venerdì 31 maggio 2013

Non per cassa, ma per equità

da la voce.info
Una proposta per realizzare un prelievo sulle pensioni “più generose”, vuoi perché l’assegno è alto, vuoi perché il loro rendimento implicito è molto elevato. Servirebbe a tutelare l’equità attuariale e intergenerazionale. Quanto si potrebbe ricavarne e come andrebbero impiegate queste risorse.
IL CRITERIO DELL’EQUITÀ
Il ministro Enrico Giovannini, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ventilato l’ipotesi di un prelievo sulle pensioni sopra una certa soglia, sostenendo che “non si vede perché nel momento in cui si chiedono sacrifici a tutti qualcuno debba essere escluso”, aggiungendo che un simile intervento “non porterebbe molti soldi, ma sarebbe una misura di giustizia sociale”.
Questa impostazione ha il merito di porre l’accento sul fatto che un criterio di equità, e non di mera sostenibilità finanziaria, impone di guardare in maniera trasparente e selettiva ai trattamenti pensionistici in essere. La lenta transizione verso un sistema previdenziale in equilibrio, iniziata nel 1995, ha salvaguardato molti a scapito di due forme di equità: quella attuariale (per cui ciascuno dovrebbe ricevere un beneficio commisurato ai contributi che ha versato e a un rendimento sostenibile) e quella tra generazioni (per cui nessuna coorte dovrebbe far pagare i propri consumi correnti a quelle future). Prima della riforma Dini c’erano stati una serie di interventi, motivati da ragioni di convenienza elettorale immediata, che avevano portato a concedere trattamenti molto generosi a categorie specifiche di pensionandi. Ad esempio, negli anni di esplosione del debito pubblico, ai lavoratori autonomi era stato concesso di andare in pensione con le regole del metodo retributivo, quelle che consentivano allora versando i contributi negli ultimi tre anni di una carriera di ottenere poi pensioni del 70-80 per cento dell’ultimo reddito dichiarato. Per carità, quel che è stato è stato. Ma si può ancora fare qualcosa per riparare. Se appare giusto chiedere di più a “chi ha di più”, infatti, viste le distorsioni del nostro stato sociale, perché non dovrebbe apparire altrettanto giusto chiedere di più a “chi ha avuto di più”?
UN CONTRIBUTO DI EQUITÀ SULLE PENSIONI PIÙ GENEROSE
In questa ottica, si potrebbe introdurre un contributo di equità – attuariale e intergenerazionale – che riduca marginalmente l’ammontare delle quiescenze a chi 1) riceve un ammontare totale di pensioni al di sopra di una certa soglia e 2) ottiene questo reddito prevalentemente da una pensione il cui rendimento implicito è molto elevato. Dove il rendimento implicito dei contributi versati durante la vita lavorativa è calcolato in base all’ammontare della pensione in rapporto ai contributi versati e alla speranza di vita al momento in cui si è iniziato a percepirla. L’individuazione di una soglia sopra cui far scattare il contributo tutelerebbe il principio di equità redistributiva, sostenendo nella vecchiaia chi non ha accumulato abbastanza contributi. E farlo scattare sopra un rendimento elevato tutelerebbe l’equità attuariale e intergenerazionale, chiedendo qualche sacrificio in più a chi ha avuto troppo dalle vecchie regole del sistema pensionistico. Quindi i due criteri – di equità intra e inter-generazionale – andrebbero utilizzati congiuntamente.
Per fare un esempio su cosa significhi concentrarsi su rendimenti elevati, il contributo d’equità potrebbe riguardare solo chi ha preso l’assegno d’anzianità negli ultimi dieci anni (e quindi è potenzialmente ancora in grado di generare redditi che possano compensare la riduzione della pensione), ottenendo pensioni fino a tre volte quelle medie di vecchiaia e ottenendo rendimenti dai propri contributi nettamente superiori non solo a chi andrà in pensione col contributivo, ma anche a chi ha avuto accesso alla sola pensione di vecchiaia col retributivo. Ad esempio, i parlamentari hanno potuto godere delle regole del retributivo, potendo andare in pensione anche a 50 anni, fino all’anno scorso.
Le risorse raccolte con un contributo di questo tipo dovrebbero poi essere usate per contribuire a finanziare sia gli ammortizzatori sociali dei lavoratori flessibili, sia nuove politiche contro le crescenti povertà di un paese che stagna da due decenni, come sussidi condizionati all’impiego per salari più bassi. Rendendo evidente che l’obiettivo principale non è fare cassa, ma riequilibrare le storture del nostro welfare.
È importante sottolineare che qualsiasi intervento di questo tipo dovrebbe rifarsi a due criteri. Primo: nello stabilire le soglie d’intervento non si ragioni come se contassero solo le prestazioni individuali, quando in realtà due terzi dei pensionati riceve più di una prestazione. Una soglia elevata non necessariamente rende la misura più equa, perché ci possono essere persone che ricevono una pluralità di prestazioni tutte al di sotto della soglia, ma totalizzando un reddito pensionistico ben superiore. Bisognerebbe allora sommare tutte le prestazioni pensionistiche ricevute dallo stesso individuo. Tra l’altro le possibilità di evasione o elusione su questo fronte sono minime.
Secondo: si rendano trasparenti i rendimenti impliciti di ogni prestazione rispetto ai contributi versati. Per ogni pensione, l’istituto previdenziale che la eroga presenti a chi la riceve una semplice statistica: l’ammontare delle pensioni ricevute e future (sulla base di tavole di mortalità) in rapporto ai contributi versati. Per alcuni baby pensionati che ancora ricevono l’assegno con il metodo retributivo, questo rendimento è enorme. Accanto al rendimento implicito, l’istituto previdenziale fornisca anche il suo percentile rispetto alle pensioni in essere: cioè, se un individuo si trova nel 99 percentile dovrà rendersi conto che 99 pensionati su 100 godono di un rendimento inferiore al suo. Un passo preliminare verso qualsivoglia intervento, infatti, dovrebbe essere quello di rendere trasparenti le iniquità che ancora si annidano nel nostro sistema previdenziale (in primo luogo per chi ne ha beneficiato).
QUALCHE SIMULAZIONE SUI DATI AGGREGATI
 Per rendere un’idea molto sommaria dell’ordine di grandezza che un contributo di questo tipo potrebbe mobilitare, si consideri qualche simulazione sui dati aggregati Inps del 2010. Per semplicità, consideriamo un piccolo contributo calcolato su un singolo assegno pensionistico (i numeri aggregati cambiano di poco quando si considera il reddito pensionistico complessivo di un individuo). Abbiamo calcolato tre scenari a titolo d’esempio.
Scenario A: un contributo del 2 per cento per tutti gli assegni pensionistici (diretti) sopra 2mila euro mensili. Il gettito annuo sarebbe di 1,45 miliardi di euro. Il sacrificio richiesto (in media) di 41 euro mensili per circa un milione di assegni tra 2mila e 2.500 euro; di 50 euro mensili per circa mezzo milione di assegni tra 2.500 e 3mila euro; e di 82 euro per circa mezzo milione di assegni sopra i 3mila euro.
Scenario B: contributo dell’1 per cento per gli assegni tra 2mila e 2.500 euro; del 2 per cento per gli assegni tra 2.500 e 3mila euro; del 3 per cento per gli assegni sopra 3mila euro (scenario che massimizza la progressività). Il gettito annuo sarebbe di 1,47 miliardi di euro. Il sacrificio richiesto di 21 euro mensili per gli assegni tra 2mila e 2.500 euro; di 50 euro mensili per gli assegni tra 2.500 e 3mila euro; e di 122 euro per gli assegni sopra 3mila euro.
Scenario C: contributo del 2 per cento per gli assegni tra 2mila e 3mila euro; del 3 per cento per gli assegni sopra 3mila euro (scenario che massimizza il gettito). Il gettito annuo sarebbe di 1,75 miliardi di euro. Il sacrificio richiesto di 41 euro mensili per gli assegni tra 2mila e 2.500 euro; di 50 euro mensili per gli assegni tra 2.500 e 3mila euro; e di 112 euro per gli assegni sopra 3mila euro.
Ovviamente, si può giocare come si vuole con le aliquote del contributo d’equità per aumentarne il gettito o la progressività. In termini redistributivi, si tenga conto che il gruppo colpito dal contributo (sopra 2mila euro) è fatto soprattutto di uomini (che sono il 90 per cento in questo gruppo contro una media di 59 per cento tra tutti i pensionati) e di persone leggermente più giovani (in parte vecchi baby pensionati) rispetto al totale (età media di 65 anni in questo gruppo contro i 69 anni medi di tutti i pensionati).
Finora, le simulazioni si sono limitate a considerare un contributo tarato sull’ammontare delle pensioni e non anche sul loro rendimento implicito come nella nostra proposta. Su questo fronte, le simulazioni sono più complicate perché l’Inps non rilascia dati individuali sui contributi versati durante la vita lavorativa. Ma è comunque possibile farsi un’idea di massima, sulla base di un campione casuale di circa 100mila pensioni per il 2006 (la disponibilità del campione, infatti, si ferma misteriosamente a quell’anno). I dati sono incompleti perché manca il monte contributivo, ma da un’analisi delle caratteristiche degli individui con assegni pensionistici elevati si può stimare il target della nostra proposta con un margine d’approssimazione.
Guardando alla durata del periodo contributivo e all’età al momento della prima pensione, si possono restringere gli scenari di cui sopra solo alle pensioni che probabilmente sono associate a rendimenti elevati, perché (i) si è andati in pensione prima di 60 anni e (ii) il periodo contributivo non è granché lungo (inferiore ai 35 anni). All’incirca si tratta del 65-70 per cento dei casi sopra i 2mila euro mensili. Quindi, tenendo conto di questo aggiustamento, il gettito previsto dai tre scenari di cui sopra andrebbe aggiornato come segue. Scenario A: circa 1 miliardo di euro. Scenario B: circa 1 miliardo di euro. Scenario C: circa 1 miliardo e 200 milioni di euro. Il gettito potrebbe aumentare qualora si volesse chiedere un contributo ancora più sostanzioso alle pensioni d’oro e più generose.
Come si vede, si tratta di cifre non sbalorditive a livello aggregato. Ma non è questo il punto, come ha riconosciuto lo stesso ministro Giovannini nell’intervista. Si tratterebbe di un segnale importante rispetto all’orientamento delle nostre politiche di welfare. Insomma, per dirla ancora con il neo-ministro del Lavoro: “il Governo deve fare quello che ritiene equo”. E usare questi risparmi per finanziare interventi che rafforzino ulteriormente l’equità del nostro sistema di protezione sociale.
Tito Boeri: Ph.D. in Economia alla New York University, per 10 anni è stato senior economist all'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, poi consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Commissione Europea e dell'Ufficio Internazionale del Lavoro. Oggi è professore ordinario all'Economia Bocconi, dove è anche prorettore alla Ricerca. E' Direttore della Fondazione Rodolfo Debenedetti, responsabile scientifico del festival dell'economia di Trento e collabora con La Repubblica. I suoi saggi e articoli possono essere letti su www.igier.uni-bocconi.it. Segui @Tboeri su Twitter
Tommaso Nannicini: È professore associato di economia politica all’Università Bocconi di Milano, dove insegna econometria e political economics. Ha pubblicato su numerose riviste scientifiche, tra cui l’American Economic Review e l’American Political Science Review. Ha insegnato all’Universita’ Carlos III di Madrid e svolto periodi di ricerca ad Harvard University, MIT, Fondo Monetario Internazionale, EIEF e CREI. È affiliato anche ai centri di ricerca IGIER-Bocconi e IZA.

