venerdì 30 agosto 2013

B. senatore vita


'Larghe intese ma anche no''

da l' Espresso
Strategie

'Larghe intese ma anche no'

di Marco Damilano
«Non mi metto di traverso al governo, però l'accordo con il Pdl non può diventare un'ideologia. E basta anche con la tecnocrazia, europea o italiana. La politica deve restituire un po' di speranza». Il sindaco di Firenze cambia marcia: guardando a sinistra e criticando l'esecutivo. L'anticipazione de 'l'Espresso' in edicola
(29 agosto 2013)
L'annuncio è ancora rinviato, il sindaco di Firenze aspetta che finalmente il congresso del Pd sia convocato con l'assemblea del 20-21 settembre per formalizzare la scelta con un evento speciale modello Leopolda, ma la decisione è già stata presa. Matteo Renzi si candiderà alla guida del Pd e in caso di elezione farà il segretario del partito.

Alla vigilia del suo ritorno in scena, alle feste del Pd di fine settimana, 'L'Espresso' rivela piani, strategie, alleanze, amici e nemici del sindaco di Firenze. La sua idea di Pd. E il rapporto con il governo Letta. «Il governo dura», prevede il sindaco. «C'è un unico elemento imponderabile, si chiama Berlusconi. Ma non ha nessuna convenienza reale a tentare la spallata. Poi, cosa farebbe?». E se Letta resiste, «al Pd resta una sola strada: fare il Pd. In questi mesi si è sentita solo la voce del Pdl sull'Imu, questione rilevantissima, per carità, ma non è l'unica cosa che interessa agli italiani».

«Non sarò mai io ad aprire una polemica o a metterlo in crisi, se c'è bisogno di un nemico, spiacente, non sarò certo io a interpretare questo ruolo. Mi metto di lato», ripete Renzi. Ma aggiunge: «Le larghe intese non possono diventare un'ideologia, come vorrebbe qualcuno, la politica deve restituire speranza». E poi: «Se il governo dura e fa le cose, e io spero che sia così, il Pd dovrà incalzarlo ogni giorno con una sua proposta. La legge elettorale su modello di quella dei sindaci, funziona benissimo. Oppure il taglio delle pensioni d'oro. Il governo Letta deve diventare il governo del Pd. E ogni giorno il segretario del Pd, chiunque egli sia, deve spingere perché il governo sia coerente con i suoi programmi».

Nel 2014 si voterà per le elezioni europee, quasi certamente Renzi sarà candidato. La riserva sulla sua candidatura alla segreteria non è ancora sciolta, ma il congresso per il sindaco non è la rivincita delle primarie 2012: «Basta con  la tecnocrazia, quella europea e quella esportata in Italia. Serve restituire dignità alla politica e dignità all'Italia in Europa, l'unico partito che può farlo è il Pd. Un Pd molto diverso da com'è ora, certo. Un partito della base e non del vertice della piramide. Un partito in cui le burocrazie di apparato contano meno degli amministratori locali. Il partito è di chi ha il consenso della gente e si misura con il governo. Un partito così non è leggero, anzi, deve essere più organizzato dell'attuale». 

I sondaggi danno un Pd guidato da Renzi nettamente in testa sul Pdl. Nella mappa delle alleanze sono in avvicinamento sindaci e amministratori locali, da Debora Serracchiani a Virginio Merola a Piero Fassino. E la costruzione di un programma che parte dai risultati dell'amministrazione di Firenze: gli investimenti sul sociale e sulla cultura, gli asili nido che coprono il novanta per cento delle famiglie con la cancellazione delle liste di attesa, le più grandi aree pedonali di Europa. Il fattore R, l'incognita da risolvere nella politica italiana.

L'articolo completo sulle strategie di Renzi sul nuovo numero de 'l'Espresso' in edicola da venerdì 30 agosto

VIA IL CONFLITTO RESTANO GLI INTERESSI

da MicroMega


VIA IL CONFLITTO RESTANO GLI INTERESSI

Il predominio berlusconiano sui mezzi di comunicazione continua a far danni. Non tanto per la propaganda a favore del Cavaliere. Ma per la creazione di un comune sentire ad personam che ha stravolto tutto.

di Marco Travaglio, da L'Espresso, 30 agosto 2013

Nel 1995 l'Italia votò i referendum per una severa antitrust nel mercato della tv e della pubblicità. Ma il combinato disposto fra il solito disimpegno della sinistra per il Sì e il bombardamento delle reti Fininvest per il No li fece fallire: il 55-57 per cento degli italiani votò per lasciare le cose come stavano. Norberto Bobbio osservò amaro: «Il motivo principale per cui Berlusconi ha vinto il referendum che tendeva a diminuire il suo potere televisivo è stato il fatto stesso che aveva questo potere» e invitò i promotori a continuare la lotta contro la legge Mammì, perché l'esito dei referendum «è la prova che avevano ragione coloro che vi si sono opposti... e continueranno a opporsi con maggiore abilità, spero, per la sorte della nostra democrazia». Sono trascorsi 18 anni e il predominio berlusconiano sui mezzi di comunicazione ha continuato a far danni. Non tanto per la propaganda a favore del Cavaliere. Ma per la creazione di un "comune sentire" ad personam che ha stravolto tutto: la Costituzione, le leggi, la logica, perfino il buonsenso.

