martedì 30 aprile 2013

Orlando all’Ambiente, la foto del fallimento del Pd

Orlando all’Ambiente, la foto del fallimento del Pd


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Che Enrico Letta sia stato un convinto sostenitore del nucleare a questo punto è un dettaglio quasi folkloristico. Il vero dramma che ci consegna il nuovo governo di larghe intese (per quanto riguarda i temi trattati su questo blog) è la spietata conferma della totale mancanza di cultura ambientalista del Pd. La scelta del nuovo ministro chiamato a prendere il posto di Corrado Clini è infatti l’impietosa fotografia dell’indaguatezza dei democratici, il loro essere quanto di più lontano possa esistere da quel moderno partito progressista europeo che millantano di essere.
Con lo sbarco dell’ambizioso Andrea Orlando al dicastero dell’Ambiente la catastrofe è doppia. Come certifica il curriculum prontamente inserito sul sito del governo, il neoministro è un neofita assoluto in materia di politiche e di cultura ambientale. Come avvenne per Stefania Prestigiacomo, che al momento del suo insediamento ebbe per lo meno il pudore di ammettere di non sapere assolutamente nulla della materia che era stata chiamata ad amministrare, Orlando avrà probabilmente bisogno di qualcuno che gli spieghi anche la differenza tra solare termico e fotovoltaico.  Ma l’incompetenza, quando si ha passione e voglia di imparare, non è neppure il peggiore dei guai. Il punto qui è un altro.
Fonti ben informate spiegano che per lui fino all’ultimo c’è stata in ballo la poltrona dei Rapporti con il Parlamento, ma poi Dario Franceschini ha preteso quel posto per sé e ubi maior… La componente dei quarantenni del Pd, i cosiddetti “giovani turchi”, non poteva rimanere però certo senza un suo rappresentante in quello che doveva presentarsi all’opinione pubblica come un governo di rinnovamento, quanto meno generazionale. Da qui la necessità di dirottare Orlando su uno di quei ministeri tenuti in considerazione solo per pareggiare gli equilibri e garantire la soddisfazione di correnti e componenti della coalizione. La prima drammatica verità è proprio questa: per il Pd, alla faccia dei tanti proclami sulla green economy (anche oggi nel discorso di presentazione Letta non poteva certo astenersi dal nominarla), l’Ambiente è nulla di più di una casella da usare per far tornare i conti del suo Cencelli interno.
Un limite enorme che del resto porta con sé ed è reso possibile dall’altra gravissima falla del Pd, ovvero l’assoluta incapacità di esprimere personalità ambientaliste di un certo peso. In Europa, al netto di promesse disattese e delusioni, destra e sinistra si danno battaglia proprio sulla sostenibilità, facendo a gara a chi propone soluzioni più avanzate. Il Pd invece non va oltre una piccola pattuglia di bravi quadri intermedi, spesso emerginati ed osteggiati (Francesco Ferrante e Roberto Della Seta non a caso sono stati esclusi dalle liste per le ultime politiche), mentre a livello di immagine esterna ci si ferma ad Ermete Realacci, valido ma ormai datato “volto pubblico” dell’ambientalismo italiano.
Il Pd non ha saputo o – più probabilmente e più colpevolmente – non ha voluto intercettare i protagonisti di nessun movimento ambientalista presente sul territorio, nelle città, e ormai anche nella piccolae media impresa, sempre più attenta ai temi della sostenibilità. Chiuso al riparo dei suoi uffici romani, un partito che ama presentarsi come di moderna sinistra europea si è lasciato soffiare sotto il naso tutte le istanze sul ciclo dei rifiuti, sulla mobilità sostenbile, sulla rivoluzione energetica e più in generale sulla necessità di ripensare il nostro modello di sviluppo dal Movimento 5 Stelle. E alla fine a mettere il sigillo su questo fallimento è arrivata la nomina dell’incolpevole Andrea Orlando al ministero per l’Ambiente.
“Soltanto la green economy consente di coniugare, in una logica di solidarietà tra le generazioni, gli interventi di stimolo alla produzione ecosostenibile con la necessaria salvaguardia delle risorse ambientali del Paese”. “Tra cento anni io non ci sarò più, ma il Pd ci sarà ancora”. Sono due frasi pronunciate recentemente da Pierluigi Bersani. Provate ad indovinare quale delle due si rivelerà sbagliata.
da Repubblica blog

lunedì 29 aprile 2013

I COMPAGNI, i rapporti tra Putin e Berlusconi e le conseguenze economiche per gli italiani

da Report

I COMPAGNI Di Giorgio Fornoni. Un’esclusiva intervista all’analista politico russo ed ex-insider del Cremlino Stanislav Belkovsky sull’impero economico di Putin e su come i suoi interessi si intreccerebbero con quelli di Silvio Berlusconi, offrendo una prospettiva inedita sui rapporti Italia-Russia e le loro conseguenze economiche per gli italiani.

Quando Angelino Alfano baciava il boss mafioso Croce Napoli

NON MALE PER UN MINISTRO CHE DEVE CONTROLLARE LA MAFIA, LA CAMORRA E LA 'NDRANGHETA

Quando Angelino Alfano baciava il boss mafioso Croce Napoli

Quando Angelino Alfano baciava il boss mafioso Croce Napoli

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Foto del ‘96, quando Angelino Alfano baciò la mano del capo mafia di Palmi, Croce Napoli, (ormai deceduto una decina di anni fa).
Era l’estate del 1996, l’anno in cui il neo-delfino del Cavaliere ottenne quasi novemila voti alle regionali, risultando il primo dei non eletti. Si sposava la figlia del boss e Alfano era l’ospite d’onore. In una videocassetta del matrimonio lo si vede baciare il padre della sposa. Dopo il taglio della torta, Alfano si fa avanti con in mano il suo regalo di nozze, tra i saluti ossequiosi dei presenti, verso gli sposi. Prima bacia loro, poi abbraccia e bacia il capomafia padre della sposa. Tutto filmato e documentato. Interpellato sui fatti, Alfano prima negò tutto, dicendo di non ricordare e minacciando i giornalisti («attenti a pubblicare notizie del genere»). Poi, dopo ventiquattro ore, uscita la notizia, recuperò la memoria: «Adesso ricordo, (…) ricordo di esserci stato, ma su invito dello sposo e non della sposa». Racconta che non conosceva la sposa e «men che meno suo padre» della cui identità«non conoscevo nemmeno l’esistenza». Dunque «non ho nulla di cui giustificarmi», e via con il solito copione del ragazzo antimafioso «dai tempi del liceo» (Agoravox)
Beh ragazzi, mi sembra il degno erede di Silvio Berlusconi alla guida del Pdl, no?

stop censura


Sparatoria: il tweet di Vespa e la risposta di un utente

da cado in piedi

Sparatoria: il tweet di Vespa e la risposta di un utente

"Negli USA l'attentatore sarebbe stato abbattuto", questo il messaggio del giornalista



vespa-tweet.JPG Bruno Vespa su Twitter fa sapere che Prieti deve la vita alla civiltà italiana. Negli USA sarebbe stato abbattuto. Poi, la risposta che vedete...

