese liquido. D'altra parte, solo una minoranza circoscritta degli italiani (intorno al 13-16%) pensa che Berlusconi possa vincere le elezioni e diventare premier. La maggioranza prevede - ragionevolmente - il successo del Centrosinistra (44%) e scommette sul primato di Bersani (28%). Al più: di Monti (il 27% lo vorrebbe premier).

L'idea che il 2013 possa essere migliore del 2012 e degli anni precedenti non costituisce, dunque, un auspicio rituale (dettato, magari, da disperazione.) Riflette, piuttosto, la sensazione diffusa che l'anno trascorso segni la fine di un ciclo. Un cambio d'epoca. E ciò suscita inquietudine ma anche attesa. Perché se il passato è scritto e de-scritto, il futuro è un libro con molte pagine bianche. Non ancora scritte. Che noi stessi possiamo scrivere. Almeno in parte. Allora, tanti auguri! E buon anno (liquido).
(31 dicembre 2012)

2012: Annus Horribilis per la libertà d’informazione. L’informazione è un diritto umano. E’ tempo di reagire

da Articolo21

Informazione

Informazione

2012: Annus Horribilis per la libertà d’informazione. L’informazione è un diritto umano. E’ tempo di reagire

giornalistiuccisiOttantanove giornalisti uccisi, quarantasette attivisti dell’informazione trucidati, centonovantuno reporters imprigionati, centotrentuno attivisti in carcere. Questi i numeri duri e crudi del bilancio annuale di Reporters senza frontiere (http://en.rsf.org) sul fronte della battaglia per la libertà d’informazione in tutto il mondo. Il 2012, cominciato con l’apertura del mondo arabo all’informazione autogestita e dal basso attraverso i social network, proseguito con la decisione dell’Europa di limitare la vendita di tecnologia di sorveglianza agli stati autoritari e l’impegno di Amnesty a dare voce agli esclusi (https://www.amnesty.org/en/demand-dignity), si chiude con un bilancio terribile. In un solo anno sono state decine le testate giornalistiche chiuse dai regimi autoritari, sono centuplicati i controllori umani della dissidenza via Internet in Cina, Iran, Siria, Nord-Africa, sono aumentati a dismisura gli interventi censori contro singole voci di libertà.
Eppure, dovunque nel mondo la lotta per un’informazione indipendente e plurale, il rifiuto delle censure mascherate e l’affermazione di Internet come spazio pubblico di discussione e informazione aveva ottenuto buoni risultati. Dispositivi legislativi come Sopa (Stop Online Piracy Act) o Acta (Anti Couterfaiting Trade Agreement), avevano generato così tanta opposizione da indurre molti paesi – Usa ed Europa, Australia e Nuova Zelanda, ma anche Messico, Canada e Brasile – ad abbandonare iniziative che potessero mettere in pericolo un sacrosanto diritto dei cittadini: quello di fare cultura e informazione senza per questo essere considerati sospetti criminali (http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/01/31/news/acta_minaccia_globale-29074961).
Il trucco è sempre lo stesso, il tentativo di mettere davanti al “diritto di informare, informarsi ed essere informati” le esigenze del mercato, e cioè la lotta alla contraffazione, la facilitazione degli scambi commerciali, il sostegno all’iniziativa privata. Un trucco che, quando scoperto, cambia nome e si traveste da interesse generale: la tutela dei più giovani, delle minoranze, della salute pubblica, della sicurezza dello stato. Sono questi i motivi per cui in Russia Internet è diventata un recinto chiuso e in Siria o in Thailandia si continua a morire nelle prigioni del regime.
Intimidazioni e torture continuano soprattutto verso chi usa gli spazi meno controllati della rete per fare la propria informazione, in Bahrein come in Siria, in Arabia Saudita e nelle repubbliche ex-sovietiche. Ma Anonynmous – organizzazione informale di hacker e attivisti digitali – è intervenuta diffondendo un “care package”, una cassetta di “pronto soccorso digitale” (http://youranonnews.tumblr.com/downloads ) per imparare a comunicare il dissenso in maniera anonima, il gruppo Telecomix ha aperto canali di comunicazione non controllabili da Assad e dai Fratelli Musulmani e molti cooperanti in Somalia, Eritrea, Filippine e Birmania, protetti da un anonimato che si vorrebbe cancellare, continuano a lavorare come staffette con i pochi fortilizi della libera informazione in Europa. Con un alleato in più, Avaaz (https://secure.avaaz.org/it), che con le sue campagne online ha raggiunto decine di milioni di uomini e donne di buona volontà per un futuro migliore.
Quest’anno però verrà ricordato per la congiura dei servizi segreti inglesi e americani contro Julian Assange che con Wikileaks (http://wikileaks.org) ha disvelato in parte, ma per sempre, i metodi inaccettabili della guerra in Iraq e Afghanistan, scuotendo alle fondamenta la diplomazia del terrore. Verrà ricordato per la censura cinese di oltre 10mila blog e per gli arresti ripetuti di Ai Wei Wei che ha denunciato la corruzione endemica del partito stato comunista, ma anche per la censura turca di Facebook (http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/02/24/news/svelate_linee_guida_facebook-30386600).
E l’Italia? Scesa al 61° posto nella classifica per la libertà d’informazione di Reporters senza frontiere, con 315 giornalisti minacciati e sotto scorta – come denuncia Ossigeno per l’informazione (http://www.ossigenoinformazione.it) -, Berlusconi che dilaga in tv e un’Autorità per le comunicazioni lotizzata dai partiti,  non è ancora riuscita a dotarsi di una misura minima di civiltà informativa come il Freedom of Information Act (http://www.foia.it/), e continua a galleggiare in un sistema dell’informazione asservito a banche, lobby e pubblicitari, mentre la mafia ringrazia. E’ tempo di reagire.

Monti 2012, dal rigore all'arena politica E a Bersani fa sapere: 'Non devo chiarire'

VIDEOBLOB, UN ANNO DI GOVERNO: DAL PREMIER (GUARDA) AI SUOI MINISTRI (GUARDA)
Monti 2012, dal rigore all'arena politica E a Bersani fa sapere: 'Non devo chiarire'
Cos'è rimasto nella scia delle tre parole d'ordine del premier (rigore, equità, crescita), pronunciate all'indomani dell'insediamento del governo? Bilancio di un anno con molte iniziative. E qualche stecca (articolo di Diego Pretini). Ora il professore è nell'arena della campagna elettorale. Ieri Bersani aveva tentato l'affondo sostenendo che ora deve dire da che parte sta (leggi l'articolo). Dall'entourage dell'ex presidente del Consiglio arriva la risposta: "Non abbiamo l'esigenza di posizionarci rispetto al Pd". Ma il Financial Times rileva: "La nascita della coalizione di centro si sta rivelando difficile" (leggi l'articolo)

Montecitorio, parlano Papa e Mora: narcotrafficante li ascolta in prima fila

Montecitorio, parlano Papa e Mora: narcotrafficante li ascolta in prima fila

Si trattava di una conferenza stampa sulle carceri, tenuta alla Camera il 24 ottobre. Pochi giorni dopo, il 6 novembre, Carlo Zizzo, 52 anni, pregiudicato originario di Fondi, è stato arrestato dai carabinieri di Latina insieme ad altre 34 persone per traffico internazionale di stupefacenti. Le telecamere de ilfattoquotidiano.it lo hanno ripreso. I magistrati vogliono vederci chiaro su quella presenza. Oggi Papa dice: "Non so perché fosse lì". C'è però una coincidenza: sono vicini di casa