La prova decisiva è proprio quanto sta accadendo dopo la sua prima condanna definitiva, al termine di un lungo inseguimento dei giudici iniziato ben prima del suo ingresso in politica. Oggi, per dire, si discute animatamente sulla sua permanenza o meno in Parlamento, in base a una legge Severino che ha visto spuntare dal nulla un nugolo di critici non appena s'è posto il problema di applicarla a lui. Senza il supporto dei suoi giornali e tv, il Cavaliere pregiudicato sarebbe disarmato di argomenti: nessun giornale indipendente sarebbe andato a scovare presunti giuristi disposti ad affermare che il decreto varato otto mesi fa per escludere i condannati dal Parlamento non vale per chi i reati li ha commessi prima.

Se, poniamo, si facesse una legge per vietare ai condannati per pedofilia di insegnare nelle scuole, nessuno si sognerebbe di sostenere che un pedofilo è stato condannato ingiustamente, o di pedinare e screditare i giudici che l'han condannato, o di chiedere che continui a insegnare perché ha molestato bambini prima del varo della legge. Specie se il pedofilo avesse votato la legge che esclude i pedofili dall'insegnamento. E se il pedofilo pretendesse di restare fra i banchi di scuola, verrebbe massacrato da tutta la stampa, con ampi particolari del suo gravissimo delitto. Ma un pedofilo non farebbe mai una cosa simile: anzi sparirebbe per la vergogna della condanna.

Difficilmente infatti controllerebbe giornali e tv, stipendiandone i giornalisti. Invece, mutatis mutandis, è proprio per questo che tanti giornali e tv pedinano e screditano i giudici che han condannato Berlusconi (costringendoli a replicare e poi dicendo che parlano troppo e sono "schierati"); occultano totalmente il suo gravissimo reato; e sostengono che la legge da lui stesso votata otto mesi fa su decadenza e incandidabilità dei condannati per lui non vale: il condannato quei giornali e tv li possiede e quei giornalisti li stipendia. Infatti, anziché andare a nascondersi per la vergogna di una condanna per frode fiscale, tiene comizi, rifonda partiti, raduna truppe, detta condizioni al governo, al parlamento e al capo dello Stato. E tutti lo stanno a sentire.

Anche le figure e le testate "indipendenti" o "terziste", che confondono l'imparzialità con l'ignavia e ritengono che la giusta posizione sia sempre la via di mezzo fra la sua e quella dei suoi avversari. Così, più sono insensate, illegali, incostituzionali, illogiche le posizioni di Berlusconi, più si spostano verso di lui gli "indipendenti" e i "terzisti". I quali vent'anni fa davano per scontata l'ineleggibilità di chi aveva il conflitto d'interessi e l'esigenza di una legge per eliminarlo, mentre oggi l'hanno rimosso e ne sono le vittime più o meno consapevoli. Infatti, sempre in equilibrio fra i pro e i contro, dibattono sul diritto del condannato a restare (e a tornare per l'ottava volta) in Parlamento, senza più rammentare che in Parlamento non avrebbe mai potuto entrarci, neppure da incensurato. Il conflitto d'interessi è alla sua massima apoteosi, ma nessuno lo nota più: proprio a causa del conflitto d'interessi.

(30 agosto 2013)

Alla ripresa fa paura B.

da l' Espresso
Economia

Alla ripresa fa paura B.

di Bruno Manfellotto
Qualche segnale di ripresa sta arrivando: dal nordest e dai conti con l'estero. Ma per l'Italia non c'è nessuna speranza di uscire veramente dalla crisi finché la politica è sotto ricatto del Cavaliere e dei suoi guai giudiziari
(30 agosto 2013)
S egnalano le cronache che qualcosa si muove: in Veneto le fabbriche registrano nuove ordinazioni, qua e là è stata sospesa la cassa integrazione, qualcuno ha tenuto al lavoro gli operai a Ferragosto ("l'Espresso" n. 34). Eppure la Borsa, che aveva ripreso a correre, registra sempre nuovi tonfi e va in altalena mentre ricominciano a salire lo spread e soprattutto i rendimenti su bot e bpt, insomma il costo del debito: non è poco ora che stanno per andare all'asta 20 miliardi di titoli pubblici, buona parte a cinque-dieci anni. E mentre si registrano segnali di ripresa più forti negli Usa e più deboli in Europa, si continua a dire che la crisi è ancora di là da risolversi. Allora, a chi dobbiamo credere, a chi annuncia la svolta o a chi continua a vedere il bicchiere mezzo vuoto? E perché se le cose vanno meglio i mercati continuano a dare segni di nervosismo?