Corretti o corrotti: dilemma italiano

LeG Pisa

Corretti o corrotti: dilemma italiano


Matteo Del Santo


Al piano superiore, il foglio autografo del Giuramento della Giovine Italia galleggia sospeso nella stele di plexiglass ad ostentare la propria laica sacralità. Al piano terra, nella  biblioteca della Domus mazziniana, ci siamo noi, i LeG di Pisa, i simpatizzanti, gli amici ad ascoltare i tre relatori che dialogano con Sandra Bonsanti. Il tema è attuale e allo stesso tempo antico: la corruzione.
Abbiamo deciso di intitolare questo pomeriggio in maniera provocatoria, “Corretti o corrotti: dilemma italiano“. E per sbrogliare il dilemma e renderci più chiare le idee sul fenomeno abbiamo invitato chi il problema lo studia, lo affronta e lo sente in modo particolare. Alberto Vannucci è professore di Scienza politica all’Università di Pisa e da anni si occupa di studi e ricerche sulla corruzione. E’ l’ideatore e direttore del Master “Analisi, Prevenzione e Contrasto della criminalità organizzata e della corruzione” giunto alla terza edizione presso l’Università di Pisa, in collaborazione con Libera ed Avviso pubblico: un caso unico nel panorama universitario italiano che si propone di fornire strumenti di analisi e di contrasto a quegli amministratori e operatori che quotidianamente si confrontano con le questioni della legalità dell’azione amministrativa o con i rischi di infiltrazioni criminali. Cristina Scaletti, è assessore alla Cultura, Turismo e Commercio della Regione Toscana. Entrata in politica nel 2009 con l’Italia dei Valori in occasione delle elezioni europee, si è fin dal principio impegnata per combattere la corruzione oltre che come problema politico anche come problema culturale italiano. Gabriele Santoni, è assessore della provincia di Pisa con delega alla viabilità, mobilità e legalità. E’ membro dell’ufficio di presidenza di Avviso Pubblico. Ha fondato a Pisa nel 2006 il Coordinamento provinciale antimafia degli enti locali che sostiene, tra l’altro, le cooperative che lavorano i terreni confiscati alle mafie.
Parte volando alto il prof. Vannucci: Dante e la Divina Commedia, con l’immagine del XXI canto dell’Inferno nel quale i governanti che arraffarono nascostamente  nell’amministrare la loro città scontano la loro pena sommersi per l’eternità nell’oscurità ribollente della pece. E la citazione serve, non solo a rammentare che il vizio italico ha radici lontane, ma come potentissima metafora per illustrarci che il fenomeno della corruzione è prevalentemente sotterraneo e nascosto. Visto che le parti in gioco hanno entrambe vantaggio nella “operazione” non c’è ragione nell’effettuare denuncia e il fenomeno si sviluppa occulto, indisturbato, difficile da scandagliare. All’opposto dei reati di omicidio o furto, non è affatto certo che una riduzione delle denunce sia il segnale che il fenomeno sta diminuendo. Per quantificare il grado di corruzione dobbiamo quindi rivolgerci, più che alle cronache giudiziarie, ai sondaggi sulle esperienze di corruzione vissute dai cittadini e a un indice di percezione della corruzione (CPI, acronimo inglese) attribuito in base alle opinioni di una serie di specialisti, perlopiù stranieri. Il prof. Vannucci snocciola dati e grafici impietosi dove l’Italia compare in pessima posizione nello scenario mondiale e tra gli ultimi posti in Europa, peggio troviamo pochi altri tra cui la Grecia: bella fine per i paesi culla della civiltà occidentale!
Scopriamo anche, tra lo scorrere delle slides del suo ultimo libro “Atlante della corruzione”, che l’Italia presenta la particolare singolarità di avere fortissime differenze nel grado di corruzione tra la provincia di Bolzano, vicina alla virtuosità dei migliori paesi nord europei, e la Campania e altre regioni del sud agli stessi livelli dei paesi più corrotti del mondo, a riprova del legame simbiotico tra corruzione e presenza delle mafie sul territorio. Interessanti, poi, gli accostamenti su grado di corruzione e vari aspetti della vita sociale; scopriamo che cultura, investimenti in ricerca e sviluppo, fiducia nelle istituzioni, sono inversamente proporzionali al grado di corruzione di un paese mentre eccesso di burocrazia e numero di avvocati sono direttamente proporzionali al fenomeno corruttivo. E scopriamo anche che la corruzione può uccidere; dalle valvole cardiache difettose perché scelte non per efficienza ma per tangente, all’ennesima triste statistica: laddove il grado di corruzione è più alto i terremoti, a parità di intensità e di edilizia, fanno più vittime.
E’ troppo, abbiamo bisogno di una pausa, di tirare il fiato, di una notizia positiva. Ci viene in soccorso Gabriele Santoni a indicarci come la buona politica e la società civile portano avanti il germe della lotta alla corruzione. Ci parla del suo impegno in Avviso pubblico, associazione nazionale nata nel 1996 con l’intento di collegare ed organizzare gli Amministratori pubblici che concretamente si impegnano a promuovere la cultura della legalità democratica nella politica, nella Pubblica Amministrazione e sui territori da essi governati. Ma ci dice anche che la lotta alla corruzione non deve essere una moda del momento, un facile slogan. Essa richiede impegno e costanza nel condurre battaglie che a volte sono silenziose, lunghe, frustranti… o molto dure e pericolose come quelle di alcune sindache calabresi. C’è bisogno anche di provvedimenti tecnici, per esempio velocizzare l’iter di assegnazione alle cooperative delle proprietà confiscate alle mafie, perché è diverso prendere in mano un frutteto rigoglioso e produttivo oppure averlo dopo cinque anni e doverlo disboscare. Anche ottenere un mutuo per una cooperativa non proprietaria del bene è un bel problema.  Poi c’è la Carta di Pisa, codice etico facoltativo di condotta per gli amministratori locali, che costituisce un repertorio di disposizioni al quale attenersi. Tra di esse, l’assenza di conflitti di interesse, il divieto di cumulo di cariche, l’impiego di criteri di merito nelle nomine pubbliche, il rifiuto di regali, la completa trasparenza nelle decisioni e nei bilanci. Nulla di rivoluzionario ma comunque un documento che vincola i sottoscrittori e le persone da essi nominate. Adottato per primo dal Comune di Pisa, nel giro di un anno ha già coinvolto diversi comuni e province in tutta Italia.
Siamo all’assessore Scaletti che ci parla di Cultura e cultura della legalità. E’ convinta che la cultura sia motore di crescita civile ed economica e per questo ha lavorato nella Giunta guidata da Enrico Rossi al fine di non tagliare fondi al bilancio della cultura della Toscana. E’ dell’opinione che la società non si deve assuefare alla corruzione accettandola come fenomeno inevitabile ma anzi deve e può sviluppare gli anticorpi per farne fronte. Critica la rassegnazione nei confronti di una politica tutta uguale, tutta marcia, invitando invece ad impegnarsi in prima persona e a distinguere tra buona e cattiva politica. E aggiunge che la spirale della corruzione, sia che ci si entri da politici che da privati cittadini, ci toglie la libertà. Ci rende ricattabili, riconoscenti a corrotti o corruttori, pone veti alla nostra azione quotidiana.
Il dibattito che segue non infiamma, i relatori sono stati molto chiari ma l’argomento va masticato. Una domanda sorge spontanea e forse banale: quale intervento legislativo potrebbe inceppare il meccanismo, ridurlo, circoscriverlo? Risponde il prof. Vannucci, prima con una provocazione: per debellare la corruzione sarebbe sufficiente la sua cancellazione dal codice penale o una sua depenalizzazione o parziale accettazione come “modica quantità”, soluzione balenata nel dibattito pubblico italiano ad opera di vari ministri, Signorile, Conso, Biondi… Quindi si passa al serio; bisogna distinguere tra due misure, quelle deterrenti e quelle preventive. Le prime non si dimostrano molto efficaci soprattutto se si continuano ad avere tempi e meccanismi di prescrizione che impediscono, di fatto, l’applicazione della pena. Le seconde hanno grossa difficoltà a essere varate, in quanto raramente trovano condizioni favorevoli alla loro promozione. Eppure ci sarebbe tanto bisogno di provvedimenti che incoraggino corrotto, corruttore o soggetti terzi a denunciare l’atto illecito, provvedimenti che restituiscano al falso in bilancio e all’abuso di ufficio la gravità che meritano, provvedimenti che semplifichino il lavoro dei magistrati invece che assecondare l’ostruzionismo degli imputati; mentre faremmo volentieri a meno del regime di emergenza continua nella gestione di certi appalti, terreno fertilissimo per il proliferare del fenomeno corruttivo. In questo senso la riforma Severino non è stata sufficientemente incisiva facendo, per certi versi, alcuni passi indietro.
Allora meglio rivolgersi alle esperienze di anticorruzione dal basso, delle quali Pisa costituisce un piccolo laboratorio e centro propulsivo. Oltre alla Carta di Pisa e al Master c’è la campagna “Riparte il futuro”, che vede Pisa tra i principali sostenitori, per invitare i parlamentari neo eletti a impegnarsi in una responsabile e concreta lotta alla corruzione con provvedimenti specifici e di grande efficacia. Perché senza una seria politica anticorruzione qualsiasi tipo di riforma, economica ed istituzionale, risulta impossibile o inefficace.
Ci alziamo, ringraziamo ed andiamo verso casa. Prima però visitiamo il luogo che ci ha ospitato,  ove Giuseppe Mazzini soggiornò e morì il 10 marzo 1872. Ora sappiamo qualcosa di più ma soprattutto sappiamo, noi del Circolo, in quale direzione, concretamente, impegnarci.

Diventeremo tutti berlusconiani?

Diventeremo tutti berlusconiani?

MAPPE. Il Cavaliere non fa parte del governo Letta ma la sua presenza è tangibile: incombe di nuovo sulla politica italiana. E il Pd sembra incapace di liberarsi di questa eredità, anche perché non è riuscito ad affermare una propria identità

di  ILVO DIAMANTI
Diventeremo tutti berlusconiani? Difficile non chiederselo, mentre assistiamo all'avvio del nuovo governo, che oggi otterrà la fiducia. Berlusconi non ne fa parte. Ma la sua presenza è visibile. Attraverso i ministri della sua "parte". Per primo, il fedele Angelino Alfano. D'altronde, questo governo rispecchia la prospettiva che egli stesso aveva auspicato e perseguito, fin dai giorni successivi al voto.

Una maggioranza di "larghe intese", che istituzionalizzasse l'alleanza costruita da Napolitano intorno a Monti e ai tecnici, nel novembre 2011. Oggi quella maggioranza si ripropone, per iniziativa, ancora, del Presidente. Ma si tratta di un governo "politico", per quanto spinto (come nel 2011) dall'emergenza. Alla guida Enrico Letta, leader del Pd. Con il sostegno determinante del Pdl. Oggi, di nuovo il primo partito in Italia, secondo i sondaggi. Mentre il Pd è in caduta. Sceso al di sotto del 25% (secondo Ipsos). Se si votasse presto, il centrodestra "rischierebbe" di conquistare la maggioranza in entrambe le Camere, anche con questa orribile legge elettorale.