Montecitorio, parlano Papa e Mora: narcotrafficante li ascolta in prima fila
La cravatta slacciata, il colletto della camicia sbottonato, parlava tranquillamente con chi gli era seduto a fianco. Sorrideva rilassato, perfettamente a proprio agio, come se alla Camera dei deputati fosse di casa. Lì in prima fila, nella sala stampa di Montecitorio, ascoltava Alfonso Papa e Lele Mora raccontare la loro esperienza in carcere e scagliarsi contro la “barbarie” della carcerazione preventiva. Era il 24 ottobre. Pochi giorni dopo, il 6 novembre, Carlo Zizzo, 52 anni, pregiudicato originario di Fondi, è stato arrestato dai carabinieri di Latina insieme ad altre 34 persone per traffico internazionale di stupefacenti: l’organizzazione di cui era il vertice comprava cocaina, hascisc e anfetamine dall’estero, soprattutto dalla Spagna, e li smerciava tra Roma e la provincia di Latina. Cosa ci faceva il 24 ottobre alla Camera dei deputati l’uomo che, secondo la Direzione Distrettuale Antimafia, controllava il narcotraffico nel sud pontino?
“Chi ha vissuto il carcere preventivo ha il dovere di denunciarne la degenerazione”, scandiva quel giorno dal tavolo dei relatori l’onorevole Papa, magistrato e deputato Pdl nel finito a Poggioreale per 101 giorni (tra il 20 luglio e il 31 ottobre 2011) nell’ambito dell’inchiesta sulla P4, arresto poi dichiarato illegittimo dal tribunale del Riesame. In prima fila Carlo Zizzo ascolta attento. Pochi i giornalisti in sala, le telecamere del FattoQuotidiano.it riprendono il boss mentre parlotta con la signora alla sua sinistra. Il primo a raccontare dell’inconsueta presenza in Parlamento è il quotidiano Latina Oggi, che l’8 novembre, due giorni dopo gli arresti, scrive della “la famigliarità di Zizzo con ambienti bene e forse politici della Capitale. Non è un caso, probabilmente, che il mese scorso Carlo sia stato ripreso dalle telecamere del Fatto Quotidiano in prima fila a una conferenza stampa che il parlamentare del Pdl Alfonso Papa e l’agente dei vip Lele Mora hanno tenuto alla Camera dei deputati (…). Perché fosse lì i magistrati non sono riusciti a spiegarselo”.
“Non so perché fosse lì – ha detto al telefono Alfonso Papa a ilfattoquotidiano.it – quel giorno in sala c’erano persone legate a varie categorie. Erano presenti delle associazioni che si sono occupate degli accrediti. Non saprei…”. Sono certi, invece, i legami di Zizzo con la Capitale: l’uomo è “di fatto residente a Roma, nel quartiere Parioli”, si legge nella nota stampa diramata dai carabinieri. Da Roma il boss non solo gestiva lo spaccio della droga sul litorale pontino con l’aiuto del fratello Altiero, del figlio Luciano e della moglie Luigia D’Ettorre, tutti arrestati, ma faceva anche l’usuraio: “A.G.B., 48 anni di Roma e socio di maggioranza di una società immobiliare – racconta Latina Oggi – si era rivolto a Zizzo ottenendo un prestito di 400 mila euro. In due anni l’imprenditore è stato inghiottito da un vortice di debiti e interessi, generato da tassi annui del 96%”.
A Fondi lo conoscono tutti come “English” fin dai tempi in cui rapinava i portavalori armato di mitragliette AK-47 e bombe a mano. A metà degli anni ’90 conosce il carcere, poi comincia a far carriera nel narcotraffico. Un’ascesa inarrestabile, che lo porta al vertice di una struttura – si legge nell’ordinanza di 215 pagine firmata dal gip del Tribunale di Latina, Costantino De Robbio – “tra i maggiori punti di riferimento di numerosi spacciatori di cocaina e hascisc operanti nei Comuni di Fondi e Terracina”. Le indagini sono durate 3 anni. All’alba del 6 novembre l’ondata di arresti: 35 le ordinanze di custodia cautelare eseguite da 200 uomini dell’Arma tra Roma, Latina, Terracina e Fondi e firmate dalla Direzione Distrettuale Antimafia. Le accuse: associazione a delinquere finalizzata al traffico, detenzione e spaccio di stupefacenti, detenzione di armi comuni da sparo e da guerra (un mitragliatore sovietico venne sequestrato ad uno degli arrestati nel 2010) e intestazione fittizia di beni.
Che legame esiste tra Carlo Zizzo e la Camera? Per ora un’altra coincidenza lega il boss ad Alfonso Papa: sono vicini di casa. Nell’ambito dell’operazione, denominata “San Magno” i carabinieri hanno sequestrato anche 16 abitazioni, tra cui una villa con piscina al Salto di Fondi, in zona Borgo Sant’Antonio, di proprietà dei fratelli Zizzo. La stessa area a pochi passi dal mare, scrive Latina Oggi, in cui possiede una villa anche il deputato del Pdl. Il mistero rimane. Eppure quello degli Zizzo figura da tempo tra i clan che si sono spartiti il controllo dell’Agro pontino insieme ai Tripodo, ai Peppe e ai Trani (falcidiati dalle condanne inflitte in primo grado nel processo Damasco 2). Una relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia datata 20 novembre 1991 parla del “clan camorristico di Carlo Zizzo” operante nella zona di Fondi. A quanto pare gli Zizzo alla Camera qualcuno li conosceva già.

Mini-Job: welfare tedesco e disinformazione italiana

da MicroMega

Mini-Job: welfare tedesco e disinformazione italiana



 
La “controinformazione” italiana vuole smentire che in Germania i salari siano più alti che in Italia, e porta il caso dei Mini-Job. Ma non spiega che i Mini-Job sono lavori part-time, che si possono sommare al reddito minimo garantito, con affitto per la casa, riscaldamento e cure mediche, riduzione per i trasporti. Un caso di autolesionismo, o il bisogno di far tornare per forza i conti di un’interpretazione del tutto sbagliata del “modello europeo”?
di Giovanni Perazzoli
Secondo Alberto Bagnai, economista all’Università di Chieti, quello degli alti salari tedeschi è un luogo comune da sfatare. In una recente intervista per Il Fatto Quotidiano ci informa che “in Germania non ci sono solo gli operai strutturati e non c’è solo la Volkswagen: c’è anche sotto-occupazione, ci sono i mini-job”. Articoli analoghi si leggono su Keynesblog e in altri siti.

Mi chiedo perché non si aggiunge mai il resto. Ovvero, che i Mini-Job sono lavori part-time da 400 euro al mese netti rivolti per principio agli studenti, e che – attenzione – si possono sommare a Hartz IV, il reddito minimo garantito tedesco. Nella formula base del reddito minimo garantito questo significa aggiungere altri 360 euro al mese e in più c’è l’affitto pagato per l’alloggio (!), le cure mediche, i soldi per il riscaldamento (!) e una riduzione per i trasporti. Il netto percepito dalla somma arriva a 560 euro al mese. Ognuno comprende il significato del fatto che l’affitto dell’alloggio non pesi sul reddito. E parliamo comunque della base del sussidio: poi per ogni eventuale figlio debbono essere calcolati altri 250 euro circa.

Dunque, non solo l’industria automobilistica tedesca va bene con salari doppi (se non tripli) rispetto all’Italia, ma esistono delle forme di contratti per lavoretti temporanei e a bassa qualificazione garantiti dal welfare. Allora, alla difficoltà di capire il senso di una battaglia per confutare il fatto (il dato di fatto) che possa anche esistere un’economia che funziona, come quella tedesca, con operai tutelati e ben paganti (a chi giova una tale battaglia?), si aggiunge la difficoltà di comprendere perché questa battaglia dimentichi sempre di prendere in considerazione l’importanza e il senso del welfare europeo. Difficile da capire, tanto più che in Italia di questi temi non si sa nulla, e viene anche il dubbio (leggendo i programmi di TUTTI i partiti in campo) che si finga di non saperne nulla. Sull’assenza di un reddito minimo garantito si fonda però il paternalismo e il clientelismo italiano. A quando, per altro, qualche statistica sul lavoro nero italiano in rapporto all’Europa? Dovrebbe far riflettere l’unanime e trasversale propaganda anti-europea, molto poco attendibile nei fatti, che copre l’intero arco partitico, a partire da Berlusconi. È la chiave del “vero volto” del Paese.

Le informazioni che arrivano in Italia sono sempre deformate, omissive. Potrebbe dare un’idea dell’abisso che ci separa dall’Europa sapere che il problema su cui si discute nei paesi nord-europei riguarda la possibile funzione di incentivo alla disoccupazione dei sussidi. Per loro la disoccupazione esiste perché ci sono i sussidi, per noi, al contrario, perché non c’è lavoro, o c’è il lavoro nero. Per loro la flessibilità è a condizioni di garanzia, per noi è a condizioni di sfruttamento (coadiuvato dalla disinformazione). Il caso tipico è quello della commessa tedesca con figli: se lavorasse, guadagnerebbe solo 100 euro in più rispetto a quanto avrebbe con il reddito minimo garantito (1800 euro circa, molto di più per altro di quanto guadagna un insegnante in Italia). Recentemente, in un dibattito su MicroMega, Pierre Rosanvallon e Alain Touraine hanno ricordato che la “terza via” si proponeva di aumentare la differenza tra il reddito dei sussidi e il reddito da lavoro, perché la disoccupazione finisce per essere, in Francia come nel Nord Europa, economicamente preferibile all’occupazione. Un questione che in Italia (grazie anche ai nostri studiosi) semplicemente non ha senso.

In questo contesto, per dare un’altra idea della distanza siderale con l’Europa, nasce la proposta del Basic Income di Philippe van Parijs e del movimento internazionale BIEN, che quest’anno si è riunito a convegno a Monaco (due anni fa erano in Brasile): un reddito di cittadinanza incondizionato (ovvero non condizionato dalla ricerca del lavoro), che mantenga i benefici del welfare anche per chi torna al lavoro. Non a caso, in Italia si fa confusione tra questa proposta di reddito incondizionato (e universale) con il reddito minimo garantito condizionato (per i soli disoccupati che accettano di cercare un lavoro). Quest’ultimo in Europa non è l’obiettivo di una lotta perché esiste da decenni (la Francia, ultimo dei paesi ad introdurlo, lo ha introdotto venti anni fa). Altro tipico errore è credere che il reddito minimo sia limitato nel tempo, mentre è illimitato. L’Unione europea lo raccomanda ai paesi che ne sono privi (Italia, Grecia) dal 1992. Lo ricordo a proposito di “democrazia in vendita” e altre disinformazioni. In Francia, per dire, hanno il reddito minimo garantito, e le 35 ore.

Utile, per dare un’idea del baratro cognitivo che ci separa dall’Europa, sarebbe anche conoscere la storia dei mini-job tedeschi.

Fino alla riforma dell’università, che ha introdotto per la prima volta le rette in Germania (dieci anni dopo, vorrei ricordare, rispetto all’Italia), agli studenti universitari tedeschi era fatto obbligo di non lavorare. Esisteva però un ufficio di collocamento per i soli studenti che consentiva di trovare dei piccoli lavori (Job) part-time. Un amico, ad esempio, mise insieme i soldi per un viaggio raccogliendo per due mesi gli scatoloni degli imballaggi di un’industria. Pensate un po’ a un ufficio che mette a disposizioni dei piccoli lavoretti senza la mediazione di terzi, partiti, sindacati, preti e altro. Una cosa rivoluzionaria, uno scandalo che l’Italia non può permettersi, altrimenti viene giù tutto. Mai l’Italia feudale di destra e di sinistra potrebbe permettersi tanto individualismo poco comunitario. Troppo “liberista”.

I mini-job sono un’estensione di questo tipo di lavori. Del resto il termine “Job” indica in tedesco (non è inglese) il “lavoretto”, il lavoro occasionale (jobben); altro significato di lavoro hanno “Arbeit” o “Beruf” (ricordando, almeno, Max Weber). Il “Mini-Job” è dunque due volte un “lavoretto”, perché è un “Job” e perché è “mini”.