Sì, qualche segnale di ripresa c'è e se si muove il nord est, per restare a casa nostra, è facile immaginare che la locomotiva si tiri dietro il resto del Paese. Già, ma a che velocità? E' anche vero però che a questa debole ripresuccia fa eco una consistente frenata delle economie emergenti. Per non dire delle attese – forse eccessive – per le elezioni in Germania e delle tensioni che accompagnano la successione alla Federal Reserve, nel timore che dopo Ben Bernanke arrivi qualcuno deciso a ridurre invece che a incentivare gli stimoli alla crescita. E senza contare infine i venti di guerra che hanno ripreso a soffiare impetuosamente in Medio Oriente.

Quindi l'attacco sui mercati c'è e questo attira la speculazione che come sempre punisce i più deboli della cordata. E tra questi l'Italia. Ma c'è poi una specificità tutta nostra: per noi non bastano le buone notizie sull'economia, occorrono anche quelle sulla politica e sulla tenuta del governo in particolare. Nei tre mesi del Letta I, per esempio, l'Italia ha superato i test europei ed è riuscita a scapolare lo scoglio della procedura d'infrazione, insomma la sua finanza pubblica (leggi: debito) è stata promossa. Ma, come si sa, una promozione non è per sempre. Un'altra novità l'ha scovata Federico Fubini ("Repubblica") spulciando i bollettini della Banca d'Italia: per la prima volta da molti anni i conti con l'estero non sono in rosso, almeno abbiamo smesso di indebitarci oltreconfine. Certo, il riequilibrio è figlio della crisi e del conseguente calo di consumi e investimenti, e dunque di importazioni, ma le buone notizie restano tali anche se temperate da circostanze paradossali. 

E allora? Ormai dovremmo averlo imparato: qui da noi le convulsioni della politica e la tenuta dei governi contano quanto e più dell'economia. Perché significano agli occhi del mondo la volontà e la possibilità di incidere sui mille vincoli che frenano l'Azienda Italia. E in queste ore la stabilità è ancora a rischio. Pur superato lo scoglio dell'Imu, infatti, resta in piedi il problema Berlusconi, la sua richiesta di continuare a fare politica nonostante la Cassazione, la decadenza da senatore e l'incandidabilità fissate dalla legge Severino, e l'interdizione dai pubblici uffici.

Così è bastato che i falchi alzassero i toni perché la Borsa tremasse, il titolo Mediaset perdesse dieci punti e riprendessero a correre spread e rendimenti dei titoli (oggi di 2,5 punti più alti che in Germania). Tanto che B., sensibile ai problemi delle sue aziende almeno quanto lo è ai suoi problemi giudiziari, sentisse l'esigenza di abbassare i toni e per un po' farsi colomba.

Due anni fa per ragioni simili, e la situazione era molto più grave, fece un passo indietro favorendo la nascita del governo Monti; stavolta - a parte colpi di testa sempre possibili - potrebbe decidere di tenersi stretto Letta e le sue larghe intese in attesa che qualcosa si muova a favore suo e di quella "agibilità politica" che invoca dal giorno della definitiva sentenza di condanna e pur di rinviare lo scontro finale con Matteo Renzi.
Fino a quel momento l'incertezza resterà. E con essa la capacità del governo di fare le cose per le quali è nato. Compreso l'avvio di quelle riforme che potrebbero farci esclamare: finalmente si cambia.

Twitter @bmanfellotto

Nuovo governo o elezioni? Lettera ai parlamentari M5S










di Paolo Flores d'ArcaisIl Movimento 5 Stelle è diviso tra chi vorrebbe un Letta bis e chi elezioni immediate con il “Porcellum” nel caso auspicabilissimo dovesse cadere l'attuale esecutivo. Ma il M5S può evitare questa Scilla e Cariddi di insensatezze avanzando una sua proposta di governo con premier Rodotà o Zagrebelsky.
PELLIZZETTI La coppia Letta&Alfano: rinasce la DC? 
da MicroMega

Disoccupazione giovanile al 39,5%, al Sud picco del 51% per le donne

Disoccupazione giovanile al 39,5%, al Sud picco del 51% per le donne

Poco più di 22 milioni e mezzo di occupati e oltre 3 milioni di disoccupati. Gli italiani continuano a perdere il posto di lavoro, soprattutto nel Mezzogiorno dove crolla il numero degli occupati. Nel secondo trimestre le persone che hanno un lavoro in Italia sono diminuite di 585.000 unità rispetto a un anno prima (-2,5%)