Gli astenuti: 'Abbiamo vinto noi'

da l' Espresso
Inchiesta

Gli astenuti: 'Abbiamo vinto noi'

di Luca Sappino
A voti scrutinati, se li dimenticano tutti. Anche se hanno 'ottenuto' percentuali altissime. Noi siamo andati ad ascoltarli. A sentire le loro ragioni. Che a volte non sono affatto antipolitiche. E rivendicano rispetto

 
Presentando una lista "Non voto", il fortunato candidato avrebbe potuto raccogliere una piacevole sorpresa. L'astensione è infatti il dato più significativo di questa tornata amministrativa, in tutta Italia, ma soprattutto a Roma che con quasi tre milioni di aventi diritto raccoglie oltre un terzo degli elettori chiamati a votare il 26 e 27 maggio.

Ma non è un fulmine a ciel sereno, né un'improvvisa ondata di rassegnazione. E anzi, nonostante Gianni Alemanno commentando il proprio magro risultato, dica che a Roma gli elettori sono stati «distratti dal derby», quella del non voto sembra sempre più una pratica consolidata, con numerose teorie politiche e obiettivi elettorali ben definiti: «Anche questa volta abbiamo vinto le elezioni», scrive ad esempio Stefano, romano, sul gruppo facebook "Non andate a votare", appena appresi i risultati delle urne.

L'astensione è un trend, innanzitutto: una costante che oscilla da anni, e il dato romano ne è una buona sintesi. Perché se è vero che alle comunali del 2008 votarono il 73,52% degli aventi diritto e alle ultime elezioni regionali - che hanno visto trionfare Nicola Zingaretti - la partecipazione sul territorio del comune di Roma era del 69,61% e che quindi confrontato il dato di ieri la differenza è impressionante (solo il 52,80% ha votato, e quindi meno 20,9% rispetto al 2008 e quasi meno 17% su febbraio 2013), è anche vero che sia le comunali del 2008 che le regionali del 2013 si sono svolte in contemporanea alle elezioni politiche, che certo fanno tornare la voglia a molti.

La coerenza di chi non vota (e la quota crescente di astensione) si nota però andando a leggere i dati delle elezioni regionali del 2010, quando - senza election day - l'affluenza per la sfida Polverini-Bonino, fu del 56,50%: il calo di partecipazione, così, è di appena 4 punti. Una crescita non più esponenziale, ma costante nel tempo del primo partito del Paese, "Non voto". Il cui successo è ormai solo parzialmente arginato dalla possibilità di esprimere la preferenza.

Un partito di successo, dunque, ma - esattamente come tutti i partiti - con diverse anime.

Molti sono gli ideologici, quelli che semplicemente non credono alla politica. Pierfrancesco è uno di loro: «L'ipocrisia che porta chi non crede nella politica a votare, è la stessa degli atei che festeggiano il Natale. Non votate!», scrive alla vigilia di questo weekend elettorale. Non credere, oppure credere che la politica non conti nulla. Sul sito nonvoto.it, Sara argomenta la sua scelta senza fronzoli: «Non voto perché voglio votare chi ha realmente il potere e la possibilità di esercitarlo; perciò aspetto che sulla scheda elettorale ci siano i nomi e i cognomi di personalità che comandano davvero, ad esempio i maggiori azionisti delle banche».

Insomma, l'ispiratore sembra essere Mark Twain: «Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare».

Anche Sofia, che non vota dalla fine degli anni 90 ma che negli anni 70 faceva parte del movimento studentesco, conferma e però aggiunge una sfumatura. Per lei l'unica occasione per tornare al voto sono proprio le amministrative: «Paradossalmente domenica sono andata a votare, qui a Roma - dice - Infatti generalmente, in occasione delle amministrative, mi ritrovo qualche buon conoscente, amico o parente che mi chiede il favore ed io mi presto volentieri ad assecondare queste richieste, in virtù del rapporto umano: non mi preoccupo dell'appartenenza politica, conta la qualità della persona». L'ultimo appiglio è dunque la preferenza.

