domenica 30 giugno 2013

Il padre prostituente

Il padre prostituente – Marco Travaglio [Dal F.Q. di domenica 30 giugno]


travaglio 30706/2013 fatto quotidiano padre prostituente
Se tutto va male, a fine luglio la maggioranza
indecente che sgoverna l’Italia imporrà a
tappe forzate la modifica dei regolamenti parlamentari
per aggirare l’articolo 138 della Costituzione
e appaltare in esclusiva a un ristretto
club di 20 deputati e 20 senatori del Pd, del Pdl
e di Scelta civica (nessuno di M5S e Sel, cioè
dell’opposizione) la riforma della Costituzione
che poi il Parlamento non potrà neppure
emendare, ma solo approvare o respingere –
dunque approvare – alla svelta, senza neppure
rispettare gli intervalli temporali previsti dalla
Carta. È un golpe legalizzato che i cittadini
potranno respingere solo votando No al referendum
confermativo, ma occorrerà una
grande mobilitazione perché tutti i partiti faranno
campagna per il Sì, a parte Grillo e Vendola.
Se Pd, Pdl e Scelta civica, alle elezioni di
febbraio, avessero avuto i voti per cambiare la
Costituzione, se ne potrebbe anche discutere.
Invece nessuno di loro ne parlò, dunque nessun
elettore li ha votati per quello. L’unica riforma
istituzionale che riempiva le bocche dei leader
era quella elettorale. Tutti giuravano “mai più
Porcellum” e questa fu anche la prima scusa
con cui la Trimurti giustificò l’inciucio del governo
Letta: fare in fretta le cose più urgenti,
legge elettorale ed economia, e tornare alle urne.
Invece, quanto alla prima, siccome B. non la
vuole, l’hanno prontamente accantonata.
Quanto all’economia, le uniche decisioni assunte
dal governo più rissoso e inconcludente
della storia, sono i rinvii. Rinviata l’Imu, rinviato
l’aumento dell’Iva, rinviati gli F-35. La
stampa di regime, impermeabile anche al senso
del ridicolo, titola ogni giorno su mirabolanti
“accordi” per “rinviare” questo o quello. Ma un
accordo per rinviare è un ossimoro: gli accordi
si fanno sulle soluzioni dei problemi, non sul
loro rinvio a data da destinarsi. I comuni denominatori
che tengono insieme la Trimurti
sono altri due: la paura di votare e l’allergia per
la Costituzione. Che infatti si accingono a cambiare,
concentrando tutti i poteri sull’esecutivo
e smantellando i controlli del legislativo e del
giudiziario. I titoli IV e VI della Costituzione,
Magistratura e Corte costituzionale, erano stati
esclusi dalla legge istitutiva del comitato dei 40.
Ma l’altro giorno, dopo le sentenze della Consulta
sul legittimo impedimento e del Tribunale
di Milano sul caso Ruby, il Pdl ha tentato di
infilarceli con un emendamento. Il Pd è insorto,
parlando addirittura di “pirateria”, ma
era tutta una finta: è bastato che B. minacciasse
di scassare tutto perché ieri Lady Inciucio, al
secolo Anna Finocchiaro, cedesse su tutta la
linea ammettendo sul Corriere che “il problema
del coordinamento tecnico con gli articoli del
titolo IV e del titolo VI della Costituzione esiste
e va affrontato”. Come? Con un emendamento
da “formulare insieme”. Del resto il vero padrone
del governo, l’unico che potrebbe farlo
cadere dall’oggi al domani (e naturalmente lo
tiene in piedi per ricattarlo in vista dell’amnistia)
e cioè B., fa sapere che “se c’è un settore
che ha assolutamente bisogno di una riforma è
quello della giustizia”. È vero che il ministro
delle Riforme Quagliariello dice il contrario.
Ma, fra il fattorino e il titolare della ditta, tutti
sanno chi comanda. Si ripete così pari pari il
copione della Bicamerale: nella legge istitutiva
presentata nel ’96, il capitolo Magistratura era
escluso. Poi B. ordinò di inserirlo, minacciò di
scassare tutto e D’Alema si calò prontamente le
brache. Tant’è che in Bicamerale si parlò quasi
solo di quello. Poi, siccome in due anni di lavori
non veniva fuori l’amnistia, nel ’98 B. fece saltare
il tavolo. Anche perché allora al Quirinale
c’era Oscar Luigi Scalfaro, che si batté come un
leone contro gli inciuci anti-toghe. Ora invece
c’è Napolitano, che li patrocina da tempo immemorabile.
E riceve al Quirinale il fresco condannato
a 12 anni per frode fiscale, rivelazione
di segreti, concussione e prostituzione minorile:
il padre prostituente.
fonte: http://mondo5stelle.wordpress.com



ALLARME ROSSO: IL GOVERNO VORREBBE RIBASSARE ADDIRITTURA ANCHE LE PENSIONI GIA' EROGATE!!!La Consulta però ha sancito il divieto di imporre tagli agli assegni di chi è già in pensione.


PREVIDENZA. Il Governo Ipotizza un superprelievo (sugli stipendi e sulle pensioni) che scatti solo sopra una certa fascia di reddito. Pubblichiamo il confronto alla Camera tra il deputato pd Andrea Giorgis e Carlo dell’Aringa (sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali). La Consulta, con la sentenza n. 211 del 2 luglio 1997, ha sancito il divieto di imporre tagli agli assegni di chi è già in pensione. Come dire che non si possono cambiare OGGI le vecchie regole in base alle quali le pensioni in essere sono state calcolate. Non si può tornare al regime di Salò.

Roma, 29 giugno 2013. Dopo il no della Corte costituzionale al contributo di solidarietà sulle pensioni superiori a 90mila euro (in quanto il contributo colpiva soltanto una parte dei cittadini, i pensionati-ndr), il Governo cercherà nuove strade per soddisfare 'le esigenze di creare più uguaglianza nel Paese'. Lo ha detto il sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali, Carlo Dell'Aringa. Rispondendo all'interpellanza del deputato pd Andrea Giorgis,  Dell'Aringa ha illustrato la ricetta per incidere sulla sperequazione della spesa previdenziale. Introdurre una super-aliquota che scatti solo sopra una certa fascia di reddito o ampliare il meccanismo oggi in vigore per i redditi sopra i 300mila euro, che non è una super-aliquota perché il 3% aggiuntivo chiesto dal fisco è deducibile dall'imponibile e quindi viene 'scontato' del 43%, cioè dell'aliquota che si applica alla fascia di reddito più alta. Va detto che la Consulta, con la sentenza n. 211 del 2 luglio 1997, ha sancito il divieto di imporre tagli  agli assegni di chi è già in pensione. Come dire che non si possono cambiare OGGI le vecchie regole in base alle quali le pensioni in essere sono state calcolate. Il Parlamento può dettare regole per il futuro, ma le nuove leggi non hanno valore retroattivo. Solo la repubblica di salò ha varato una legge retroattiva, nota come “legge della vendetta”, per punire con la fucilazione i gerarchi che avevano “tradito l’idea e il duce” nella seduta del gran consiglio del fascismo del 25 luglio 1943. Oggi, anno 2013, vogliamo tornare a salò?.

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ALLARME ROSSO: IL GOVERNO VORREBBE RIBASSARE ADDIRITTURA ANCHE LE PENSIONI GIA' EROGATE!!!

