lunedì 30 settembre 2013

Alfano coi ministri Pdl a Sallusti: “Con noi metodo Boffo non funziona”

da blitz quotidiano

Alfano coi ministri Pdl a Sallusti: “Con noi metodo Boffo non funziona”

“È bene dire subito al direttore de Il Giornale, per il riguardo che abbiamo per la testata che dirige e una volta letto il suo articolo di fondo di oggi, che noi non abbiamo paura. Se pensa di intimidire noi e il libero confronto dentro il nostro Movimento politico, si sbaglia di grosso”.
“Se intende impaurirci con il paragone a Gianfranco Fini, sappia che non avrà case a Montecarlo su cui costruire campagne. Se il metodo Boffo ha forse funzionato con qualcuno, non funzionerà con noi che eravamo accanto a Berlusconi quando il direttore de Il Giornale lavorava nella redazione che divulgò la notizia dell’informazione di garanzia al nostro presidente, durante il G7 di Napoli, nel 1994″.
A stretto giro arriva la controreplica di Sallusti, che si dice “allibito”. E aggiunge: “Neppure io ho paura. Ho già pagato con la detenzione squallide minacce alla libertà di espressione. Punto”.
Sallusti nel suo editoriale ha attaccato i “diversamente berlusconiani”, secondo l’espressione coniata dal segretario Angelino Alfano, quelli che pur obbedendo al diktat di dimissioni del Cavaliere, si sono voluti smarcare dalla deriva estremista delle ultime ore, sfociata nell’apertura della crisi di governo. Ma Sallusti rievoca il triste e litigioso divorzio tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, quasi a lasciar intendere che anche per i moderati la macchina del fango è pronta a mettersi in moto:
Alfano, Quagliarello, Lorenzin, Lupi e Di Girolamo, con qualche distinguo di forma e di sostanza, si adeguano ma non condividono, al punto di ventilare un loro futuro fuori da Forza Italia, non si capisce se sulle orme di quel genio di Gianfranco Fini.
Proprio queste parole hanno spinto i ministri ad evocare il “metodo Boffo”. Altra stoccata poi ai professori, “in primis Quagliariello“.
“Si sa come sono fatti i professori: galantuomini che sanno tutto, ma che sanno fare poco, se non appunto i professori. I precedenti non mancano”.
E il direttore cita in proposito pure la Fornero. Sallusti definisce “eversiva” la decisione di alzare le tasse e il comportamento “preconcetto e fazioso dei membri della Giunta”. “Eversivo è il complice silenzio di Napolitano”.
Quanto alla collegialità della decisione sulle dimissioni afferma
“Durante le centinaia di vertici convocati da Berlusconi non si è certo parlato di Milan o del tempo. Cosa immaginavano i ministri, di uscire dal Parlamento e restare al governo a metter su tasse? Mistero”
Intanto, la presidenza del Consiglio dei Ministri rende noto che sono pervenute le dimissioni irrevocabili dei ministri Angelino Alfano, Nunzia De Girolamo, Beatrice Lorenzin, Maurizio Lupi, Gaetano Quagliariello.

Se la crisi non fosse drammatica si potrebbe dire che si è alle comiche finali con lancio di torte in faccia