Poi ci sono quelli medotici, gli "astensionisti attivi": l'incubo degli scrutatori. Vanno ai seggi, rifiutano le schede, ma pretendono di veder verbalizzata la loro scelta. E poi, nei forum online, cercano conferma di aver svolto correttamente l'azione: «Buongiorno a tutti - scrive ad esempio Francesco - sono appena andato a non votare esprimendo tutto il mio dissenso, ma siccome non mi fido di nessuno volevo chiedervi se la procedura per il non voto e la verbalizzazione è corretta». Il loro scrupolo lo spiega Enea: «Se da una parte non avevo in animo di votare chi pretende di rappresentarmi, dall'altra non avevo nessun desiderio d'essere confuso con chi è del tutto indifferente alla politica». La loro tecnica funziona ma è complicatissima. Forse per questo sono assoluta minoranza e si manifestano soprattutto alle elezioni politiche.

Assange: 'Io, la politica e Grillo'

da l' Espresso
Intervista

Assange: 'Io, la politica e Grillo'

di Stefania Maurizi
Dalla sua stanza nell'ambasciata ecuadoriana a Londra, in cui vive segregato da più di un anno, il fondatore di Wikileaks parla della candidatura al senato australiano e commenta il ruolo della Rete. Dicendoci scettico sulla 'democrazia digitale', anche nella versione M5S. Perché la gente vuole poter delegare. E potersi fidare di chi elegge

Julian Assange nella sua stanza dell ambasciata dell Ecuador a Londra  
Julian Assange nella sua stanza dell'ambasciata dell'Ecuador a Londra
 
 Il palazzo in mattoncini rossi a dieci passi dai celebri magazzini Harrods è ancora quello. E gli agenti di Scotland Yard che lo sorvegliano giorno e notte sono ancora lì con i loro furgoni e le loro occhiute telecamere. E' passato un anno, ma Julian Assange è ancora rinchiuso nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, senza la possibilità di mettere un solo piede fuori senza essere arrestato da Scotland Yard, che mantiene l'edificio sotto un totale e continuo controllo, costato al contribuente inglese 4 milioni di sterline negli ultimi 12 mesi. E' in questa ambasciata che "l'Espresso" è entrato per la seconda volta da quando il fondatore di WikiLeaks ha ottenuto asilo politico dall'Ecuador.

L'Espresso lavora con Assange e la sua organizzazione da oltre tre anni. L'ha incontrato a Berlino poche settimane dopo il caso svedese, con il suo bagaglio e i suoi computer stranamente spariti durante il viaggio aereo per Berlino e lui costretto a presentarsi all'appuntamento con una busta di plastica con spazzolino e sapone. L'ha visto accerchiato durante il rilascio dei cablo della diplomazia Usa, lasciato solo nella battaglia contro le carte di credito, messo agli arresti domiciliari per diciotto mesi con un braccialetto elettronico intorno alla caviglia e infine sepolto in una stanza dell'ambasciata di circa 20 metri quadri piena finoa scoppiare di libri, computer, tapis roulant, tavolo, libreria, letto. Mai Julian Assange si è dato per vinto. E oggi che lo ritroviamo nella stessa stanza, Assange non solo regge, ma è in grande forma fisica e mentale.

Il viso è tornato quello di un tempo e il corpo non appare segnato dai dodici mesi di segregazione. Anche la stanza in cui vive e lavora è più vivibile. Il letto è sparito, la libreria ingombrante è stata spostata. Ma l'assenza di aria fresca e di luce naturale continua a essere impressionante. E la lavagnetta lucida su cui è abbozzato a pennarello un protocollo medico rimane lì a ribadire l'eccezionalità della sua situazione.

Ci accoglie a cena, l'unico momento in cui si distoglie dal computer che è praticamente parte della sua identità. La routine di Julian è rimasta la stessa: lavora fino a tarda notte. "E' lo scontro con gli Stati Uniti che ha creato un'enorme pressione su di noi a tutti i livelli: di Stato, di intelligence, di politica. E a livello legale, finanziario e mediatico", ci aveva detto l'ultima volta. Sei mesi dopo, questi problemi rimangono tutti e nessuno sa come si concluderà questa storia incredibile.

La prossima settimana negli Stati Uniti inizierà il processo a Bradley Manning, il giovane soldato americano che ha ammesso di aver passato i documenti segreti del governo Usa a WikiLeaks. "Voglio che l'opinione pubblica sappia la verità [...], perché, senza informazione, non può prendere decisioni consapevoli", ha confessato in una chat online che gli è stata attribuita e in cui ha spiegato le motivazioni dietro la sua decisione di passare un enorme numero di file segreti a WikiLeaks.

Subito dopo quella chat, nel maggio del 2010, Manning è stato arrestato. E' stato tenuto per 11 mesi in condizioni inumane e poi, in seguito a una campagna internazionale, le sue condizioni di detenzione sono migliorate. E' in prigione senza processo da tre anni. Il prossimo 3 giugno dovrà presentarsi di fronte alla corte marziale per un dibattimento in cui la segretezza regnerà sovrana: 24 testimoni dell'accusa testimonieranno in segreto. Mentre WikiLeaks si prepara alle udienze sfidando la riservatezza del processo con un ricorso legale, Julian Assange parla a "l'Espresso" della sua decisione di candidarsi per il senato australiano.

Lei è pronto a correre per le elezioni australiane e ha scritto il libro "Cypherpunks" in cui vede internet come un grande strumento per l'emancipazione, ma allo stesso tempo anche come uno strumento per il totalitarismo. Come vede il rapporto tra democrazia e internet?
«Negli ultimi vent'anni la società si è completamente fusa con la Rete, che ne è diventata il sistema nervoso sia a livello nazionale che internazionale. Le relazioni con gli amici, la famiglia, i rapporti tra le grandi e piccole aziende, tra gli individui e lo stato e anche tra gli stati sono ormai mediati da internet a un livello di cui la gente neppure si rende conto. In risposta al potenziale democratico della Rete, gli stati hanno fatto una contromanovra: scoprire cosa fanno esattamente i cittadini in ogni minuto del loro tempo, ovvero la sorveglianza di massa su scala così massiccia che neanche la Stasi avrebbe potuto immaginarla. Sembra fantascienza ma non lo è. E' qualcosa che è accaduto per ragioni molto pratiche: i costi della sorveglianza di massa si dimezzano ogni anno. E questo ha portato al più grande furto nella storia dell'umanità: il furto della mappa delle relazioni sociali in intere nazioni. E' possibile scoprire l'intera rete di relazioni usando la mappatura delle comunicazioni, che permettono di capire chi parla con chi e quando. Se lei ha le registrazioni delle comunicazioni di un intero Paese, usando i computer può automaticamente fotografare l'intera rete delle relazioni sociali: questo è esattamente quello che ha fatto la National Security Agency negli Stati Uniti».

“I Carabinieri ci dissero: stuprate Franca Rame”

da MicroMega

Per non dimenticare

“I Carabinieri ci dissero:
stuprate Franca Rame”

di Girolamo De Michele 
Nel 1988 Biagio Pitarresi, fascista di una certa notorietà, racconta che l'ordine di stuprare Franca Rame arrivò dai carabinieri. Bisognava "punire" quella donna che andava a ficcare il naso dappertutto, anche nelle carceri e nella strage di stato.
ZEROVIOLENZADONNE
Tg2 da brividi: giustifica lo stupro e omette la matrice fascista RIVERA Una biografia straordinaria 
VALENTINI Donna di battaglia  

Monumenti allo spreco. Le opere pubbliche inutili ci sono costate due miliardi

le inchieste della Repubblica







Monumenti allo spreco

Inchiesta italiana di ANTONIO FRASCHILLA e FABIO TONACCI
IL CASO

Le opere pubbliche inutili
ci sono costate due miliardi

Le opere pubbliche inutili  ci sono costate due miliardi Tra i progetti senza senso il terminal di Cagliari che non ha mai visto una nave e il maxi palazzetto dello sport in provincia di Enna, l'autoporto nel deserto vicino a Chieti e l'interscalo ferroviario di Udine usato solo al 15 per cento E ancora: ospedali fantasma, strade faraoniche che non portano ad alcuna meta. Questi sono solo alcuni dei modi in cui l'Italia ha bruciato risorse. Opere costruite a volte sotto la guida delle grandi archistar, ma mai utilizzate