 ORDINE DEL GIORNO 42^ SEDUTA PUBBLICA Giovedì 27 giugno 2013 - Ore 10 CAMERA DEI DEPUTATI


Iniziative volte ad una rimodulazione dei diversi trattamenti pensionistici, anche alla luce della recente sentenza della Corte costituzionale sui contributi di solidarietà a carico delle pensioni di importo più elevato, al fine di evitare gravi disuguaglianze sostanziali - n. 2-00098

Introduzione 10:48:09 Vice Presidente GIACHETTI ROBERTO

Illustrazione 10:48:37 Deputato GIORGIS ANDREA (PARTITO DEMOCRATICO)

Risposta 10:56:41 Sottosegretario del lavoro e delle politiche sociali DELL'ARINGA CARLO

Replica 11:05:09 Deputato GIORGIS ANDREA (PARTITO DEMOCRATICO)

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(Iniziative volte ad una rimodulazione dei diversi trattamenti pensionistici, anche alla luce della recente sentenza della Corte costituzionale sui contributi di solidarietà a carico delle pensioni di importo più elevato, al fine di evitare gravi disuguaglianze sostanziali – n. 2-00098)

PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza urgente Giorgis n. 2-00098, concernente iniziative volte ad una rimodulazione dei diversi trattamenti pensionistici, anche alla luce della recente sentenza della Corte costituzionale sui contributi di solidarietà a carico delle pensioni di importo più elevato, al fine di evitare gravi disuguaglianze sostanziali (Vedi l'allegato A – Interpellanze urgenti).

  Chiedo all'onorevole Giorgis se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica.

  ANDREA GIORGIS. Signor Presidente, questa interpellanza pone in sostanza al Governo una questione di carattere generale, muovendo da due decisioni della Corte costituzionale che sono state ampiamente commentate e che hanno aperto, non soltanto in dottrina, ma anche nell'opinione pubblica, un acceso dibattito. Le ricordo brevemente. Da ultimo la sentenza n.116 del 2013 con la quale è stato dichiarato incostituzionale il contributo di solidarietà che era stato predisposto nei confronti delle pensioni aventi un importo particolarmente significativo. Dice la Corte costituzionale: è illegittimo chiedere un contributo di solidarietà ai soli redditi da pensione, perché in questo modo si discrimina il reddito dei pensionati e quindi la posizione giuridica dei pensionati rispetto alla posizione giuridica di tutti gli altri cittadini che percepiscono redditi di importo sostanzialmente analogo. Con argomenti simili la Corte aveva, già nel 2012, dichiarato incostituzionale il contributo di solidarietà che era stato previsto nei confronti dei soli dipendenti pubblici. Anche in quel caso la Corte disse: è incostituzionale chiedere un sacrificio economico ad una sola categoria di cittadini.

  Ora, la ragione dell'interpellanza potrebbe essere riassunta in questi termini: la Corte ha dichiarato l'illegittimità di queste misure in nome del principio di uguaglianza perché, dice la Corte, occorre che i sacrifici siano ripartiti tra tutti i cittadini maniera uguale e soprattutto in maniera progressiva e ciò avrebbe consentito – queste sono sempre le parole della Corte, se, ovviamente, fosse così stato disposto, cioè fosse stato disposto un contributo di carattere universale – un risultato di bilancio ben più favorevole allo Stato, specie in un momento di particolare crisi economica. Insomma, la Corte dice che il legislatore deve rispettare di più il principio di uguaglianza e proprio perché deve rispettarlo di più, la Corte dichiara illegittime misure volte a reperire risorse e misure che si dirigono soltanto ad una platea ristretta. La Corte in sostanza presuppone – qui arrivo al punto della domanda – che, dopo le decisioni, ci sia un intervento normativo da parte del legislatore. Lo dà quasi per scontato. Perché ? Perché se non ci fosse un intervento legislativo che dia seguito alle decisioni, queste due decisioni, anziché produrre una situazione di maggiore uguaglianza nel Paese, avrebbero l'effetto di vanificare misure di solidarietà che, in fin dei conti, chiedevano un sacrificio ai redditi più consistenti, chiedevano un sacrificio alla popolazione più abbiente.

  Allora noi vorremmo sapere se il Governo ha in mente di rimediare a un effetto paradossale di queste sentenze e, quindi, se ha intenzione di dare seguito a quella che è la motivazione di queste due pronunce, ipotizzando contributi di solidarietà di carattere universale e, quindi, superando le ragioni di illegittimità così come la Corte suggerisce di superarle. Insisto: l'illegittimità dei contributi di solidarietà non sta nell'aver chiesto un contributo alle pensioni dei cittadini più abbienti, alle pensioni di importo più consistente, né nell'aver chiesto un contributo di solidarietà ai redditi dei dipendenti pubblici più abbienti. Non sta in questo l'illegittimità. L'illegittimità sta nel non averlo chiesto anche gli altri. Non è illegittimo il contributo di solidarietà, nella parte in cui chiede un sacrificio in un momento di particolare difficoltà economica, è illegittimo nella parte in cui non lo chiede anche ad altri.

  Allora – la Corte lo dice in maniera molto esplicita – queste due pronunce presuppongono un rapido intervento legislativo. E lo presuppongono sia dal punto di vista dell'estensione di questo sacrificio all'intero corpo dei cittadini che dispongono delle risorse per sopportare il sacrificio, sia – e questo è il secondo punto dell'interpellanza – intervenendo per rimodulare i diversi trattamenti pensionistici e per rimodulare quella che è la capacità economica dei cittadini italiani, perché – dice sempre la Corte – c’è, nel nostro Paese, un formidabile problema di disuguaglianza.

  Quindi, l'invito che la Corte fa al Parlamento è duplice: da un lato, se si deve intervenire in maniera eccezionale e urgente bisogna farlo estendendo il sacrificio all'intera platea dei cittadini che possono permettersi di sopportare il sacrificio, dall'altro, è necessario che ci sia un intervento per rimodulare e ridurre le disuguaglianze retributive che ci sono sia nel comparto pubblico sia nel comparto privato, ma soprattutto nel settore cosiddetto «pensionistico». La Corte su questo è molto chiara e noi crediamo che in un momento di particolare difficoltà economica per il nostro Paese, in un momento nel quale è particolarmente urgente reperire le risorse per rilanciare l'economia, per evitare un incremento delle imposte indirette, per assicurare servizi essenziali ai cittadini, intervenire come la Corte suggerisce sia particolarmente importante.

  Ecco perché vorremmo conoscere quali sono gli intendimenti del Governo e come, quindi, il Governo intenda porre rimedio, da un lato, al problema della disuguaglianza, dall'altro, alla necessità di reperire le risorse necessarie a garantire la fruizione di servizi essenziali (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

  PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali, Carlo Dell'Aringa, ha facoltà di rispondere.

  CARLO DELL'ARINGA, Sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali. Grazie signor Presidente e grazie all'onorevole Giorgis e agli altri interpellanti, per aver sollevato una questione di grande importanza. Io ho una relazione scritta, che consegno, di cui leggerò alcune parti; ma vorrei anche soffermarmi più in generale sul problema che è stato sollevato, con alcune riflessioni che ho svolto nel breve lasso di tempo che ho avuto a disposizione per raccogliere un po’...

  PRESIDENTE. Signor sottosegretario, scusi se la interrompo. Lei può consegnare la relazione brevi manu all'onorevole Giorgis, ma non la può lasciare agli atti perché nella fase delle interpellanze urgenti non è previsto questo.

  CARLO DELL'ARINGA, Sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali. Benissimo. Leggerò alcune parti di questa relazione che lascerò agli interpellanti e farò alcune considerazioni di carattere più generale.

  Ora, sono stati ricordati i fatti nell'interpellanza, ancora più ricca nel ricordare le varie bocciature che la Corte costituzionale ha decretato in relazione a iniziative governative tese a ridurre le pensioni troppo elevate o gli stipendi troppo elevati dei pubblici dipendenti, sulla base di una considerazione di uguaglianza.