Se le conseguenze della crisi aperta dallo sfascista carente  in verticale non fossero drammatiche per l’ Italia si potrebbe dire che si è alle comiche finali con classico lancio delle torte in faccia. 
Nel Pdl è rivolta contra la linea dura del capo. I ministri Quagliariello,  Lupi e Lorenzin si ribellano alle direttive del boss.   Quagliariello paragona poi la nuova FI  a Lotta Continua. Alfano, che detesta Ghedini  che manovra Arcore e non parla con Daniela Santanché, dice di essere ‘’diversamente berlusconiano’’ perché contro gli estremismi. Fabrizio Cicchito rinnega il confratello piduista e tuona anche lui contro gli estremismi. Galan difende B. e a muso duro dice a Cicchito di lasciare il partito. Bondi ribatte che il capo dei moderati e B. e gli altri sbagliano a parlare di estremismi. Altri ancora, con Alfano, dicono di volere un partito disintossicato dai veleni degli ultimi mesi.  Berlusconi nel caos accusa i ‘’traditori’’, vuole la crisi ma, in completa  dissociazione con se stesso, si dice pronto a  sostenere le misure economiche del governo, che a suo dire mettono le mani nelle tasche degli italiani quelle stesse che lo hanno portato ad aprire la crisi.
Si prepara la conta interna. Nel Pdl è in atto un corpo a corpo tremendo: le colombe sono contro i falchi. Stracci contro Ghedini e Santanché (silenziosissima), Capezzone (senza fiato,  tanto non poter recitare a papagallo le direttive del padrone), Bondi, Verdini (immortale il suo ‘’Berlusconi tocca l’ anima’’), Mara Carfagna (geniale  riferire per il carente in verticale la frase di Einstein: ‘’Le grandi menti hanno sempre ricevuto violenta opposizione da parte delle menti mediocri’’) e Michaela Biancofiore che per il compleanno del Cavaliere ha inviato un mazzo di fiori con un bigliettino: ‘’Francesca permettendo, con tutto il mio affetto per lei presidente, forza’’.
Si preannuncia una giornata drammatica per il Pdl. Fatta di riunioni e di scontri probabilmente decisivi per il futuro del centrodestra. Con Silvio Berlusconi che torna a Roma, dopo il weekend ad Arcore. Dovrebbe tenersi una riunione dei gruppi parlamentari, e forse un faccia a faccia tra il Cavaliere e il vicepremier, ormai dimissionario. 
Il Cavaliere respinge gli inviti a tirarsi indietro e urla che non lo metteranno in ginocchio. Invoca le elezioni, sicuro di vincerle, anche se i sondaggi non sono favorevoli. Gli italiani non sembrano aver capito il suo alto gesto per il bene comune.
Intanto  le dimissioni in bianco dei parlamentari del Pdl, pronti a lasciare Camera e Senato qualora la Giunta per le elezioni votasse la decadenza di Silvio Berlusconi, quelle dei ministri, l’ apertura di una crisi di governo difficilmente gestibile, ha  scatenato il panico sui mercati. Lo spread, la differenza di rendimento tra titoli di Stato italiani e tedeschi, si è allargato fino a sfiorare i 290 punti, ai massimi dallo scorso giugno, con il rendimento dei Bpt oltre il 4,6%. 
Si può affermare che era già tutto scritto nelle stelle pazze di questo paese. Che arrivati al dunque, davanti allo spettro finale della decadenza e dell'arresto, Silvio Berlusconi avrebbe mostrato il suo demone, quello di un monarca bizzoso e insofferente alle regole, gli interessi personali prima di tutto. Su Linkiesta è stato scritto molte volte negli ultimi 6 mesi quale fosse il senso di queste larghe intese appese fin da subito alle convenienze del Cavaliere. Le larghe intese tra partiti non pacificati (Pd e Pdl) servono solo in via emergenziale per fare le riforme non differibili. Un'alleanza a tempo, circostanziata. Questo e solo questo le giustifica. E poi si era già visto com'era andata la prima larga intesa tra gemelli diversi e riottosi: l'avventura mesta di Mario Monti a Palazzo Chigi. Per Letta e con Letta non poteva che essere la stessa cosa se non peggio.
A farne le spese della crisi sono soprattutto i titoli bancari, con l'indice dedicato che cede 3,5 punti percentuali a Piazza Affari. Gli istituti di credito sono i primi acquirenti del debito italiano e l'aumento dei rendimenti, con il contestuale calo del valore nominale dei titoli, zavorra tutti i big del settore. Il mercato però colpisce anche la galassia Berlusconi, ritenuto l'artefice della crisi di governo, l'ex premier rischia un pesante contraccolpo sul suo impero industriale: da Mediolanum a Mediaset fino a Mondadori. Una situazione che mette alle corde il Ftse Mib.
Il calcolo razionale di Berlusconi e del partito Mediaset (meglio decaduto ma al governo che decaduto all'opposizione con un partito in rotta e le procure alle calcagne), dopo il primo agosto, giorno della sentenza di Cassazione, è capitolato davanti ai fantasmi di un uomo braccato e disperato, a fine stagione, mal consigliato anche sul senso pratico di un rovesciare il tavolo che serve nemmeno a fermare l'orologio giudiziario.
Però oggi tutti questi argomenti non bastano più, hanno perso di senso davanti ad un blitz tanto folle e lesionista. Il paese è così in panne, esposto al ludibrio internazionale e dei mercati, bloccato da zeppe e anni di non riforme, umiliato e prostrato, che serve un gesto forte da parte di chi molti di noi hanno sempre messo in conto non si sarebbe mai staccato dal Cavaliere. Per fedeltà, riconoscenza (zucche trasformate in principi e principesse), servilismo o semplice mancanza di coraggio al cospetto del Capo. Il Pdl è un partito che ancora gode di molti consensi nel paese nonostante la rotta, l'emorragia di voti, la delusione di milioni di moderati italiani per il tradimento della missione riformista del '94 e lo sconcerto per la crociata contro una sentenza definitiva giusta o sbagliata che sia (in uno stato di diritto le sentenze si criticano anche aspramente, ma le si accettano sempre altrimenti salta tutto). Fin da domani in Parlamento, quando il premier Letta farà il suo discorso, è il momento di mettere fuori la testa, battere un colpo, l'occasione della vita per darsi una botta di coraggio affrancandosi dal gorgo del Capo. E' il momento di stare dalla parte dell'Italia e degli italiani. Serve uno scatto di dignità perché non è pensabile che un'intero partito si suicidi insieme al caro leader disperato, affondando un paese che è già oltre le bizze, oltre il bipolarismo di guerra, oltre questa seconda repubblica fallimentare e inconcludente.
Ma questo scatto di dignità deve servire non per rifare l'ennesima larga intesa fallimentare. Ma per produrre, con chi ci sta, quelle 2-3 cose minime (legge di stabilità, normalizzazione internazionale e nuova legge elettorale) per andare in primavera al voto con regole di gioco potabili e competitive, dove chi vince può governare senza alibi e interdizioni, in tempo per guidare il semestre europeo. Questo è l'impegno che i moderati del Pdl, le colombe se ci sono, hanno il dovere di prendersi domani davanti al paese. Non possiamo permetterci di passare dal governo Letta al Lettino, una maggioranza per una manciata di voti eterogenei, raccogliticcia. Entro due mesi saremmo punto e a capo. Le larghe intese così come le abbiano conosciute in Italia sono fallite, non siamo in Germania dove il capo dell'opposizione, sconfitto, si ritira per favorire l'accordo con la cancelliera Merkel. Siamo in un paese che ha bisogno di ripartire dai fondamentali. Da un governo di scopo che faccia le cose minime per riportare gli italiani a votare. Sperando che, a sinistra come a destra, gli attuali vertici abbiamo il buongusto di farsi da parte e aprire al cambio generazionale, al rinnovamento. Altrimenti si entra in terra incognita, e persino la Troika potrebbe essere il minore dei mali...  
"Il centrodestra sta facendo saltare in aria il Paese ed era evidente che lo spread sarebbe ripartito", ha detto il segretario del Pd, Guglielmo Epifani, intervistato a Radio24. "E' troppo presto per fare pronostici, si vedrà mercoledì - ha aggiunto - ma 'no al governicchio' vuol dire 'no' a un governo che trova i voti dei transfughi per fare una vita stentata". Epifani ha confermato la data delle primarie del Pd, l'8 dicembre.
D'altra parte Enrico Letta, consigliato da Napolitano, ha preso tempo. Andrà alle Camere solo mercoledì. C'è il tempo per verificare quanto siano profonde le divisioni nel centrodestra sulle dimissioni dei ministri imposte dal Cavaliere.
La vera, inconfessabile speranza dei sostenitori del governo Letta è adesso che sia proprio Berlusconi, dopo aver spinto il piede sull’acceleratore, ad abbassare il livello della pressione e a cercare uno spazio di mediazione per uscire dal tunnel in cui si è ficcato. E questo filo di speranza sembra ancora esistere, perché il Cavaliere conosce bene i rischi della sua forzatura, soprattutto quelli finanziari per l’Italia, che potrebbero vedersi già oggi, con l’apertura di mercati di . Ma non solo, ad Arcore ci sarebbe piena consapevolezza di quanto gli italiani temano il “salto nel buio”, una fine drammatica della legislatura, con tutto quello che potrebbe conseguire in termini di conti economici e dunque un peggioramento della loro situazione. Ecco perché, Berlusconi potrebbe essere tentato dal cercare un varco di uscita dal cul de sac in cui sembra essersi infilato.
Per questo oggi potrebbe prendere corpo una trattativa tra sherpa delle diverse fazioni che cerchi di negoziare un accordo da giocarsi in Aula e da inserire tra i provvedimenti che presenterà il governo per chiedere la fiducia. E così, la vera chiave di volta potrebbe essere proprio una partita di giro sull’Iva, il casus belli strumentalmente scelto da Berlusconi per innescare la crisi. Perché, se il governo si impegnasse in qualche modo a frenare l’aumento dell’Iva, questo passaggio consentirebbe a Berlusconi di tornare sui suoi passi senza perdere la faccia, congelando al contempo le dimissioni dei suoi. La forma va ancora trovata certo, ma lo spazio di mediazione è tutto in quel campo e da li non può spostarsi. E mentre le dichiarazioni più politiche di tanti esponenti di Pd e Pdl, si affastelleranno per tutta la giornata, creando la necessaria cortina fumogena, gli ambasciatori dei due leader, e i tecnici della materia, si concentreranno invece su quel tema, nella speranza di tirare fuori una soluzione condivisa, sul fronte delle tasse che consenta a entrambe i contendenti di uscire non sconfitti da questo braccio di ferro. In caso contrario -ma solo da mercoledì- anche al Colle si apriranno altri scenari, che per ora -al di la delle ipotesi sui governi tecnici o di scopo guidati da ex ministri come Saccomanni o Cancellieri, o sulla data delle elezioni – sono tutti ancora da costruire. Perchè il Quirinale, prima di mettere altra carne al fuoco, anche nelle prossime ore sarà il vero crocevia per tentare il salvataggio del soldato Letta.
plz
Tra le fonti: repubblica.it, Linkiesta.it, il retroscena.it, il Fatto Quotidiano

In Italia comandano gli evasori

da l' Espresso

Inchiesta

In Italia comandano gli evasori

di Stefano Livadiotti
Mentre il governo è disperatamente a caccia di soldi per Iva e Imu, emergono i dati spaventosi sul 'nero': che ormai sfiora i 500 miliardi. Che la politica non va a prendere perchè i furbetti sono troppi e alle elezioni votano
L'ultimo blitz è scattato, come nella migliore tradizione, in piena estate, quando mezza italia è sotto l'ombrellone. Martedì 6 agosto due senatori del Popolo delle libertà, Cinzia Bonfrisco e Antonio D'Alì, hanno presentato un emendamento al cosiddetto decreto "del fare" per rialzare a 3.000 euro la soglia sull'utilizzo del denaro contante, che Mario Monti aveva fissato a quota mille. Il governo ha espresso parere contrario e la proposta è stata bocciata. Ma, c'è da scommetterci, l'argomento tornerà presto a far capolino nelle aule parlamentari, perché la massima libertà nell'uso del cash è un pallino di Silvio Berlusconi & Co. E una mano santa per il partito degli evasori fiscali più incalliti.