Processo Ruby bis, le richieste del pm "Condanna a 7 anni per Fede, Mora e Minetti"

Processo Ruby bis, le richieste del pm
"Condanna a 7 anni per Fede, Mora e Minetti"

L'accusa per i due uomini: "'Assaggiavano' le ragazze"
E sull'ex consigliera: "Faceva sesso a pagamento" video

Processo Ruby bis, le richieste del pm "Condanna a 7 anni per Fede, Mora e Minetti" La requisitoria dei pubblici ministeri nel processo collaterale a quello che vede imputato Silvio Berlusconi: "Non eravamo qui a spiare dalla serratura, ma ad agire dopo aver ricevuto una macroscopica notizia di reato". "Ad Arcore orge bacchiche"

La Merck ammette di aver inoculato il virus del cancro attraverso i vaccini

La Merck ammette di aver inoculato il virus del cancro attraverso i vaccini

merck-
Redazione- 28 maggio 2013- Dalla divisione vaccini del'azienda farmaceutica MERCK arriva la sconvolgente ammissione di aver inoculato il virus del cancro per mezzo dei vaccini.
La scioccante  intervista ovviamente subito censurata, condotta dallo studioso di storia medica Edward Shorter per la televisione pubblica di Boston WGBH e la Blackell Science,
è stata tagliata dal libro " The Health Century" proprio a causa del suoi contenuti, l'ammissione che la Merck ha tradizionalmente iniettato il virus  micidiale (SV40 ed altri) capace di provocare il cancro, nella popolazione di tutto il mondo.
Questo spiegherebbe infatti l'aumento dell'insorgenza dei tumori negli ultimi cinquant'anni.
Questo  filmato,  contenuto nel documentario "In Lies we trust: the CIA, Hollywood  and Bioterrorism", prodotto e creato liberamente dalle associazioni di tutela dei consumatori e dall'esperto di salute pubblica, Dott. Leonard Horowitz, caratterizza l'intervista al maggior esperto di vaccini al mondo, il Dott. Maurice Hilleman, che spiega perchè la Merck ha diffuso l'Aids, la leucemia ed altre terribili malattie
http://www.youtube.com/watch?v=edikv0zbAlU
Nei vaccini venduti al terzo mondo si è scoperto che questi contenevano l'ormone B-hCG, un anti fertile se immesso in un vaccino.
La Corte Suprema delle Filippine ha scoperto che oltre 3 milioni e mezzo di donne e ragazze hanno assunto questi vaccini contaminati, così come in Nigeria, Thailandia.
http://uk.youtube.com/watch?v=edikv0zbAlU
http://it.youtube.com/watch?v=wg-52mHIjhs&feature=related
fonte articolo3

Roberta Lombardi, orgoglioso disastro: arrivederci

Il Fatto Quotidiano > Blog di Andrea Scanzi

Roberta Lombardi, orgoglioso disastro: arrivederci

Una pasionaria che sembrava un fake. Un troll forse inoculato nel sistema M5S dai detrattori. Roberta Lombardi, la Biancofiore di se stessa, abdica. Come previsto, dopo novanta giorni orgogliosamente disastrosi. Instancabile costruttrice di gaffes. Refrattaria alla simpatia come Scilipoti all’avvenenza.
Lei era il poliziotto cattivo, Vito Crimi quello buono. La voce robotica, i modi scontrosi, la nettezza dialettica di chi scudiscia alleanze e mediazioni col trasporto della virago sorda a qualsivoglia pietà. Roberta Lombardi doveva contribuire ad aprire il Parlamento con una scatoletta di tonno, ma ha finito col togliere l’appetito a molti elettori. Niente pesce, ma pure niente apriscatole. La Sciagurata Egidia della politica 2.0. Avviluppata in un’arroganza rancorosa, quasi come la Laura Betti di Tutta colpa del paradiso. Il pubblico l’ha eternata per quel “Bersani, noi non siamo a Ballarò”, ma in quello streaming disse una cosa ancora più emblematica: “Noi non incontriamo le parti sociali, noi siamo le parti sociali”.
Roberta credeva, e forse ancora crede, di essere la società civile. Di rappresentarla tutta. Lei e solo lei. Il biondo crine, i lineamenti duri, lo sguardo cattivo perché le giustiziere non possono concedere sconti. Un avvocato romano, Luigi Piccarozzi, l’ha denunciata per aggressione: “A Roma la Lombardi è più potente di Grillo”, sostenne a L’aria che tira. Era stata appena eletta capogruppo alla Camera, e i giornalisti scovarono le sue tesi sul fascismo buono (“Prima che degenerasse, aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia”). La politica si scannava su temi altissimi, e lei raccontava nella sua pagina Facebook di avere subito l’oltraggio indicibile del portafogli rubato: “Poiché è mia intenzione trattenere dalle voci di rimborso che compongono il mio stipendio solo quelle effettivamente sostenute e documentate e restituire il resto, cosa faccio? Aspetto vostri consigli”. Era il 13 aprile. Due giorni dopo, sostenne: “Che un presidente della Repubblica debba avere una certa età anagrafica non c’è scritto da nessuna parte” (invece c’è scritto. Nella Costituzione, soglia minima 50 anni). Grillina ma non troppo, almeno nel settembre 2009 (“Il metodo con cui si sta muovendo Grillo mi fa decisamente schifo”). Ambientalista (“Sono bicchieri di plastica, inquinano, non li uso. Da domani mi porto un bicchiere di quelli da pic nic”), mistress sadomaso con lo slave Bersani (“Non dirò sì a Bersani neanche se si butta ai miei piedi e mi implora di dargli un lavoro”), appena confusa sull’intervento per i pagamenti dei debiti della Pubblica Amministrazione (“E’ una porcata di fine legislatura, parte dei soldi andrà alle banche!”). Uscita dalle consultazioni con Napolitano, si fece fotografare con pose commoventemente civettuole accanto a Grillo. Poi dette del “nonno” al Presidente della Repubblica (“Era stato lui a dire che vista l’età ora voleva godersi i nipotini”).
Lanciata a bomba contro il suo stesso Movimento, due giorni fa ha donato l’ultima perla: “Siamo sotto assedio e tu, deputato che fai la spia con i giornalisti, sei una merda”. I suoi esegeti le riconoscono la capacità di rifuggire le dichiarazioni puntualmente democristiane dei politici di professione. Vero. Ma forse, per una rivoluzionaria che ha contribuito in prima persona alla restaurazione, è un po’ poco.

Disoccupazione ai massimi dal 1977: 12%. Record del tasso giovanile, oltre il 40%

Disoccupazione ai massimi dal 1977: 12%. Record del tasso giovanile, oltre il 40%

Ad aprile oltre 3 milioni di italiani senza impiego: sono aumentati del 13,8% in un anno. Senza occupazione il 41,9% i ragazzi tra i 15 e i 24 anni "attivi" (cioè che cercano lavoro). Visco: "Bruciato mezzo milione di posti di lavoro in un anno"