  La Corte costituzionale ha usato proprio lo stesso criterio dell'uguaglianza per bocciare misure che, di per sé, invece, erano dirette a ridurre le disuguaglianze e, quindi, a creare maggiore uguaglianza. Ma chiaramente si trattava di misure limitate, circoscritte ad alcune componenti di reddito, di pensioni del nostro Paese e, quindi, in quanto discriminanti, rischiavano di andare contro quel principio di uguaglianza che, invece, le misure e le proposte dai Governi volevano attuare.

  Ora ricordo che, per quanto riguarda gli interventi sulle pensioni per cercare di ridurre il grado di disuguaglianza esistente, quest'ultima è dovuta in parte a quel metodo retributivo che è stato seguito per molto tempo. Ricordo che il passaggio ad un sistema contributivo dovrebbe, nel corso del tempo, ridurre questo fenomeno, ma certamente in un tempo lungo e che, quindi, non risolve il problema di intervenire anche in tempi più brevi.

  Però alcuni provvedimenti sono stati adottati e non sono stati bocciati e, quindi magari altri potranno essere individuati per cercare di non incorrere nelle bocciature della Corte costituzionale. Ricordo il contributo di solidarietà posto a carico degli iscritti e dei pensionati dei fondi confluiti nell'assicurazione generale obbligatoria del Fondo volo, che è un caso limitato, ma che sta a indicare che qualcosa si è potuto fare senza andare incontro alla bocciatura della Corte costituzionale. E poi ricordo anche il blocco delle perequazioni automatiche per le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo stabilito ogni anno: anche questa è una misura di perequazione e riduzione delle diseguaglianze, anche se non certamente dell'intensità di quella che, invece, c'era nelle misure governative che sono andate incontro alle bocciature della Corte costituzionale. Quindi senz'altro il Governo si impegnerà a trovare altre strade che cerchino di contemperare queste due diverse esigenze: le esigenze di creare più uguaglianza nel Paese perché tutti ci rendiamo conto che, accanto alla crisi economica, alla crisi occupazionale c’è questo problema di disuguaglianza dei redditi e della ricchezza nel Paese, cercando anche di intervenire nel campo, sia pur limitato, delle pensioni, all'interno delle quali ci sono forti sperequazioni.

  Quindi il Governo cercherà senz'altro di vedere quali strumenti adottare per non andare incontro a quel pericolo di discriminazione di cui parla la Corte costituzionale, ma non c’è dubbio che l'approccio ad una maggiore uguaglianza nel nostro Paese vada individuata nello strumento più generale della struttura del fisco, del prelievo fiscale. Qui, nell'interpellanza urgente, si accenna al fatto che non si può ridurre il tutto all'aumento delle imposte indirette, perché le imposte indirette hanno di per sé una natura regressiva nei confronti dei redditi della popolazione e, infatti, è quello che si sta tentando di fare col posticipo del pagamento dell'IVA ed eventualmente con la soppressione di questo aumento; ed è quello che si sta tentando, sia pure in mezzo a difficoltà e confronti anche all'interno del Governo, rimodulando l'IMU in modo tale che, anche la sua rimodulazione risponda a dei criteri di redistribuzione del reddito a favore di coloro che hanno reddito o ricchezza bassa. E lo stesso si cercherà di fare nel seguito di queste operazioni che riguarderanno anche altre imposte. Quindi penso che questa sia una preoccupazione fondamentale che il Governo ha fatto propria e che riguarda un po’ tutta la rimodulazione del prelievo fiscale. Non c’è dubbio che una forte disuguaglianza nella distribuzione del reddito, oltre ad essere socialmente poco tollerabile, è stato uno dei fattori anche che ha contribuito al peggioramento della situazione economica, perché ha limitato le disponibilità di reddito di coloro che magari avevano anche più possibilità di spendere questo reddito. C’è stato un avvitamento di un problema sociale con un problema economico. E tutta l'attenzione che c’è in questo momento per quanto riguarda l'aspetto fiscale, è improntato non solo all'idea di creare occupazione e di far riprendere il Paese, ma anche di caratterizzare questi interventi con un senso di maggiore redistribuzione. Poi nell'interpellanza si accenna anche alla necessità di dare occupazione, di provvedere alla carenza di lavoro soprattutto dei giovani.

  È quello che si è tentato di fare con quest'ultimo decreto a contrasto della disoccupazione giovanile: anche lì si è cercato di trovare delle risorse, in modo tale che non pesassero sulle categorie più svantaggiate, ma che favorissero le categorie più svantaggiate, come quelle dei giovani con particolare debolezza nel mondo del lavoro.

  Ecco, io con questo non voglio dire che il problema debba essere visto solo al livello generale di ristrutturazione del prelievo fiscale e anche degli interventi a favore dell'occupazione, ma debba essere – e giustamente l'interpellanza va soprattutto in questo senso – visto anche all'interno del sistema pensionistico, perché noi abbiamo ereditato dal passato una diversità nella distribuzione dei livelli delle pensioni fra le varie categorie di lavoratori che certamente sono forti, cioè il grado di diseguaglianza all'interno dei livelli di pensione è un livello di disuguaglianza elevato. Qualche tentativo è stato fatto, limitato, e molti tentativi sono stati bocciati. Io garantisco che è preoccupazione del Governo di procedere nella strada di trovare, diciamo così, interventi che possano incidere su questa sperequazione all'interno della spesa pensionistica, ma senza andare contro un principio che non è solo della Corte costituzionale: io penso che sia un principio giusto che per rimediare ad un problema non se ne crei un altro e cioè che si discriminino in modo eccessivo redditi da pensione con redditi di altra natura, che anch'essi potrebbero essere molto elevati e che anche questi dovrebbero essere limitati.

  I redditi di altra natura nel settore privato: non ci sono strumenti per porre dei tetti agli stipendi, se non in casi particolari in cui si può intervenire, ma generalmente è molto complicato ed io ritengo che come al solito, come in tutti i Paesi, lo strumento del prelievo fiscale sia uno dei più adatti per dare al sistema quella progressività che sola può garantire una maggiore uguaglianza dei redditi.

  PRESIDENTE. L'onorevole Giorgis ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta alla sua interpellanza.

  ANDREA GIORGIS. Signor Presidente, io ho molto apprezzato il riconoscimento, da parte del Governo, di una situazione nella quale – cito le parole del sottosegretario – vi sono forti sperequazioni nel sistema pensionistico. Sentire, dalla voce del Governo in quest'Aula, una tale analisi della situazione e quindi una tale consapevolezza della situazione che caratterizza oggi il sistema pensionistico, a me fa molto piacere, perché significa che intanto un primo passo viene fatto: si riconosce l'esistenza di un problema, di un serio problema e, mi sembra di aver capito, non si leggono le sentenze della Corte, come pure qualcuno ha cercato di leggerle, come se fossero un impedimento a successivi interventi legislativi, ma al contrario le si legge, da parte del Governo, giustamente, come uno sprone ad una rapida ridefinizione e ad una rapida riconsiderazione dell'intero comparto delle retribuzioni e del sistema pensionistico.

  Voglio concludere solo con una sottolineatura, alla quale tengo molto, perché in una materia così complessa è sempre facile trovare argomenti ad effetto, che giustificano lo status quo e tendono a presentare come difficili e complicati interventi di maggiore redistribuzione. Cito un passo della recente sentenza, quella del 2013, della Corte Costituzionale, nella quale la Corte in qualche modo prefigura il rischio che qualcuno possa immaginare che non è possibile nessun tipo di differenziazione nell'ambito delle diverse capacità contributive, come se bisognasse per forza applicare in maniera assoluta il principio di universalità. Dice la Corte: «La giurisprudenza di questa Corte ha precisato che la Costituzione non impone affatto una tassazione fiscale uniforme, con criteri assolutamente identici e proporzionali per tutte le tipologie di imposizioni tributarie, ma esige invece un indefettibile raccordo con la capacità contributiva, in un quadro di sistema informato a criteri di progressività».