I Mini-Job sono stati voluti dal Cancelliere socialdemocratico Schroeder. E, nonostante siano, rispetto alla condizione italiana, così straordinari da sfuggire anche all’immaginazione, sono criticati dalle organizzazioni sindacali tedesche. Il loro utilizzo è andato infatti ben oltre quello che si proponeva la riforma. Di fatto tendono a destrutturare il lavoro in quei contesti dove il lavoro è scarsamente qualificato e temporaneo. Per fare un esempio: i giovani che lavorano come camerieri (prima di iscriversi all’università o di fare altro) sostituiscono i camerieri sessantenni (che si vedono tristemente in Italia). Ma è sempre un male? Bisognerebbe aprire un discorso (serio) sul lavoro che cambia, e sul ruolo che deve avere il welfare in questo contesto. È facile immaginare però che in Italia la storia dei Mini-Job arrivi attraverso la polemica dei sindacati tedeschi, ma senza il contesto relativo. Purtroppo anni di disinformazione e di una certa arretratezza ideologica (che oggi si attacca al liberale Keynes non riconoscendo che l’Europa del Nord è keynesiana, non certo l’Italia, che invece cerca di preservare lo status quo del berlusconismo diffuso) ci impediscono non solo di conoscere, ma perfino di immaginare che possa esistere qualcosa di diverso rispetto al nostro ristretto orizzonte.

Monti è più pericoloso di Berlusconi

GIORGIO CREMASCHI – Monti è più pericoloso di Berlusconi

gcremaschiMario Monti ha iniziato alla Fiat di Melfi la sua campagna elettorale. Lo ha fatto assieme ad una pletora di suoi ministri per ricevere il pubblico sostegno di Marchionne.
Mentre la FIOM gli ricorda che la Fiat non rispetta la sentenza della magistratura che impone il reintegro di tre lavoratori licenziati per rappresaglia e mentre i lavoratori subiscono angherie e cassa integrazione continue, il presidente del Consiglio benedice il padrone più bugiardo d’Italia.
La cosa ha una sua logica, Monti ha fatto al paese quello che Marchionne ha fatto alla Fiat. Entrambi hanno avuto a cuore solo gli interessi e gli utili degli azionisti di riferimento, in parte gli stessi, promettendo un radioso futuro e intanto realizzando disoccupazione e super sfruttamento. Ora entrambi spiegano e spiegheranno che la causa di questi danni collaterali è il mancato completamento delle riforme. Si dice che il presidente del Consiglio abbia paragonato la sua azione a quella di una trivella che abbia scavato per trenta metri, mentre si dovrà arrivare a trecento. Ci vorrà l’intervento di Greenpeace!
Monti è l’avversario più pericoloso per il mondo del lavoro, dello stato sociale, dei beni comuni. Molto più pericoloso del ridicolo ritorno in campo di Berlusconi, che non ha alcuna possibilità di vincere e che viene soprattutto usato dal partito montiano, che domina davvero i mass media, come spauracchio. Uno spread mediatico che urla: hai paura del ritorno del boss di Arcore, vota chi ci ha reso rispettabili in Europa.
Monti è l’avversario più pericoloso perché il suo programma di massacro sociale continuo ha il sostegno della CISL di Bonanni e del Vaticano di Ratzinger, cioè di forze oggi profondamente conservatrici, che vogliono conciliare il liberismo economico con un restaurato potere temporale della Chiesa. Egli rappresenta il clerico liberismo.
Monti è l’avversario più pericoloso non solo perché i voti che prenderà saranno pesati e non contati dai poteri forti che lo hanno lanciato e da un Presidente della Repubblica a cui deve la nomina. Lo è anche perché il suo principale contendente, favorito oggi dai sondaggi, lo ha sostenuto per un anno e ora gli è totalmente subalterno.
Se Monti parte da Melfi, Bersani ha iniziato la campagna elettorale a Bruxelles, chiedendo udienza ai vertici dell’Europa. Così infatti da noi sono presentati i leader della destra conservatrice a capo delle istituzioni continentali: essi sono l’ Europa, quella che guarda un po’ vuole Monti.
Incontrando i capi della destra europea Bersani li ha rassicurati sul fatto che un suo governo manterrà tutti gli impegni, cioè fiscal compact, tagli e austerità. Il barone Junker, capo dell’eurozona, alla fine ha sorriso al candidato del centrosinistra, affermando: tra lui e Monti ci sono solo sfumature. Siamo d’accordo.
Dal finto scontro tra centro sinistra e nuovo centro può dunque venir fuori un parlamento che più montiano non si può.
Naturalmente c’è il voto di mezzo e bisogna operare e fare il possibile perché tutte le forze democratiche e di sinistra che davvero sono contro entrambi i due principali contendenti abbiano successo, meno sarà forte il montismo nelle prossime camere e meglio sarà per tutti noi. Però bisogna anche prevedere che Monti Marchionne e …Merkel, non mollino la presa tanto facilmente, così come le classi e gli interessi che li sostengono, in Italia ed in Europa. Per questo costruiamo una resistenza antimontiana destinata a diffondersi e a durare anche e soprattutto dopo le elezioni.
Giorgio Cremaschi

Un’Agenda che vola basso

da MicroMega

Un’Agenda che vola basso



di Barbara Spinelli, da Repubblica
Ancora non è chiaro cosa significhi, nelle parole di Monti, il centrismo radicale proposto come Agenda di una futura unità nazionale: un ordine nuovo, addirittura, dove le classiche divisioni fra destra e sinistra sfumerebbero. Non è chiaro cosa significhi in particolare per l'Europa: presentata come suo punto più forte. Punto forte, ma stranamente sfuggente.

Centrista, sì, ma radicale non tanto. Lo stesso titolo dell'Agenda tradisce l'assenza di un pensiero che si prefigga di curare alle radici i mali presenti. "Cambiare l'Italia, riformare l'Europa" promette cambi drastici negli Stati ma in Europa una diplomazia graduale, senza voli alti, senza i radicalismi prospettati in patria. Se Monti avesse voluto davvero volare alto, ed esser veramente progressista come annunciato domenica in conferenza stampa, avrebbe dato all'Agenda un titolo meno anfibio, più trascinante: non riformare, ma "cambiare l'Europa per cambiare l'Italia".

La formula prescelta è in profonda contraddizione con l'analisi cupa di una crisi che ha spinto e spinge l'Italia e tanti paesi su quello che troppo frequentemente, troppo ossessivamente, vien chiamato orlo del baratro. Una crisi che continua a esser vista come somma di politiche nazionali indisciplinate; mai come crisi - bivio necessario, presa di coscienza autocritica - del sistema Europa, moneta compresa. È come se contemplando un mosaico l'occhio fissasse un unico tassello, senza vedere l'insieme del disegno. I problemi che abbiamo, questo dice l'Agenda, ciascuno ha da risolverli a casa dentro un contenitore - l'Unione - che essenzialmente funziona e al massimo va corretto qui e lì.

L'Agenda propone qualcosa di ardito, è vero: il prossimo Parlamento europeo dovrà avere un "ruolo costituente". Dunque c'è del guasto, nel Trattato di Lisbona: siamo sprovvisti di una Costituzione sovranazionale. Ma resta nella nebbia quel che debba essere la Costituzione a venire, e drammatica è l'assenza di analisi sul perché il Trattato vigente non sia all'altezza delle odierne difficoltà e del divario apertosi fra Nord e Sud Europa. Più precisamente, manca il riconoscimento che stiamo vivendo una crisi economica, politica, sociale dell'Unione intera (una crisi sistemica), che non si supera limitandosi a far bene, ciascuno per proprio conto, "i compiti a casa" come prescrive l'ortodossia tedesca. Nella storia americana, Alexander Hamilton ebbe a un certo punto questa presa di coscienza: decise che il potere sovranazionale si sarebbe fatto carico dei singoli debiti, e fece nascere dalla Confederazione di Stati semi-sovrani una Federazione, dotata di risorse tali da garantire, solidalmente, una più vera unità. È il momento Hamilton - non centrista-moderato ma radicale - che non si scorge né a Bruxelles, né nell'Agenda Monti.

Unici impegni concreti sono il pareggio di bilancio e la riduzione del debito pubblico in Italia: dunque la nuda applicazione del Fiscal compact, del Patto di bilancio del marzo 2012, corredato fortunatamente da un reddito di sostentamento minimo e forme di patrimoniale. Certo, fare l'Europa è anche questo. Certo: è giunta l'ora di dire che la crescita di ieri non tornerà tale e quale ma dovrà mutare, in un'economia-mondo non più dominata dai vecchi paesi industrializzati. Quel che si nasconde, tuttavia, è che non esistono solo due linee: da una parte Monti, dall'altra i populismi antieuropei. Esistono due europeismi: quello conservatore dell'Agenda, e quello di chi vuol rifondare l'Unione, e perfino rivoluzionarla. Tra i sostenitori di tale linea ci sono i federalisti, i Verdi tedeschi che chiedono gli Stati Uniti d'Europa, molti parlamentari europei. Ma ci sono anche quelle sinistre (il primo fu Papandreou in Grecia, e il Syriza di Tsipras dice cose simili) secondo le quali le austerità sono socialmente sostenibili a condizione che l'Europa cambi volto drasticamente, e divenga il sovrano garante di un'unità federale, decisa a schivare il destino centrifugo della Confederazione jugoslava.

I fautori della Federazione (parola evitata da Monti) non si concentrano solo sulle istituzioni. Hanno uno sguardo ben diverso sulla crisi, su come cambia la vita dei cittadini. Hanno una visione più tragica, meno liberista-tecnocratica: non saranno il Fiscal compact e il rigore a sormontare i mali dell'ineguaglianza, della povertà, della disoccupazione, ma una crescita ripensata da capo, e la consapevolezza che le diseguaglianze crescenti sono la stoffa della crisi. L'Agenda è fedele al più ortodosso liberismo: tutto viene ancora una volta affidato al mercato, e l'assunto da cui si parte è che finanze sane vuol dire crescita, occupazione, Europa forte: non subito forse, ma di sicuro. Immutato, si ripete il vizio d'origine dell'Euro. Quanto all'Italia, ci si limita a dire che il rispetto riguadagnato in Europa dipenderà dalla sua credibilità, dalla sua capacità di convincere gli altri partner. Convincere di che? Non lo si dice.