A fare da apripista, il 2 luglio, era stato non a caso un altro esponente del Pdl: il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Simona Vicari, molto cara al presidente dei senatori berlusconiani, Renato Schifani. «Così com'è oggi, la soglia rappresenta una camicia di forza ai cittadini e frena la ripresa e la crescita in tutti i settori», aveva cinguettato. Aggiungendo che la sua idea incontrava il favore del ministro, il Pd Flavio Zanonato (che pur essendo piuttosto loquace era rimasto muto come un pesce). Così aveva concluso la Vicari: «Bisogna rivedere la legge senza pregiudizi e furori ideologici (...) autorevoli studi e pubblicazioni dimostrano che sulla lotta al riciclaggio e all'evasione fiscale la riduzione della soglia di circolazione del contante non ha effetti decisivi».

Quali tomi abbia compulsato la Vicari resta un mistero. Perché che il sommerso viva di nero e il nero si nutra di contante lo sanno anche i bambini. Tanto che un altolà era arrivato a stretto giro di posta dalla Corte dei Conti. La magistratura contabile aveva detto che il tetto all'uso del denaro liquido andava sì cambiato, ma per abbassarlo ulteriormente. «E' intuibile come la gran parte delle transazioni che possono dar luogo all'occultamento dei ricavi si addensi al di sotto della soglia dei mille euro», si legge in una relazione presentata dieci giorni dopo dal presidente, Luigi Giampaolino.

La battaglia sull'uso del contante (che oggi, paradossalmente, è esentasse, al contrario di assegni, cambiali e conti correnti, tutti colpiti da un bollo) non è cominciata ieri. Nel 2007, un anno dopo aver vinto le elezioni, Romano Prodi ha abbassato il tetto da 12.500 a 5.000 euro. E stabilito, con il decreto Bersani-Visco, un ulteriore décalage per i soli professionisti: la soglia sarebbe dovuta scendere a 1.000 euro nel luglio 2007, a 500 un anno dopo e addirittura a 100 euro (lo stesso limite oggi in vigore in Germania) nell'estate del 2009. Il piano è però rimasto sulla carta. Perché a palazzo Chigi è arrivato Silvio Berlusconi. E Giulio Tremonti, l'ex superministro dell'Economia che pagava in contanti la metà dell'affitto dell'appartamento romano al suo più stretto collaboratore (e coinquilino) Mario Milanese, lesto ha ripristinato il limite dei 12.500 euro (giugno 2008). Salvo poi essere costretto dalla crisi della finanza pubblica a dare, suo malgrado, un giro di vite nella lotta all'evasione fiscale, riportandolo a 5.000 (maggio 2010) e poi a 2.500 (agosto 2011). Quindi il Cavaliere ha dovuto passare la mano a Monti, che dopo aver accarezzato l'idea di scendere a 500, ha poi invece stabilito, con l'articolo 12 del decreto "Salva Italia" (dicembre 2011), la quota attuale di mille euro.

UN TESORO INCALCOLABILE
La partita è sempre aperta. Del resto, la posta in palio è un tesoro immenso: il sommerso. «Si tratta», come scrive con semplicità il tributarista e collaboratore del "Sole 24Ore" Ernesto Maria Ruffini nel suo "L'evasione spiegata a un evasore", «di tutte quelle attività economiche che non sono misurate dalle statistiche ufficiali: alcune intenzionalmente, come il volontariato o il lavoro domestico; altre perché nascoste, come le attività criminali o l'evasione fiscale». Quasi per definizione, quanto sia esattamente il sommerso è impossibile sapere. Il documento conclusivo del Gruppo di lavoro su economia non osservata e flussi finanziari, guidato dall'attuale ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Enrico Giovannini, nel 2011 aveva stabilito per il valore aggiunto prodotto dall'area del sommerso economico una forchetta tra il 16,3 e il 17,5 per cento del prodotto interno lordo. In soldoni, tra i 255 e i 275 miliardi di euro (dato 2008), ben nascosti nei fatturati dell'agricoltura (32,8 per cento del totale), del terziario (20,9 per cento) e dell'industria (12,4). I numeri di Giovannini coincidono con quelli di un rapporto dell'ufficio studi della Confcommercio ancora fresco di stampa, essendo datato luglio 2013. Nel documento si parla di un sommerso pari al 17,4 per cento, che su un Pil stimato per il 2013 a 1.563 miliardi di euro fa 272 miliardi. Ma il professor Friedrich Schneider dell'Università di Linz, guru mondiale della materia, che misura l'economia sommersa osservando proprio l'utilizzo del denaro contante, ha diviso gli Stati dell'Ocse in tre gruppi. Mettendo l'Italia, insieme a tutti i Paesi mediterranei e al Belgio, in quello dove ciò che non risulta dalle statistiche sta tra il 20 e il 30 per cento. Saremmo insomma come minimo al di sopra dei 300 miliardi, come del resto avvalorano stime basate su dati Eurosat, che parlano di 330 miliardi. E che a loro volta non si discostano da quelle dell'istituto di geopolitica texano Stratfor Global Intelligence: gli analisti guidati dal politologo George Friedman indicano una forchetta tra il 17 e il 21 per cento del Pil, cioè tra i 270 i 340 miliardi (dati 2012). Ma c'è chi va ancora oltre. E' il caso di uno studio del 2012 targato Eurispes ("L'Italia in nero-riflessioni sull'economia sommersa"), che si spinge a ipotizzare un nero pari a quasi 530 miliardi. Una cifra che si avvicina a quella (575 miliardi) del totale delle venti manovre economiche varate negli ultimi dodici anni dai governi di turno. In ogni caso, chiunque abbia ragione sui conti, si tratta di una situazione del tutto fuori controllo, se solo si pensa che il fenomeno è valutato al 6,7 per cento in Gran Bretagna, al 5,3 negli Stati Uniti, al 3,9 in Francia e addirittura allo 0,3 in Norvegia. Ed è a causa del sommerso che la pressione fiscale effettiva, quella cioè che grava sui contribuenti onesti, è arrivata al 54 per cento, quasi dieci punti più in alto di quella teorica (44,6 per cento).

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La fine del governo della follia

da l'Espresso

Crisi

La fine del governo della follia

di Marco Damilano
L'esecutivo delle larghe intese si fondava sull'illusione che Berlusconi potesse diventare un politico moderato e responsabile. Finito quel sogno, Letta è costretto ad abbandonare i panni del pacificatore per attaccare il Caimano e portare il Pdl alla spaccatura. Con l'obiettivo di una nuova legge elettorale

"I mesi che abbiamo alle spalle segnano le nostre mosse di oggi. Abbiamo visto che con Berlusconi non si possono fare accordi, ha fatto tutta la campagna elettorale come se lui fosse sempre stato all'opposizione, assegnandoci la croce di aver votato i provvedimenti più impopolari del governo..." Era la mattina del 27 febbraio, a meno di quarantotto ore dal voto il Pd era ancora sotto shock per la mancata vittoria e l'allora vice-segretario del partito mi consegnò queste riflessioni da pubblicare sul numero dell'Espresso post-elettorale in chiusura. Si chiamava Enrico Letta.

Dopo sette mesi oggi siamo tornati al punto di partenza. Il Letta governante lascia il posto all'Enrico uomo di partito che aveva capito tutto. Ha provato a baciare il Giaguaro, a trascinare l'Italia "bellezza senza navigatore", come aveva detto il premier nel suo discorso di fiducia alla Camera citando Ligabue, in compagnia dell'Alleato di Arcore. E si è ritrovato con il bel regalo che il Cavaliere ha fatto a se stesso e al Paese per i suoi 77 anni (auguri...): una crisi di governo dalle conseguenze incalcolabili.