  Principio che il sottosegretario ha giustamente ricordato e che nel nostro Paese ahimè è in molti casi disatteso. «Come svolgimento ulteriore, nello specifico campo tributario, del principio di uguaglianza, collegato al compito di rimozione degli ostacoli economico-sociali che limitano di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini». Dunque, la discrezionalità che la Corte esplicitamente riconosce al Governo è ampia – e questo è l'unico limite che la discrezionalità del Governo incontra e il legislatore, insieme al Governo, incontra – purché questa discrezionalità sia esercitata al fine di ridurre le disuguaglianze e non al fine di incrementarle.

  E da questo punto di vista io concludo chiedendo al Governo di predisporre celermente un intervento strutturale, per certi aspetti simile a quello che stiamo per approvare, che preveda, per esempio, la proroga del blocco dell'indicizzazione dei contratti del pubblico impiego dopo aver poco tempo fa chiesto un sacrificio a coloro che percepiscono pensioni non certo di importo significativo. Allora, non fosse altro perché si è chiesto un sacrificio ai cittadini meno abbienti e si continua a chiedere un sacrificio a tutti coloro che non riescono a ricevere quei servizi che pure sono considerati essenziali, allora non fosse altro perché il sacrificio lo si è appena chiesto, credo che sia doveroso, con altrettanta celerità, intervenire e chiedere un sacrificio anche ai cittadini che hanno capacità economica più consistente e, al contempo, intervenire in maniera strutturale, cosa che è possibile senza immaginare degli approfondimenti e delle analisi particolarmente complesse e, soprattutto, senza incontrare alcun limite di carattere costituzionale ad un intervento che inizi fin da subito a chiedere, a coloro che percepiscono pensioni ragguardevoli, un sacrificio che duri nel tempo e che abbia il profilo, appunto, della strutturalità (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

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NOTIZIA URGENTISSIMA - ALLARME ROSSO. IL GOVERNO VORREBBE RITOCCARE LE PENSIONI GIA' EROGATE!!!

Nulla da dire sul principio di tassare allo stesso modo tutti gli alti redditi (dei pensionati e degli attivi): questo principio è in linea con gli articolo 3 (=uguaglianza) e 53 (=Il sistema tributario è informato a criteri di progressività) della Costituzione e  con la sentenza 116/2013 della Corte costituzionale. La rimodulazione dei trattamenti pensionistici significa, però, voler riscrivere ex post  le regole con le quali una persona è stata messa in quiescenza. Questo proposito è contro la Costituzione. La Consulta, con la sentenza n. 211 del 2 luglio 1997, ha sancito il divieto di imporre tagli  agli assegni di chi è già in pensione. Il Parlamento può dettare regole per il futuro, ma le nuove leggi non hanno valore retroattivo. Ci toccherà condurre una dura battaglia. I pensionati devono mobilitarsi soprattutto quando si vota. E lo faremo, escludendo i partiti che vogliono punirci.

(Nota. Solo la repubblica di salò ha varato una legge retroattiva, nota come “legge della vendetta”, per punire con la fucilazione i gerarchi che avevano “tradito l’idea e il duce” nella seduta del gran consiglio del fascismo del 25 luglio 1943. Oggi, anno 2013, vogliamo tornare a salò?). 

Spesa pubblica: dove si può tagliare davvero?

l Fatto Quotidiano > Blog di Lavoce.info

Spesa pubblica: dove si può tagliare davvero?