Berlusconi, dunque, incombe di nuovo, sulla politica italiana. Come avviene da vent'anni. Eppure sei mesi fa, appena, tutti davano la sua avventura politica praticamente conclusa. I suoi stessi leader (si fa per dire, perché nel centrodestra il leader è uno solo) l'avevano abbandonato. Invocavano le primarie del centrodestra. E si guardavano intorno, alla ricerca di una via di fuga. Io stesso consideravo il "berlusconismo", il modello politico e culturale imposto da Berlusconi, in declino. Non ho cambiato idea. Il berlusconismo interpreta il mito dell'imprenditore del Nord che si è fatto da sé. La promessa del successo possibile per tutti. Narrata attraverso i media e la "sua" televisione. È il "sogno italiano" negli anni della crescita e del benessere. Che egli ha rappresentato anche mentre declinava, negli anni Duemila. Quell'epoca è finita. Arcore e le sue ville in Sardegna non possono più disegnare l'ambiente della sua fiction. E l'immagine degli imprenditori, oggi, non è più associata al "miracolo" economico degli anni Ottanta e Novanta. Ma al dramma del suicidio per disperazione.
Anche il "partito personale", l'invenzione del Cavaliere: da Forza Italia al Pdl, dopo il 2008 ha iniziato a perdere consensi. Dieci anni, o quasi, di governo e di declino economico e sociale ne hanno ridimensionato il consenso. Così alle elezioni recenti il Pdl ha perduto circa 6.300.000 elettori. E si è ridotto a circa metà, rispetto al 2008.
Eppure Berlusconi non è finito. È sopravvissuto al berlusconismo. Meglio dei suoi stessi antagonisti. Oggi in profonda crisi, assai più di lui.

Com'è avvenuto? E perché?

Quanto al "come", direi che Berlusconi ha perso le elezioni ma ha vinto il dopo-elezioni. Perché il Pd, guidato da Bersani, il vincitore predestinato con largo anticipo, in effetti, non ha vinto. Ma ha cercato di agire da vincitore. Come se avesse vinto. Per quasi un mese, ha inseguito il progetto di un governo improbabile. Insieme al M5S di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. I quali non possono governare con i "nemici". I principali partiti della Seconda Repubblica. Dopo aver condotto una campagna elettorale contro di loro. Il Pdl e il Pd senza "l". Non possono. Perché un terzo dei loro elettori provengono da centrodestra e un terzo da centrosinistra. Qualunque scelta, per il M5S, sarebbe lacerante. Per cui ha condotto, sin qui, una guerra di logoramento. Avvicinandosi al Pd, per poi respingerlo. In diretta streaming. Visto che il suo governo ideale è proprio questo. Le "larghe intese" fra i "nemici". Contro cui mobilitarsi. Dentro e fuori il Parlamento. Almeno per ora. Fino a quando, cioè, una parte dei suoi elettori non comincerà a interrogarsi circa l'utilità del proprio voto. Com'è avvenuto in Friuli Venezia Giulia, alle recenti elezioni regionali.

Così Berlusconi, è divenuto, di giorno in giorno, più ineludibile. Impossibile cancellarlo dall'orizzonte politico, per il Pd. Il non-vincitore costretto ad agire "come se" lo fosse. "Come se" potesse decidere con chi governare. Mentre, di giorno in giorno, il ruolo di Berlusconi cresceva. Mentre Berlusconi poteva permettersi atteggiamenti da leader responsabile. Pronto a fare la propria parte. Fino al punto di concedere alla "sinistra" tutte le presidenze. Della Camera e del Senato. Perfino la presidenza della Repubblica (Napolitano non ha mica una storia di destra...). E, infine, la presidenza del Consiglio.

Per il Bene del Paese.

Così Berlusconi ha vinto il dopo-elezioni. E il centrosinistra l'ha perso. Anche se ha ottenuto tutte le cariche più importanti. Perché ha dovuto "arrendersi" al suo avversario storico. Il Pd: per la prima volta, ha formato una maggioranza "politica" con gli uomini del Pdl. Cioè, di Berlusconi. Certo, Enrico Letta ha scelto ministri giovani. Molte donne. Un po' di tecnici di valore. Un po' di politici di nuova generazione. Ma, insomma, lui, Silvio: incombe. E per il Pd conta quanto - e forse più - che per il Pdl. Perché Berlusconi è, ancora oggi, il leader verso cui gli elettori del Pd nutrono maggiore sfiducia: 94%.

La sfiducia verso Berlusconi, l'anti-berlusconismo: sono un marchio impresso nell'identità del centrosinistra fin dalle origini della Seconda Repubblica. Il centrosinistra. Condannato, da Berlusconi, a rimanere comunista. Dopo la caduta del muro e la fine del comunismo. Condannato a restare antiberlusconiano, anche dopo la fine del berlusconismo. Oggi sembra incapace di liberarsi da questa eredità.

Anche e soprattutto perché il Pd non è mai riuscito ad affermare una propria, specifica, identità. È un partito né-né. Né socialdemocratico né popolare. Semmai post. Dove coabitano, senza amore, postcomunisti e postdemocristiani (di sinistra). Un partito im-personale. Che utilizza le primarie per selezionare leader poco carismatici e lasciar fuori quelli più pop (olari). Un "partito ipotetico", ha scritto Eddy Berselli nel 2008. Rassegnato a perdere, anche quando vince - o quasi. Perché coltiva il mito della sconfitta -  e dell'opposizione. In fondo, anche Berlusconi, per il Pd e la Sinistra, è un mito. Negativo, ma non importa. Perché i miti, si sa, non muoiono. Per non morire berlusconiani, dunque, non c'è alternativa. Occorre costruire un'alternativa: "senza" Berlusconi. "Oltre" Berlusconi. Solo a questa condizione è possibile sopravvivere a Berlusconi. Il Pd, per questo, deve cambiare in fretta. Individuare e comunicare una propria, specifica identità. Con poche parole e una leadership forte. Prima delle prossime elezioni. Non gli resta molto tempo.

Letta promette: "Stop Imu a giugno Via questa legge sui rimborsi ai partiti"

Il discorso per la fiducia alla Camera: "No inasprimento Iva, riduzione tasse senza indebitamento"
La ripresa? "Non può attendere". Alfano: "Pdl soddisfatto, dal premier musica per le nostre orecchie"
Letta promette: "Stop Imu a giugno Via questa legge sui rimborsi ai partiti"
"Stop al pagamento dell’Imu a giugno e rinuncia all’inasprimento dell’Iva". E' questa la promessa più forte (e quella più attesa dal Pdl) di Enrico Letta nel suo discorso per chiedere la fiducia alla Camera: "Avverto il peso della responsabilità". Poi via ai propositi: "Priorità al lavoro, risolvere questione esodati, piano per l'edilizia scolastica, incentivo per contratti ai giovani, reddito minimo per le famiglie bisognose". Nessun accenno, però, al modo per finanziare tutti questi interventi

PD, "DISSENSO RIENTRATO. SI' ALL'ESECUTIVO". CIVATI NON VOTERA' (di Cosimo Rossi)

Sparatoria Palazzo Chigi, la rabbia degli agenti: “I politici tirano troppo la corda”


Sparatoria Palazzo Chigi, la rabbia degli agenti: “I politici tirano troppo la corda”

In un bar vicino al luogo dell'attentato lo sfogo dei militari: "I politici non lo sanno che vuol dire prendere 800 euro al mese" e l'ipotesi che quello di Preiti non sia il gesto di un pazzo, ma l'azione di chi voleva colpire le istituzioni, rafforza la visione da chi dall'altra parte della transenna guarda sfilare chi dovrebbe risolvere i problemi e non diventarne obiettivo

Sparatoria Palazzo Chigi
“Una guerra fra poveri” di cui pagano il conto i “servitori dello Stato”. L’amarezza è soltanto mormorata ma è enorme. L’Huffingtonpost ha raccolto lo sfogo tra le lacrime di un carabiniere, collega dei due militari feriti davannti a Palazzo Chigi mentre il governo, guidato da Enrico Letta, giurava nelle mani del presidente della Repubblica. “E’ il gesto di un disperato. I politici non lo sanno che vuol dire prendere 800 euro al mese, entrare in un negozio e non poter comprare nulla a tuo figlio… Ecco cosa succede se non lo sanno”. “Si capiva che era un gesto di rabbia, ma loro non lo sanno, vivono in un mondo loro, non capiscono che poi la gente se la prende con noi che facciamo servizio in strada…” raccontano ai giornalisti.
In un bar vicino al luogo dell’attentato dove giornalisti e agenti cercando di dare una spiegazione al gesto di Luigi Preiti c’è anche un poliziotto rassegnato: “Stanno tirando troppo la corda” ragiona con una cronista del fattoquotidiano.it e l’ipotesi che quello dell’uomo non sia l’urlo di disperazione un pazzo, ma l’azione di chi – stremato – voleva colpire i politici e la politica, rafforza la visione da chi dall’altra parte della transenna guarda sfilare chi dovrebbe risolvere i problemi non diventarne obiettivo.
“La sparatoria avvenuta a Roma difronte a Palazzo Chigi rappresenta un episodio molto preoccupante che non va sottovalutato e al quale va prestata la massima attenzione per il significato che riveste” è l’invito rivolto dal segretario nazionale dell’Ugl Polizia di Stato, Valter Mazzetti, al neo ministro dell’Interno Angelino Alfano. “Il ferimento dei due carabinieri avvenuto oggi a Roma rappresenta l’ennesimo tributo di sangue versato dalle forze dell’ordine che giunge ad un giorno di distanza dalla rapina nel Casertano, dove un altro carabiniere è stato ucciso ed un altro ancora ferito. Si tratta – afferma Mazzetti -  di un bilancio pesante che colpisce una categoria di lavoratori, quella delle forze dell’ordine, troppo spesso sovraesposta e che, nonostante venga sovente bistrattata, continua a rappresentare un simbolo della presenza dello Stato e per questo colpita. Esprimo – conclude – a nome di tutti i poliziotti dell’Ugl Polizia di Stato, la piena solidarietà ai colleghi dell’Arma ed alle loro famiglie che ieri nel casertano ed oggi a Roma hanno offerto il loro tributo anche estremo per il bene della collettività”.  Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni ritiene che tutti debbano  “abbassare i toni, per evitare che si verifichino nel paese altri episodi di violenza”, dice il segretario. “Dobbiamo affrontare il problema della disoccupazione e le gravi emergenze sociali con più concertazione, assumendoci ciascuno la propria parte di responsabilità per fare uscire il paese dalla crisi“.
C’è sconcerto e grande tristezza alla caserma Baldissera, sul Lungarno Pecori Giraldi a Firenze, sede del Sesto Battaglione Carabinieri Toscana, dove sono in servizio il brigadiere Giuseppe Giangrande e il carabiniere scelto Francesco Negri. C’è poca voglia di parlare fra i colleghi dei due militari che li definiscono “due bravissimi ragazzi, che si sacrificano. Questo – viene spiegato – è un lavoro che si fa solo con la passione, è un mestiere che chiede molto, che ti tiene lontano dalla famiglia e dagli affetti. Qua condividiamo tutto, esperienze di vita, tensioni, ansie e gioie”.  Il contingente toscano era arrivato a Roma da qualche giorno “siamo a disposizione del Comando generale – viene aggiunto – che ci impegna non solo in Toscana, ma laddove ci sia bisogno: dalle emergenze di Lampedusa a quelle per la Tav, al servizio pubblico durante le partite”.