Eppure non si può dire che sia un gesto a sorpresa. Ieri Letta ha picchiato duro sul Berlusconi "folle", " bugiardo", "irresponsabile", un ritrattino veritiero che fotografa alla perfezione l'essenza del berlusconismo. La sciagura e' che l'ex partner di governo e' sempre stato così, dal suo ingresso in politica, anzi, fin dagli anni della sua ascesa imprenditoriale e televisiva. Folle, semmai, e' aver sperato in un suo mutamento di pelle, da avventuriero a statista. E fondato su una doppia illusione mendace il governo delle larghe intese. Per Berlusconi l'illusione del salvacondotto, dell'impunita' giudiziaria, sventata dalla magistratura che in Italia e' ordine indipendente dalle sottigliezze e dalle convenienze del gioco politico. Per una parte del Pd e per il regista dell'operazione, Giorgio Napolitano, l'illusione che con il Cavaliere si potesse stringere un patto, che la sua ammissione nel circolo del governo lo avrebbe tranquillizzato e placato.

Dopo la tragedia dei 101 di Prodi e il suicidio del Pd si potevano fare due cose. O un governo di scopo, sei mesi per fare una riforma elettorale e via. Oppure una grande coalizione alla tedesca, con un vero accordo di legislatura. Invece si è preferito andare a vista, i 18 mesi per le riforme, i saggi, il traino della crescita, la stabilità trasformata in un valore assoluto... Il fragile ponticello delle politiche, come aveva detto Letta, il sentiero delle cose da fare, il dio delle piccole cose, il pragmatismo contrapposto alla politica, quasi demonizzata come la sfera dell'ideologia, della contrapposizione fine a se stessa.

Ieri il premier, con uno scatto da leader che non ci sta a vedere lo spettacolo osceno di ministri che scattano sugli attenti a un sopracciò del loro Capo e si dimettono, si è ricordato che forse si governa con le politiche ma si diventa leader sul campo con la Politica, con un guizzo, un lampo, un cambio di gioco, un gesto di coraggio. Nel momento decisivo Letta ha abbandonato i panni dello zio Gianni e ha indossato di nuovo quelli del suo maestro Beniamino Andreatta e di Romano Prodi. Quando entrerà in aula per parlare di fronte ai parlamentari avrà alle spalle la lezione del ministro del Tesoro che, unico nella storia repubblicana, da cattolico sfidò il Vaticano sui soldi dello Ior. E quella del Professore di Bologna che per due volte è stato sfiduciato dai voltagabbana a pagamento ma è caduto in piedi, da hombre vertical.

Da uomo delle larghe intese Letta dovrà trasformarsi in samurai anti-berlusconiano, clamorosa metamorfosi. Nella speranza che il Pdl si spacchi e che arrivi qualche senatore in soccorso. Magra prospettiva. "Moderati dove siete?", invoca oggi Pierluigi Battista sulla prima pagina del "Corriere". Domanda interessante, ma di certo non sono nel Pdl.

I parlamentari eletti a febbraio sono quelli sopravvissuti alla scissione di Fini, alla tentazione di

Il Muro di Arcore per bloccare i fuggitivi

da repubblica

Il Muro di Arcore per bloccare i fuggitivi

Ciò che oggi avviene intorno a Berlusconi riassume, in modo esemplare, la storia dell'Italia, negli ultimi vent'anni. Ne segna l'inizio e, probabilmente, la fine. La biografia politica di Berlusconi, infatti, coincide con la parabola di Forza Italia. Un partito "aziendale", la cui missione si riflette nella figura del Capo. L'imprenditore, mito e modello dell'Italia, dove "tutti ce la possono fare". Da soli.

Forza Italia. Un partito lontano da ogni ideologia. Che promette la soddisfazione degli interessi  -  generali e privati  -  di tutti. Anzitutto, quelli del Capo. Un partito che usa la comunicazione e il marketing, al posto dell'organizzazione. E, ai vertici, promuove tecnici, consulenti, avvocati, manager e specialisti. Fedeli al Capo. Forza Italia: il partito che ha ispirato la Seconda Repubblica. Imitato da tutti, senza troppa fortuna. Forza Italia: nel corso degli anni si è evoluta. Nel 2007 ha aggregato, anzi, inghiottito quel che rimaneva alla sua destra. Alleanza Nazionale. Ma il modello non è cambiato. Il Pdl è rimasto il partito "personale" di Silvio Berlusconi. Un luogo dove non esiste dibattito o confronto. Se non sul grado di fedeltà e il modo di interpretarla. Estremista o moderato. Dove ci si divide fra "ultra" e "diversamente" berlusconiani, per citare Alfano. Dove, però, chi non si adegua, chi "pensa di poter pensare" in proprio, se ne va. Oppure viene allontanato, cacciato in malo modo. Com'è avvenuto a Gianfranco Fini e ai residui di An non berlusconizzati.

Ebbene, il Pdl, dopo poco più di cinque anni, è stato dismesso. Come un prodotto scadente oppure scaduto, il suo produttore lo ha ritirato dal mercato. Lo ha sostituito con l'etichetta originaria. Quasi per rammentare a tutti da dove proviene. Una storia di successo. Un imprenditore di successo. Che può decidere, a proprio piacimento, secondo i propri interessi, come condurre e gestire le proprie attività. Il problema, però, è che, vent'anni dopo, l'imprenditore politico non è più lo stesso. Il partito non è più lo stesso. Il mercato (politico) non è più lo stesso. Vent'anni dopo: la parabola è giunta al termine. Silvio Berlusconi è sull'orlo della decadenza. Non solo parlamentare. I suoi conflitti di interesse gravano su di lui, sulle aziende e sul partito-azienda. In modo assolutamente irrimediabile. Per questo non c'è spazio per discussioni e confronti, che possano ridimensionare la fedeltà al Capo. Non solo in Parlamento, anche in politica e nella società. C'è il rischio, altrimenti, di secolarizzare il berlusconismo e, ancor più, l'anti-berlusconismo. Ridurlo a un ricordo. È per questo, soprattutto, che Berlusconi ha realizzato l'ultimo strappo. Far sottoscrivere le dimissioni ai suoi parlamentari e, a maggior ragione, imporre ai ministri del Pdl  -  pardon: Fi  -  di uscire dal governo. Certo, questa decisione risponde anche a motivi immediati. È una reazione dettata dai timori per gli effetti sul piano giudiziario  -  personale  -  della decadenza da senatore. Ma riflette, soprattutto, una sindrome da assedio, accentuata dalla paura di vedersi abbandonato. Almeno, da una parte dei parlamentari. Che potrebbero leggere la decadenza del Capo come un destino che va oltre l'ambito giudiziario. E si estende al contesto politico.

D'altronde, prendere le distanze da Berlusconi, per gli "eletti" del Pdl, è rischioso, visto il destino toccato a chi ci ha provato. Ma rinunciare a un posto in Parlamento o a un incarico di governo, dopo pochi mesi, in nome di un leader "decadente", è altrettanto rischioso. Per questo Berlusconi ha spezzato le larghe intese con gli altri partiti della maggioranza di governo. Per questo ha eretto un muro intorno a Forza Italia. Per difendere il proprio territorio. Non tanto dall'esterno, ma dall'interno. Per contrastare l'invasione dei "nemici", ma, soprattutto, per impedire la fuga degli "amici". L'esodo dei fedeli. Per bloccare sul nascere le tentazioni e i tentativi di quanti pensano a nuove esperienze politiche "moderate". Magari a nuovi gruppi politici. In Parlamento, per ora. Domani non si sa. Infine, per sollevare, ancora, passione e sentimento. Meglio: risentimento. Perché, in Italia, il muro di Arcore resti quel che, nel mondo, è stato il muro di Berlino. Una frattura non solo politica, ma ideologica e cognitiva.