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Poco più di 22 milioni e mezzo di occupati e oltre 3 milioni di disoccupati. Gli italiani continuano a perdere il posto di lavoro, soprattutto al Sud. Ma la percentuale, su dati provvisori Istat, che preoccupa maggiormente è quello che riguarda la disoccupazione giovanile: +39,5% in aumento del 4,3% rispetto al 2012.  Nel secondo trimestre del 2012 tra i 15-24enni il tasso si attesta al 37,3% (+3,4 punti), con un picco del 51% per le giovani donne del Mezzogiorno.  Tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 635 mila e rappresentano il 10,6% della popolazione in questa fascia d’età. Si accentua molto nel secondo trimestre il calo del lavoro atipico già registrato nei primi tre mesi dell’anno. La crisi brucia, secondo i dati Istat, 209 mila posti di lavoro “precari”nel secondo trimestre (-7,2%), tra lavoratori a termine e collaboratori. I lavoratori atipici sono 2,7 milioni di persone.
La disoccupazione a luglio si ferma al 12%, invariata rispetto a giugno (-0,033 punti percentuali), anche se resta in aumento su base annua, con un rialzo di 1,3 punti. I dati (provvisori) Istat accertano che la disoccupazione tocca la soglia del 12% per la quarta volta consecutiva. Nel secondo trimestre il tasso è in crescita di 1,5 punti percentuali rispetto a un anno prima.  Per gli uomini l’indicatore passa dal 9,8% all’attuale 11,5% e per le donne dall’11,4% al 12,8%. Il numero dei disoccupati, pari a 3.075.000, è in ulteriore aumento su base tendenziale (13,7%, pari a +370.000 unità). L’incremento, diffuso su tutto il territorio nazionale, interessa in oltre la metà dei casi le persone con almeno 35 anni. Il 55,7% dei disoccupati cerca lavoro da un anno o più. Il numero di disoccupati diminuisce dello 0,3% rispetto al mese precedente (-10 mila) ma aumenta dell’11,8% su base annua (+325 mila). Rispetto al mese precedente la disoccupazione rimane invariata per la componente maschile mentre si riduce dello 0,7% per quella femminile.
In termini tendenziali la disoccupazione cresce sia per gli uomini (+16,6%) sia per le donne (+6,5%). Il tasso di disoccupazione maschile, pari all’11,4%, rimane invariato rispetto al mese precedente e aumenta di 1,7 punti percentuali nei dodici mesi; quello femminile, pari al 12,8%, diminuisce di 0,1 punti rispetto al mese precedente, mentre aumenta di 0,8 punti su base annua. Il numero di inattivi diminuisce nel confronto congiunturale per effetto del calo della componente maschile (-0,5%), mentre aumenta quella femminile (+0,2%). Su base annua si osserva unacrescita dell’inattività tra gli uomini (+1,0%) e un calo tra le donne (-0,2%).
Crolla il numero degli occupati soprattutto al Sud. Nel secondo trimestre gli occupati in Italia sono diminuiti di 585.000 unità rispetto a un anno prima (-2,5%) ma il calo si concentra nel Mezzogiorno (-5,4%, pari a -335.000 unità).Il tasso di disoccupazione nel secondo trimestre sale di 2,7 punti percentuali al Sud sfiorando il 20% (19,8%). Dalle tabelle Istat pubblicate emerge che in tre regioni (Campania, Calabria e Sicilia) il tasso dei senza lavoro supera abbondantemente il 21%.
Il tasso di occupazione a luglio è invece pari al 55,9%: rimane invariato in termini congiunturali e diminuisce dell’1% rispetto a dodici mesi prima. Gli occupati sono 22 milioni 509 mila, sostanzialmente invariati rispetto al mese precedente e in diminuzione dell’1,9% su base annua (-433 mila). 
Prosegue la riduzione tendenziale dell’occupazione italiana (-581.000 unità), mentre si arresta la crescita di quella straniera (-4.000 unità). In confronto al secondo trimestre 2012, tuttavia, il tasso di occupazione degli stranieri segnala una riduzione di 3,5 punti percentuali a fronte di un calo di 1,2 punti di quello degli italiani. Nell’industria in senso stretto prosegue la flessione dell’occupazione, con una discesa tendenziale del 2,4% (-111.000 unità), cui si associa la più marcata contrazione di occupati nelle costruzioni (-12,7%, pari a -230.000 unità). Per il secondo trimestre consecutivo, e a ritmi più sostenuti, l’occupazione si riduce anche nel terziario (-1%, pari a -154.000 unità). Non si arresta il calo degli occupati a tempo pieno (-3,4%, pari a -644.000 unità rispetto al secondo trimestre 2012), che in quasi metà dei casi riguarda i dipendenti a tempo indeterminato (-2,5%, pari a -312.000 unità). Gli occupati a tempo parziale aumentano in misura minore rispetto al recente passato (1,5%, pari a +59.000 unità); peraltro la crescita riguarda esclusivamente il part time involontario.
Il tasso di disoccupazione nell’Eurozona a luglio è rimasto stabile al 12,1%. E’ il quarto mese consecutivo che non cresce. Continua a salire invece la disoccupazione giovanile: 24% (23,9% a giugno, 23,8% a maggio) indica Eurostat specificando che nei 17 paesi della moneta unica sono19,231 milioni i disoccupati. I tassi più bassi, in Austria (4,8%) e Germania (5,3%). I più alti in Grecia (27,6%, dato di maggio) e Spagna (26,3%).