Disoccupazione ai massimi dal 1977: 12%. Record del tasso giovanile, oltre il 40%
Tasso di disoccupazione al top dal 1977, massimo storico per i giovani (tasso oltre il 40%). I dati dell’Istat sono la fotografia di un Paese in apnea. Nel primo trimestre del 2013 il tasso di disoccupazione è balzato al 12,8%. Considerando i confronti tendenziali è il livello più alto dal primo trimestre del 1977. Quando si parla di “tasso” si intende, come spesso bisogna ribadire in questi casi, della percentuale calcolata sulla popolazione “attiva”, cioè tra coloro che lavorano, hanno lavorato o comunque cercano lavoro. La disoccupazione ad aprile si è attestata al 12% (più 1,5% in un anno): si tratta di un massimo storico, il livello più alto sia dalle serie mensili (gennaio 2004) che da quelle trimestrali, avviate nel primo trimestre 1977, ben 36 anni fa. “Il tasso di disoccupazione, pressoché raddoppiato rispetto al 2007 e pari all’11,5% lo scorso marzo – dice il presidente della Banca d’Italia Ignazio Visco – si è avvicinato al 40% tra i più giovani, ha superato questa percentuale nel Mezzogiorno”. Visco ha ricordato che “la riduzione del numero di persone occupate è superiore al mezzo milione”.
Ad aprile il numero assoluto dei disoccupati è stato pari a 3 milioni 83mila e è aumentato dello 0,7% rispetto a marzo (+23mila unità). Su base annua si registra una crescita del 13,8% (+373mila unità). La crescita della disoccupazione riguarda sia la componente maschile sia quella femminile.
Ancora più allarmanti i numeri sul tasso dei senza lavoro tra i 15-24enni “attivi” (cioè coloro che cercano o che hanno lavoro) che si attesta al 41,9% nel primo trimestre del 2012 raggiungendo, in base a confronti tendenziali, il massimo storico assoluto, ovvero il livello più alto dal primo trimestre del 1977. Nella fascia dei lavoratori più giovani le persone in cerca di lavoro sono 656mila e rappresentano il 10,9% della popolazione in questa forbice. Se nel primo trimestre del 2013 il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è salito di 1,8 punti percentuali in più nel raffronto tendenziale. Nel Mezzogiorno oltre la metà della forza lavoro femminile tra 15-24anni è in cerca di lavoro (52,8%).
Il tasso di disoccupazione giovanile tra i giovani dai 15 ai 24 anni sale al 40,5% ad aprile. Si tratta del livello più alto dall’inizio delle serie mensili (gennaio 2004) e trimestrali (primo trimestre 1977). In cerca di lavoro sono 656mila ragazzi.
Ma a calare sono anche i precari: nel primo trimestre 2013 si sono registrati oltre 100mila precari in meno. Emerge dai dati (non destagionalizzati) dell’Istat, che spiega: “si interrompe la dinamica positiva dei dipendenti a termine”, -69.000 (-3,1%), flessione che interessa “esclusivamente i giovani fino a 34 anni”. Ritmi più sostenuti per il calo dei collaboratori (-10,4%), 45.000 in meno sull’anno.
Sconfortato il commento sui dati diffusi dall’Istat di Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria: “Sono più che preoccupanti, dire tragici“.


Trend negativo anche nel resto d’Europa
Il trend è negativo anche nel resto d’Europa. La disoccupazione nell’Eurozona ha toccato ad aprile il livello più alto mai raggiunto dal 1995: il 12,2% contro l’11,2 dell’aprile 2012. Stessa cosa per quella giovanile, arrivata a quota 24,4%. L’Italia, con il suo 40,5% di giovani disoccupati, è al quarto posto dopo Grecia, Spagna e Portogallo. Nell’Ue a 27 il tasso di disoccupazione si è attestato ad aprile all’11% (lo stesso livello di marzo) contro il 10,3% di aprile 2012. Nell’Eurozona invece il nuovo record è stato determinato dall’incremento segnato rispetto al dato di marzo 2013, quando i senza lavoro sono risultati pari al 12,1%.
In termini assoluti “l’esercito” dei disoccupati dell’Eurozona è arrivato a contare lo scorso mese 19,3 milioni di persone (26,5 nell’insieme del’Ue), 95mila in più rispetto a marzo e 1,6 milioni in più rispetto a dodici mesi or sono. I Paesi con i tassi più bassi sono Austria (4,9%), Germania (5,4) e Lussemburgo (5,6). Quelli in cima alla classifica dei disoccupati sono Grecia (27%), Spagna (26,8) e Portogallo (17,8). Nel complesso dell’Ue e rispetto a un anno fa, sono 18 i Paesi che hanno registrato una crescita dei senza lavoro, mentre in 9 c’è stata una flessione.
Eurostat segnala poi che anche sul fronte della disoccupazione giovanile, ovvero degli under 25, ad aprile nell’Eurozona (ma anche nell’Ue, dove il tasso è arrivato al 23,5%) sono stati registrati nuovi record. Livelli così alti non erano mai stati toccati dal 1995, cioè da quando è stato avviato il monitoraggio Eurostat comparabile. Nel complesso, i giovani disoccupati nei 17 Paesi euro sono arrivati ad essere 3,6 milioni (5,6 nell’Ue), 188 mila in più rispetto a un anno prima quando il tasso di disoccupazione giovanile era del 22,6%. Germania, Austria e Olanda sono i Paesi con meno ragazzi senza lavoro, con percentuali comprese tra il 7,5 e il 10,6%. Prima dell’Italia, tra i Paesi con i tassi più alti, si collocano invece Grecia (62,5), Spagna (56,4) e Portogallo (42,5).
Andor (Ue): “Pronte iniziative per fronteggiare l’emergenza”
Sul Messaggero oggi stesso il commissario europeo agli Affari sociali Laszlo Andor aveva parlato di “nuove iniziative europee per fronteggiare l’emergenza della disoccupazione giovanile”. “Ora c’è un nuovo slancio a livello europeo – continua – per implementare le politiche che sono state preparate dalle istituzioni Ue. Su questo punto la Commissione ha già fatto proposte a dicembre: la Garanzia Giovani, l’Alleanza europea per l’apprendistato, l’aumento della mobilità nel mercato del lavoro”, rileva Andor, secondo cui adesso c’è “più sensibilità” anche da parte della Germania. “I 6 miliardi saranno usati interamente per la Garanzia Giovani nelle regioni in cui la situazione è peggiore, come quelle del Sud Italia. Inoltre, saranno un’aggiunta alle risorse molto più ampie del Fondo Sociale Europeo. Il costo – tra i 1.000 e i 2.000 euro a persona – non è una somma enorme”, spiega Andor. “Il problema è che alcune regioni italiane non riescono a implementare i programmi, perchè hanno difficoltà a trovare idee o a sviluppare i progetti giusti”.

Minetti fece sesso per soldi, Ruby vulnerabile Requisitoria del pm Sangermano nel processo a Mora-Fede-Minetti

:ANSA.it > Cronaca

Minetti fece sesso per soldi, Ruby vulnerabile

Requisitoria del pm Sangermano nel processo a Mora-Fede-Minetti


Il pm Antonio Sangermano Il pm Antonio Sangermano

Minetti fece sesso per soldi, Ruby vulnerabile MILANO - Lele Mora è in tribunale a Milano per assistere alla requisitoria nel processo che lo vede imputato per induzione e favoreggiamento della prostituzione anche minorile, assieme a Emilio Fede e Nicole Minetti, per il caso Ruby.
Il pm Antonio Sangermano, all'inizio della sua requisitoria, ha parlato di "immaturità e vulnerabilità" di Ruby. Il pm nel descrivere la ragazza e il suo comportamento in aula durante la sua testimonianza, ha spiegato che "Ruby si è contraddetta", aggiungendo che "l'unico dato certo è che Ruby ha sempre negato di essersi prostituita e di avere avuto rapporti a pagamento con Silvio Berlusconi".
"Emilio Fede e Lele Mora - dice Sangermano - come due sodali, saggiavano la gradevolezza delle ragazze, facevano l'esamino per vedere se avevano anche una capacità socio-relazionale e poi le immettevano nel circuito delle serate ad Arcore, un circuito a cui non è sfuggita nemmeno Ruby. Hanno concorso all'intrusione di Ruby nel circuito".
"Nicole Minetti - per il pm - non ebbe solo un ruolo di "intermediazione", ma partecipò alle feste di Arcore "compiendo anche atti sessuali retribuiti".
"Questo processo - ha sottolineato il pm - é stato dipinto come una farsa e una maxi intrusione nella vita di una persona e i magistrati sono stati dipinti come accaniti spioni", ma "noi abbiamo adempiuto con onore al nostro dovere istituzionale". Il pm ha più volte ribadito che gli inquirenti hanno indagato "per dovere istituzionale" e basandosi "sulle prove". "Abbiamo ricevuto - prosegue - una macroscopica notizia di reato, riguardante una ragazza minorenne che girava per le strade di Milano con pacchi di denaro, che frequentava alberghi di lusso, che viveva con una prostituta e andava a casa di un uomo ricco e potente da cui diceva di ricevere denaro dopo essere fuggita da una comunita. Era nostro dovere di indagare".
"C'é qualcuno - ha detto ancora Sangermano - che, indossando come noi la toga, a fronte delle dichiarazioni di una minorenne, delle oggettive anomalie della notte del 27 maggio 2010, che sentendo Lele Mora dire nelle telefonate di inghindarsi con biancheria intima e la Minetti retribuire le ragazze, c'é qualcuno, ripeto, che avrebbe riattaccato la cornetta e si sarebbe tappato le orecchie senza indagare?. La legge impone di indagare ed esercitare l'azione penale. La legge Merlin è la madre di questo processo". Il pm ha spiegato che tale legge a "distanza di 55 anni resiste intatta e ha mediato tra la libertà individuale di disporre del proprio corpo e il divieto assoluto di vendere la propria sessualità. L'interposizione di un terzo che istighi e sfrutti l'altrui sessualità non è lecita".
"Ad altre sedi democratiche spettano i giudizi su Silvio Berlusconi - prosegue Sangermano -  la vicenda di quest' uomo la giudicheranno le urne e la storia, qua si tratteranno i profili comportamentali in relazione alla valenza probatoria in questo processo".