È questa la posta in gioco dello scontro in atto in questi giorni. Dentro e fuori il Pdl  -  o Fi. Segna il passaggio, tortuoso e contrastato dal berlusconismo al post-berlusconismo, significato dal percorso del partito personale in Italia. Perché i partiti personali "all'italiana" non dipendono dalla capacità di selezionare e di promuovere un leader. Dipendono dal leader stesso. L'origine e il fine unico, da cui dipendono, appunto, l'origine, ma anche "la" fine: del partito.

D'altronde, Berlusconi dispone ancora di consenso politico e, ancor più, di potere economico e mediatico. E li usa, se non per imporre le proprie scelte, almeno per interdire quelle altrui. Un ultimatum dopo l'altro. E ancor prima, per controllare il dissenso che si diffonde, in modo aperto, nelle sue fila. Per questo Berlusconi resiste. Fino all'ultimo. Perché lotta per la propria sopravvivenza  -  politica  -  ma anche per quella di Forza Italia. Il partito personale fondato sulla politica come marketing. Per questo vorrebbe andare a elezioni politiche presto. Subito. Perché, dal 1994 fino a pochi mesi fa, nel febbraio 2013, il "partito personale" di Berlusconi ha sempre dato il meglio di sé in occasione delle elezioni politiche. Per questo ha trasformato la vita politica in una campagna elettorale permanente. E oggi, per resistere alle minacce esterne e alle tensioni interne al partito, ha bisogno di nuove elezioni  -  al più presto. Nei primi mesi del 2014, se non entro l'anno.

Così si compie la parabola del "partito personale" all'italiana. Da Forza Italia a Forza Italia. Dall'inizio alla fine. Perché le prossime elezioni potrebbero, davvero, segnare la fine di Berlusconi (e del berlusconismo). Ma senza elezioni, presto o subito, la sua fine è segnata.

Non illudiamoci, però, che ciò avvenga senza lacerazioni. I muri che dividono società, politica e valori non crollano mai senza lasciare ferite profonde e di lunga durata. Meglio prepararsi. Ci attendono tempi difficili.

Dimissioni, cresce il fronte del dissenso nel Pdl

il Retroscena

Dimissioni, cresce il fronte del dissenso nel Pdl

Ad oggi sono cinque i parlamentari azzurri che non hanno firmato la lettera di dimissioni e nel Pdl, adesso, c’è chi conti alla mano ipotizza anche che un eventuale Letta bis o – in linea generale – un’altra maggioranza potrebbe formarsi anche senza il loro appoggio. Gaetano Quagliariello e Carlo Giovanardi sono i “dissidenti” più pesanti ma, anche a livello dirigenziale, dissapori iniziano ad avvertirsi anche tra Renato Brunetta e Sandro Bondi.
L’ex ministro della Funzione Pubblica, che non spicca certo per una posizione ventre a terra nei confronti dell’esecutivo, parlando di fiducia al governo ha ribadito che non esiste alcun problema qualora si dovesse votarla. Anzi, facendo leva sulla strategia intrapresa dal Cavaliere, ha aggiunto anche il carico da novanta rivendicando “il grande senso di responsabilità del Pdl nel proseguire nell’azione di governo”. Ma a Brunetta fa eco uno dei coordinatori nazionali del partito. Bondi spinge per aprire la crisi di governo, sparando a zero contro una maggioranza che non c’è più. L’unica cosa certa, ad oggi, è che il redde rationem è dietro l’angolo e forse già martedì – giorno in cui Letta porrà la fiducia su un documento politico al Senato – potrebbero esserci ulteriori sviluppi.

E adesso il premier aspetta il passo indietro di Berlusconi

E adesso il premier aspetta il passo indietro di Berlusconi 

Letta convinto che le “colombe” Pdl alla fine non usciranno davvero dal partito. Nelle prossime ore si gioca l’ultima mediazione tra gli schieramenti che potrebbe riguardare un accordo sull’Iva

Enrico Letta è stanco si, ma anche molto più sereno di quanto si possa pensare. Tanto che persino sabato sera, mentre tanti lo descrivevano in preda allo sconforto più nero, a poche ore dalla decisione del Cavaliere di sfilargli i ministri azzurri da sotto il naso, il premier con la famiglia seguiva la partita del suo Milan in tv, pur senza abbandonare mai il telefonino con cui continuava a messaggiare compulsivamente con gli esponenti della sua corrente.
E adesso il premier aspetta il passo indietro di BerlusconiLa verità è che non ci sono patemi o angosce personali per questa deriva inaspettata del suo esecutivo e Letta ha deciso di affrontare il passaggio che si troverà di fronte mercoledì in Senato, quando chiederà una fiducia per arrivare almeno fino al 2015, con la tranquillità di chi ha scelto di guardare le cose in faccia per quello che sono. Per questo vuole  giocare tutta la partita in trasparenza, pubblicamente e in Aula, in modo che ognuno debba prendersi le proprie responsabilità di fronte al Paese. E per la stessa ragione, Letta ha messo uno stop a quanti, esponenti anche del suo stesso partito, tentavano di indurlo in queste ore ad accordi o trattative sottobanco, per facilitare il passaggio del voto di mercoledì, dove i numeri certamente restano un’ incognita. Perché in queste ore accade di tutto, come sempre nei passaggi parlamentari più critici, dove contano i numeri e dove anche il peone di turno acquista un valore specifico assai elevato.
Tanto che ieri, tra i lettiani, girava anche voce che un gruppo di trenta senatori, esponenti del Pdl, fosse disponibile a votare in ogni caso la fiducia al governo. Ma Letta è da subito stato chiaro su questo punto, “non si va avanti con gli Scilipoti di turno”, non basta solo il numero, serve anche la “qualità” del consenso che si otterrà in Parlamento. E di questo ha parlato anche con Napolitano, nel lungo incontro di ieri sera. Perché l’obiettivo dell’inquilino di Palazzo Chigi non è quello di sopravvivere con una fiducia traballante, per il voto di una manciata di transfuga che magari verrebbe meno dopo un mese alla prima, nuova fibrillazione.
No, il premier per andare avanti almeno un altro anno e mezzo, ha bisogno di un consenso che non sia così volatile e chiede dunque una base più solida e di garanzia sulla proposta di governo che porterà in Aula e che conterrà i provvedimenti per arrivare almeno fino al 2015. Quelli che spiegherà mercoledì, nel discorso “della vita” che sta scrivendo e che consentiranno -nelle sue intenzioni- all’Italia di intercettare quel vento di crescita che spira già su altri paesi. Perciò il capo del governo spera che nelle prossime 48 ore accada qualcosa di risolutivo nel fronte “alleato”. Ma in realtà, dalle parti di Palazzo Chigi, non sembrano credere più tanto alla speranza che la guerra interna al Pdl generi una vera e propria scissione. Infatti, sembra ormai tramontata l’idea che possa davvero crearsi un nuovo gruppo parlamentare di “colombe”, capeggiato dai ministri azzurri in uscita e rinforzato da altri esponenti pidiellini di seconda fascia. Un gruppo che esprima un sostegno stabile e strutturato al governo. Uno scenario che -appunto- sembra ormai fuori dal novero delle possibilità, perché la convinzione è che quei moderati, come Quagliariello o Lorenzin, che ieri avevano marcato la propria distanza dalla decisione del Cavaliere di farli dimettere, non usciranno dal partito, come sembrava in un primo momento.
Al contrario, in serata, gli uomini più vicini al premier si sono convinti che si tratti sopratutto di una  battaglia di posizionamento tutta interna al nuovo partito, un braccio di ferro giocato con falchi come Santanchè o Verdini, che però non porterà mai davvero gli ex ministri azzurri fuori dall’orbita berlusconiana.
Ecco perché la vera, inconfessabile speranza dei sostenitori del governo Letta è adesso che sia proprio Berlusconi, dopo aver spinto il piede sull’acceleratore, ad abbassare il livello della pressione e a cercare uno spazio di mediazione per uscire dal tunnel in cui si è ficcato. E questo filo di speranza sembra ancora esistere, perché il Cavaliere conosce bene i rischi della sua forzatura, soprattutto quelli finanziari per l’Italia, che potrebbero vedersi già oggi, con l’apertura di mercati di . Ma non solo, ad Arcore ci sarebbe piena consapevolezza di quanto gli italiani temano il “salto nel buio”, una fine drammatica della legislatura, con tutto quello che potrebbe conseguire in termini di conti economici e dunque un peggioramento della loro situazione. Ecco perché, Berlusconi potrebbe essere tentato dal cercare un varco di uscita dal cul de sac in cui sembra essersi infilato.
Per questo oggi potrebbe prendere corpo una trattativa tra sherpa delle diverse fazioni che cerchi di negoziare un accordo da giocarsi in Aula e da inserire tra i provvedimenti che presenterà il governo per chiedere la fiducia. E così, la vera chiave di volta potrebbe essere proprio una partita di giro sull’Iva, il casus belli strumentalmente scelto da Berlusconi per innescare la crisi. Perché, se il governo si impegnasse in qualche modo a frenare l’aumento dell’Iva, questo passaggio consentirebbe a Berlusconi di tornare sui suoi passi senza perdere la faccia, congelando al contempo le dimissioni dei suoi. La forma va ancora trovata certo, ma lo spazio di mediazione è tutto in quel campo e da li non può spostarsi. E mentre le dichiarazioni più politiche di tanti esponenti di Pd e Pdl, si affastelleranno per tutta la giornata, creando la necessaria cortina fumogena, gli ambasciatori dei due leader, e i tecnici della materia, si concentreranno invece su quel tema, nella speranza di tirare fuori una soluzione condivisa, sul fronte delle tasse che consenta a entrambe i contendenti di uscire non sconfitti da questo braccio di ferro. In caso contrario -ma solo da mercoledì- anche al Colle si apriranno altri scenari, che per ora -al di la delle ipotesi sui governi tecnici o di scopo guidati da ex ministri come Saccomanni o Cancellieri, o sulla data delle elezioni – sono tutti ancora da costruire. Perchè il Quirinale, prima di mettere altra carne al fuoco, anche nelle prossime ore sarà il vero crocevia per tentare il salvataggio del soldato Letta.