Chiusa l’indagine su Tiscali. La Procura: “Cinque anni di bilanci alterati”

da Sardinia post

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Chiusa l’indagine su Tiscali. La Procura: “Cinque anni di bilanci alterati”

Articolo pubblicato il 30 agosto 2013

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Tutti i bilanci, per cinque anni consecutivi, non rispondenti al vero. In modo tale da rappresentare una situazione economica diversa, in misura significativa, da quella reale. Questa la conclusione dell’inchiesta della procura della Repubblica di Cagliari su “Tiscali” e “Tiscali Italia” e su quanti hanno svolto ruolo di amministrazione delle due società: l’ex governatore Renato Soru e altri sette manager che si sono succeduti dal 2008 al 2012.
L’arco temporale durante il quale i bilanci delle due aziende sarebbero stati redatti in modo tale da configurare il reato di “false comunicazioni sociali” è la principale novità di un’inchiesta che aveva avuto una svolta decisiva nella primavera scorsa quando il pubblico ministeroAndrea Massidda aveva deciso di archiviare le posizioni di quindici dei diciotto indagati iniziali, andando avanti negli accertamenti su Soru e su altri due manager. Qualche settimana dopo erano entrati nell’indagine altri cinque ex amministratori.
Nel dare la notizia della chiusura delle indagini, l’Unione sarda oggi in edicola chiarisce che l’altro reato ipotizzato inizialmente, quello di aggiotaggio, è invece caduto definitivamente. Resta, appunto, quello di false comunicazioni sociali che è punito con l’arresto fino a due anni e con una serie di misure interdittive: “la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni, dall’esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonché da ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell’impresa“.
La redazione di documenti contabili non rispondenti al vero sarebbe andata avanti, nell’ipotesi della procura, fino al 2012, cioè sarebbe proseguita anche mentre l’indagine era già in corso. E sarebbe cominciata quando Renato Soru era ancora governatore della Sardegna e dunque in regime di “blind trust”.
Oltre che all’ex governatore la chiusura delle indagini (un atto che precede la richiesta di rinvio a giudizio) è stata notificata a Mario RossoRomano Fischietti,Ernesto FaraSalvatore Pulvirenti,  Luigi ScanoAndrea PoddaRoberto Lai. La stessa accusa è riferita anche alle due società.
L’inchiesta era partita dallo scorporo, avvenuto nel 2005, dalla società madre Tiscali Spa di Tiscali Italia e di Tiscali service. Scorporo che aveva determinato l’inserimento in bilancio di una plusvalenza di 162 miloni di euro. In quella stessa fase iniziale dell’indagine era stata avanzata l’ipotesi, ora caduta, del reato di aggiotaggio.
L’inchiesta – nella quale ha avuto un ruolo determinante  l’analisi dei documentati contabili svolta su incarico della procura da Luciano Quattrocchio, docente di diritto commerciale a Torino – ha prodotto delle ramificazioni. Da essa, infatti, è scaturita quella per evasione fiscale a carico di Renato Soru (il quale è stato già rinviato a giudizio: il processo è stato fissato per il 24 maggio dell’anno prossimo) con la scoperta della complessa costruzione societaria realizzata tra Londra, sede sociale di Andalas ldt, la società attraverso la quale Soru controllava la sua quota di Tiscali, e le Isole Vergini britanniche dove aveva sede Mediacom ldt, a sua volta controllante di Andalas. Per questa vicenda Soru ha raggiunto un accordo con l’agenzia delle entrate che prevede la restituzione da parte sua di sette milioni di euro.
Lo svolgimento dell’inchiesta negli ultimi mesi ha incrociato le vicende politiche isolane. Renato Soru, infatti, aveva annunciato che al contrario di quanto fece in occasione della vicenda Saatchi & Saatchi (dalla quale è stato assolto, ma prima di Ferragosto il procuratore generale ha  ricorso per Cassazione) non avrebbe atteso le decisioni definitive della magistratura per decidere se candidarsi o meno come governatore alle prossime Regionali. Qualche giorno dopo questo annuncio (che faceva riferimento all’inchiesta per l’evasione fiscale), arrivò la decisione della procura di Cagliari non archiviare l’indagine che adesso si è chiusa. A fine luglio Soru ha annunciato la sua rinuncia. Che ha attribuito a valutazioni di carattere esclusivamente politico.
N.B.