Berlusconi “padre costituente”: “Presiederò la Convenzione per le riforme”

AL MOTTO DI TUTTO E DI PIU' E SOPRATTUTTO NIENTE GALERA AI POLITICI IL CAVALIERE ''FORTE'' DI DUE CONDANNE E TRE PRESCRIZIONI (UNA PER CORRUZIONE DI GIUDICI) SI CANDIDA PER DARE UNA NUOVA ARCHITETTURA ISTITUZIONALE AL PAESE

Berlusconi “padre costituente”: “Presiederò la Convenzione per le riforme”

Dopo aver fatto fallire la Bicamerale del '97 presieduta da D'Alema, il Cavaliere ci riprova. "Forte" di due condanne e tre prescrizioni (una per corruzione di giudici), dice: "Sarò io a guidarla"

Silvio Berlusconi
Una Convenzione per le riforme per dare una nuova architettura allo Stato di un Paese altrimenti ingovernabile. Silvio Berlusconi, con questo ragionamento, si candida a presiedere l’organismo per avviare il dialogo tra le forze parlamentari per un rinnovamento della struttura istituzionale. Oltre al programma del governo – che sarà presentato nel pomeriggio da Enrico Letta alla Camera – il presidente del Consiglio lancerà anche la Convenzione. ”Si farà una convenzione per le riforme – ha spiegato lo stesso ex presidente del Consiglio alla Telefonata di Canale 5 – e nel corso delle trattative per la formazione del governo si è determinato che, alla guida di questo organismo, vada un esponente indicato dal Pdl. Immagino che sia io a guidarla, perché nei nove anni che sono stato presidente del Consiglio ho avuto modo di verificare le difficoltà di guidare il Paese”.
E’ tutto da capire se la Convenzione avrà poteri “referenti” o “redigenti”, come si dice in linguaggio di diritto costituzionale. Da una parte i testi devono essere esaminati preventivamente, per relazionare alle Camere prima dell’approvazione. In sede redigente, oltre ad esaminare il testo del disegno di legge,  possono, su delega dell’Assemblea, elaborare il testo definitivo dei singoli articoli. In questo caso il testo dovrà essere approvato, ma senza dichiarazioni di voto, dall’Assemblea sia per singoli articoli che globalmente. In questo secondo caso, tuttavia, si tratterebbe di leggi costituzionali che avrebbero bisogno di due letture per ogni ramo del Parlamento.
Verosimilmente tutto questo non potrà trovarsi all’interno del discorso di Letta alle Camere. Ma i punti forti sono comunque due. Da una parte la riforma dei regolamenti parlamentari per cercare di snellirli e andare verso una velocizzazione dell’iter legislativo. Dall’altra – forse il capitolo più importante – la riformulazione del sistema di governo: premierato forte o semipresidenzialismo alla francese che potrebbe dare il via anche alla riforma elettorale disegnata sui meccanismi di quel Paese. La nuova bicamerale da cui dovrà scaturire soprattutto la nuova legge elettorale: in questa discussione ovviamente il centrodestra potrà fa valere il suo peso nella formazione del governo.
Dunque Berlusconi si ritaglia un ruolo da statista, da padre costituente. Nonostante a oggi abbia messo in fila una prescrizione per corruzione dei giudici nella vicenda Mondadori (che poi ha dato il via alla causa e al maxi-risarcimento dovuto a De Benedetti), un’altra prescrizione per il finanziamento illecito a Bettino Craxi, le due sentenze di non luogo a procedere in diversi processi perché il suo governo ha cambiato la legge sul falso in bilancio, due sentenze di condanna per violazione del segreto d’ufficio e evasione fiscale (con pene rispettivamente di un anno e 4 anni) e un processo – ancora in corso – per concussione e prostituzione minorile (il caso Ruby).
Durante il colloquio con i suoi nuovi ministri, ieri il Cavaliere ha vantato addirittura una paternità ideale del governo, rivendicandolo come risultato di una strategia lucidamente perseguita dal giorno successivo alle elezioni: la politica delle larghe intese. “Dopo che mi sono battuto per farla digerire al Pd - è il ragionamento - come avrei io potuto tirarmi indietro all’ultimo momento?”. Il suo pensiero è già avanti, a un quadro di spericolate scomposizioni e ricomposizioni del quadro politico che oggi potrebbero sembrare pura fantascienza: i moderati tutti insieme alleati, e gli estremisti di ogni sorta relegati nell’angolo. “Per dare vita al governo Letta – ha ribadito – abbiamo posto una precisa condizione e cioè che si approvino subito le misure di rilancio dello sviluppo che abbiamo indicato nel nostro programma”, che mette la restituzione dell’Imu e una sostanziale “museruola” a Equitalia ai primi posti contro quelli che chiama “le sue prepotenze e metodi violenti”. Quindi ha sottolineato che si aspetta segnali da Letta sui “punti irrinunciabili per noi che il premier si è impegnato a realizzare, o quantomeno “si è impegnato – osserva ancora – a citarli nel suo discorso”. E comunque, se questo governo dovesse fallire, l’unica strada sarà il voto, anche se sarà difficile presentarsi davanti agli italiani dopo un simile fallimento. 

EDITORIA: ADDIO SCOOP, ANCHE L'AGENZIA DIVENTA SOCIAL. FESTIVALDI PERUGIA: AP E REUTERS APRONO AL CITIZEN JOURNALISM




EDITORIA: ADDIO SCOOP, ANCHE L'AGENZIA DIVENTA SOCIAL. FESTIVALDI PERUGIA: AP E REUTERS APRONO AL CITIZEN JOURNALISM

dell'inviato Michele Cassano-ANSA


Perugia, 27 aprile 2013. Sempre meno scoop, il compito dei giornalisti di agenzia sarà da un lato verificare le notizie che arrivano dalla rete, dall'altro svilupparle e arricchirle. La fonte prima dell'informazione, insomma, e' destinata a mutare radicalmente, sulla spinta della crescita di social media e comunita' virtuali. Una rivoluzione gia' iniziata, soprattutto nel mondo anglosassone, come testimonia la nascita della figura del social media editor nelle due principali agenzie in lingua

inglese del mondo, Associated Press e Reuters. A ricoprirne il ruolo due giganti del web, come Anthony De Rosa e Eric Carvin, ospiti al Festival del giornalismo di Perugia.


De Rosa, definito dal New York Times un ''re'' della piattaforma di microblogging Tumblr, si occupa da due anni dell'integrazione dei prodotti Reuters con i social media. ''Sono nel ramo consumer dell'agenzia, ma c'e un'interazione continua con l'area business - spiega de Rosa -. Il mio compito e' setacciare il web e verificare le notizie''. L'espansione dei social media ha portato alla creazione di una rete di utenti, diventati collaboratori dell'agenzia. ''Abbiamo gente in giro per il mondo che contattiamo - spiega -. Alcuni non vogliono essere neanche remunerati, perche' si accontentano che il loro lavoro abbia visibilita'''.

De Rosa spiega che l'agenzia gestisce 20mila video al giorno e ''gli strumenti di verifica sono sempre piu' sofisticati''. ''Puo' sorgere un contrasto - aggiunge - tra i contenuti raccolti in rete e quelli frutto del lavoro giornalistico, ma per il momento cio' accade soprattutto per foto e video. Spesso gli utenti inviano immagini piu' valide''. E' sempre meno raro, pero', che la notizia arrivi dai social media, tanto da far dire che lo scoop e' destinato a morire. ''Diventera' sempre meno rilevante'', sostiene Eric Carvin, fratello di Andy, definito miglior account Twitter del mondo dalla Columbia Journalism Rewiev.

''La sovrabbondanza di informazioni cambiera' le basi del mestiere - aggiunge -. Anche la velocita' nel dare la notizia, quantomeno in ambito consumer, sara' sempre meno importante, perche' contera' il valore aggiunto e di conseguenza la possibilita' di realizzare ricavi''. La crescita del citizen journalism solleva anche il tema della remunerazione del lavoro. ''E' giusto che ci siano forme di pagamento'', spiega Carvin. L'idea e' creare una ''licenza di servizio pubblico'', una sorta di contratto tra azienda e cittadino, che consenta di utilizzare i prodotti anche dopo le 72 ore dalla realizzazione. (ANSA).