In piazza il 12 ottobre, perché non si può essere indifferenti

MASO NOTARIANNI – In piazza il 12 ottobre, perché non si può essere indifferenti

mnotarianniPerché si dev’essere a Roma il prossimo 12 ottobre? Per chiedere che – finalmente – la politica si impegni a realizzare la Costituzione italiana. Poi, se ci accorgeremo che qualcosa non funziona, allora e solo allora penseremo a cambiarla.
Per fare un po’ di chiarezza: perché abbiamo bisogno di sapere se questo è il Paese che dice di essere o se è il Paese che avrebbero voluto i teorici del fascismo: costruito sull’azzeramento di ogni conflitto (compreso quello di interessi non solo di Berlusconi) e sulla relazione tra corporazioni, che esclude dall’esercizio del potere dei lavoratori dipendenti.
Perché abbiamo il diritto e il dovere di sapere se lo Stato tutela l’interesse di quei circa duemila italiani che detengono ricchezze per 180 miliardi oppure se tutela l’interesse generale.
Perché vogliamo sapere se siano più importanti, per lo Stato italiano, i tremila miliardi in armi esportate oppure la pace e la vita umana.
Perché sarebbe giusto capire se per lo Stato valga più l’impunità e la ricchezza della famiglia Riva oppure il lavoro di migliaia di persone.
Perché dobbiamo capire se lo Stato debba tutelare gli interessi delle grandi multinazionali dell’acqua e dell’energia oppure i beni comuni degli abitanti di questo Paese: l’acqua, l’energia, il sapere, la conoscenza, persino le sue ricchezze storiche e culturali.
Non è più e non è solo una questione di destra o sinistra. E anche per questo lascia molto perplesso chi vede in questa mobilitazione “l’ennesima scialuppa di salvataggio per la disastrata sinistra radicale italiana”, come se – peraltro – si potessero incasellare i cinque promotori nella categoria della sinistra radicale.
Ma è vero, in Italia c’è un enorme buco nella rappresentanza politica. Stando alle pratiche degli ultimi 20 anni, non si direbbe che si siano date risposte “costituzionali” alle questioni dette prima.
Chi ha portato l’Italia in guerra? Chi ha contro-riformato la scuola e l’università? Chi ha cominciato a smantellare i diritti dei lavoratori minandone la forza contrattuale? Chi ha fatto sì che la sanità privata (quella che permette a gente già parecchio ricca di fare altri soldi sulla pelle di chi è malato estorcendo denaro in cambio di quelli che dovrebbero essere diritti) sia diventata un valore da difendere,
Chi ha difeso strenuamente banche e finanza invece di difendere i diritti dei cittadini? Chi sostiene la favola della crisi per difendere quella che è solo concentrazione mostruosa della ricchezza nelle mani di pochi, ovvero disuguaglianza sociale?
Non sono questioni di destra o sinistra: riguardano – appunto – il dettato costituzionale. E’ la Costituzione, paradosso molto italiano, a non avere rappresentanza politica.
La Costituzione non è cosa astratta, la sua applicazione o meno influisce direttamente sulla vita concreta delle persone, sull’occupazione, sul benessere. E’ stata pensata e scritta come una mappa da seguire per trovare un tesoro: la possibilità, per tutti, di essere felici nella propria vita.
Chi non verrà a Roma, chi non aderirà o non sosterrà la mobilitazione del 12 e il percorso che dal giorno dopo prenderà il via, starà “dall’altra parte”, sarà il nemico di quella che è dai più importanti costituzionalisti del mondo giudicata tra le più belle Carte che siano mai state scritte. L’indifferenza è una scelta: la scelta di stracciare la carta costituzionale, di lasciare che venga stracciata.
Chi ci andrà, chi aderirà, chi sosterrà la mobilitazione del 12 si assumerà una responsabilità altrettanto grande: dovrà ricominciare a praticare quei principi e quei valori. Ogni giorno, in ogni gesto, in ogni scelta. A difenderli strenuamente. A non accettare più compromessi. A non cedere più nulla sul terreno dei principi sacrosanti di uguaglianza fratellanza e libertà.
Maso Notarianni
da MicroMega 

Larghe intese, larghi affari

da MicroMega

Larghe intese, larghi affari



Nell'inchiesta sulla Tav spuntano "amici" di D'Alema, Dell'Utri, Alfano e Finocchiaro. Uniti per spartirsi tutto

di Lirio Abbate, da L'Espresso
Il Commissario Ingravallo ("Quer pasticciaccio brutto de via Merulana") «diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo». E questo intreccio romanissimo che tanto colpì Carlo Emilio Gadda sembra essere diventata adesso la formula dominante dei pasticciacci contemporanei. Negli ambienti giudiziari la chiamano «larga intesa degli affari» e accomuna, di fatto, esponenti politici di destra e di sinistra. Tutti insieme appassionatamente, in un gioco abilissimo e sotterraneo di nomi e prestanome: si palesano solo i volti di professionisti e tecnici, ma le loro ombre celano segretari di partito, ministri, presidenti di gruppi parlamentari, capi correnti, deputati e senatori. I pupari. E le marionette. Per muovere affari di milioni, velocizzare pratiche di appalti pubblici, approvare decreti per favorire imprese amiche, cambiare componenti di commissioni di vigilanza e authority. Di fatto, svuotare le istituzioni e piegare le regole democratiche in uno spoil system che genera un sistema viziato. In pubblico c'è lo scontro politico o la lite dei talk show; dietro le quinte invece c'è un magma rovente che fonde gli appetiti meno nobili. Una suburra in cui tutti si scambiano favori e dialogano per concretizzare interessi senza badare a casacche e stemmi di partito.