Stop a rimborsi elettorali. Ma non subito Tv gratis e meno tasse solo con statuto

La bozza del ddl del governo: abolizione del finanziamento graduale e in 3 anni, detrazioni ai donatori e 2 per 1000, sedi fornite dall'Agenzia del Demanio nei capoluoghi. Ma tutto varrà solo per i partiti
Stop a rimborsi elettorali. Ma non subito  Tv gratis e meno tasse solo con statuto
Il governo dà l'ok all'abolizione del finanziamento ai partiti: sarà graduale e spalmato nell'arco di 3 anni. Ma i partiti che non adotteranno uno statuto, con criteri di trasparenza e democraticità, non potranno essere ammessi a benefici come detrazioni per le erogazioni volontarie, la destinazione volontaria del 2 per mille e la concessione gratuita di spazi (anche tv) e servizi

Ccà nisciuno è fesso

SONO SCUSE,? E' UN PASSO INDIETRO?
QUESTO IL MINIPOST PUBBLICATO NEL BLOG DI BEPPE GRILLO
NON E' FIRMATO, MA INEQUIVOCABILMENTE E' STATO SCRITTO DAL LEADER DEL M5S

Ccà nisciuno è fesso


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Non credo di aver offeso il professor Rodotà, le parole "ottuagenario miracolato dalla Rete" le ha dette lui stesso in una telefonata con me. Rodotà appartiene alla sinistra, è stato presidente del Pds, poi messo in un angolo come un ferrovecchio dall'attuale dirigenza pdmenoellina che, a presidenziali aperte, non ha ritenuto di fargli neppure una telefonata, ma anzi gli ha chiesto il ritiro della candidatura attraverso sua figlia. Rodotà non è il presidente del M5S, ha un'altra storia politica, che coerentemente, mantiene. La sua onestà non è in dubbio e neppure la sua intelligenza. Non per questo posso assistere impassibile alla costruzione di un polo di sinistra che ha come obiettivo la divisione del M5S in cui lui si è posto, volente o nolente, informato o meno, come punto di riferimento. Il M5S non è nato per diventare il Soccorso Rosso di Vendola e Civati, di Delrio o di Crocetta. E' una forza popolare che è del tutto indifferente alle sirene della sinistra e della destra che in realtà sono la faccia della stessa medaglia. Assistiamo all'assurdo di un governo che vuole combattere l'evasione fiscale sostenuto da Berlusconi, condannato in secondo grado per evasione fiscale. C'è poi un piccolo aspetto umano, certo in politica non c'è riconoscenza, né me la aspetto. Ma se il professor Rodotà aveva delle critiche da farmi forse poteva alzare il telefono, lo avrei ascoltato. Invece ha scelto il Corriere della Sera per una critica a tutto campo a pagina intera subito dopo le elezioni amministrative.

Burattinaio

vignetta di Claudio Ruiu

Magistrati alla catena. Il Pdl torna all’attacco sul tema della giustizia

 OGNI PERSONA HA IL SUO PREZZO E MOLTI SONO IN SALDI
L'ironia del destino vuole che io sia ancora qui a pensare a te se questo é amore ... é amore infinito. Non E' Mai Un Errore


Il Pdl torna all’attacco sul tema della giustizia. E questa volta non lo fa con un deputato qualsiasi e non per salvare un senatore più o meno vicino all’ex presidente del Consiglio, ma con un disegno di legge pensato da un ex ministro della Giustizia probabilmente proprio per Silvio Berlusconi: “Se un magistrato è politicizzato viene sanzionato, si blocca il processo a cui lavora e viene trasferito d’ufficio”.  Quali comportamenti o quali affermazioni potranno far considerare un magistrato politicizzato non appare chiaro, più nitido invece l’orizzonte di eventuali violazioni: sanzioni disciplinari, stop di sei mesi per i procedimenti in corso se, a causa delle loro dichiarazioni, sono passibili di azione disciplinare da parte del Guardasigilli e del Procuratore generale della Cassazione.

Delle due l’una: o il Pdl vuole le riforme nell’interesse generale o preferisce attaccare l’autonomia dei magistrati e proporre disegni di legge incredibili come quello sui pm intestato a Nitto Palma. Le due cose non possono stare assieme . Berlusconi non è un perseguitato, è stato negli ultimi vent’anni presidente del Consiglio e leader di un partito, ha avuto la piena agibilità politica, nonostante il suo evidente conflitto di interessi. Se il Pdl pensa di avviare il percorso delle riforme con questi argomenti, che obiettivamente sono ‘mine’, si rischia di partire con il piede sbagliato. E smettiamola con questo utilizzo privato delle istituzioni! Il ddl Nitto Palma è l’ennesima norma ad personam. E’ sfregio alla giustizia.