Negli ultimi due anni, la spesa pubblica primaria è diminuita in termini nominali. Non accadeva da 60 anni, ma non è ancora sufficiente per abbassare la pressione fiscale. Finora di spending review si è parlato molto ma non si è fatto nulla, bisogna rivedere i programmi di spesa.
di Giuseppe Pisauro* (Fonte: lavoce.info)
Dati e previsioni di spesa
Provando ad abbandonare per un momento le questioni dell’Imu e dell’Iva, che stanno monopolizzando il dibattito  sulla politica fiscale, chiediamoci quali spazi effettivi sono ipotizzabili per una riduzione della pressione fiscale nel medio periodo. Le proiezioni ufficiali più recenti, quelle del Documento di economia e finanza dello scorso aprile, di fatto l’ultimo atto del governo Monti, non sono confortanti: danno una pressione fiscale nel 2015 al 44,1 per cento, sostanzialmente invariata rispetto al livello del 2012 (44,0 per cento). A fronte di questo dato, vi è per la spesa primaria la previsione di una riduzione di 1,5 punti di Pil, dal 45,6 del 2012 al 44,1 per cento del 2015. Questi valori dovrebbero generare un avanzo primario crescente (4,1 per cento nel 2015 dal 2,5 del 2012). Anche così, tuttavia, la crescita del rapporto debito pubblico/Pil si interromperebbe solo a partire dal 2014, consegnandoci nel 2015 un debito comunque ancora di poco superiore al 125 per cento del Pil (nel 2012 era al 127 per cento).
La reazione più diffusa a questo quadro è che non sono stati compiuti sforzi dal lato della spesa, che finora l’aggiustamento del bilancio è stato fatto soltanto aumentando le imposte e che se qualche taglio di spesa c’è stato si è concentrato negli enti locali. Se solo si volesse sarebbe abbastanza agevole tagliare la spesa, soprattutto quella dell’amministrazione centrale, liberando così spazi per ridurre la pressione fiscale. Vediamo se le cose stanno effettivamente così. Iniziamo dalla dinamica del passato recente, concentrandoci sulla spesa primaria corrente: gli interessi sono un dato esogeno e la spesa in conto capitale non può essere messa sul banco degli imputati dato che dal 2009 al 2012 è diminuita del 30 per cento in termini nominali. La spesa primaria corrente nel biennio 2011-2012 è rimasta sostanzialmente stabile in termini nominali (anzi, è leggermente diminuita). Può darsi che questo sia un risultato insufficiente ma esso non va sottovalutato. Una diminuzione della spesa in termini nominali non ha precedenti negli ultimi sessant’anni. Per dare un elemento di confronto, nel decennio 1997-2007, quando vi era comunque una consapevolezza del problema, la spesa era cresciuta a un ritmo del 2 per cento l’anno in termini reali; superfluo ricordare che nei decenni precedenti, quando quella consapevolezza non c’era,  la crescita era stata ben superiore.  La diminuzione registrata negli ultimi anni – 3,5 miliardi in due anni – è nell’insieme certamente modesta. Bisogna tuttavia tener conto di come nel triennio la spesa per pensioni sia aumentata di 12 miliardi. Le spese correnti diverse da interessi e pensioni sono quindi diminuite di 15,5 miliardi, ovvero del 3,6 per cento, in due anni (tabella 1). Si può fare certamente meglio ma non è poco, soprattutto alla luce dell’esperienza precedente.
Tabella 1 Spesa primaria 2009-2015 (miliardi di euro)
spesa primaria
Per farsi un’idea più precisa, si può dare un’occhiata alla tabella 2, che mette a confronto la crescita della spesa pubblica primaria totale (corrente e in conto capitale) distinta per sotto-settore fino al 2009 e negli anni seguenti.
Tabella 2.  La dinamica della spesa pubblica primaria per sotto-settore (tassi di crescita)
spending review
Nel periodo 2002-2009 la spesa pubblica è cresciuta del 39,3 per cento, nel triennio 2010-2012 è diminuita dell’1,8 per cento. Guardando ai sotto-settori, si nota subito come la crescita della spesa in tutto il periodo sia superiore alla media per gli enti di previdenza e per gli enti sanitari locali (ovvero pensioni e sanità). Per inciso, la spesa delle amministrazioni centrali, delle Regioni (esclusa la sanità) e dei Comuni si muove in modo tutto sommato analogo. I dati non suffragano, quindi, la tesi secondo cui il peso dell’aggiustamento dal lato della spesa negli ultimi anni sia ricaduto soprattutto sugli enti territoriali. In realtà, l’onere è stato sopportato in egual misura dalla spesa per consumi e investimenti pubblici di amministrazioni centrali e locali. Le eccezioni sono la sanità (consumi pubblici delle regioni) e i trasferimenti previdenziali.
Cosa accadrà nei prossimi anni, secondo le proiezioni ufficiali? La maggiore spesa primaria corrente nel 2015 rispetto al 2012 sarà di 26,7 miliardi, di cui 19 miliardi sono ascrivibili alle pensioni. Resta un aumento di 7,7 miliardi (ricordiamo, in termini nominali) distribuito tra sanità e altre spese.
Insomma, se si escludono interventi sulle pensioni in essere, anche se si riuscisse a mantenere invariata in termini nominali la spesa corrente restante, si libererebbero da qui al 2015 risorse pari soltanto a 7,7 miliardi, vale a dire mezzo punto di Pil. Questo è il massimo che si può ottenere mantenendo le politiche attuali. Ciò non sarebbe comunque indolore: richiederebbe sforzi importanti, come protrarre indefinitamente il blocco dei contratti dei dipendenti pubblici e accomodare a spesa invariata gli aumenti dei prezzi dei beni e servizi acquistati.
Spazi ulteriori? Possono derivare solo da una discontinuità nelle politiche pubbliche. Discontinuità che può essere molto profonda, mettendo in discussione la dimensione dell’intervento pubblico in settori come la sanità, l’istruzione o la previdenza, spostando quindi il confine tra pubblico e privato in questi settori. L’opinione di chi scrive è che non è affatto detto che le prospettive di crescita del paese guadagnerebbero  da uno spostamento dell’istruzione o della sanità dal pubblico al privato.  Ma di questo si può discutere altrove.
Come fare una vera spending review
C’è comunque un’altra strada che non è mai stata seriamente percorsa ed è quella di unamanutenzione straordinaria dei programmi di spesa, che con un’espressione ormai entrata nell’uso comune è nota come spending review. Se ne è parlato molto in questi anni ma, nonostante i proclami, in pratica non si è fatto nulla. C’è anche un provvedimento di legge, il d.l. n. 95 del 6 luglio 2012, noto come spending review, ma si tratta di un nome usurpato: di fatto quel provvedimento ripropone  la tecnica dei tagli lineari. Come mai ai proclami non è seguito nulla? Perché nessun governo ha mai compreso che una revisione della spesa è un’operazione straordinaria che richiede tempo (almeno un anno) e risorse (diciamo, un centinaio di analisti qualificati). Si tratta di elaborare una sorta di piano industriale per ciascun settore dell’amministrazione.  Al contrario, si è preferito seguire la strada dei facili annunci, affidando questo compito a singoli o a gruppi molto esigui, senza risorse, se non quelle ordinarie degli uffici che normalmente si occupano del controllo della spesa, e senza sostegno politico. Si può anche comprendere che a cavallo tra 2011 e 2012 le necessità dell’emergenza finanziaria siano prevalse su tutto. Ora la situazione è diversa, lo stato del conto economico pubblico (entrate e uscite dell’anno) in Italia è tra i migliori, se non il migliore, dei paesi avanzati. Siamo in una recessione talmente grave da sconsigliare qualsiasi ulteriore intervento fiscale di segno restrittivo (semmai bisognerebbe fare il contrario). Se si comincia subito, c’è tutto il tempo. Ma bisogna avere la consapevolezza di cosa si deve fare: non basta sventolare uno slogan ma investire risorse umane e capitale politico in un’operazione mai iniziata.
*Giuseppe Pisauro si è laureato in Scienze Statistiche all’Università “La Sapienza” di Roma e ha proseguito gli studi di Economia presso la London School of Economics. Professore di Scienza delle Finanze presso l’Università “La Sapienza” di Roma (in precedenza ha insegnato all’Università di Campobasso, alla LUISS di Roma, alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione e all’Università di Perugia). Si occupa prevalentemente di temi di finanza pubblica. Ha svolto attività di consulenza per istituzioni italiane e internazionali (IMF, Camera dei Deputati, Presidenza della Repubblica). Ha fatto parte della Commissione tecnica per la spesa pubblica (Ministero del Tesoro) dal 1991 fino al suo scioglimento nel 2003. Dal luglio 2006 dirige la Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze.

Lega e 'ndrangheta, le dimenticanze di Roberto Bobo Maroni, presidente della regione Lombardia

Riflessioni su una notizia dei giorni scorsi, pubblicata da tutti i giornali, ma senza grande rilievo. La notizia è questa Perquisizioni in Lombardia e in Calabria. Alla ricerca dei soldi che la ‘ndrangheta avrebbe riciclato grazie alla politica e alla finanza. Professionisti, imprenditori, un ex consigliere comunale di Reggio Calabria ed un investigatore privato: sono le persone indagate dalla Dda di Reggio Calabria per associazione a delinquere, riciclaggio e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete nell’ambito dell’inchiesta avviata lo scorso anno su un bonifico di sei milioni di euro da parte dell’ex tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito che, secondo l’accusa, potrebbe avere nascosto un’operazione di riciclaggio in favore della cosca De Stefano.

Ricordate quando il ministro degli Interni Roberto Bobo Maroni aveva preteso di intervenire nella trasmissione di Rai3 ''Vieni via con me'', di Fabio Fazio, per ribattere alle accuse di Roberto Saviano che si era permesso di dire che al Nord la ‘ndrangheta aveva riciclato denaro grazie alla politica e alla finanza? Poiché, come tutti, obbedisco a istitinti piuttosto rudimentali, confesso che la prima cosa che mi è venuta in mente, alla notizia delle perquisizioni in Lombardia e Calabria per ricercare i soldi che la 'ndrangheta avrebbe riciclato grazie alla politica e alla finanza è la faccia di Roberto Bobo Maroni. So bene che non è elegante, nemmeno confacente alla buona educazione garantista, associare a questa notizia una faccia a piede libero, anche se Maroni, un condannato in via definitiva 4 mesi e 20 giorni di reclusione per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale per aver impedito a degli agenti inviati dalla Procura di Verona nell’ambito dell’inchiesta sulla “Guardia Nazionale Padana” (siamo nel 1996) di poter perquisire la sede del partito in via Bellerio a Milano. L’ allora Ministro Maroni, si distinse per aver aver tentato di mordere il polpaccio di un agente. Ma guardando allora la puntata di ''Vieni via con me'' e rivedendo oggi la registrazione mi aveva colpito quella sua espressione immota, che mi era sembrata e sembra uno dei simboli di quello spirito di puzza sotto al naso classico dei lumbard leghisti che neppure la bomba atomica può scalfire. Maroni è un politico molto potente. E' stato ministro degli Interni, oggi è presidente della Regione Lombardia. E' un uomo potente. Mi chiedo, ora, se leggendo di queste perquisizioni, del coinvolgimento dell' ex tesoriere della Lega, muterà leggermente espressione, avrà un lieve trasalimento, oppure proseguirà, pacioso e indifferente, la sua giornata di lavoro.