Al Festival di Perugia premiata Chiara Baldi (Lsdi) per l’articolo: “La libertà di stampa solo una illusione se i giornalisti sono sfruttati e minacciati”.


Al Festival di Perugia premiata Chiara Baldi (Lsdi) per l’articolo: “La libertà di stampa solo una illusione se i giornalisti sono sfruttati e minacciati”.

www.lsdi.it-27/4/2013


Chiara Baldi, nostra collaboratrice e socia dell’Associazione Lsdi, ha vinto al Festival del giornalismo di Perugia il premio Walter Tobagi nella sezione carta stampata con un articolo dal titolo ‘’Stampa libera? Un’illusione se i giornalisti sono sfruttati e minacciati’’, che pubblichiamo qui di seguito. La giuria le ha assegnato il premio con questa motivazione: “Il pezzo tratta un tema di grande attualità, spesso censurato dagli stessi addetti ai lavori. Lo svolge in maniera documentata e misurata, focalizzandosi sulle battaglie sindacali, senza retorica e con uno stile giornalistico asciutto”.

Chiara (a sinistra nella foto) ha dedicato un grosso impegno alla questione del precariato giornalistico, un tema che è stato anche al centro della sua tesi di laurea, dal titolo ‘’Due euro al pezzo: inchiesta sul nuovo precariato giornalistico’’.

Lsdi l’aveva pubblicata l’ anno scorso in occasione della sesta edizione del Festival di Perugia, che si era aperto il 25 aprile 2012 proprio con un  Meeting dei Movimenti dei giornalisti precari.

La giuria – composta da composta da Maurizio Beretta (UniCredit), Arianna Ciccone (Festival Internazionale del Giornalismo), Dario Di Vico(Corriere della Sera), Riccardo Iacona (Presadiretta), Laura Silvia Battaglia (Associazione Ilaria Alpi), Benedetta Tobagi (La Repubblica) – ha assegnato poi una menzione speciale, sempre per la carta stampata, a Bianca Senatore per Raccontare il mondo del lavoro in generale o il mondo della professione giornalistica in particolare

Nella sezione video il premio è andato a Luigi Brindisi, Lucia Maffei, Alexis Benedicta Paparo, Vincenzo Scagliatini (i quattro sulla destra nella foto)  per “Una storia ancora da raccontare: Walter Tobagi”

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Stampa libera? Un’illusione se i giornalisti sono sfruttati e minacciati

di Chiara Baldi (@ChiaraBaldi86)

Un esercito di venticinquemila precari che produce il sessanta percento delle notizie di un qualsiasi giornale, online o cartaceo che sia. Un esercito che se posasse la penna e spegnesse il pc, metterebbe in ginocchio l’intero sistema dell’Informazione. Nel resto del mondo questi “soldati” si chiamano freelance e sono sinonimo di notizie indipendenti, libere, alternative. Da noi sono semplicemente giornalisti precari, o più brutalmente: sfruttati, sottopagati, sotto ricatto. L’ Italia della crisi, dei contratti atipici, degli stipendi infami, del «non arrivo a fine mese» e delle tutele inesistenti, passa anche (e soprattutto) da loro.

E da loro passa anche la libertà di stampa in un Paese che nel 2013 si è attestato al 57° posto nella classifica mondiale di Reporters sans Frontières. Sì, perché non esiste stampa libera né diritto del cittadino ad essere informato in modo democratico se i giornalisti sono pagati quattro euro al pezzo o poco più. E che siano nette o lorde cambia poco: è pur sempre una miseria ignobile. La libertà di stampa inizia da qui, dal ricatto di un giornalista che lavora così tanto per un compenso così insulso: quale professionalità e quale indipendenza avrà mai, se per 50 euro al giorno deve produrre 15 notizie?

E soprattutto, di che qualità saranno quelle notizie? Per anni, di tutto ciò non ne ha parlato nessuno. Ai giornali non conveniva per evidenti motivi e le associazioni di categoria (OdG e FNSI), per loro stessa ammissione, se ne sono accorte troppo tardi. Ma queste proteste qualcuno le doveva pur raccogliere, qualcuno doveva pur incanalare questa rabbia per farla sfociare in qualcosa di concreto, e allora tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010 sono nati i primi Coordinamenti di giornalisti precari: quello della Campania e quello romano di Errori di Stampa.

Questa realtà si è allargata a macchia d’olio, tanto che oggi esistono in tutta Italia. Perché lo sfruttamento del lavoro giornalistico avviene ovunque, in molteplici forme, e a volte è difficilissimo persino da individuare, oltre che da contrastare. Dobbiamo ringraziare loro, la caparbietà con cui hanno raccolto testimonianze e fatto proposte se oggi abbiamo la legge sull’equo compenso giornalistico e la Carta di Firenze che punisce i direttori che contribuiscono allo sfruttamento dei collaboratori.

I Coordinamenti sono stati i primi ad alzare la voce contro lo sfruttamento dei colleghi, denunciando i ritmi disumani, i pochi euro ad articolo (alcuni, come Il Messaggero, addirittura, non danno neanche un euro per le notizie sotto le 800 battute), le telefonate a proprio carico, così come la mazzetta di giornali ed agenzie pagate di tasca propria.

Non una scrivania in redazione, anzi, in redazione ci vadano il meno possibile, ché se arriva un’ispezione dell’ Inpgi sono guai seri per tutti. I Coordinamenti hanno denunciato questa piaga sociale che ha ormai infettato l’intero sistema della stampa italiana, e di cui non c’è alcuna percezione nell’opinione pubblica. Il giornalista è, infatti, per molti, un professionista con uno stipendio solitamente sopra la media e che appartiene alla cosiddetta “casta”: esemplari le parole dell’ex Ministro del Lavoro Elsa Fornero, che parlò di «privilegiati». Eppure non sono solo i soldi a mancare.

Chi fa questo lavoro sa cosa voglia dire scrivere per più editori senza un contratto che preveda delle tutele.

Sa cosa voglia dire fare inchieste e reportage, scrivere la “notizia scomoda”, discutere affinché venga pubblicata e aspettare, inerme, la reazione che essa certamente provocherà. Dal 2006 ad oggi, racconta Ossigeno per l’Informazione, l’Osservatorio sui giornalisti minacciati in Italia promosso da Odg e Fnsi, sono stati 1329 i giornalisti che hanno subito minacce. Un numero esorbitante per una categoria che conta oltre 110mila iscritti di cui meno della metà “attivi”. Un numero che è cresciuto esponenzialmente di anno in anno, passando dai 200 dal 2006 al 2008 ai 324 del 2012. E nei primi tre mesi del 2013, sono già stati 81 i cronisti che hanno subito minacce. La minaccia usata come arma di dissuasione dal pubblicare una notizia scomoda: «Non scriverla, potrebbe essere un problema», viene detto. Oggi c’è anche chi usa la propria pagina facebook per mandare avvertimenti, come è successo a Monica Raucci con il candidato di Mir per un servizio andato in onda su L’ultima Parola il 15 febbraio scorso. Ormai l’intimidazione è entrata a far parte di questo sistema malato, e il non avere alcun tipo di tutela di certo facilita le cose a chi vuole nascondere la realtà.

Ma la condizione di precarietà, con stipendi bassi e senza tutele, aguzza l’ingegno anche di alcuni editori che non solo vogliono risparmiare sul lavoro del giornalista, ma vogliono guadagnarci in modo diretto quando scatta la diffamazione. È quello che è successo ad Amalia De Simone, giornalista precaria e freelance ex collaboratrice de Il Mattino. Una vicenda che ha dell’incredibile, e che sfocia, per De Simone, in una richiesta di risarcimento fatta dal suo giornale di oltre 48mila euro, cioè il 70% della cifra imposta dal Tribunale a Il Mattino spa per aver pubblicato una notizia falsa la cui rettifica, come spiega De Simone, è stata inadeguata nei tempi e nei modi, nonostante le pressioni stesse della cronista che oggi chiara: “questa vicenda rischia di diventare una seria ipoteca sulla mia vita”. Impossibile darle torto.