 

B: "Sentenza allucinante sul nulla" Ecco le carte con le prove della frode

Nelle 208 pagine firmate da tutti e cinque i componenti del collegio della sezione feriale della Corte di Cassazione, le motivazioni della sentenza Mediaset inchiodano Berlusconi. La sua era un' azione esecutiva del disegno criminoso. L' impero di B. funzionava come un elaborato gioco di gusci vuoti con la finalità di evadere le tasse.
B. è stato condannato per una frode fiscale di 300 milioni di euro (la gran parte falcidiata dalle prescrizioni causate da leggi ad personam fatte da lui medesimo, una piccola porzione di 7,3 milioni scampata alla falcidie)

dal Fatto Quotidiano

B: "Sentenza allucinante sul nulla" Ecco le carte con le prove della frode
Diritti Mediaset, le motivazioni (leggi documento): "Inverosimile tesi di truffa a suo danno" (leggi). Pdl: "Condanna? Teorema". Ma i giudici citano l'email che svelò lo shell game e la lettera di Agrama

Sardegna: Cappellacci nomina l’erede al trono

Cappellacci nomina l’erede al trono

Articolo pubblicato il 29 agosto 2013 da Sardinia post
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Dopo Cappellacci, il diluvio. O Mariano Mariani. Ovvero, come assicurarsi il potere pur perdendo le elezioni. Nel centrodestra, le quotazioni su una vittoria alle prossime consultazioni regionali non sono per così dire ai massimi storici e la truppa del Pdl ha pensato bene di correre ai ripari con qualche semplice passaggio. Per prima cosa si cancella Sardegna promozione e al pari dell’Araba Fenice la si fa risorgere con un nome tutto nuovo, Sardegna sviluppo e promozione. Quindi si trasferisce una marea di competenze alla ‘neonata’ società, vale a dire nelle mani di Mariano Mariani, braccio destro (e sinistro) diUgo Cappellacci.
L’ex Capo di Gabinetto, commissario straordinario, direttore dell’Osservatorio economico, consulente del governatore e onnipresente accompagnatore del capo dell’esecutivo, diventa così una sorta di presidente in pectore. Almeno fino al 2017, quando scadrà il contratto che lo stesso Cappellacci ha firmato nel 2012 al fidato Mariani. E sarà certamente difficoltoso, per il nuovo presidente della Regione, togliere la poltrona al sodale di Cappellacci, visto che la nomina è avvenuta dopo una selezione di curricula e quindi non in via fiduciaria. Ciò significa che il seggio è garantito, altrimenti il nuovo governatore sarebbe costretto a pagare due stipendi: il primo al Mariani esautorato, il secondo al nuovo direttore. E si parla di decine di migliaia di euro.
Il cavallo di Troia che permetterebbe ai fedelissimi di Cappellacci di stare in sella si cela sotto un’anonima sigla: proposta di legge n. 549. L’hanno presentata i consiglieri del Pdl in tempisospettissimi, il 31 luglio scorso (ma è consultabile da poche ore), ovvero pochi giorni prima delle ferie estive. Come se non bastasse pretendevano che il testo arrivasse in consiglio regionale senza prima passare per le forche caudine delle commissioni consiliari.
La proposta 549 non è roba da poco: “Disposizioni per lo sviluppo integrale della Sardegna mediante la promozione e la valorizzazione dell’intero sistema produttivo isolano e della coesione sociale”, recita. Più che una proposta di legge, un manifesto programmatico buono per tutte le stagioni e dall’esito peraltro maldestro, poiché certifica beffardamente la catatonia del governo regionale negli ultimi cinque anni. E di riflesso attesta pure l’inutilità degli stessi uffici regionali e di chi vi lavora, visto il trasferimento di progetti già da tempo in corso.
Nello specifico, a quel monstrum burocratico, amministrativo e soprattutto politico che sarà Sardegna sviluppo e promozione viene demandata la gestione, l’organizzazione e il finanziamento dei ‘Poli di innovazione’, compresa la valorizzazione dei settori tradizionali, a partire dalla ricettività, ma c’è anche la gestione unificata dei beni culturali, del comparto delle energie rinnovabili, delle politiche attive del lavoro (Seguirà abolizione dell’Agenzia per il lavoro?). Non mancano nemmeno i ‘Contratti di sviluppo locale’, che spaziano dai progetti di ricerca industriale sperimentale al potenziamento e miglioramento dell’offerta ricettiva.
Compaiono poi la pianificazione degli ‘eventi di animazione’, la modifica delle attività deiSardegna store di Roma e Milano (e anche qui se ne certifica la completa inutilità), la gestione delle cosiddette ‘politiche di economia sociale’, l’internazionalizzazione (partecipazione a fiere ed eventi in particolar modo nelle aree dei Brics, ovvero Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). E poi ci sono varie amenità come censire, nell’ordine: “l’inesauribile paniere dei prodotti turistici”, “il cospicuo paniere dei prodotti artigianali” e soprattutto “la vastissima gamma di prodotti emozionali che la Sardegna offre in ogni periodo dell’anno”. Al culmine si arriva probabilmente quando si ricorda che vari popoli, dai sumeri ai fenici passando per i romani, consideravano l’Isola la “perla del Mediterraneo, forse anche la mitica Atlantide”.
In ogni caso, il Pdl ha preso la cosa molto sul serio e per la neonata creatura ha previsto uno stanziamento di base pari a tre milioni di euro annui, che potranno essere integrati a piacimento e alla bisogna, senza alcun tetto di spesa.
Il tutto con le mani libere da lacci e lacciuoli normativi, con la libertà di selezionare nuovo personale, avvalersi di consulenze esterne, selezionare progetti più o meno meritevoli e allargare di conseguenza i cordoni della borsa, al pari di una società in house. E così parrebbe essere Sardegna sviluppo e promozione, a legger tra le righe della proposta di legge.
E che fine fa il personale attualmente nell’organico di Sardegna promozione? Viene trasferito, pressoché d’imperio, nella nuova società. Ma diciotto dipendenti difficilmente riusciranno a raggiungere gli ambiziosi obiettivi elencati nella proposta di legge e dunque, con tutta probabilità, si dovrà ricorrere a un’infornata di nuovo personale. Secondo quali criteri, si vedrà. Ma se lo status di società in house dovesse essere confermato, è chiaro che niente e nessuno impedirebbe ai vertici di Sardegna sviluppo e promozione di ricorrere all’interinale, a contratti esterni et similia. Metodi, di norma, che non brillano certo per trasparenza.
Pablo Sole