Caso escort, Began e il regalo di Berlusconi da 1,4 milioni di euro

Il Fatto Quotidiano > Giustizia & impunità

Caso escort, Began e il regalo di Berlusconi da 1,4 milioni di euro

E' prevista per lunedì prossimo la fine dell'udienza preliminare a carico di Sabina Began e di altre sei persone, tra cui i fratelli Gianpaolo e Claudio Tarantini, coinvolti nell'inchiesta sulle escort portate a casa di Berlusconi tra settembre 2008 e maggio 2009. Per la Began c'è il rischio di un rinvio a giudizio per induzione alla prostituzione

Caso escort, Began e il regalo di Berlusconi da 1,4 milioni di euro
E’ prevista per lunedì prossimo la fine dell’udienza preliminare a carico di Sabina Began, “l’ape regina” delle feste di Arcore e di altre sei persone, tra cui i fratelli Gianpaolo e Claudio Tarantini, coinvolti nell’inchiesta sulle scort portate a casa di Berlusconi tra settembre 2008 e maggio 2009. Per la Began c’è il rischio di un rinvio a giudizio per induzione alla prostituzione. E agli atti potrebbero finire anche le recenti segnalazioni della Banca d’Italia su un sospetto passaggio di denaro da 1,4 milioni di euro fatto con bonifico bancario da Berlusconi alla Began, poco dopo la chiusura indagini sulle escort. Carte che potrebbero essere giunte alla Procura di Bari solo qualche giorno fa, a una settimana dalla sentenza.
Ma che Sabina Began abbia ricevuto “aiuti” e “regali” dall’ex presidente del Consiglio, non è certo una novità. Negli atti depositati nel settembre 2011 ci sono alcune intercettazioni tra Gianpaolo Tarantini e l’ex direttore dell’Avanti Valter Lavitola, in cui l’imprenditore barese dice che “Sabina è sistemata tutta la vita, se vedi la sua casa dici non è possibile, perchè sembra la casa di Onassis”.
Il giudice Ambrogio Marrone deciderà tra due giorni se ci siano i presupposti per processare lei e le altre sei persone imputate con le stesse accuse. Oltre Sabina Began e i fratelli Tarantini, rischiano il rinvio a giudizio le attrici Letizia Filippi e Francesca Lana, gli amici e soci in affari di Tarantini, Pierluigi Faraone e Massimiliano Verdoscia. Lunedì il gup deciderà anche sulla richiesta di condanna a un anno e 4 mesi di reclusione nei confronti dell’unico imputato che ha scelto il rito abbreviato, l’avvocato Salvatore Castellaneta.

C' E' UN TEMPO DELLA VITA CHE PARLARE, PARLARE, PARLARE E' IMPORTANTE

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Fondi Lazio, Fiorito contro tutti: “Polverini sapeva e Storace incassò di più”

L'ex capogruppo del Pdl condannato a 3 anni e 4 mesi deposita una denuncia in Procura: "Indagate tutti i consiglieri regionali della vecchia legislatura". Per Batman La Destra ricevette 266mila euro in più, mentre la presidente era "l'organizzatrice ab origine". Accuse sempre respinte