Il Fatto Quotidiano > Blog di Daniela Gaudenzi

Magistrati alla catena

 
Il ddl firmato dal presidente della commissione Giustizia Nitto Palma per trasferire d’ufficio e allontanare definitivamente dai processi di cui sono“giudici naturali precostituiti per legge”, ex art.25 della Costituzione, i magistrati  ”politicizzati” ha avuto, per ora, vita breve ed è stato relegato in un trafiletto o sterilizzato nelle pagine interne dalle “grandi testate”.
Si è assistito a una gara per ridurre la portata incostituzionale e intimidatoria dell’”uscita” di Nitto Palma in cui il Corriere si è impegnato al massimo sottolineando tra l’altro come nella logica delle larghe intese il compito di fare da relatore sia toccato a Felice Casson (Pd), ex pm a Venezia e titolare di inchieste storiche che, testuale, non ha demonizzato in alcun modo il testo Palma pur evidenziandone “alcuni punti critici”.
Insomma i soliti che vogliono vederci un vulnus alla indipendenza della magistratura e alla libertà di espressione e che, sottinteso, sono sempre pronti a “insorgere” per un nonnulla sarebbero quelli dell’Anm che peraltro si è limitata a segnalare il rischio di condizionamento indiretto sull’esercizio della funzione giudiziaria.
Quelle che vengono chiamate eufemisticamente criticità riguardano due questioni fondamentali: la incredibile cancellazione della tipizzazione degli illeciti disciplinari che non essendo definiti possono prevedere tutto e la possibilità di intervento sanzionatorio che include una misura estrema come il trasferimento d’ufficio del magistrato. E’ facilmente comprensibile anche per i non addetti ai lavori che al di là della polemica sul presunto stop di sei mesi ai processi, una manna per Berlusconi sul fronte Mediaset e Ruby, trasferire un magistrato comporta “fisiologicamente” come conseguenza un rallentamento del procedimento.
L’”uscita” di Nitto Palma che ha suscitato perplessità anche in Sandro Bondi, forse per un consolidato gioco delle parti, viene circa una settimana dopo il tentativo di dimezzare la pena per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, un reato da sempre in cima agli incubi di B. and friends e che ha relegato Marcello Dell’Utri dietro le quinte, dove per altro si muove molto a suo agio, come conferma il rinvio a giudizio per l’inchiesta sulla P3. Un’inchiesta, non a caso oggetto di molte apprensioni e dunque di reiterati tentativi di azzoppamento soprattutto attraverso il nuovo bavaglio sulle intercettazioni.
Il progetto-sogno di tenere i magistrati alla catena non è certamente nuovo e sappiamo per esperienza che la sua realizzazione appare molto concreta quando domina lo spirito “bicamerale” e prosperano “le larghe intese”.
Che la bicamerale di Berlusconi-D’Alema realizzasse sul fronte della giustizia il progetto della P2 non se lo sono inventato i soliti accusati di vedere complotti e inciuci in ogni tentativo di mediazione politica: lo ha dichiarato a più riprese e in varie interviste Licio Gelli che ha comprensibilmente rivendicato il copyright sulle bozze Boato.
Ora abbiamo il governo Berlusconi-Napolitano e abbiamo già avuto modo di assistere a silenzi vergognosi o a balbettii impercettibili da parte del Pd ma soprattutto del Capo dello Stato, presiedente dell’organo di autogoverno della magistratura, davanti alle aggressioni del partito di Berlusconi nei confronti della Cassazione, quando ha rigettato con parole chiare il legittimo sospetto sollevato contro il tribunale di Milano.
Il clima è dunque dei migliori per lanciare in ogni occasione qualsiasi scorreria anti-magistrati; i precedenti non mancano.
E la continuità con i peggiori anni della nostra storia di cui la P2 è la suprema sintesi, è più salda che mai come conferma, al di là delle sue reali intenzioni, l’ineffabile Luigi Bisignani nel suo libro illuminante già dal titolo “L’uomo che sussurra ai potenti”.

M5S, Bisignani: “Pressioni degli USA su Grillo per non far eleggere Prodi”


M5S, Bisignani: “Pressioni degli USA su Grillo per non far eleggere Prodi”

Gli Americani certamente non volevano Prodi come presidente della Repubblica e hanno fatto su Grillo qualche pressione“. Sono le parole di Luigi Bisignani, intervistato in esclusiva da Gianluigi Nuzzi nel suo ultimo appuntamento col ciclo “Le Inchieste”, su La7. Il faccendiere milanese racconta alcuni passaggi del suo libro-intervista “L’uomo che sussurrava ai potenti”, nel quale parla anche dell’interesse degli Stati Uniti per il Movimento 5 Stelle. “Uno come Grillo cinque anni fa non andava da nessuna parte e ora è andato a far colazione all’ambasciata americana. E’ la stessa attenzione che c’era stata verso Di Pietro all’inizio di Mani Pulite. Certamente gli Americani” – continua – “hanno interesse a indebolire l’area dell’euro, l’euro e l’Italia. E il M5S è stato fondamentale per non fare eleggere Prodi, che è il più europeista dei candidati”. Bisignani afferma anche che un appoggio notevole al M5S è dato dalla Goldman Sachs e dall’ex lupo della finanza George Soros. Ma la sconfitta della nomina di Prodi è anche merito di Berlusconi: “Ha fatto una mossa decisiva e geniale quando ha deciso di non mandare in Parlamento a votare Pdl e Lega, perchè c’era un bel gruppetto di ciellini dei due schieramenti che avrebbero votato certamente Prodi. In quel modo non si sono più potuti confondere i voti”. Bisignani ne ha per tutti: dai “questuanti” che sono ricorsi a lui per promozioni o raccomandazioni agli autori della congiura ai danni di Berlusconi (o meglio “una banda di sbandati e disperati”, come Alfano, Sacconi, Lupi e Schifani, per i quali “Berlusconi è l’unico salvacondotto e l’unica garanzia di stipendio“). Sferzante il giudizio su Ferruccio De Bortoli, direttore del ”Corriere della Sera”: “Era un amico, è stato un po’ vigliacco. Pochi giorni fa ha detto che dal 2007 mi ha visto quattro volte. E invece lo conosco da trent’anni e l’ho incontrato da decine, decine e decine di volte”. Il faccendiere milanese parla anche dei suoi rapporti con Giulio Andreotti, del quale era il pupillo, con Licio Gelli, con Marcello Dell’Utri. E su Gianni Letta dichiara: “E’ sempre stato un uomo delle istituzioni, il Pdl e Forza Italia non lo hanno mai amato. Enrico Letta certamente non ha il carisma dello zio, forse in futuro ne avrà”. A riguardo, Bisignani si esprime sul governo Letta: “Berlusconi è convinto di aver fatto un’operazione con cui diventa De Gasperi e invece gli hanno organizzato la forca, il trappolone“. E spiega: “Nell’ultimo momento della trattativa per formare il nuovo governo Berlusconi andò da Enrico Letta con Angelo Alfano e a Gianni Letta. Tornò a Palazzo Grazioli, convinto di aver ministro in piedi un governo di 18 ministri, di cui 5 del Pdl. Ma poi si rese conto” – continua -”che invece i ministri erano diventati 22 e quelli del Pdl erano sempre 5. Gianni Letta non mi ha detto niente, forse è in conflitto d’interessi col nipote“. Bisignani parla anche del suo ruolo di “suggeritore di nomine”: ” Sono sempre cinque o sei persone quelle che poi determinano la nomina di un generale o di un banchiere. Il sistema è sempre lo stesso, vale anche per la nomina dei direttori dei giornali. E’ un lavoro scientifico”. E rivela: “Durante il governo Berlusconi, quelle persone erano Gianni Letta, Giulio Tremonti, il segretario del Pd, il presidente della Repubblica. Berlusconi no, non si è mai occupato di nomine”. Nel finale, il “consigliere” di Gianni Letta, così come l’ha definito Berlusconi, azzarda una previsione: “Ci sarà un’implosione del Pd e del Pdl. Si andrà a nuove elezioni, probabilmente il Cavaliere rifarà Forza Italia e forse vincerà di nuovo
da il Fatto Quotidiano

Renzi a Letta: "Basta vivacchiare". Insorge Bersani: "Leader non comanda"





Renzi a Letta: "Basta vivacchiare".
Insorge Bersani: "Leader non comanda"

Alla presentazione del suo libro, il sindaco di Firenze nega di voler sabotare l'esecutivo: "Siamo alle barzellette". Ma lancia la sfida. "E' dal novembre 2011 che centrodestra e centrosinistra votano insieme, l'Italia tornerà a crescere quando ci sarà il bipolarismo". Dura replica dall'ex segretario: "Confondere leadership e 'uomo solo al comando' è un bel problema"

ROMA - Neppure il tempo di tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo di una batosta elettorale anche a Roma e nel Pd è di nuovo tutti contro tutti. Dopo le divisioni e le polemiche di ieri attorno alle riforme elettorali e l'atteggiamento da seguire sulla mozione "pro Mattarellum" di Roberto Giachetti, oggi è attorno al triangolo Renzi-Letta-Bersani che si consuma un nuovo scontro.

"Non sto mettendo fretta al Governo, non è vero che voglio accelerare ma Governo e Parlamento funzionano se fanno le riforme e non se vivacchiano". Così Matteo Renzi, alla presentazione del suo libro a Roma 'Oltre la rottamazione', nega di voler anticipare la fine del Governo. "Siamo alle barzellette...", taglia corto riferendosi a chi lo indica come sabotatore dell'esecutivo di larghe intese.