SALVAMOLO INSIEME CO' L.A.D.R.I.

SALVAMOLO INSIEME CO' L.A.D.R.I.

Ah, Romolè, com'è? Che aria tesa che cì'hai! Come te butta?
Da quel che vedo, me sa che sei arrivato proprio alla frutta!”

“Francè, so preoccupato pe' tutto quello che sta a succede!”

“ Sta a succede, che, forse,  nun sopporti er vino e, se vede!”

“Te hai voja de scherzà, ma io invece so' proprio preoccupato,
pe' st'Italia che stà perde er più grande patrimonio der creato!”

“Sì, hai raggione, ce stiamo a giocà la libbertà e la democrazia!
C'è Uno che parla da tempo de guerra civile e che vo' la supremazia,
pe caccià er finto avversario. Così er popolo, frastornato, ondeggia,
come fa na canna de bambù davanti al vento forte e a la pioggia,
pe' colpa de questo che fà er duro e che mo' s'è tolto la maschera
co li sorrisi,  co' cui s'è fatto li cazzi sua, e mostra la faccia vera:
d'un impunito che crede d'esse, solo lui, al de sopra de la Legge
e dello Stato, perché un partito, de cui è er padrone, lo protegge.
Dice che li giudici ce l'hanno co' lui e, perciò, pretende l'immunità!
Si lo Stato nun la dà,  và a Strasburgo! V'a fà ride er monno intero
sulle nostre Leggi, che nun riescheno a fermà sto delinquente vero. 
Certo, ormai s'era abituato, da li su' reati, a falla sempre franca,
co' le leggi ad personam, e, adesso, che, la maggioranza je manca,
da condannato, minaccia lo Stato e che, si nun fa la trattativa
co' lui, pe' liberallo,  tojerà a questo governo ogni aspettativa,
facendolo scoppià come na bomba. S'è già visto questo copione!
Anche altri, co' le bombe, trattarono co' lo Stato, p'avè ragione!
Intanto fà le manifestazioni de piazza! Ma so' solo comparsate,
in cui, chi più fa un alto numero d'ingiurie, più je vengono pagate;
chi più osanna er 'Capo' che strilla, più  po' fa na gran carriera
politica e po' anche diventa parlamentare, da la matina a la sera!
Er popolo, ora, cerca de piegasse solo un po', pe nun fasse spezzà
e nun  ce capisce niente: vede che litigheno ma vonno cummannà
insieme! Sente dì che lo Stato fa er giustizialista e fa eversione
perché condanna li delinquenti eletti e che ce vò la rivoluzione!
L'italiani per bene, ora, hanno paura che, così, possa avè risultati
se er PD fa solo finta de opporse come se fosse pieno d'infiltrati.
Er più traggico è che cummanneno ancora sti politici che ci'hanno
inguaiato l'economia, la morale e alla società hanno fatto solo danno,
cor loro brutto modo de fare; co' l'insaziabile animalesca rapacità;
co' la loro attitudine a fregasse de tutti noi; co' la loro innata capacità
de sta sempre attaccato al proprio bottino, così come tutti  li ladri;
co' la loro grande pretesa de fasse campà, a vita, da tutti noi altri.
So' animali! Un po' camaleonti: perché cambieno spesso la casacca,
un po' lupi: perché se movono in branco pe' rubbà sordi a la Zecca,
un po' iene: perché prima la uccidono e mo' se la magnano, st'Italia,
un po' volpe: perché co' le bucie, l'inganni ci'hanno messi tutti a balia,
un po' pachidermi: perché na vorta che se so'seduti più nun s'arzeno.
Solo in Italia, sti politici so' animali multiformi che nun se freneno!
Romolè, perciò, te capisco, ma nun è cor vino, che li puoi dimenticare!”