AMICO DI LORENZETTI E FINOCCHIARO

L'inchiesta giudiziaria di Firenze sui lavori della Tav in cui è stata arrestata Maria Rita Lorenzetti, esponente del Pd, presidente di Italferr ed ex governatore dell'Umbria, ha fatto emergere la larga intesa degli affari. Prima ancora che nascesse l'esecutivo di Enrico Letta, lungo l'Alta velocità andava già in scena una "grosse koalition" tessuta da personaggi che si presentano uomini di fiducia e consulenti di esponenti politici. Amici di Massimo D'Alema e Marcello Dell'Utri, Anna Finocchiaro e Angelino Alfano: pedine che garantivano il dialogo e le spartizioni tra ex fascisti ed ex comunisti.
Al centro di questo giro c'è un geologo siciliano del Pd, Walter Bellomo, arrestato dai carabinieri del Ros di Firenze: in passato ha fatto parte del Pci, e nel 1996 è stato segretario del Pds a Palermo. Come componente della commissione Valutazione impatto ambientale del ministero dell'Ambiente, fondamentale per varare qualunque opera, oggi ha la qualifica di pubblico ufficiale. Ma per gli inquirenti il suo ruolo era strategico: facilitatore di appalti. I pm scrivono che «ha tenuto una condotta assolutamente spregiudicata, svendendo la propria funzione non in maniera occasionale ma permanente, mettendosi a disposizione del gruppo criminale (di cui faceva parte anche Lorenzetti, ndr) condividendone gli obiettivi futuri».
Per gli esponenti del Pd, fra cui l'ex governatrice umbra, quelle di Bellomo sono azioni «meritevoli di riconoscimenti» e per questo viene presentato alla senatrice Anna Finocchiaro con la quale avvia un dialogo spesso mediato dal di lei consigliere politico Paolo Quinto. L'ex capogruppo del Pd al Senato negli ultimi due anni si è mossa spesso per favorire Bellomo: intercedendo con l'allora ministro Corrado Clini perché lo riconfermasse nella commissione Via, o tentando anche un pressing sul governatore siciliano appena eletto, Rosario Crocetta, suggerendolo come assessore.

"COMPARE" DI ANGELINO ALFANO

Dalle carte degli inquirenti emergono dettagli interessanti. Si comprende che Bellomo ha mire politiche e pensa, in base alle promesse e ai complimenti che riceve dall'ambiente del Pd, di poter aspirare a un'importante carica istituzionale. Dopo le ultime elezioni ne parla con l'ingegner Mauro Patti, altro componente della commissione Via, amico e testimone di nozze del ministro dell'Interno Angelino Alfano. Bellomo e Patti, come annotano gli inquirenti, «sembra che abbiano affari in comune relativi a coinvolgimenti in progetti oggetto di valutazione della stessa Via di cui fanno parte». Il Ros intercetta la loro conversazione: è dicembre 2012 e i due prima scherzano sull'esito delle primarie del Pd e poi Mauro Patti si sbilancia, ritiene molto probabile che Bellomo possa essere chiamato a ricoprire l'incarico di sottosegretario: «È capace che tu vai a fare il sottosegretario , compà! all'Ambiente». Bellomo si compiace e non esclude l'ipotesi: «Tutte le porte sono aperte, diciamo che la Finocchiaro è questo che vorrebbe che io facessi… però non è che lei ha solo me, c'è tutta una squadra da mettere in campo». Alla fine viene escluso.

L'amico di Finocchiaro e il compare di Alfano puntano la loro conversazione sugli affari e passano a parlare della progettazione affidata allo studio King e Roselli di Roma, per la realizzazione di un villaggio turistico Club Med su un'area di 160 mila metri quadrati a Cefalù. Bellomo e Patti, come emerge dalle intercettazioni, hanno rapporti «molto stretti e cordiali» anche se arrivano da due aree politiche diverse: i due professionisti siciliani nel periodo in cui Alfano è stato ministro della Giustizia hanno ricevuto incarichi dall'ufficio del commissario delegato sul piano carceri. Patti è nominato per svolgere l'attività di soggetto attuatore tecnico, per un compenso lordo annuo di centomila euro; Bellomo è stato scelto per gli studi geologici del nuovo padiglione della casa Circondariale di Siracusa, per un compenso complessivo di quasi 19 mila euro.

GIANNI LETTA FOREVER

L'esponente del Pd Lorenzetti, intercettata, rivela incosapevolmente che durante il governo Monti alcune nomine istituzionali venivano decise ancora da Gianni Letta, l'ex sottosegretario di Berlusconi. Ne parla con il consigliere politico della senatrice Finocchiaro il quale non appare scandalizzato. I due trattano la questione della nomina dei componenti dell'Authority sui trasporti che non riesce a passare al Consiglio dei ministri. Lorenzetti si è auto-candidata e afferma al telefono di aver saputo da Enrico Letta che la situazione di stallo si è creata in quanto lo zio Gianni «non recede per quanto riguarda la candidatura di De Lise». L'ex sottosegretario appoggiava l'allora presidente del Consiglio di Stato Pasquale de Lise. Lorenzetti dice al consigliere della Finocchiaro: «Secondo me devono acchiappare qualcuno del Pdl. Se la linea è quella che diceva Anna (Finocchiaro ndr) che Letta le ha detto, bisogna che chiappino questi del Pdl, ma in particolare Gianni Letta. Me lo diceva ieri durante una telefonata imbarazzata Enrico Letta. Da parte sua ovviamente l'imbarazzo, che suo zio, Gianni Letta, non vuole sentire ragioni a mollare De Lise».

TRA L'AMICO DI D'ALEMA E DELL'UTRI

Walter Bellomo lo scorso gennaio è intenzionato a giocarsi tutto pur di trovare un posto in lista per le elezioni nazionali. In Sicilia il Pd ha eliminato dalle candidature per una questione etica Wladimiro Crisafulli - che Bellomo conosce bene e al quale aveva inviato diversi sms nei mesi precedenti quando voleva andare a fare l'assessore di Crocetta - e Antonio Papania. Il geologo pensa che con tutti i favori politici che ha fatto è la volta buona per approdare in Parlamento, e per questo sceglie una strada diversa. Punta su un referente nuovo che prima non era emerso e con il quale sembra avere un rapporto attraverso un collega della commissione del ministero dell'Ambiente, Giuseppe Chiriatti. L'uomo da contattare è Roberto De Santis, un imprenditore considerato molto vicino a Massimo D'Alema. Chiriatti assicura il suo interessamento per procurare il contatto con De Santis: «Faccio io».

Dopo un paio di ore è tutto fatto. L'amico di D'Alema è disponibile a incontrare Bellomo. Gli inquirenti sottolineano che dalle intercettazioni «emerge l'esistenza tra i due di un rapporto di confidenzialità se non di amicizia». De Santis non è un politico, ma avrebbe potuto introdurre Bellomo a D'Alema. E a proposito di grandi alleanze, occorre ricordare che nel consiglio di amministrazione della società svizzera Avelar che commercializza metano Roberto De Santis sedeva accanto a Massimo De Caro, che le cronache giudiziarie indicano molto vicino a Marcello Dell'Utri.