C’è un problema di libertà di informazione in Italia. C’è un problema di dignità professionale, di tutele mancanti, di compensi adeguati. Qualcosa è stato fatto, certamente molto altro deve essere fatto. Perché ad essere colpiti non è soltanto chi questo lavoro lo fa e cerca di farlo nel migliore dei modi possibili, ma sono soprattutto i cittadini: loro sono e rimarranno sempre il punto di riferimento per una stampa libera che deve necessariamente passare attraverso condizioni di lavoro dignitose. Sotto ricatto non esiste libertà per nessuno.

domenica 28 aprile 2013

La rabbia della base Pd alla Bolognina: “Eravamo comunisti, ora siamo la Dc”

Il Fatto Quotidiano > Emilia Romagna

La rabbia della base Pd alla Bolognina: “Eravamo comunisti, ora siamo la Dc”

Militanti in rivolta nella sede della svolta Pci/Pds di Occhetto. Presenti consiglieri comunali renziani e bersaniani, gli assessori comunali di Bologna, Lepore e Rizzo Nervo. Giorgio Prodi: "Mio padre pugnalato"

La rabbia della base Pd alla Bolognina: “Eravamo comunisti, ora siamo la Dc”
La Bolognina che pianse non c’è più, la passione di quel 12 novembre 1989, quando il Partito comunista diventò Pds, è stata sostituita con la rabbia per una cosa che oggi stentano a riconoscere anche quelli che la domenica mattina arrivavano in sezione e sentivano parlare di Ungheria, Berlinguer, Unione sovietica. “Qui eravamo stalinisti, oggi siamo tornati democristiani”, dice Graziella, quella che conta più del segretario perché ha le chiavi e alle 17 apre il cancello. Nelle stanze dove Achille Occhetto strappò col passato ora c’è un negozio di parrucchieri gestito da cinesi. È lo stesso quartiere, lo stesso circolo. La stessa città, Bologna, grassa e fu comunista, diventata con gli anni di un arancione sbiadito, a luci intermittenti. Già tanto è stato oltrepassare la stagione di Sergio Cofferati, il sindaco che viveva a Genova, e poi quella di Flavio Delbono, il professore bruciato dalle gite d’amore con l’amante, pagate con i soldi pubblici. Già tanto sopravvivere a questo. Per l’appuntamento che probabilmente verrà ricordato come la Bolognina due, con un mezzo passato e un futuro che presenta nebbia e ostacoli, incertezze ricatti, arrivano centinaia di persone. Giovani, vecchi, ragazze e uomini , operai e impiegati. Accomunati da quella paura di diventare ex di un qualcosa che forse “è morto il 24 e 25 febbraio” o che nella peggiore delle ipotesi non è mai nato.  
“Questa dirigenza ne deve andare”, dice Matteo Lepore, che in Comune a Bologna è assessore delegato al coordinamento della giunta. È stato bersaniano e oggi è in quella comune molto ampia che si chiama Reset, parola che si rincorre durante tutto il giorno. Reset con l’attuale dirigenza del partito, reset con Bersani, Bindi, Franceschini e Letta. “Siamo per mandare a casa quelli che hanno portato il partito a questo disastro”. Arriva anche Giorgio Prodi, figlio di Romano che in questi giorni, a chi lo incontra per strada, dice di essere “l’ex presidente”. Giorgio, invece, l’ha presa con meno filosofia. “Il Pd che si riunisce qui oggi è diverso da quello che ha pugnalato mio padre”, spiega raggiungendo l’incontro. I giornalisti incalzano: il professore conosce i nomi dei 101 traditori. “A me non ha detto nulla, però mi sembra molto chiaro il sistema nel quale questo è maturato. Mi auguro che qui dentro si parli di quello che accadrà e non di quello che è accaduto. Altrimenti il partito è morto. Il paese è morto”.    Le facce rabbiose disegnano comunque un malato sul lettino di ospedale in prognosi riservata. Questo è il Pd della Bolognina. Non ci sono altre declinazioni possibili. È tenuto in vita dalle macchine. E dalla passione. Dietro l’angolo nessuno sa cosa ci sia. A Bologna almeno una definizione cercano di darsela. E non sono niente di quello che succede oggi. Sono ex bersaniani, renziani, ex giovani turchi, ma tutti accomunati da una speranza che arriverà solo dopo averci dormito sopra. “Partiamo dall’azzerare tutti, poi vediamo”, dice Lepore. Più duro Benedetto Zacchiroli, renziano ed ex-candidato alle primarie per il sindaco di Bologna senza successo: “La generazione che ha guidato il partito si è autorottamata. Siamo stati sconfitti dai dirigenti ai quali ci eravamo affidati. A noi servirebbe un governo che risolva i problemi degli esodati e non che fa le leggine per Berlusconi. Questo chiedeva il Paese. Ma non siamo stati sconfitti dalla candidatura di Marini al Quirinale e dalla trappola per Prodi: abbiamo perso alle elezioni. È questa la presa di coscienza che serve oggi per cercare uno spiraglio”.
C’è da camminare in una nebbia a quaranta all’ora. “Ma chi pensava di venir qui a illuminarci coi falò delle tessere ha sbagliato. Noi ci siamo, ma per riprenderci il partito e aprire una nuova stagione”. È quello che dicono durante gli interventi aperti. E poi parlano di Marini, dell’omicidio Prodi, di Letta. Inizio alle sei del pomeriggio e poi avanti fino a notte fonda. Lo spirito è quello di chi ha perso un appuntamento con la storia e cerca di non alzare le mani e farsi impallinare. Sicuramente c’è tanta gente. Manca l’odore del fumo di sigarette, mancano le bandiere rosse. Ma non c’è nessuna voglia di rimanere sospesi a metà. Riprendiamoci tutto, soprattutto il futuro. “Non vogliamo morire arancioni o sbiaditi. Non vogliamo morire democristiani”.

Governo Letta, i posti chiave? Tutti al Pdl. Al Pd restano solo le briciole

Il Fatto Quotidiano > Politica & Palazzo

Governo Letta, i posti chiave? Tutti al Pdl. Al Pd restano solo le briciole

La declinazione del peso specifico dei ministeri appare sbilanciata verso il centrodestra con Alfano, Lorenzin e Lupi a Interni, Salute e Trasporti. Ma anche Quagliariello che, dal ministero delle Riforme, potrà "dirigere" le operazioni per la riforma elettorale. Costi della politica? Ventuno ministri e almeno altre 70 nomine tra vice e sottosegretari

Governo Letta, i posti chiave? Tutti al Pdl. Al Pd restano solo le briciole
Si rallegreranno che per la prima volta c’è un governo dove la presenza femminile è forte, dove c’è anche un ministro di colore all’integrazione (Cecile Kyenge) e dove, alla fine, si è riusciti a mettere due personalità di indubbio peso come Fabrizio Saccomanni ed Emma Bonino rispettivamente all’Economia e agli Esteri. Ma sono solo alcune luci (poche, pochissime) rispetto alle (molte, troppe) ombre di un esecutivo dove i ministeri chiave sono tutti in mano a tecnici o al Pdl. Insomma, un governo saldamente nella disponibilità di Berlusconi che potrà decidere, senza grosso rimpianto, di mandarlo all’aria quando più gli converrà. A breve, forse.
La declinazione del peso specifico delle poltrone, d’altra parte, appare chiaramente sbilanciata verso il centrodestra: Alfano all’Interno (quindi con in mano il controllo della macchina elettorale, dei Servizi e dell’ordine pubblico) ma anche vicepremier, Beatrice Lorenzin alla Salute (una nomina che fa tremare i polsi), Maurizio Lupi alle Infrastrutture e Anna Maria Bernini alle politiche comunitarie. Ma, soprattutto, Gaetano Quagliariello, uomo di punta di palazzo Grazioli, alle Riforme, dunque anche a quella della giustizia e a quella elettorale, entrambe considerate urgenti, che quindi si può immaginare in quale direzione saranno incardinate. Ciliegina sulla panna, Nunzia De Girolamo, moglie di Francesco Boccia, fedelissimo di Enrico Letta, ma anche ancella fedele di “Vedrò”, l’altro laboratorio politico del neo premier, all’Agricoltura. Parlare d’inciucio appare riduttivo: questo è un governo più che ad alta densità politica, ad altissima densità berlusconiana. E meno male che Letta, in tempi non sospetti, aveva detto “mai al governo con Berlusconi”.
Ai tecnici, si diceva, gli altri ministeri di “trincea” dell’immediato futuro. E dove s’intravede, più che l’inventiva di Letta, la responsabilità di Napolitano. La Cancellieri spostata alla Giustizia, per esempio, dopo il rischio – rimasto tale fino all’ultimo minuto – di una possibile investitura di Michele Vietti, vice presidente del Csm, con tutto il suo pesante curriculum politico. Quindi la Carrozza all’Istruzione, senz’altro una scelta illuminata dopo il rischio (anche questo, schivato di un pelo) di ritrovarsi con la devastante Maria Stella Gelmini in un secondo round che sarebbe stato esiziale per il dicastero di viale Trastevere. In ultimo, Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, al Welfare. Dove, sicuramente, dovrà rimettere mano ai danni fatti dalla Fornero, ma Napolitano aveva apprezzato il suo lavoro nella commissione dei “saggi”, dunque una nomina con una firma in calce molto chiara.
Il Pd, in questo scenario, appare all’angolo, schiacciato dalla prepotenza del Pdl, dei tecnici e dei montiani, che incassano Mario Mauro alla Difesa, l’ex ministro Patroni Griffi come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giampiero D’Alia alla Pubblica Amministrazione, Moavero Milanesi agli Affari Europei. Per non parlare della stessa Cancellieri che può essere tranquillamente collocata anche in quota Monti. Enrico Letta, insomma, ha asfaltato il suo stesso partito lanciando solo un sindaco vicino a Piero Fassino come Flavio Zanonato (che è un cattocomunista della prima ora) in un ruolo così delicato come quello di ministro dello Sviluppo Economico, sotto la cui egida ricade anche la delicata branca delle Telecomunicazioni (che Berlusconi avrebbe voluto spacchettare, stavolta senza successo). Quindi il sociologo dalemiano Bray alla Cultura, Andrea Orlando all’Ambiente, l’olimpionica Josefa Idem alle Pari Opportunità e Graziano Delrio dall’Anci (dove adesso andrà sicuramente Matteo Renzi) agli Affari Regionali. Al povero Franceschini la gatta da pelare dei rapporti con il Parlamento. Che in questa fase saranno più turbolenti del solito, con grillini e Sel schierati su una linea di opposizione decisamente dura. E ora forse anche di più.
Insomma, un governo in mano a Berlusconi, che rappresenta una scommessa ad alto rischio ma che, nell’ottica del presunto rinnovamento del sistema, lascia libere anche un sacco di altre poltrone che andranno poi ripartite secondo il nuovo manuale del neo inciucio Pd-Pdl. Enrico Giovannini lascia infatti la presidenza dell’Istat, Saccomanni quella di direttore generale di Bankitalia, Zanonato quella di sindaco di Padova (un assist alla Lega per farsi votare la fiducia?), Lupi la vicepresidenza della Camera, Mauro la poltrona di capogruppo montiano al Senato. Ci sarà di più, nei prossimi giorni, quando saranno piazzati anche i nomi del sottogoverno, sottosegretari e viceministri che in molti casi andranno a blindare posizioni politiche già conquistate con questa divisione sbilanciata dei ministeri. In totale, alla fine, il corpo governativo arriverà a circa 100 persone (21 sono i ministri, tra sottosegretari e vice ci saranno almeno altre 70 nomine da fare) e di sicuro anche sul fronte del risparmio ai costi della politica, il governo Letta non ha dato un grande segnale. Ma questo è certo il minor male. Di peggio c’è il resto. Che Berlusconi è il premier ombra di un governo presieduto dal nipote del suo migliore scudiero e con i ministeri chiave sotto il suo stretto controllo. Insomma, benvenuti nel quinto governo del Cavaliere, che da vero gattopardo è riuscito a restare al potere facendo finta di lasciarlo ad altri. E quali altri…
di Sara Nicoli