“Bravo Francè, er tuo discorso nun fa na piega; così, è proprio esemplare!
Er punto è che; li nostri politici,so' animali unici, rari e multiformi!
Pe' er resto, invece, l'italiani so' abituati a tutte le situazioni abnormi.
So' mill'anni che essi subischeno e credeno a tutte le mejo panzane!
Hanno già mantenuto li mejo delinquenti: er Re e tutto er suo reame,
Mussolini e la milizia, la DC co' li preti e er PCI, Berlusconi e la corte
dei miracoli! Mo', qualcosa sta cambiando! Mo' essi ce l'hanno a morte
co' quest'ultimo e tutti li Politici. Noi invece li dovemo preservà, curà!”

“Ah Romolè ma che te sei impazzito, er vino te fa, invece, proprio sparlà!”

“None, Francè, dovemo fallo, si no l'Italia perde tutto er suo Primato

“Scusa Romolè, quale sarebbe er primato? Quello d'allevà ogni malnato?”

“Lassà perde li particolari, l'Italia ormai nun ha più le sue unicità!
Nun l'avemo più nella moda, nell'industria e nemmeno le città
so' più uniche al monno e, dell'Italia, ora, nun ne parla più nisuno.
Ora dell'Italia, li stranieri, raccontano solo le mascalzonate de Uno
e de quelli che je stanno attorno come na canea, solo p'avè un osso!
Sta canea je dice male, come er PD che sta' prono a più non posso!
C'è chi fa er cane da riporto, chi er cane da caccia e chi er molosso;
chi er cane da combattimento, chi, con un fiuto sopraffino,  adesso
lo abbandona e, pe' sarvasse la carriera, fa er solito voltagabbana.
Salvamolo, sto Primato, unico al mondo, de la razza italiana!
E' na sorta de pubblicità che, anche se negativa, fa parlà der Paese,
e favorisce li mal'affari co' li speculatori e le lobby, perché è palese,
se ce sta LUI e l'altri, semo terra de conquista! Questi li dovemo sarvà!
Dovemo fa diventà l'Italia un Parco che protegge tutte ste peculiarità!
Fondiamo, perciò, un movimento: la L.A.D.R.I. Allo scopo, tutti uniti,
propagandiamo  la: Lega Ausiliatrice Delinquenti Rapaci Incalliti;
er suo simbolo so' le tre scimmiette: nun parlo, nun sento, nun vedo,
perchè, ne li sporchi affari, tra de loro, hanno sempre avuto 'sto Credo!"

“Romolè, in pratica me vuoi dì che Lui e questi,  so' addirittura na risorsa
e non la rovina de st'Italia disastrata e che solo loro ce fanno gonfià la borsa?
Hanno occupato e se stanno a magnà tutta l'Italia! A questi dovemo limità,
ormai, l'agibilità, si nel Paese volemo conservà un po' de democraticità.
Nun sono, perciò, d'accordo, ma parte der ragionamento tuo, se po' accettallo!
Bisogna, però, prima stabilì l'estensione der Parco e di come fa pe' isolallo,
pe nun falli più scappà. Secondo me, potemo creà come na specie de zoo safari
pe tenerli in un recinto e impedì, pe' sempre, de faje fà li loro sporchi affari!
Li trattamo bene e li conservamo proprio come na razza in via d'estinzione,
basta solo che nun cummannino più ner Paese e finiscano sta occupazione.
Li facemo vede a li nostri fiji e a li stranieri, pe' educalli e pe' faje comprenne
chi nun se deve mai votà, se si vole avè, ner proprio Paese, benessere perenne
e se non si vole che, in soli vent'anne, la Costituzione possa diventà carta straccia 
perché li suoi primi articoli, l'hanno fatto diventà, ognuno de loro, na fregnaccia!
Come col lavoro che lo Stato da tempo nun incoraggia più; come con la sovranità 
popolare, derisa dar porcellum e da li referendum che nun hanno più legittimità
perché li annullano co' leggi cor trucco; come co' l'eguaglianza de tutti li cittadini
davanti a la Legge, che ora vale pe' tutti, eccetto che pe' Uno e tutti li suoi affini;
come co' la Repubblica una e indivisibile derisa da  ridicoli e ameni indipendentisti
che col loro decentramento hanno aumentato solo er numero dei tanti poltronisti;
come co' lo sviluppo della cultura e della ricerca, ormai al palo; come co' la tutela  
dell'ambiente e der patrimonio storico e artistico, annullata da una gran sequela
de condoni e d'atti d'incuria ch'hanno scempiato er più gran patrimonio der monno;
come co' la partecipazione democratica all'organizzazione politica de quelli che vonno
la libertà e arrivà alla felicità co' la politica e  fà sì che ce sieno sempre meno poveri,
vanificata da'n Partito padronale e da quello co' a capo sempre li stessi, quelli de ieri.
Li dovemo fà vede, per ricordà che, anche co' la Costituzione più bella der monno,
se po' fà un golpe democratico, si, però, er popolo,  a la ragione,  je fa fà un sonno.    


Pasquina