L'idea alternativa a quella di Monti è di suddividere i compiti, visto che gli Stati, impoveriti, non possono stimolare sviluppo e uguaglianza. Se a questi tocca stringere la cinghia, che sia l'Unione a assumersi il compito di riavviare la crescita, di predisporre il New Deal concepito da Roosevelt per fronteggiare la crisi degli anni '30, o la Great Society proposta negli anni '60 da Johnson "per eliminare povertà e ingiustizia razziale". L'idea di un New Deal europeo circola dall'inizio della crisi greca, ma non sembra attrarre Monti. È un progetto preciso: aumentare le risorse del bilancio dell'Unione a sostegno di piani europei nella ricerca, nelle infrastrutture, nell'energia, nella tutela ambientale, nelle spese militari. Non mancano i calcoli, accurati, dei vasti risparmi ottenibili se le spese dei singoli Stati verranno accomunate.

Per tale svolta occorre tuttavia che il bilancio dell'Unione non sia striminzito come oggi (l'1% del pil. Nel bilancio Usa la quota è del 23). Che aumenti alla grande, grazie all'istituzione di due tasse, trasferite direttamente dal contribuente alle casse dell'Unione: la tassa sulle transazioni finanziarie e quella sull'emissione di diossido di carbonio. La carbon tax (gettito previsto: 50 miliardi di euro) segnalerebbe finalmente la volontà di far fronte a un disastro climatico già in corso, non ipotetico. Cosa ne pensa Monti? Sappiamo che vuol tassare le transazioni finanziarie, ma gli eventuali introiti già sono accaparrati dal Tesoro nazionale.

Perché l'Agenda vola così basso? Perché Monti è europeo, ma moderatamente. Perché, scrive Marco D'Eramo nel suo Breve lessico dell'ideologia italiana, la moderazione del centrista "è quella che modera le altrui aspettative e l'altrui livello di vita. Modera la nostra fiducia nel futuro" (Moderato sarà lei, Marco Bascetta e Marco D'Eramo, Manifestolibri 2008). E perché la sua dottrina dell'union sacrée è la fuga patriottico-centrista dalle contrapposizioni anche aspre che sono il lievito della democrazia dell'alternanza.

L'unione sacra che Monti preconizza da anni idoleggia l'unanimità: proprio quel che sempre in Europa produce accordi minimalisti. Non è un inevitabile espediente (come nella Germania citata dal Premier) ma ilfinale e migliore dei mondi possibili. Di qui la sua ostilità alla divisione destra-sinistra: un'avversione che come oggetto ha la divisione stessa, la pacifica lotta fra idee alternative. È significativa l'assenza di due vocaboli, nell'Agenda. Manca la parola democrazia (tranne un riferimento alle primavere arabe e alle riforme europee "democraticamente decise e controllate") e manca la laicità: separazione non meno cruciale in Italia.

Diceva Raymond Aron di Giscard d'Estaing, l'ispettore delle Finanze divenuto Presidente nel '74: "Quest'uomo non sa che la storia è tragica". Qualcosa di simile accade a Monti, e un esempio è il modo in cui pensa di risolvere la questione Vendola, espellendolo dall'union sacrée perché le sue idee "nobili in passato, sono perniciose oggi". Quel che il Premier non sa, è che Vendola impersona la questione sociale che fa ritorno in Occidente, assieme alla questione dei diritti e di un'altra Europa. Quel che pare ignorare, è che pernicioso non è Vendola. È il malessere che egli denuncia. Della sua voce abbiamo massimo bisogno.

Non sono semplicemente idee, quelle bollate come perniciose. Sono il vissuto reale in Grecia, Italia, Spagna. Roosevelt lo capì: e aumentò ancor più le spese federali, investì enormemente sulla cultura, la scuola, la lotta alla povertà, l'assistenza sanitaria. Non c'è leader in Europa che possegga, oggi, quella volontà di guardare nelle pieghe del proprio continente e correggersi. Non sapere che la storia è tragica, oggi, è privare di catarsi e l'Italia, e l'Europa.