Franco Fiorito
“Io, guardi, non parlo da 4 mesi con nessuno… se vi volete ferma’ voi, io, se volete, vado avanti per sei ore…”, aveva detto un giorno, Franco Fiorito, ex capogruppo Pdl del Lazio, condannato a 3 anni e 4 mesi con l’accusa di peculato per aver sottratto oltre 1 milione di euro dai fondi del gruppo, durante l’interrogatorio con il pm della Procura regionale della Corte dei conti. Il punto è che Batman, nei 4 mesi di carcere, s’è trasformato in “fine matematico” per svelare, agli inquirenti, “l’autentica truffa” dei rimborsi nella Regione Lazio. Dirompente. E disarmante: “Tanto so’ talmente abituato a non essere creduto, oramai…”.
Certo, difficile credere alla sua versione, per esempio, sulla vacanza nel resort in Sardegna, per due persone, costata 30mila euro, e pagata con i rimborsi del partito. Un vero errore – dice Batman – che non riesce a perdonarsi: “ Vado in vacanza dopo la campagna elettorale … scelgo un albergo di lusso… parto da solo, non volevo sentire nessuno, né avevo buoni rapporti con la mia ex fidanzata. Per una serie di casualità, mi ritelefona, cerca di raggiungermi e poi me la trovo che proprio è partita, e arriva in Sardegna”.
Di spiegazioni al limite dell’inverosimile, nei tanti verbali di Fiorito, se ne contano parecchie, come quella sul famoso Suv Bmw, acquistato con i soldi pubblici: “Se avessi evitato sarebbe stato opportuno … non è che avessi bisogno di andare in giro a fare lo scemo con il Suv degli altri”. Poi aggiunge che anche il parco auto dell’opposizione, però, non s’ispirava esattamente a criteri di sobrietà: “Il Pd c’ha un’ Audi, l’Udc ha noleggiato una Delta, insomma, voglio dire, non so tutti con quali strumenti perché non mi sono mai impicciato”. Ecco: è da febbraio che Fiorito – attende la sentenza in appello a inizio luglio – punta a colpire i presunti filistei visto che lui, il Sansone della Regione Lazio, la sua punizione l’ha già ricevuta. Assistito dal suo avvocato, Carlo Taormina, presenta alla procura di Roma un esposto e chiede che “si proceda, con la stessa determinazione manifestata nei suoi confronti”, anche nei riguardi di “tutti i consiglieri regionali della vecchia legislatura”.
L’obiettivo: “perseguire chi abbia consumato comportamenti penalmente illeciti”. E per denunciare il sistema, Batman si trasforma così in abile matematico, proprio lui che i suoi calcoli, per acquistare consenso, li faceva pressappoco così: “Io non c’ho cene (…) perché non l’ho mai utilizzato come strumento elettorale, è una perdita di soldi e tempo pagare 20/30/40 euro, a uno, per stare seduto, che poi magari viene solo per mangia’”. E quindi – tra una moltiplicazione e una divisione – punta il dito sul leader de La Destra, Francesco Storace e il presidente della Regione, Renata Polverini, lasciando ombre sulla vecchia opposizione. La parola chiave, come vedremo, è “surplus”. “Non per essere un matematico senza fine…” dice, prima di sciorinare una tesi molto simile a quel famoso motto di Totò: è la somma che fa il totale. E in soldoni denuncia: fate i conti, partito per partito, e vedrete che la somma non torna mai, per nessuno.
I due tipi di contributi
“Esistono due tipi di contributi”. Il primo: “136mila per ciascun consigliere (100mila per attività politiche, 36mila per collaborazioni esterne)” per i quali sono necessarie “le pezze d’appoggio”. Il secondo riguarda “tutte le erogazioni eccedenti i 136mila euro, su cui regna ogni oscurità…”. È questo il “surplus” che Fiorito s’affanna a spiegare, calcolatrice alla mano e delibere sul tavolo, tra lo scetticismo degli inquirenti, che gli contestano: “Non ha alcun riferimento normativo”. E lui ribatte: era un “accordo tacito che premia i capigruppo”. E non solo loro.
L’accordo politico“L’erogazione del surplus … ha un’origine ‘altamente politica’, da rinvenirsi in un’intesa, attuata all’inizio della legislatura, tra la Polverini e Storace”. Il meccanismo è semplice, racconta Fiorito che, da capogruppo Pdl, nel 2011, guidava una truppa di 17 consiglieri. In realtà, seguirlo, è un’impresa improba. Ma tant’è: “Sommiamo 100mila euro per 17 componenti: arriviamo a 1,7 milioni l’anno”. Poi aggiunge i 36mila euro – cadauno – per le collaborazioni esterne: “612mila euro all’anno”. Risultato: il gruppo dovrebbe incassare 2.324mila euro. Il pagamento avviene in “quattro rate” e ogni trimestre, nelle casse del Pdl, arrivano circa 581mila euro. A fine anno, però, la sua squadra incassa ben 2.850 milioni: circa 500mila euro in più. Questo “surplus” arriva perché esistono delle “quote” destinate ad alcune cariche. Fiorito dice di intascare 100mila euro come componente della Commissione bilancio, 200mila come presidente della stessa Commissione, altri 200mila euro come capogruppo del Pdl. “A fine anno, quando l’ultima rata viene pagata in due momenti, arriva il conguaglio, che supera la somma prestabilita”.
Storace ha preso 266mila euro in piùLo stesso sistema, scrive Fiorito nell’esposto, vale per La Destra di Storace. Il gruppo è costituito da due soli consiglieri e l’operazione – sostiene – è identica: 136mila euro, per due, fa 272mila euro. Ma nel 2011 La Destra ne incassa 538mila: “266mila euro in più”. Per quale motivo? “Per la carica di presidente del Gruppo”. E il presidente è proprio Storace. E aggiunge: “I documenti che voi avete tratto dai funzionari, sono falsi, nel senso che vi danno soltanto una parziale copertura delle cifre effettivamente versate”.
La Polverini è l’organizzatrice ab originePoi passa in rassegna il gruppo della Polverini: “Ha ricevuto 335mila euro in più, nonostante la presidente Polverini – organizzatrice dell’operazione ab origine insieme a Storace – vada affermando di nulla aver mai saputo e percepito”. Le accuse di Fiorito – emerse a sprazzi in questi mesi – sono sempre state respinte sia da Storace, sia da Polverini, che hanno annunciato di volerlo denunciare. Ma è lo scenario politico, delineato nei verbali e nell’esposto, a risultare devastante per tutti. Opposizione inclusa. Perché sotto il profilo politico, la lievitazione dei rimborsi in Regione – da 1 a oltre 17 milioni di euro – con quote doppie e triple distribuite per i leader di ogni partito, sembra il frutto di una trattativa che nessuno ha mai contrastato. Sforbiciando qua e là, un po’ dalle spese telefoniche, un po’ dal giardinaggio, sbucavano i soldi per i consiglieri. “L’intesa fu portata alla valutazione dell’Ufficio di presidenza in cui sedevano, oltre al presidente del Consiglio Mario Abbruzzese (Pdl), Raffaele d’Ambrosio (Udc), Bruno Astorre (Pd), Gianfranco Gatti (Lista Polverini), Isabella Rauti (Pdl) e Claudio Bucci (Idv)”. In quella sede “si deliberavano l’entità dei contributi da spartire, su input del presidente Polverini”. Il giudice chiede: “Sono i cinque sei capi che fanno questa decisione o se la trovano”? “La ordina il presidente del consiglio – risponde – in genere con i gruppi più grandi. Però ne sono a conoscenza tutti i consiglieri che vengono a chiedere: “Quanto prendiamo quest’anno?”.
La trattativa della Polverini e il foglietto di Storace
Riferendosi alla Polverini Batman dice: “La verità l’ho detta, non ho mai trattato personalmente questo tipo di attività, ci fu una trattativa che fece Storace e tornò con il foglietto con scritte le quote… è indubbio che lei non potesse non sapere, anche perché riceveva le stesse somme all’interno del proprio gruppo…”.
La trattativa con l’opposizione
Ed ecco come si blinda l’accordo. “Per confermare che c’era ‘sto accordo, l’opposizione – e anche qualche membro di maggioranza che non si fidava di Abbruzzese – pretendeva che noi votassimo il bilancio del Consiglio, prima di portare in aula quello generale. Cioè: che cosa significa? Significa che noi, una volta che abbiamo stabilito le quote per i singoli consiglieri, e che verifichiamo che sono contenute all’interno del bilancio del consiglio, sappiamo che, se quei soldi vengono effettivamente versati, poi noi li avremo”.
Tre minutiLa manovra veniva votata in tre minuti da tutti: opposizione compresa. “Lei troverà discussioni sul bilancio del Consiglio pari a zero. Illustrazione del segretario generale, Nazareno Cecinelli, di tre minuti. Votazione all’unanimità: perché? Perché quando si arrivava, già si sapeva che, se c’erano quelle quote, poi, era responsabilità del presidente”. La versione di Fiorito è stata smentita da Cecinelli e da Maurizio Stracuzzi, responsabile del trattamento economico, che ha negato anche la prassi della tripla indennità. 
La macchina fabbrica soldi
Chiede il pm: “Le delibere di aumento che trafila avevano?”. Risponde Fiorito: “Guardi, su quello … eravamo tenuti completamente all’oscuro… perché il presidente (Abbruzzese, ndr) diceva: ‘Io i soldi ce l’ho, ci penso io’. Noi non abbiamo mai saputo bene come facesse. A noi arrivavano i soldi”. In un altro passaggio si legge: “All’inizio vengono stanziati solo 4 milioni di euro… e sembra, dal bilancio, che siano il totale da spendere per tutto l’anno. Il segretario generale e il presidente del Consiglio, a noi, ci dicono: ‘No, noi abbiamo appostato 17 milioni e mezzo in altre spese’… Di questi 17/18 milioni, 7 milioni andavano 100mila per consigliere, altri 3 milioni destinati alle quote doppie, tutto il resto veniva gestito direttamente dalla presidenza, che quindi aveva una media di 7/8 milioni di spese, che non venivano tracciate … ma pagate in diversa modalità … non c’era pubblicità, non c’era niente…”.
Le quotazioniFiorito spiega il meccanismo delle quote: “Il membro della commissione prendeva una quota in più – se era 100mila, ne prendeva altri 100mila – il presidente della Commissione prendeva una quota doppia”. Stesso criterio, afferma Fiorito, era applicato al capogruppo dei partiti più grandi, ai componenti del Corecoco (Comitato regionale di controllo contabile) presieduto da Umberto Ponzo del Pd. “All’Ufficio di presidenza – continua – andava credo 200mila a ogni segretario, 400 ai vice presidenti e circa 1 milione al presidente”.
“Il suggerimento di Storace”“Ho copiato lui”. Fiorito racconta d’essersi ispirato a Storace. “Su suggerimento di Storace in alcuni casi – tra cui quello del sottoscritto, dei presidenti Idv, Sel e Udc – l’Ufficio di presidenza mandava il denaro al Gruppo, con l’intesa che quel surplus dovesse essere incamerato dal presidente (…)”. Poi aggiunge: “Io ho chiesto di versarmeli in questa modalità – gli altri presentavano le fatture… – però c’ho il presidente del Consiglio, che è il mio nemico politico sul territorio… io non volevo far sapere al mio nemico … a chi li davo, o a chi non li davo …”.

Pd, Renzi diffida Epifani sulle regole

"Chi vince le primarie sia candidato premier, non solo segretario". Il sindaco di Firenze mette dei
paletti in vista del congresso. E di Enrico Letta dice: "E' pragmatico, ma i piccoli passi non bastano"
Pd, Renzi diffida Epifani sulle regole
Il sindaco di Firenze Renzi avvisa Epifani e dice no all'ipotesi di premiership decisa dalla segreteria del Pd indipendentemente dall'esito delle primarie. Si apre il fronte interno. Cuperlo: "Non si usi il partito come trampolino per altri incarichi". Ma i possibili "avversari" di Renzi alle primarie sono divisi. E D'Alema è pronto a chiamarsi fuori, contando su un futuro nulla osta del rottamatore per il Quirinale  di Cosimo Rossi

sabato 29 giugno 2013

Giustizia o morte!