"Abolite il Senato e fate la riforma elettorale, oppure vuol dire che vivacchiate. E così non ci salva neanche Rambo", avverte il sindaco di Firenze. "Bisogna fare anche delle battaglie d'immagine - aggiunge - E la prima che mi viene è quella di un tacchino, che non è quello sul tetto. Sono i tacchini che devono anticipare il natale. Fuor di metafora: la prima vera cosa da fare, che richiede il tempo di una riforma costituzionale, è quella di abolire il Senato come camera che dà la fiducia".

Per Renzi, i tacchini-senatori devono varare la camera delle autonomie. "E' una scommessa. Se siamo coraggiosi lo facciamo. Se non siamo pronti
poi non ci lamentiamo della legge elettorale più brutta possibile". Il "rottamatore" quindi chiarisce: "Io non sto mettendo furia al governo perché voglio accelerare. Macchè accelelare. Ma un governo è serio se fa le cose non se vivacchia. Si abbia il coraggio di fare la riforma costituzionale eliminando il Senato", ribadisce Renzi.

"Non voglio fare polemiche con il governo - insiste il sindaco di Firenze - ma è dal novembre 2011 che centrodestra e centrosinistra votano insieme. L'Italia tornerà a crescere quando ci sarà il segno più sull'economia ma anche quando il bipolarismo tornerà ad essere una cosa normale e non un indistinta palude".

Anche la mozione Giachetti non va interpretata secondo Renzi come una trappola per il governo. "Giachetti è l'unico parlamentare che ha fatto lo sciopero della fame per il Mattarellum, la sua è la mozione di una persona perbene. Il Pd ha scelto di votare contro e tutti hanno votato contro". "Nessuno di noi qui è interessato ai giochini, nessuno gioco ai trabocchetti istituzionali", assicura. "Se la maggioranza, che è ampia, finalmente fa le cose, siamo tutti contenti che le faccia - ripete - il governo è lì da un mese, è appena arrivato, speriamo che faccia le cose che non sono mai state fatte". Tuttavia, aggiunge Renzi, "non vorrei che la sconfitta di Grillo portasse qualcuno a dire 'possiamo far finta di niente', c'è bisogno di fare cose concrete".

Esternazioni che spingono l'ex segretario Pierluigi Bersani a rompere un lungo silenzio sulle dinamiche interne al partito. "Non saper distinguere fra leadership democratica e 'uomo solo al comando' mi sembra un bel problema", dice l'ex leader democratico togliendosi evidentemente qualche sassolino

Salvate il soldato Beppe (ma da se stesso)





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Salvate il soldato Beppe (ma da se stesso)

Da attaccabrighe a teppista, il cupio dissolvi di Grillo leader in tilt alla prima sconfitta, chiuso nel suo blog-bunker. Ma ora rischia l'eclissi pure il buone del "vaffa"

Grillo, nonostante le tue canagliate, io vorrei che tu, Renzi ed io...". Ancora potrebbe, questa prima sconfitta di Beppe Grillo, mutarsi in valore civile. E forse solo un Epifani dantesco potrebbe aiutare Grillo a salvarsi dal Grillo impazzito che sproloquia persino contro Rodotà, che pure è stato il suo fiore di purezza, il suo Garibaldi o meglio il suo Mazzini, il suo alibi di nobiltà.

Ha avuto la fortuna, Beppe Grillo, di subire un imperioso alt degli elettori quando ancora non tutto è perduto. Ha infatti il tempo di rivedere, correggere e ripensare anche il se stesso tramutato in canaglia. E il segretario del Pd, ora che non ne ha bisogno per sopravvivere, dovrebbe chiamare il furioso attaccabrighe al confronto diretto, senza il corteggiamento trafelato e penoso ai gregari che umiliò Bersani, ma lanciando un ponte di sinistra, un osservatorio, un blog a due piazze, una cosa ("ah, cosa sarà?, che fa muovere il vento") che sia fatta di dibattiti serrati e anche di quegli sbeffeggiamenti (reciproci, però) che Grillo ha trasformato in scienza della politica.

Si sa che negli animi nobili la sconfitta migliora il carattere, lo ingentilisce. Ma se l'animo è ignobile, lo inacidisce. E le sgangherate reazioni di Grillo, chiuso nel suo blog virtuale trasformato in bunker reale, esprimono appunto quell'umore che gli inglesi chiamano 'sour grapes', uva acida. Con insolenze da teppista, che raccontano meglio dei numeri elettorali, il malessere mentale dello sconfitto che non si rassegna, Grillo malmena dunque Stefano Rodotà che era il suo candidato al Quirinale contro la sinistra. Ora che si è permesso di criticarlo con un'intervista al Corriere, dandogli dei consigli generosi e sensati, Rodotà non è più "un ragazzo di ottanta anni" ma "un ottuagenario sbrinato di fresco" e "miracolato dal web". E qui c'è per due volte, sia nel plauso giovanilista sia nel disprezzo antisenile, la stessa (rovesciata) volgarità fascistoide di 'giovinezza giovinezza' accanto al vaneggiamento del 'chi non è con me è contro di me'. Era già successo alla Gabanelli, succederà ancora. Oltre la lista delle Quirinarie ci saranno altri amanti strapazzati, anche perché, come dicono in Sicilia, "cu di mulu fa cavaddu, u primu cauciu è u so", chi tratta un mulo come un cavallo, si becca il primo calcio.

"Abbiamo vinto", dice Grillo negando l'evidenza e aggredendo Renzi (anzi Renzie, come Fonzie, eh eh) e poi Civati, Bersani, Veltroni... E intanto Lombardi e Crimi vanno "a caccia di pezzi di merda" con un linguaggio che, in bocca loro, diventa agghiacciante. I parlamentari si rubano le mail a vicenda, il gruppo sembra destinato a sgretolarsi ma la Lombardi trova la parola giusta da sillabare: "Confermo, sono delle merde. Mer-de!". Nel delirio della sconfitta, gli amici, che hanno la faccia dei nemici e viceversa, inchiodano Grillo al suo blog-bunker, sempre più sfigurato nell'acidità. E l'impolitica diventa impotenza. Solo un fissato può davvero credere di avere perduto per colpa degli altri, del dominio padronale sui mass media, della pochezza degli italiani. Certo, non deve essere facile per lui. Ma per sua fortuna nessuno può chiedergli di dimettersi. Solo di rimettersi.

Per recuperare il suo fascino seduttivo (non su di noi, ovviamente) il perdente deve sempre diventare leggero. E non è un problema di eleganza, ma di sostanza. Solo ammettendo la sconfitta Grillo potrebbe guarire dalla spocchia e capire che non basta più essere il divertimento intellettuale di alcuni vip dello spettacolo e lo sfogatoio plebeo della rabbia italiana. Potrebbe valorizzare le intelligenze dei suoi parlamentari, spronandoli a studiare almeno un po', smetterla di punire, espellere e controllare, potrebbe consegnarsi finalmente alla politica che è una delle più nobili attività dell'uomo, e proprio per questo degenera in vizio e corruzione. Non lo fa, ma ancora potrebbe.

Più che denunziare, Grillo ha irriso il potere degenerato, ha spernacchiato il Palazzo tronfio e sordo. Non è stato il primo a sbeffeggiare la politica, ma è stato il primo a fare dello sbeffeggiamento una politica. Ed è senza precedenti nella storia d'Italia, salvo forse Giovannino Guareschi, che solo alla fine, come Grillo, se la prese con gli italiani: "Popolo bue, li hai votati? Adesso pedala" (e speriamo che per questo paragone non si offenda, la buonanima). E però solo con Grillo la tradizione dello spernacchiamento, che va da Marziale a Pasquino, da Totò a Dario Fo, ai Guzzanti e, nel suo modo supercilioso di mezzo Landini e mezzo Montanelli, a Marco Travaglio, ha cessato di essere il cibo dell'intrattenimento più o meno intelligente ed è diventato il manifesto di un partito che alla Camera è ancora maggioranza relativa. Ebbene, da questo sbeffeggiamento la politica non tornerà più indietro.

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