Ambiente e fisco nell’Agenda Monti

da sbilanciamoci.info di Massimiliano Mazzanti

Ambiente e fisco nell’Agenda Monti


Le lacune dell’Agenda Monti su tassazione dei patrimoni, accesso alla conoscenza, politiche per l’ambiente, cambiamento climatico. E le misure possibili per la fiscalità ambientale
A pochi giorni dalla pubblicazione dell’agenda Monti, numerosi sono i commenti sullo spirito complessivo e le specificità dei vari temi presenti (o non). Nella fase attuale è utile commentare la presentazione di agende di politica economica al fine di evidenziare costruttivamente le criticità, debolezze, forze, punti di sinergia con altri programmi ‘politici’, e suggerire spunti di concreta applicazione di principi. Sinergie e concrete applicazioni che possano consentire un cambio di politica economica, che coniughi competitività e sostenibilità, efficienza ed equità.
Vorrei in questa sede soffermarmi sul tema della politica economica relativa al tema ‘ambiente’ (pagine 11 e 12 dell’agenda), sviluppando il mio intervento su Sbilanciamoci dell’agosto 2011 (www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/E-arrivato-il-momento-delle-tasse-ambientali-9616).
Devo connettere il tema ‘ambiente’ ad altri, per due ragioni. Prima di tutto, è chiaro anche nell’agenda Monti che la sostenibilità è un concetto che integra pienamente economia, sviluppo, ambiente, e che lavoro e ambiente non sono in conflitto. Almeno, possono non esserlo. Questo nei principi enunciati. In secondo luogo, il tema della ‘fiscalità ambientale’ è interno al più ampio discorso della riallocazione del peso fiscale dalle persone alle cose, dal lavoro ‘verso altre basi imponibili’ (pagina 5 dell’agenda). Verso quali? Quali le opzioni?
1. Patrimoni, fisco, efficienza, equità. In quelle pagine si parla di spostare il peso dal lavoro a ‘grandi patrimoni e consumi’. Qui occorrono una serie di precisazioni. Primo, non deve stupire in un’agenda di politica economica liberal-conservatrice la presenza di imposte sul patrimonio. Esse sono uno dei cardini del buon funzionamento dei mercati, che più concorrenziali sono, in tutti i loro fattori, meglio è. Molti economisti di pensiero conservatore le hanno patrocinate in altri paesi. Diffuso è anche il ricorso a corporate social responsibility e fondazioni d’impresa volte a finanziare beni pubblici nei contesti anglosassoni. La ratio la si trova nel pensiero di filosofi e economisti, tra gli altri John Rawls e Amartya Sen. Occorre qui sottolineare il ruolo dello spesso de-enfatizzato ‘secondo teorema dell’economia del benessere’, pur presente in tutti i testi di microeconomia, che separa concettualmente il perseguimento degli obiettivi di equità ed efficienza. In altre parole, entro un sistema di mercato che può garantire efficienza, attraverso azioni fiscali sui patrimoni lo Stato può rendere più eguali le ‘dotazioni iniziali’. Efficienza ed equità sono quindi perseguite congiuntamente, si mitigano gli usuali conflitti tra i due macro-obiettivi di ogni politica. Sulla necessità di perseguimento di una maggiore equità si vedano oggi le ricostruzioni storiche sulla distribuzione del reddito di Thomas Piketty, raccolte persino da The Economist nel corso del 2012. Siamo ‘ritornati’ agli anni venti, dopo un ‘minimo’ di diseguaglianza raggiunto negli anni settanta. Il deficit di equità distributiva oggi mina la crescita tout court.
Tuttavia, ritengo più coerente – qui è il suggerimento – utilizzare il gettito delle tasse patrimoniali (su attività finanziarie, dato che quelle immobiliari saranno il pilastro delle risorse dei comuni) per una loro più specifica finalità: eliminazione delle barriere all’entrata e creazione di capabilities. Cosa significa? Finanziamento di borse di studio, di welfare di base (scuola primaria, nidi), posizioni da ricercatore, etc. Potrebbe aiutare, nel contesto italiano, la gestione di queste risorse (10, 15, 20, 25 miliardi di euro? Dipende dal design impositivo, la base imponibile è ampia) via fondazioni (in un’ottica di tax earmarking), se il calderone della finanza pubblica è ritenuto non (più) trasparente. Su questo punto – la patrimoniale, l’uso del suo gettito – ampie sinergie politiche possono concretamente essere ricercate. La diseguaglianza si misura in reddito e in possibilità di accesso ai mercati.
2. Accesso ai mercati della conoscenza. Con una breve digressione dal tema principale, partendo dal tema delle ‘capabilities’, occorre dire che l’’accesso’ pare essere oggi il tema vero nei mercati della ‘conoscenza’, della scuola e della ricerca, da affrontare con serietà teorica ed empirica. Non tentando (solo? ancora?) di imitare modelli altri, peraltro già in via di ripensamento. (www.economist.com/news/united-states/21567373-american-universities-represent-declining-value-money-their-students-not-what-it). Mi riferisco all’editoriale di Alesina e Giavazzi sul Corriere della Sera del 27 Dicembre, i quali chiedono meno Stato in generale, e più elevate tasse d’iscrizione per la mediocre (secondo loro) Università Italiana. Che ha tanti e noti problemi, ma è sesta al mondo, in queste Olimpiadi, anche nel nostro ambito socio economico (fonte: REPEC, Novembre 2012). Nello sport andiamo peggio. Le tasse d’iscrizione, inoltre, non sono il problema centrale. Notiamo, portandoci al punto successivo, che possono essere tanto più alte quanto più competitivo è il sistema economico, le remunerazioni dell’investimento in capitale umano (leggasi elevati salari per i neolaureati). Le tasse d’iscrizione sono un elemento del più complesso tema dell’accesso ai mercati (della conoscenza, del lavoro).
3. Fiscalità ambientale. Il tema della competitività ci porta verso la questione dell’ambiente e della fiscalità ambientale. Su questi punti l’agenda Monti pare non centrare i punti cruciali dell’ampio tema economico-ambientale. Occorre una visione più ampia, più sinergica, più orientata alle esperienze europee e al futuro. Non citare il cambiamento climatico come arena politica, economica, sociale di riferimento per le dinamiche future è una grave mancanza, che impedisce di ragionare compiutamente del ruolo dell’Italia nei mercati internazionali. Il climate change è un tema ambientale, economico, tecnologico cruciale, che deve essere posto al centro delle azioni delle parti sociali e dello Stato. Lo è nella maggior parte dei grandi paesi europei, Germania e Regno Unito in primis.
È troppo generico il richiamo alle politiche verso l’economia verde, con nessun riferimento, sul lato delle emissioni inquinanti e dei gas serra, alle politiche europee, le quali prevedono tagli alla CO2 emessa tra il 20 e 50%, entro il 2030-50. Nessun riferimento a radicali e necessarie ‘decarbonizzazioni’ dell’economia italiana, attraverso innovazione nell’industria e marcato ripensamento del peso relativo del trasporto privato/pubblico. Sono grandi opportunità economico-tecnologiche. La conseguenza è una eccessiva enfasi sul tema ‘energia’, certo correlato a qtutto questo, ma ciò che serve è una strategia finalmente integrata alle politiche europee, che pongono obiettivi ambiziosi da qui al 2020 e oltre. Su questi piani europei il riferimento è vago, seppure sia l’Europa a guidare il processo a livello internazionale. L’Italia, come grande paese e con un’industria ancora forte in certi comparti, non può ‘rimanere indietro’. Le sue performance ambientali non eccelse peraltro riflettono quelle economiche di bassa produttività, e su queste correlazioni occorre ragionare in modo profondo. Le performance dell’export tedesco sono da anni legate a robuste performance sull’innovazione tecnologica a basso impatto ambientale, anche favorita dal contesto di politica economica e industriale.
Sul tema rifiuti, non basta porsi l’obiettivo di ridurre il conferimento in discarica e incrementare il riciclo e recupero dei materiali. Questo andava già fatto, e comunque appartiene al passato delle politiche in campo di rifiuti. Occorre guardare avanti, anticipare per una volta (in questo settore potremmo farlo usando innovazione e competenze esistenti nel paese) e parlare ora di riduzione dei rifiuti generati. Obiettivo peraltro lanciato dalle Direttive europee per il futuro e già presente in alcuni paesi.
4. Nel momento attuale, in cui si cerca di ridisegnare l’assetto di competitività e sostenibilità di lungo periodo dell’economia italiana, sembrerebbe più efficace ridurre il carico fiscale sul lavoro attraverso un incremento delle tasse ambientali. In primo luogo, questa azione è volta a mitigare i conflitti tra ‘lavoro e ambiente’, o meglio valorizzare le complementarietà. La gestione e uso del gettito, spostato da ‘lavoro’ ad ambiente, vede le imprese ed i territori come luoghi principali di interesse e competenza a questo riguardo.
In secondo luogo, la tassazione ambientale parte da livelli quasi pari a zero. Il gettito attuale, costante da un decennio, è nemmeno 1 miliardo di euro, in gran parte legato alla tassa regionale sulle discariche. Gli spazi di incremento di vere e proprie tasse ambientali (su emissioni, CO2, sui materiali ambientalmente più costosi) sono ampi e possono consentire di sgravare di molto il fattore lavoro. Di quanto? Il Tesoro italiano ospitò nel Dicembre 2011 un evento sulla Tassazione ambientale organizzato dalla European Environment Agency. Il documento della EEA – di Mikael Skou Andersen e Stefan Speck – stimava in 35 miliardi circa il gettito da nuove tasse ambientali e minori sussidi impropri (28 miliardi le sole tasse). Tasse sulle emissioni, sui materiali, canoni idrici, etc. Anche i due terzi o la metà di quel gettito potrebbe sostanzialmente abbattere il carico fiscale sul lavoro – e IRAP – per più di un punto di PIL.
Nella delega fiscale era invero riemersa l’ipotesi di carbon tax, legata alla futura nuova Direttiva sull’energia. Le regioni hanno margini ampi di competenza su materiali, risorse, rifiuti, acqua, emissioni locali. Suggeriamo di andare avanti esplorando i margini di intervento, con riforme fiscali verdi a vari livelli.
5. Detto questo, noto come lo sgravio fiscale del lavoro sia necessario, ma non vada enfatizzato in termini di benefici attesi. Rimane un’azione che per lo più incrementa la domanda nel breve-medio periodo. Occorre laicamente ricordare una cosa nota: la competitività di un sistema economico dipende oggi in minima parte dai ‘costi’ (del lavoro etc.) e in gran parte dalla qualità dei beni prodotti e dal loro valore, che dipende dalla struttura produttiva e dall’innovazione. Lascio ad altri più competenti colleghi la parola su come l’azione pubblica di politica industriale e sull’innovazione possa incrementare le performance strutturali di lungo periodo. Tuttavia, una radicale trasformazione dei prezzi dei beni ambientali (tassando quelli più inquinanti, detassando quelli a minore impatto) è necessaria anche a questi fini. Non pare che la Svezia soffra della sua elevata carbon tax, istituita nel 1991 ai tempi dell’agenda Delors, e modificata nel tempo per vari fini di uso del gettito.
Politiche fiscali a saldo zero lasciano ad altre azioni la responsabilità dell’abbattimento del debito: recupero dell’evasione, valorizzazione dei beni demaniali, incremento del PIL. Le politiche fiscali qui discusse possono però concretamente valorizzare i beni pubblici e ridurre il rapporto debito/PIL, aumentando la competitività del paese sia nel breve, sia lungo periodo.
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Berlusconi: "Napolitano e governo Monti? La Commissione farà emergere ruolo di tutti"

 

Berlusconi: "Napolitano e governo Monti?
La Commissione farà emergere ruolo di tutti"

Il leader del Pdl intervistato da Radio Capital parla della nascita dell'esecutivo del Professore. Poi lancia un messaggio alla Lega:"Con Maroni accordo globale o salta la Lombardia". E poi ipotizza un'uscita dell'Italia dall'euro se la Bce non dovesse garantire i debiti sovrani dei paesi dell'Eurozona
 

ROMA - Nella caduta del suo governo, Silvio Berlusconi vede l'ombra di un complotto. Lo ribadisce nel corso di un'intervista a Jean Paul Bellotto su Radio Capital. La commissione di inchiesta sulla nascita dell'esecutivo dei tecnici, guidato da Mario Monti, dovrà accertare anche il ruolo del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ma sul capo dello Stato Berlusconi non ha vuole esprimere opinioni. "Non voglio dare giudizi al riguardo, sarà una commissione di inchiesta eventualmente a far emergere ruoli che ciascuno ha svolto in quell'occasione", ha detto il leader del Pdl, parlando della proposta di un'indagine parlamentare sulla caduta del suo governo nel 2011.

Un lungo intervento quello del Cavaliere nel quale lancia un messaggio alla Lega. Torna a minacciare il Carroccio, ricordando che l'accordo elettorale deve essere globale. "La Lega deve scegliere, da sola va incontro a una sconfitta sicura, la rottura dei rapporti renderebbe impossibile appoggiare Maroni in Lombardia, ma anche tenere in vita le giunte in Veneto e Piemonte e centinaia di amministrazioni locali", ha detto Berlusconi. Parole che sono una risposta ai tweet di ieri del segretario federale della Lega. Su tweeter Roberto Maroni, aveva rafforzato il suo 'No' al Cavaliere ribadendo la volontà del suo partito di correre da solo.

Nel corso dell'intervista a Radio Capital, Berlusconi ha ipotizzato un'uscita dell'Italia dall'euro se la Bce non dovesse garantire i debiti sovrani dei paesi dell'Eurozona. "Non penso che si debba uscire dall'euro ma penso che la direzione sarebbe di ottenere che la Bce fosse banca centrale a tutti gli effetti garantendo i debiti sovrani di tutti i paesi che hanno euro ed essendo disposta a stampare moneta in caso di necessità", ha premesso il leader del Pdl a Radio Capital. "Se si mette moneta per l'1% o il 2% si provoca inflazione dell'1 o 2%, ma sono sicuro che non porti un danno all'economia e che anzi una leggera inflazione porti lievito all'economia".

L'ex premier è tornato a criticare pesantemente Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini. Prima ha smentito che alle riunioni del Ppe i suoi interventi fossero accolti da risatine, come sostenuto da Casini, ma subito dopo non ha risparmiato parole pesanti nei confronti dei suoi ex alleati. "E' una menzogna totale a assoluta che si aggiunge alle tante che l'individuo è abituato a formulare", ha detto a Radio Capital, "è una cosa indegna che lui dica questo. Ho nei confronti dei miei colleghi Ppe un rapporto antico e consolidato e sono considerato al tavolo del Ppe il maggiore esperto in economia, dato il mio passato di imprenditore e la mia esperienza al governo, sono lì dal 1994". "Questo Casini con l'altro suo compare Fini sono veramente le persone peggiori che ho avuto modo di incontrare in politica. Sono veramente una iattura", ha insistito, "mi è scappato una volta 'orrendi' e ho aggiunto subito 'orrendissimi'. Non riesco a capire come possano attirare dei voti da parte di persone con la testa sulle spalle".

Il Cavaliere non ha nascosto la sua delusione per il sostegno dato da una parte del Vaticano a Mario Monti, che però, a suo giudizio, è stato tratto in errore "dalle inchieste politicizzate dei magistrati di Milano". "Non possono dire di essere contento del Vaticano. "Ma io sono sereno sapendo come stanno le cose. Ho fatto molti interventi sui temi etici e i rapporti dello Stato italiano con lo stato Vaticano e ho ricevuto molti apprezzamenti ed elogi per questo alla fine credo contino le cose concrete".