Berlusconi è sul piede di guerra. La "pacificazione è finita", ripete il Cavaliere "stordito",  "sconvolto"  dalla condanna a sette anni di  reclusione per il caso Ruby, una sentenza, da lui definita,  di "inaudita violenza".
"A questo punto la riforma della giustizia dovete inserirla tra le priorità, è un'emergenza democratica e può riguardare qualunque cittadino, lo pretendo" ha preannunciato al vicepremier Angelino Alfano. Lui, come gli altri tre ministri Pdl, questa volta sono usciti allo scoperto esprimendo piena solidarietà al capo. Soprattutto è necessario che i magistrati smettano di combattere la malapolitica. Larghe intese, con relativa pacificazione, tra giudici e politici corrotti, evasori e mafiosi.
Nell’ incontro con il presidente del Consiglio, Enrico Letta, e successivamente con il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il Cavaliere ha messo in chiaro che così "non si va lontano". Cioè senza la riforma della Giustizia tutti a casa. Ha fatto  intravedere come concreta la crisi di governo dopo l’ estate, a ridosso della sentenza della Cassazione sui diritti Mediaset (con relativa interdizione dai pubblici uffici). Per questo ha fatto partire una mobilitazione del Pdl dove tutti fanno a gara per affermare che è assurdo pensare che il governo possa lavorare serenamente mentre la magistratura massacra politicamente il padrone del partito.
Il capogruppo del Pdl alla Camera dei deputati Renato Brunetta invoca l’ intervento di Napolitano contro la "persecuzione" del leader vittima della "guerra dei vent'anni". "Sta alla sua coscienza da primo magistrato d'Italia" intervenire anche perché Berlusconi si è battuto prima per la sua rielezione a presidente della Repubblica, poi per dare un governo al Paese, per garantire davvero la pacificazione. In pratica Napolitano devve essere grato e contraccambiare.
Nel frattempo contro l'assedio delle toghe ecco la scorciatoia di qualche leggina accomodante.
È stato depositato in commissione Affari costituzionali al Senato un emendamento al disegno di legge di iniziativa governativa che istituisce il comitato per le riforme Costituzionali.
La proposta è al punto 2.12, a prima firma del capogruppo al Senato del Pdl in prima commissione Donato Bruno, e punta all'inserimento del titolo quarto della Costituzione - quello sulla disciplina costituzionale della magistratura - tra le materie da cambiare,  emendamento, firmato tra gli altri da un imputato per mafia, uno per peculato e uno per abuso d’ufficio . Si tratta di Paolo Romani, indagato per peculato, Antonio D' Al', imputato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, Claudio Fazzone, rinviato a giudizio a Latina per abuso d' ufficio per una vicenda di raccomandazioni. A dar manforte a questi si sono aggiunti a Donato Bruno, avvocato molto vicino a Cesare Previti, Anna Maria Bernini e la senatrice Alberti Casellati e i componenti della commissione Repetti e Zanettin.
Pdl  schierato per salvare il padrone dal carcere, ma quel che più conta dall' interdizione perpetua dai pubblici uffici.«Non c'è stato alcun blitz del Pdl», ha provato a spiegare Bruno, «gli emendamenti sono stati consegnati quando non c'era alcuna sentenza relativa a Berlusconi».
«Non vogliamo fare la riforma della giustizia o la separazione delle carriere», ha aggiunto la senatrice berlusconiana Anna Maria Bernini. «Ma se si riformano gli altri poteri dello Stato, si deve poter intervenire su pesi e contrappesi. Il nostro non è un blitz».
Eppure le toghe dovevano restare fuori dall'oggetto della riforma. Ma lo strappo del Pdl ha cambiato le carte in tavola.
Chi ha provato a gettare acqua sul fuoco delle polemiche è stato il ministro per le Riforme, Gaetano Quagliariello.
 Durissima, invece, la reazione dei democrat. «La presentazione dell'emendamento al ddl costituzionale che allarga il campo di intervento del comitato per le riforme è uno strappo inaccettabile», hanno dichiarato Danilo Leva, presidente del forum giustizia Partito democratico e Alfredo D'Attorre, responsabile riforme politiche istituzionali della segreteria nazionale Pd. «Il ddl costituzionale, proposto dal governo, traccia un percorso già definito e condiviso che riguarda materie come la forma di governo, il bicameralismo, nonché coerenti progetti di legge ordinaria di riforma dei sistemi elettorali. Per il Partito democratico la riforma della giustizia non è un tabù, ma non si può prescindere da quelle che sono le garanzie di indipendenza della magistratura sancite dalla Carta costituzionale».
L‘ ultimo in ordine di tempo a intervenire sul problema della Giustizia è il ministro della Difesa  Mario Mauro, quello dalle idee brillanti sugli F35 definiti strumenti di pace. ‘’Per amare la pace, armare la pace’’, la summa del suo pensiero.
Mario Mauro, che prima della sentenza Ruby aveva sollecitato una amnistia, l’ altro ieri a  Porta a Porta dopo aver detto che non crede all’ attività criminale di Berlusconi, ha detto che bisogna garantire la politica, rendendola immune dalle indagini. Mauro la definisce una leale collaborazione fra poteri. Marco Travaglio, nel Fatto Quotidiano, fa un’ ottima traduzione: o la magistratura collabora insabbiando i reati politici, oppure restituiamo ai politici la licenza di delinquere. Se la magistratura non collabora con la politica, secondo Mauro, si fa del male al Paese e ‘’ogni cittadino, anche il più fragile, urla il suo sdegno perché non si sente certo nelle mani della nostra giustizia’’. Per il ministro che ama la pace armando la pace i magistrati non devono perseguire i politici corrotti, evasori e mafiosi. In parole povere reintroduzione dell’ immunità parlamentare.
"Prima di reintrodurre l'immunità – gli ribatte a distanza Rodolfo Sabelli, presidente dell'Anm, intervistato da Alberto Custodero per Repubblica - bisognerebbe ricordarsi perché fu tolta. Ai tempi di tangentopoli c'era, ma quell'immunità che proteggeva i politici suscitò un'ondata di indignazione fra la gente sulla cui spinta il Parlamento la abolì, salvo i casi delle intercettazioni e delle perquisizioni dei parlamentari. E un eventuale ripristino dell'immunità, a mio giudizio, non eliminerebbe la tensione, ma la sposterebbe su altri piani. Parlare della guerra Berlusconi-magistrati, però, allontana l'attenzione dal tema dell'efficienza della giustizia. Ma è possibile che con tutti i problemi che ha la giustizia il dibattito che riguarda tribunali e procure sia ridotto quasi ed esclusivamente, in Italia, negli ultimi anni, ai processi del Cavaliere?".
Dopo  aver chiesto se si può  governare con chi acquista parlamentari , con chi è condannato per truffa, evasione fiscale, concussione, prostituzione minorile,  con chi critica con violenza le Istituzioni,  attacca continuamente la Costituzione e ha il desiderio di farne strame, con chi ha governato per far approvare  le leggi ad personam per non essere giudicato e difendersi dai processi e non nei processi, chiedo se è possibile governare con un ministro che chiede garanzie per la politica rendendola immune dalle indagini.
Travaglio nel suo articolo scrive che sarebbe cosa buona e giusta se il presidente del Consiglio, Enrico Letta, prendesse il suo ministro e lo accompagnasse alla porta. Aggiungo che sarebbe cosa buona e giusta se Letta mantenesse quello che ha detto in Parlamento ‘’Governare sì, ma non ad ogni costo’’.