Il documento dei dissidenti Pd- Firmato da Civati, Puppato...



Il documento dei dissidenti Pd- Firmato da Civati, Puppato...

Pubblicato da Huffington post

Civati
Aggiornamento ore 17,30- Dal blog di Pippo Civati Smentisco
Circola da qualche minuto un documento che include anche la mia firma e in cui annuncio il mio voto di fiducia al Governo. Non so come sia uscito, ma non ho firmato alcuna dichiarazione di fiducia e quindi smentisco.
Come ho detto più volte in questi giorni, e ancora poche ore fa in diretta su Rai 3, le mie perplessità sul Governo Letta rimangono, e prenderò una decisione in merito alla fiducia solo dopo averne discusso, come ho ripetutamente richiesto, domattina con il resto dei colleghi del Pd. Non prima.

Questo il testo integrale del documento sul voto di fiducia firmato da Civati, Gozi, Puppato e Zampa, su cui si raccoglieranno firme nel Pd, che è stato fatto avere da uno dei firmatari.
In questo momento drammatico per il nostro Paese e per la democrazia
noi sentiamo l'obbligo di rappresentare, più di quanto non sia
avvenuto nel recente passato, un popolo che soffre e che teme per il
proprio futuro. In questi giorni abbiamo richiamato la necessità che
il governo presieduto da Enrico Letta, pur nelle grandissime
difficoltà di fare sintesi di linee politiche fortemente diverse,
nasca nuovo, anche nelle figure, e garante dell'unica necessita' di
individuare soluzioni ai problemi urgenti dell'Italia. È con questo
spirito che accordiamo la fiducia a questo Governo assumendoci le
nostre responsabilità di eletti. Ci impegniamo nel Parlamento affinché
si possano avviare politiche di equità e di crescita, di moralità e di
sobrietà. E così facendo ci impegniamo anche nella società a porre le
basi per un’alternativa di valori, di etica e di visione, unica via
d'uscita possibile dalla condizione drammatica in cui in questi anni
l’Italia è precipitata.
E' questo il senso del nostro dare fiducia: la speranza che in questa
fase di emergenza democratica, economica, sociale ed europea rinasca
l'obbligo morale di rappresentare quel cambiamento di stile e di
obiettivi di cui gli italiani sentono un disperato bisogno.
Siamo ben consapevoli del contesto politico uscito dalle ultime
elezioni. Le primarie hanno permesso l'entrata in Parlamento di molti
giovani e donne e questo rafforza il vincolo fiduciario che ci lega ai
nostri cittadini elettori. Un punto di riferimento da seguire in
tutte le nostre singole scelte, che dovranno essere coerenti con gli
impegni che ci siamo assunti con loro. Scelte che ognuno di noi vorrà
compiere in piena libertà, avendo a cuore unicamente il proprio
dovere di parlamentare e di eletto nelle liste del Partito
Democratico, sempre come singolo parlamentare lontano da logiche
correntizie.
Non vogliamo infatti creare l'ennesima area organizzata all'interno
del Partito Democratico soprattutto perchè siamo convinti che le
correnti e i gruppi di potere siano stati il principale problema del
nostro Partito e della nostra azione parlamentare. Anche ascoltando i
nostri elettori e il Paese lavoreremo affinché il Partito Democratico
diventi quello che avevamo promesso e che aveva ridato speranza ed
entusiasmo a milioni di italiani. Un entusiasmo venuto meno da tempo,
una speranza negata da troppi errori e da comportamenti
incomprensibili e moralmente inaccettabili, resi ancor più evidenti
in occasione dell'elezione del Presidente della Repubblica. E dovremo
dare risposte a tutti coloro che giustamente dubitano che il Paese
possa veramente guadagnare dall'abbandono del bipolarismo che noi
vogliamo invece migliorare e rafforzare.
Abbiamo discusso, inutilmente, per ormai 20 lunghi anni, di riforme
delle istituzioni e della politica. E' ora di agire rapidamente. Il
gruppo dei saggi voluto dal Presidente Napolitano ha identificato una
serie di riforme possibili e necessarie a cui noi dobbiamo dare
risposte chiare e coerenti con i principi e i valori su cui abbiamo
fondato il nostro impegno politico come Democratici: vogliamo
realizzare una democrazia maggioritaria attraverso un parlamento
monocamerale; una democrazia che funzioni, capace di decidere in modo
legittimo e rapido, anche modificando i regolamenti parlamentari; e
vogliamo una legge elettorale maggioritaria che restituisca ai
cittadini la capacità di scegliere i propri eletti e di chiedere conto
di quello che fanno attraverso collegi uninominali.
Vogliamo che il nuovo governo risponda all'emergenza sociale, dei
troppi giovani senza lavoro e senza formazione che hanno già perso la
fiducia nel nostro Paese, dei tantissimi lavoratori in cassa
integrazione, di tutti gli esodati che attendono ancora una risposta,
delle famiglie italiane che non riescono più ad arrivare a fine mese,
delle imprese italiane che lottano e soffrono a causa di lentezze
burocratiche, di regole astruse e del penalizzante sistema della
corruzione, dell' assenza di una vera politica industriale rivolta ad
un futuro finalmente verde e sostenibile.
Vogliamo una vera politica economica e sociale che rompa con i tagli
lineari e con il rigore cieco e controproducente. Lo abbiamo visto
anche nell'ultimo anno: troppa austerità uccide. Dovremo cioè
finalmente avviare una nuova politica di crescita cominciando a dare
concreta attuazione a quel Piano per la crescita e l'occupazione
deciso un anno fa e mai avviato. Gli italiani hanno compiuto sforzi e
sacrifici senza precedenti per ritrovare la stabilità. Ora sta a noi
agire con vera coerenza e pieno rispetto di questi sforzi, avviando
con decisione vere politiche di sviluppo su scala nazionale e
soprattuto su scala europea.
E vogliamo quindi un'Europa diversa e un'Italia diversa in Europa.
La nuova politica europea dell'Italia deve costruire un'Europa
federale e una vera democrazia postnazionale. Il nuovo governo e
questo Parlamento dovranno prendere tutte le iniziative necessarie a
preparare il nuovo processo costituente europeo, da avviare subito
dopo le elezioni europee. Dovremo sostenere il Parlamento europeo e
batterci per un bilancio europeo, all'altezza, anche per dimensioni,
delle ambizioni e delle promesse che abbiamo fatto ai nostri
cittadini.
E' questo il senso della nostra fiducia: un atto di responsabilità
individuale e collettiva che ci assumiamo nei confronti di tutti gli
Italiani e di coloro che ci hanno dato fiducia con il loro voto. Una
fiducia che vogliamo meritarci ogni giorno di più.