Monti e la sua posizione


Don Gallo: “Berlusconi? Volontario in Africa. Bersani? Non stia coi banchieri”

Don Gallo: “Berlusconi? Volontario in Africa. Bersani? Non stia coi banchieri”

Il prete di strada genovese dispensa penitenze e assoluzioni. Anche se i "rimandati" sono molti più dei "promossi". Si parla di Monti, del Vaticano, di Grasso e Ingroia, della Fiom. Ma anche del comandante Schettino: "Lo condannerei a rifare la scuola nautica"

Don Gallo: “Berlusconi? Volontario in Africa. Bersani? Non stia coi banchieri”
Se sono pecorelle smarrite o solo furbe o anche diaboliche ce lo dirà don Andrea Gallo. E lui deciderà se riportare alcuni dei volti che hanno segnato questo 2012 nell’ovile oppure dirottarli altrove. Sono prevedibili molte penitenze e poche assoluzioni.
Don Gallo è stato un bravo marinaio e da Camogli guarda ogni mattina il mare e si fa il segno della croce. L’Italia è affondata quella notte al largo del Giglio.Mamma mia che vergogna, umiliati nel mondo. Tutti i miei compagni a dirmi: ma hai visto che roba?
L’Italia come la Costa Concordia.
Se abbiamo comandanti come Schettino! Ma chi gli ha dato la patente?
Difficile redimerlo con gli esercizi spirituali.Penso anch’io: al tribunale che lo giudica proporrei come pena accessoria la reiscrizione alla prima classe dell’istituto nautico di Piano di Sorrento, dove mi pare viva. Inizi dalle asticelle, e prosegua piano piano.
Vedo invece perfetto per gli esercizi spirituali il professor Monti.Diamine! Sei mesi di esercizio a questo novello chierichetto del capitalismo. Tutto precisino, a modo, pieno di sé, bravo, buono. L’economista che rende poveri i poveri e ricchi i ricchi. Con l’aiuto del Vaticano, che nemmeno De Gasperi aveva ricevuto in forme così macroscopiche, avrà un buon convento dove ritrovare il silenzio come arma di speranza e fede. Lui sei mesi in assoluto silenzio, e sei mesi di corrida canora e feste e ogni altra felicità ai disperati che hanno perso il lavoro.
Nell’agenda al primo punto: la felicità per i poveri.Stop. L’agenda è una parola diabolica. Adesso tutti con questa agenda: l’agenda Monti, l’agenda Ingroia, l’agenda Grasso. E perbacco, finitela.
Ah, Ingroia e Grasso, vero. I due magistrati conquistadores di voti.Ma che diavolo combinano? Tu Grasso hai vissuto tutta la vita nel tribunale e adesso, sul più bello…. No no no. A me non garba molto di vederli candidati.
Dobbiamo però assolvere qualcuno, altrimenti solo penitenze e carboni nella calza della Befana.Diamogli un’assoluzione con riserva. Con monito e buffetto.
Le inquadriamo nel grande cesto delle pecorelle smarrite.Diciamo smarrite.
In effetti esistono anche le pecorelle senza speranza.Quando la storia si ripete si trasforma quasi sempre in farsa. Berlusconi che ripete la campagna elettorale e non si accorge di essere divenuto un perdente.
L’ha visto in compagnia della bella giovanotta, quella Pascale…Siamo alla farsa, la storia si ripete anche qui.
È pur sempre l’unto del Signore.A lui chiederei non preghiere ma opere. Un giretto nell’Africa a fianco dei padri comboniani di Alex Zanotelli. Il giorno a trovare acqua, la sera a far sorridere i bimbi con spettacolini musicali, veda lui. Un anno di impegno e anche la sua faccia incartapecorita dal fard trarrebbe grande giovamento. Come si sa, il volontariato fa bene all’anima e al corpo.
Un po’ dei suoi soldi farebbero bene ai diseredati del mondo.I fondi Mediaset li destinerei agli ospedali di Emergency. Anzi sa che ti dico? Per Berlusconi il migliore training sarebbe in un ospedale di Gino Strada. Reparto ortopedia, assistenza e cura dei feriti da cause belliche.
È tremendo, a lui fa impressione il sangue.È vitale la rigenerazione.
Provi pietà almeno per Veronica, oramai la sua ex.Resista all’idolatria del danaro. Scopra il Vangelo e guardi alla solidarietà. Stacchi un assegno pari almeno all’ottanta per cento di quel che riceve per le comunità di recupero, per i bisognosi e i cassintegrati. Prediletta dal Signore è colei che dona.
Solidarietà, anche a sinistra dovrebbero tenere a mente questa parola.
Urca! Cosa mi dici adesso, penso subito a Bersani. Uè Bersani, ma mica hai capito chi è Monti? Chiama i migliori economisti e fatti spiegare cos’è la crisi, perchè a me pare una grande fregatura che il capitalismo, con questa storia della recessione, dà ai ceti operai. Svegliati, non andare a braccetto con i banchieri.
E prega, e redimiti!
Pregare non è obbligatorio, ma redimersi sì. E faccia un po’ come Landini, guardi al bell’esempio Fiom.
La Fiom, la sua cocca.
Medaglia d’oro e assoluzione con lode alla Fiom. Grazie a loro il lavoro è entrato nelle case degli italiani come un valore prima che una necessità. Il lavoro significa anche dare attuazione al primo articolo della Costituzione. Dare lavoro, dare dignità all’uomo. Questo è il Vangelo.
Don Gallo, presto si scoprirà che lei è un prete finto, un comunista che ha rubato la tonaca in sagrestia.Vuoi scherzare? Parli così solo perchè sono un presbitero che non fa parte della casta sacerdotale.
Presbitero comunista.Un compagno mi chiama e mi fa…
Da Il Fatto Quotidano del 30 dicembre 2012

Primarie: dopo Bindi passa Finocchiaro Ulivieri e Idem dallo sport al Parlamento

Oltre un milione di voti alle consultazioni del Pd. Giorgio Gori non ce la fa e polemizza con Renzi
L'ex allenatore tra i più votati di Sel in Toscana. Sicilia, bocciato D'Antoni. Plebiscito per Crisafulli
BOLOGNA, LITE ZAMPA-BOLOGNESI PER LA CERTEZZA DI UN POSTO BLINDATO IN LISTA
Primarie: dopo Bindi passa Finocchiaro Ulivieri e Idem dallo sport al Parlamento
Oltre un milione di votanti alle "parlamentarie" di Pd e Sel. I giovani in testa alle liste: a Modena la 28enne Giuditta Pini batte due parlamentari uscenti. Anche i "dinosauri" superano l'ostacolo: dopo il disco verde alla Bindi, arriva anche l'ok per Anna Finocchiaro, in testa a Taranto. Francesco Boccia trionfa a Barletta. Hanno "guadagnato" un seggio anche anche il responsabile economico del partito Stefano Fassina e la campionessa di canoa Josefa Idem, che ha vinto a Ravenna

BERSANI CONTRO MONTI: "FACCIA CHIAREZZA SUL SUO RUOLO"

Primarie Pd, giovani e donne verso il Parlamento

da l' Unità

Primarie Pd, giovani e donne verso il Parlamento

Il popolo Pd ha scelto con le primarie i suoi candidati al Parlamento. Superato il milione di votanti | RISULTATI: LAZIO | EMILIA ROMAGNA | TOSCANA | MARCHE | VENETO | TRENTINO | FRIULI | PUGLIA | BASILICATA | SICILIA | SARDEGNA | CAMPANIA | ABRUZZO CALABRIA PIEMONTE | ALTO ADIGE | LIGURIA | LOMBARDIA | MOLISEUMBRIA | Le primarie viste da Instagram FOTOGALLERY | I vincitori: Fassina, Finocchiaro, Boccia, Josefa Idem, Rosato, Richetti, De Maria, Simoni, Campana, ecc. | TUTTE LE FOTO | AFFLUENZA | Le primarie a Firenze VIDEO | Anche Sel sceglie i suoi candidati: tutti i dati | L'impegno del Pd: chi perde non sarà salvato nel "listino bloccato" | Il successo dei TQ | FASSINO - VIDEO | Milano al voto - VIDEO | MAPPA INTERATTIVA DEI CANDIDATI PD | TUTTI I CANDIDATI SEL
Primarie dei Parlamentari, al voto
Secondo giorno delle primarie per le candidature al Parlamento del Partito Democratico. Tra i 'big' in competizione Anna Finocchiaro che si è candidata a Taranto e ha vinto nettamente. La sfida più incerta è quella di Roma città dove sono candidati parlamentari, dirigenti nazionali e importanti esponenti locali: molti di loro saranno lasciati a casa.

RISULTATI 30 DICEMBRE
LAZIO | EMILIA ROMAGNA
TOSCANA | MARCHE
VENETO | TRENTINO
FRIULI | PUGLIA
SICILIA | SARDEGNA
BASILICATA

RISULTATI 29 DICEMBRE

CAMPANIA | ABRUZZO
CALABRIA
PIEMONTE
ALTO ADIGE | LIGURIA
LOMBARDIA | MOLISE
UMBRIA | FOTOGALLERY

Le primarie viste da Instagram FOTOGALLERY

Anche Sel sceglie i suoi candidati: tutti i dati

PRIMARIE PD ROMA, 70% SEGGI
ECCO LE PREFERENZE DEI CANDIATI
Queste, quando è stato scrutinato il 70% dei seggi, le preferenze raccolte dai candidati, espresse obbligatoriamente dai votanti sia per un uomo sia per una donna, alle primarie parlamentari del Pd a Roma: Stefano Fassina 6645; Micaela Campana 3874; Ileana Argentin 3785; Umberto Marroni 3221; Matteo Orfini 2946; Roberto Morassut 2868; Marianna Madia 2616; Monica Cirinnà 2571; Marco Miccoli 2522; Pina Maturani 2324; Maria Coscia 2173; Roberto Giachetti 2142; Lorenza Bonaccorsi 1881; Walter Tocci 1772; Marco Di Stefano 1479; Daniela Valentini 1466; Ivana Della Portella 1459; Luisa Laurelli 1376; Vincenzo Vita 624; Roberto Di Giovan Paolo 575; Paolo Quinto 562.