Firmatari (in ordine alfabetico):
Pippo Civati
Sandro Gozi
Laura Puppato
Sandra Zampa

Spari a Palazzo Chigi, feriti due carabinieri. Aggressore confessa, vero obiettivo i politici



Spari a Palazzo Chigi, feriti due carabinieri. Aggressore confessa, vero obiettivo i politici

Durante giuramento governo, l'uomo ha fatto fuoco all'improvviso. La confessione: 'Io disperato, non odio nessuno. Ho voluto fare gesto eclatante in giorno importante'

28 aprile, 18:20

I rilievi dei carabinieri della scientifica sul luogo della sparatoria Guarda le foto 1 di 30 I rilievi dei carabinieri della scientifica sul luogo della sparatoria
Spari a Palazzo Chigi, feriti due carabinieri.  Aggressore confessa, vero obiettivo i politici Durante la cerimonia di giurmento del governo Letta, un uomo ha sparato davanti a Palazzo Chigi - sede della presidenza del Consiglio - colpendo due carabinieri. Ad aprire il fuoco un uomo in giacca e cravatta che all'improvviso ha sparato.
L'uomo all'improvviso, ha aperto il fuoco contro i militari. Si chiama Luigi Preiti, è nato nel 1964 in Calabria, dove è tornato a vivere dopo aver trascorso molti anni ad Alessandria, dove è stato sposato ed ha un figlio di dieci anni.
Preiti - che non ha precedenti penali ed ha agito da solo - ha sparato diversi colpi di pistola e ha poi tentato di fuggire, ma è stato ferito durante una colluttazione con le forze dell'ordine e arrestato. Preiti, però, non è uno squilibrato nonostante nei primi minuti sopo la sparatoria si era diffusa la voce che avesse problemi mentali. 'Non ha mai sofferto di patologia psichiatriche - assicura il fratello Arcangelo - Siamo allibiti, non sappiamo spiegarci quel che è potuto accadere".
Il brigadiere Giuseppe Giangrande (nella foto) ha subito - recita il primo bollettino - la lesione della colonna vertebrale cervicale. E' ricoverato al Policlinico Umberto I di Roma. La prognosi resta riservata.
Secondo il bollettino medico, Giangrande è arrivato in codice rosso alle 12.03 al Pronto Soccorso dell' Umberto I. "Presentava una ferita d'arma da fuoco con foro di entrata nella regione laterale del collo sinistra e non si apprezzava foro di uscita - si legge -. Il proiettile è stato estratto dalla regione sovrascapolare destra. Gli accertamenti eseguiti hanno dimostrato che nel tragitto il proiettile ha leso la colonna vertebrale cervicale". Ora l'uomo è sottoposto ad accertamenti per valutare un eventuale intervento chirurgico.
E' stato operato all'ospedale San Giovanni per ridurre la frattura alla tibia provocata dalla pallottola il carabiniere scelto Francesco Negri, ferito stamani davanti palazzo Chigi. Lo ha detto il direttore sanitario dell'azienda ospedaliera Gerardo Corea."Mi ha detto di dire che sta bene. Ha subito un intervento ortopedico, è già sveglio nella sua stanza, assieme alla fidanzata e dal fratello - ha riferito -. E' in ottime condizioni, ma continua a chiedere del collega ferito".
"Gli ho detto - ha aggiunto Corea - che ci sono altri medici che si stanno occupando di lui. Altri interventi saranno programmati nei prossimi giorni. E' un ragazzo giovane, ci ha chiesto di rimetterlo in piedi". Domani sarà svolta una nuova consulenza ortopedica sulle condizioni di Negri, che è stato colpito dal proiettile sotto il ginocchio. Il direttore sanitario ha riferito che all'ospedale sono arrivate numerose telefonate di cittadini che chiedevano delle condizioni del carabiniere. Corea non ha invece voluto dire nulla sulle condizioni dell'attentatore, Luigi Preiti.
Dopo essersi trasferito in Piemonte negli anni novanta, Luigi Preiti si è sposato e la coppia ha avuto un figlio. Due anni e mezzo fa Preiti si è separato dalla moglie ed ha scelto di tornare a vivere a Rosarno, con i genitori; la moglie ed il figlio sono rimasti in Piemonte e vivono a Predosa.
"E' un uomo pieno di problemi che ha perso il lavoro, aveva perso tutto, era dovuto tornare in famiglia: era disperato. In generale voleva sparare sui politici, ma visto che non li poteva raggiungere ha sparato sui carabinieri". Così il pm di Roma, Pierfilippo Laviani, dopo aver sentito Luigi Prieti. "Ha confessato tutto. Non sembra una persona squilibrata".
"Ho deciso di fare tutto questo 20 giorni fa', ha detto Preiti confessando il suo gesto al procuratore aggiunto Gianfilippo Laviani nel corso dell'interrogatorio. Preiti ha aggiunto di avere acquistato "la pistola quattro anni fa al mercato nero ad Alessandria". "Ho voluto fare un gesto eclatante in un giorno importante: non odio nessuno in particolare ma sono disperato", ha tentato di giustificarsi l'uomo.
"Ad un primo esame degli eventi la vicenda può essere ricondotta a un gesto isolato sul quale comunque sono in corso ulteriori accertamenti" ha detto il ministro dell'Interno Angelino Alfano. "La situazione generale dell'ordine pubblico nel Paese non desta preoccupazioni" ha proseguito, confermando che "comunque sono stati rafforzati i controlli presso gli obiettivi a rischio".
Alfano ha spiegato che "sono stati esplosi sei colpi, due hanno colpito il brigadiere Giangrande che si trova ricoverato al Politico Umberto I".
Giuseppe Giangrande è vedovo da due mesi. Ha una figlia di 23 anni. Giangrande, nato a Monreale (Palermo), è il più grave: ha riportato la lesione della colonna vertebrale cervicale. Il brigadiere è in servizio al Sesto battaglione carabinieri Toscana, con sede a Firenze, dal 2009, dopo un'esperienza nel radiomobile di Prato. Anche l'altro militare rimasto ferito, il carabiniere scelto Francesco Negri, è del Sesto battaglione carabinieri Toscana, dove è arrivato nel 2009. Prima era in servizio in una stazione in Lombardia. Negri ha 30 anni, è celibe ed è originario di Torre Annunziata (Napoli).
La figlia e altri due parenti di Giuseppe Giangrande sono arrivati al Policlinico Umberto I di Roma. Scortati, e tenuti abbracciati da alcuni alti ufficiali dei carabinieri, la figlia del militare, e una coppia di mezza età. I tre si sono avviati verso la direzione dell'ospedale. La ragazza è entrata nell'ospedale senza dire nulla e visibilmente scossa.
I volti dei nuovi ministri sono passati dalla gioia, all'incredulità poi allo sgomento appena appresa la notizia della sparatoria davanti a Palazzo Chigi durante la loro cerimonia del giuramento al Quirinale.
"L'area intorno a palazzo Chigi è stata completamente transennata dai Vigili Urbani. Bandoni sono stati srotolati in via del Corso e il traffico è bloccato. Dietro le transenne sono centinaia le persone che si sono assiepate: scattano fotografie e cercano di sapere cosa sia accaduto. All'interno del perimetro delimitato è un continuo via vai di ambulanze e forze dell'ordine.
"Abbiamo semplicemente cercato di fare il nostro dovere. In piazza era pieno di gente e non appena sono partiti gli spari ci siamo gettati sull'aggressore per bloccarlo". A parlare è uno dei carabinieri che si trovava in servizio davanti a Palazzo Chigi, questa mattina, intervenuto subito dopo gli spari per bloccare Preiti.
A naso penso sia il gesto compiuto da uno squilibrato" risponde ai giornalisti che gli chiedono informazioni sulla sparatoria davanti palazzo Chigi, il neoministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri uscendo dal Quirinale al termine della cerimonia di giuramento. A chi le chiede: "Dunque nessuna regia?" il ministro replica: "Credo proprio di no, spero si tratti di un fatto isolato ma dobbiamo ancora appurare le esatte dinamiche dell'evento anche se non è più un compito che spetta al mio dicastero". Alla domanda se avesse dato consigli al nuovo ministro dell'Interno Alfano, a capo di un dicastero ricoperto fino a ieri da lei stessa, Cancellieri ha replicato: "Assolutamente no, non è nella mia natura dare consigli, ma sicuramente ci vedremo presto".
"E' il gesto di un pazzo e di uno squilibrato ma non ci dobbiamo stupire quando si inveisce continuamente contro il 'Palazzo', come se fosse da abbattere" ha detto il sindaco di Roma Gianni Alemanno. Ai cronisti che gli chiedevano se si riferisse al Movimento 5 Stelle, ha replicato: "Non mi riferisco a nessuno".
A strettissimo giro i capigruppo del M5S Roberta Lombardi e Vito Crimi hanno diffuso una nota congiunta: "A nome di tutti i parlamentari del Movimento 5 Stelle esprimiamo la nostra ferma condanna per il folle gesto di violenza perpetrato poco fa davanti a Palazzo Chigi ed esprimiamo tutta la nostra solidarietà umana e civile ai due Carabinieri in servizio ed al passante feriti. La democrazia non accetta violenza". "Ci discostiamo da questa onda che spero finisca lì - scrive sul suo blog Beppe Grillo - perché il nostro MoVimento non è assolutamente violento. Piena solidarietà alle forze dell'ordine e speriamo che sia un episodio isolato e rimanga tale".
BAGNASCO, GRANDE MONITO ALLA POLITICA - Il ferimento dei due carabinieri davanti a Palazzo Chigi "é un fatto tragico" ed è "un grande monito per il mondo della politica". Lo ha detto il presidente della Cei cardinale Angelo Bagnasco a margine di una visita pastorale a Genova. Angelo Bagnasco ha aggiunto che "il gesto sembra dettato dalla disperazione" e ha sottolineato che "di fronte alla disperazione di tanti che cresce c'é bisogno di reagire con grande condivisione e corresponsablità per affrontare i problemi gravissimi dell'occupazione, del lavoro e dello stato sociale". Secondo il presidente della Cei la tragica sparatoria è dunque "un grande monito per il mondo della politica e in generale per tutte le persone che hanno delle responsabilità". "Esprimo la mia vicinanza a tutte le persone coinvolte" ha concluso il cardinale Angelo Bagnasco che era in visita pastorale presso il vicariato S. Martino in Valle Sturla.
BOLDRINI, POLITICA DIA RISPOSTE A PAESE - "La politica deve tornare a dare risposte concrete ai bisogni delle persone" e "all'emergenza sociale" perché "la crisi trasforma una vittima in carnefice, come l'uomo che ha sparato oggi e questo ci deve metter in allarme". Così Laura Boldrini, presidente della Camera, visitando il luogo della sparatoria davanti a p. Chigi.

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