FIRENZE "ESPUGNATA" DA UNA BERSANIANA
Ecco il risultato definitivo dell'area metropolitana di FIRENZE dove hanno votato quasi 31mila persone. La vittoria è andata all'assessore provinciale al lavoro ELISA SIMONI (bersaniana) davanti al vicesindaco (renziano) di Firenze, DARIO NARDELLA e all'assessore comunale (anch'essa renziana) ROSA MARIA DI GIORGI. Rischiano l'esclusione dal Parlamento gli ex onorevoli Passoni e Franco finiti ultimi.

VOTANTI 30918. VALIDI 30628. Bianche 90. Nulle 200.

1. SIMONI ELISA 10535
2. NARDELLA DARIO 9188
3. DI GIORGI ROSA MARIA 7710
4. FOSSATI FILIPPO 6390
5. ERMINI DAVID 4107
6. ALBINI TEA 3849
7. BECATTINI LORENZO 3734
8. DE PASQUALE ROSA 3520
9. BILLI GIACOMO 3049
10. PASSONI ACHILLE 2588
11. FRANCO VITTORIA 2141

RISULTATI DEFINITIVI A SIENA
Risultati ufficiali a SIENA dove la vittoria è andata all'uscente SUSANNA CENNI e a LUIGI DALLAI tra gli uomini. CENNI 7.775, DALLAI 4.078, STARNINI 3.337, RAPPUOLI 1.415.

PRIMARIE: PD, OLIMPIONICA
JOSEFA IDEM VINCE A RAVENNA
Josefa Idem ha vinto anche la gara delle primarie. La campionessa olimpionica di canoa è prima a Ravenna e si avvia a conquistare la candidatura in parlamento. Dietro di lei c'è Alberto Pagani segretario Pd del ravennate.

PRIMARIE: PD, VINCE FINOCCHIARO
E OTTIENE 5.056 VOTI A TARANTO

Anna Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato, ha ottenuto nelle primarie di Taranto e provincia 5056 voti risultando la più votata. Al secondo posto dopo il presidente dei senatori Pd, l'assessore regionale al Bilancio, Michele Pelillo, che ottiene tra Taranto e provincia 4489 voti, mentre il deputato uscente, Ludovico Vico, ne prende 2870. Al quarto posto il candidato dei renziani, Rocco Ressa, ex sindaco di Palagiano (comune della provincia di Taranto), che ottiene 1393 voti. I candidati del Pd per Taranto erano otto. Sui quattro candidati uomini Pelillo ha ottenuto il 50,53 per cento del totale dei voti con una larghissima affermazione in città e in molti centri del Tarantino.

PRIMARIE: PD, A BOLOGNA
VINCONO DE MARIA E FABBRI

Sono Andrea De Maria e Marilena Fabbri i più votati alle primarie del Pd a Bologna e provincia. De Maria ha avuto 10.443 voti e la Fabbri 8.107. Dietro di loro, Claudio Broglia, Donata Lenzi, Sergio Lo Giudice, Rita Ghedini, Paolo Bolognesi e Sandra Zampa. Nella fascia 'a rischio' di non vincere un seggio in parlamento, considerando che alle ultime elezioni Bologna ha eletto 8 parlamentari, ci sono poi Salvatore Vassallo, Virginia Gieri, Benedetto Zacchiroli, Gabriella Montera, Paolo Nerozzi e Domenico Cella.

A TRIESTE VINCE ETTORE ROSATO
Ettore Rosato ha vinto le primarie del Pd a Trieste. L'ex sottosegretario ha avuto 1343 voti. Dietro di lui Tamara Blazina con 825 voti, Valentina Baldas con 599, Giancarlo Ressani con 425, Stefania Iapoce con 326.

PRIMARIE: PD, RICHETTI VINCE
A MODENA; BENE ANCHE LA GUERRA

È ufficiale: Matteo Richetti ha vinto le primarie del Pd a Modena. L'ex presidente del consiglio regionale dell'Emilia Romagna, renziano doc, ha ottenuto 9.404 voti. Buoni i risultati anche del sottosegretario al Welfare Maria Cecilia Guerra e di Giuditta Pini. Tra gli uomini, seguono Stefano Vaccari, Davide Baruffi e Roberto Adani (2483). Sconfitte le deputate uscenti Manuela Ghizzoni e Mariangela Bastico.

PRIMARIE PD ROMA, TRA LE DONNE
AI PRIMI POSTI CAMPANA, ARGENTIN, COSCIA
Secondo quanto si apprende, quando è stato scrutinato circa un terzo dei seggi alle primarie parlamentari del Pd, tra le donne Micaela Campana, Ileana Argentin, Maria Coscia e Monica Cirinnà sono i nomi che sembrano raccogliere il maggior numero di preferenze.

PRIMARIE PD, FASSINA PRIMO
TESTA A TESTA MARRONI-MORASSUTI
Secondo quanto si apprende, è Stefano Fassina il candidato alle primarie parlamentari del Pd che ha raccolto il maggior numero di preferenze a Roma con un ampio margine su chi segue. Dietro è un testa a testa tra Umberto Marroni e Roberto Morassut. Subito dopo Marco Miccoli e Matteo Orfini. Lo spoglio è ancora in corso, sono stati scrutinati circa un terzo dei seggi.

RISULTATI DEFINITIVI A PISA

Risultato definitivo del collegio di PISA. Votanti: 12830. GATTI 6.908, FONTANELLI 6.646, GELLI 2.781, ZAMBITO 2.728, AGOSTINI 1.688, TOTI 1.145, DE FEO 931.

RISULTATI DEFINITIVI IN EMILIA ROMAGNA

A PIACENZA vince LA BERSANIANA PAOLA DE MICHELI con 3342 voti, seguita da MARCO BERGONZI. A FERRARA vince ALESSANDRO BRATTI con 5208 voti, seguito da MARIA TERESA BERTUZZI con 5154 voti. A IMOLA vince DANIELE MONTRONI con 3910 voti. A FORLI' vince MARCO DI MAJO con 3932 voti. A RAVENNA trionfa la campionessa olimpica JOSEFA IDEM con 9382 voti, seguita da ALBERTO PAGANI con 8739 voti. A PARMA vince PATRIZIA MAESTRI con 5622 voti, seguita da GIORGIO PAGLIARI con 4529 voti.

PD, A EMPOLI RENZIANO PARRINI
BATTE BERSANIANA MORI
Dario Parrini, sindaco di Vinci e renziano doc, ha battuto alle primarie del Pd a Empoli la bersaniana Rossana Mori, sindaco di Montelupo Fiorentino. Parrini ha ottenuto 5.695 voti. Seconda Caterina Cappelli con 2.798 e solo terza la Mori con 2.485.

FIRENZE, SPOGLIO QUASI ULTIMATO
IN TESTA SIMONI E NARDELLA

Quinto dato parziale dell'area metropolitana di Firenze (85 seggi su 112). Votanti 20474. Bianche: 58. Nulle 144. SIMONI 6987, NARDELLA 5941, DI GIORGI 5043, FOSSATI 4179, ERMINI 2569, BECATTINI 2531, ALBINI 2444, DE PASQUALE 2346, BILLI 1892, PASSONI 1742, FRANCO 1344.

PRIMARIE: PD, FINOCCHIARO
VERSO VITTORIA A TARANTO
Anna Finocchiaro si avvia a vincere nettamente le primarie a Taranto. Secondo dati ancora ufficiosi, la presidente dei senatori del Pd ha ottenuto circa 5mila voti su quasi 9mila votanti, dunque intorno al 50%. Se il risultato fosse confermato, Finocchiaro sarebbe nettamente la più votata nella provincia.

PRIMI DATI A ROMA: IN TESTA FASSINA
Secondo quanto apprendono le agenzie locali, dai risultati di singoli seggi diffusi sull'intero territorio capitolino, in testa alle preferenze degli elettori Pd alle primarie sarebbe Stefano Fassina. Dopo di lui, secondo questi dati ancora parzialissimi, una pattuglia composta da Umberto Marroni, Marco Miccoli e Matteo Orfini, in un ordine che, al momento, non è possibile determinare. Tra le donne, la sfida per le prime posizioni sembra essere tra Micaela Campana, Ileana Argentin e Monica Cirinnà.

FIRENZE: META' SCRUTINIO

Terzo dato parziale dello scrutinio nell'area metropolitana di Firenze (54 seggi SU 112) 15356 votanti, 50 bianche, 110 nulle. SIMONI 5034, NARDELLA 4341, DI GIORGI 3748, FOSSATI 3060, BECATTINI 2202, DE PASQUALE 1961, ERMINI 2014, ALBINI 1749, BILLI 1298, PASSONI 1244, FRANCO 972.

LUCCA, DATO DEFINITIVO

Ecco il risultati definitivi del collegio di Lucca: MARCUCCI 4016, ADAMI 3725, CELLAI 2576, MERCANTI 1597.

PD: PRIMARIE, LA BERSANIANA
DE MICHELI IN TESTA A PIACENZA
Paola De Micheli si avvia ad aggiudicarsi la vittoria alle primare del Pd a Piacenza, la città di Pier Luigi Bersani. La deputata bersaniana, a spoglio ancora in corso, ha ottenuto il 65,1% dei voti contro il 34,9% di Marco Bergonzi.

Primarie Parlamentari Pd, risultati di Cavriglia (Ar)
MATTESINI 350
MEACCI 341
DONATI 292
FALEPPI 182

PRIMI DATI A FIRENZE
Parziale Primarie Parlamentari Pd area metropolitana Firenze (38 SEGGI su 112): 5986 votanti
SIMONI 2187
NARDELLA 1355
FOSSATI 1287
DI GIORGI 1041
ERMINI 833
DE PASQUALE 710
BECATTINI 693
ALBINI 563
PASSONI 520
BILLI 464
FRANCO 306
16 BIANCHE 46 NULLE

IL COMUNE PIU' VELOCE...
È Sarteano (SIENA) il primo comune a comunicare il risultato delle Primarie per i parlamentari Pd: Votanti 156, Susanna Cenni 137 voti, Luigi Dallai 57, Sandro Starnini 46, Paolo Rappuoli 29, schede bianche 1, nulle 1.

AFFLUENZA DEFINITIVA BOLOGNA

Nel capoluogo emiliano alle 21 avevano votato per le primarie Pd 34.489 elettori, pari al 32,78% rispetto alle primarie del 25 novembre scorso.

BOLOGNA: ALLE 17
HANNO VOTATO IN 28MILA
Arriva il dato dell'affluenza alle ore 17 a Bologna: hanno votato in 28.529 che rappresentano il 33,21% rispetto alle primarie del 25 novembre. Il dato regionale dell'Emilia Romagna, sempre alle 17 è di 122.486, il 34,33% rispetto al 25 novembre.

BINDI: ORA PIU' FORTI
PER SFIDA GOVERNO

«Grazie di cuore ai cittadini, ai volontari, ai militanti e dirigenti de Pd di Reggio di Calabria e della provincia che hanno contribuito al successo di queste primarie. Sono molto contenta della grande partecipazione che è stata registrata e di un risultato che rafforza la battaglia di tutto il Pd per il futuro della Calabria e del nostro Mezzogiorno». Lo afferma in una nota Rosy Bindi, dopo i risultati personali ottenuti alle primarie.





AFFLUENZA A PRATO
Dati affluenza a Prato: 4727 votanti alle 17 contro i 18461 del 25/11 e i 17359 del 2 dicembre.

PRIMARIE, PRIMO GIORNO
SI PROFILA UN VOTO IN ROSA

Soprattutto, con un voto in rosa. Non solo per la vittoria di Rosy Bindi a Reggio Calabria, ma per il trend che si registra, e che vede una generale affermazione delle candidate donne. Se infatti Civati registra una netta affermazione a Monza e Brianza, e Cesare Damiano vince nella sua Torino, proprio nel capoluogo piemontese sono tre donne a registrare una netta affermazione personale, per non dire di Milano, dove prima è l'ex ministro per le pari opportunità Barbara Pollastrini.

PIERO FASSINO, SINDACO DI TORINO
«QUESTO VOTO SARA' PRECEDENTE IMPORTANTE»


PERUGIA, ECCO CHI E'
IL PIU' VOTATO
Gianpiero Bocci è stato nettamente il più votato alle primarie Pd a Perugia. Il deputato uscente, ex Margherita, ha avuto 6933 voti. Al secondo posto Giampiero Giulietti con 5687 voti. Dubbi restano per il terzo e quarto posto e sono in corso ancora verifiche. Secondo i dati ufficiosi, terza è Anna Ascani con 5464 voti, solo 25 in più di Valeria Cardinali che ne ha 5439: le due aspiranti parlamentari sono state testa a testa per tutta la notte e ora si attendono i verbali ufficiali per il conteggio definitivo che deciderà la terza posizione, l'unica che garantisce un posto alle Camere. In coda alla lista Giuliana Falaschi, con 4593 voti, a sorpresa il segretario regionale Lamberto Bottini con 3923 voti e infine Joseph Flagiello con 2541 voti.

AFFLUENZA PISA
Alle 12 in provincia di Pisa sono stati registrati circa 5.000 votanti

PRIMARIE, PREVISIONI PD
UN MILIONE DI VOTANTI

 Secondo le previsioni del partito, dovrebbero recarsi alle urne circa un milione di votanti, un terzo rispetto a quanti votarono per il candidato premier.

BERSANI: SCONFITTA GORI?
CHIEDERLO A BERGAMO
 La sconfitta di Giorgio Gori alle primarie per i parlamentari del Pd deve essere letta a partire da Bergamo, dal radicamento che lo spin doctor di Matteo Renzi ha nel suo territorio. «Chi ha lavorato ha avuto il suo premio» ha detto il segretario Pier Luigi Bersani secondo il quale alle fine della due giorni di voto emergeranno come candidati al parlamento tantissimi giovani, espressione del territorio. «Queste primarie chi si è candidato le ha fatte a casa sua - ha precisato Bersani uscendo dal seggio a Piacenza -. Non so le dinamiche e il radicamento che ognuno ha sul territorio, bisognerebbe andare a chiederlo a Bergamo. Io voto il mio deputato a Piacenza».
«È giusto che chi ha macinato lavoro abbia anche risultati - ha aggiunto il segretario del Pd -. Basta vedere una certa Angelica di Salerno, una ragazza di un piccolo comune che prende novemila voti. Vedrete quanti giovani sbucano. La gente ha buon senso, non fa un fatto puramente anagrafico, ma se può incoraggiare una donna o un giovane lo fa sempre e i risultati diranno questo. Naturalmente chi ha lavorato ha avuto il suo premio però se ne è andato a cercare».

MUCCHETTI, EDITORIALISTA CORSERA
CANDIDATO DEL PD
Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, su Twitter. «Massimo Mucchetti sarà candidato alle elezioni con il Pd».

PIEMONTE, TRIONFA
CESARE DAMIANO
In testa l'ex ministro del Lavoro del governo Prodi, Cesare Damiano (5998 voti) e il segretario del Partito democratico di Torino, Paola Bragantini (4226).

IN ABRUZZO AFFLUENZA BASSA
"In Abruzzo hanno votato circa 25 mila elettori". Così il segretario del Pd, Paolucci, alla chiusura dei seggi delle primarie per la scelta dei parlamentari.

ROSY BINDI VINCE
ANCHE IN CALABRIA
Si profila un'affermazione di Rosy Bindi ale primarie del Pd, nell'ambito delle quali si è presentata a Reggio Calabria. Secondo le prime indiscrezioni, assieme alla Bindi dovrebbe passare anche il consigliere regionale Demetrio Battaglia.

A LA SPEZIA VINCE ANDREA ORLANDO
E' l'attuale responsabile Giustizia del Pd, il vincitore delle primarie parlamentari a La Spezia.

A TORINO IN TESTA BRAGANTINI E DAMIANO
A spoglio appena iniziato, sono Paola Bragantini (con il 12,1%) e Cesare Damiano (12,2%) i candidati più votati alle primarie del Pd nella provincia di Torino. Seguono nelle prime posizioni Elena Fissore (8,8%), Francesca Bonomo (8,4%), Umberto D'Ottavio (7,6) e Stefano Esposito (7,2%).

IL SUCCESSO DEI TQ

Sono i trenta-quarantenni i vincitori delle primarie del Pd in Lombardia, secondo i primi dati. Oltre a Veronica Tentori, ventisettenne che ha vinto a Lecco, appaiono ai primi posti nelle rispettive province Pippo Civati, (37 anni) a Monza, Alan Ferrari (37) a Pavia e Chiara Braga (33) a Como. La quarantottenne Elena Carnevali risulta in vantaggio a Bergamo dove sembra lontana un'affermazione di Giorgio Gori.

BRESCIA, MIRIAM COMINELLI PIU' VOTATA
14.591 elettori, superata l'affluenza delle Regionali. Record di preferenze per Miriam Cominelli, (ingegnere 31enne, segretaria del Pd di Nuvolera) con 6.413 voti.

RISULTATI PERUGIA E PROVINCIA DI TERNI
Vince Cardinali a Perugia e Rossi a Terni.

A TORINO IN TESTA CESARE DAMIANO

Il dato definitivo relativo all'affluenza, a Torino e in provincia, alle Primarie per i parlamentari del Pd, è stato di 23.686 votanti, il 26% rispetto al ballottaggio tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi dello scorso 2 dicembre. A Torino i voti sono stati 8.686, pari al 22%. Dai primi dati risultano, al momento, in testa l'ex ministro Cesare Damiano e la segretaria provinciale Paola Bragantini.

I DATI DI MILANO: BENE MIRABELLI E MAURI

Il più votato per il Pd a Milano città sarebbe Franco Mirabelli, consigliere regionale da due legislature, già segretario provinciale dei Ds. Altro nome che ha attirato numerose preferenze è quello di Matteo Mauri, consigliere provinciale, già assessore con Penati e membro della segreteria nazionale Pd. Fra i più votati anche Lele Fiano, deputato uscente, Ezio Casati, consigliere provinciale cattolico e Francesco Laforgia, segretario cittadino.
Tra le candidate, in testa Barbara Pollastrini, Lia Quartapelle, Emilia De Biasi, Fiorenza Bassoli e Eleonora Cimbro. Al voto sono andate circa 33mila persone.

Stefania Pezzopane vince a L'Aquila

PD: OLIVERIO VINCE LE PRIMARIE A CROTONE
«Il risultato straordinario di Crotone e provincia è un premio al lavoro per il territorio, un riconoscimento per l'impegno speso a sostegno delle ragioni di una comunità che vuole orgogliosamente alzare la testa». Lo afferma il parlamentare del Pd Nicodemo Oliverio, capogruppo in Commissione agricoltura alla Camera, che ha vinto con grande successo le parlamentarie del partito nella provincia di Crotone.

Primarie per i parlamentari Pd:
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PD: PRIMARIE PARLAMENTARI
GIORGIO GORI VERSO SCONFITTA
Giorgio Gori è uscito sconfitto dalle primarie del Pd a Bergamo. Con 89 seggi su 101 scrutinati, lo spin doctor di Matteo Renzi ha preso solo il 13% dei voti. Tra i sei candidati in corsa in testa c'è Elena Carnevali, con il 31%, seguita da Giovanni Sanga con il 30%, Giuseppe Guerini con il 17%, Gori con il 13%, Carla Rocca con il 12% e Mirosa Servidati con il 7%.
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