COME I NAZI-MAOISTI

Per costringere Sergio Santoro a lasciare la poltrona di presidente dell'Authority sugli appalti perché considerato finiano, politici di destra e sinistra stringono un accordo. Lo fanno lo scorso novembre a Roma. Il Ros intercetta la Lorenzetti, con due componenti dell'autorità di vigilanza Piero Calandra, vicino al Pd, e Alessandro Coletta, area di destra. L'occasione è l'incontro per festeggiare la nomina di Lorenza Ponzone a direttore dell'Authority ed è qui che Calandra segnala alla Lorenzetti la sua "aspirazione" a diventare presidente, pianificando l'attività «per indurre l'attuale presidente Santoro a lasciare l'incarico ovvero a "smammare"». Il piano viene messo in pratica coinvolgendo i consiglieri del Pd e gli "storaciani" che fanno capo a Storace. Calandra dice: «Con lo storaciano abbiamo commissariato il presidente, noi due estremi. Eh, be', come i nazi-maoisti, ti ricordi, praticamente cerchiamo di fare il grosso del lavoro noi insomma, lo storaciano è quello che si è candidato a succedere a marzo 2014, quindi gradisce moltissimo con me stare in coppia».

NO, I TAGLI NON LI VOGLIAMO

Lorenzetti & C. vanno in fibrillazione nel luglio 2012 perché si ventila il taglio dei posti dei cda nelle società parastatali. È una persona molto vicina a Renato Schifani (all'epoca presidente del Senato) ad avvertire la presidente di Italferr della manovra del governo. Lorenzetti sembra nel panico e chiama subito il consigliere politico della senatrice Finocchiaro al quale espone "il pericolo" a cui vanno incontro: il taglio di manager nella pubblica amministrazione. Il consigliere della Finocchiaro tenta di consolare Lorenzetti: «Ho parlato con Anna e ho due novità: uno che si interesserà personalmente con Schifani per sapere se questa cosa è vera però lei non ne sa nulla. Sicuramente nel partito non c'è stata nessuna discussione e quindi non è una linea del partito. È una linea del governo Monti, di Bondi, il superconsulente di taglio delle spese degli enti pubblici. Il partito non ha fatto assolutamente nulla. Assolutamente non è niente di certo».

In alto i calici! Berlusconi è un Caimano / Delinquente / Mackiemesser / Eversore, ora lo dicono tutti. Traiamone le conseguenze Bookmark and Share

In alto i calici! Berlusconi è un Caimano / Delinquente / Mackiemesser / Eversore, ora lo dicono tutti. Traiamone le conseguenze



di Paolo Flores d’Arcais
Che il comportamento di Berlusconi e dei suoi dipendenti configuri eversione del nostro ordinamento costituzionale viene ormai proclamato ad alta voce anche da coloro che, in campo politico e giornalistico, hanno sistematicamente trattato MicroMega e il suo direttore da estremisti dell’antipolitica proprio perché dicevano la stessa cosa, e ne traevano le logiche conseguenze: se Berlusconi è un Mackie Messer della politica, se è un Delinquente ormai addirittura patentato da una condanna definitiva, se è un eversore che tenta in permanenza un golpe bianco che gli garantisca impunità tombale, che senso ha intrecciare con lui e i suoi dipendenti il più soft degli inciuci, la più light delle intese, larghe o strette che siano, soprattutto se in una situazione di emergenza, che esige il massimo di lealtà repubblicana da parte di tutti i contraenti, e quando ci sarebbe stata una maggioranza per eleggere Rodotà Presidente della Repubblica (bastava che il Pd, del cui antecedente Rodotà è stato proprio Presidente, avesse sommato i propri voto a quelli del M5S), con successive “praterie” per un governo Zagrebelsky o Settis?

Però non faremo polemiche, neppure all’acqua di rose: non siamo credenti ma ricordiamo troppo bene la parabola del figliol prodigo, e dunque ci rallegreremo e basta – festa grande, vitello grasso e in alto i calici – di questa unanime resipiscenza che sta felicemente saturando l’intero orizzonte del centro-sinistra. Con la speranza che non sia prodromo di altre sviste e successive resipiscenze, per quanto riguarda la crisi di governo che il Caimano/Delinquente/Mackiemesser/Eversore – come tutti ormai lo etichettiamo – ha aperto per sfuggire alla galera o alla latitanza.

(En passant: è implicito nella ormai unanime definizione di Berlusconi Caima-no/Delinquente/Mackiemesser/Eversore che qualsiasi salvacondotto, comunque mascherato – dal traccheggiare nella decadenza da senatore alle amnistie e indulti – sarebbe vulnus sanguinosissimo all’ordinamento liberaldemocratico e offesa altrettanto sanguinosissima contro tutti i cittadini onesti).

Un governo è indispensabile perché al voto si deve andare (al più presto), senza Porcellum e avendo approvata la legge di stabilità, o manovra o finanziaria che sia. Per questo governo provvisorio sono possibili due soluzioni (lo andiamo dicendo da quando è nato il Letta-Alfano, perché era evidente come fosse contro natura e che il Caimano/Delinquente/Mackiemesser/Eversore lo avrebbe fatto cadere il giorno stesso in cui i suoi guai giudiziari fossero venuti al pettine): o una maggioranza Pd con Scelta civica e transfughi Pdl, o un governo Rodotà, Zagrebelsky, Settis ecc.

Nel primo caso la sua solidità (o il suo carattere di governicchio) dipenderà dal numero dei transfughi, che è a sua volta funzione del carattere più o meno definitivo e catastrofico del tracollo di Berlusconi. Se viene dichiarato decaduto da senatore a tambur battente, approssimando quella immediatezza (fin qui disattesa) che la legge Severino impone, i Quagliariello e Lupi potrebbero diventare valanga, perché il Cavaliere assai probabilmente sceglierebbe la latitanza, vista la paura, che manifesta come certezza, di mandati di cattura in arrivo (lui sa quanti articoli del codice ha violato e quante volte). La solidità di un Letta bis dipenderà dunque – paradossi della storia – dal tasso di giustizialismo (cioè di “legge eguale per tutti”) che animerà le prossime settimane.

Per realizzare il secondo basterà invece che Pd e M5S, restando abissalmente lontani e magari in continua polemica, propongano entrambi un governo con le personalità di più adamantina caratura repubblicana e di più ineccepibile levatura professionale, estranee alle cabale e agli intrighi della politica politicosa e partitocratica che tanto disgusta ormai la quasi totalità dell’opinione pubblica, intesa come cittadini in carne e ossa.

Quale delle due soluzioni sia la migliore per la “serva Italia” lo capisce anche un bambino e lo sanno anche i sassi. Ma ben venga (“ben” è un modo di dire) anche il meno peggio, con tutti i suoi miasmi, se solo questo il Pd è in grado di volere, purché implichi per Berlusconi l’uscita definitiva dalla scena pubblica, senza speranza alcuna di farvi più neppure capolino.

Non si dimentichi che una manovra finanziaria improntata all’equità (possiamo esser certi che il vocabolo verrà strombazzato comunque urbietorbi) potrebbe avvalersi del 25% dei famosi capitali scudati (rientrati praticamente a tassazione gratuita) e del pagamento dell’Imu da parte della Chiesa, con il che saremmo già a 30 miliardi! Si aggiunga quanto dovrebbero i biscazzieri delle slot machine, e magari la confisca dei conti all’estero che non venissero immediatamente denunciati, e non sarebbe necessaria nessuna manovra “lacrime e sangue” perché saremmo anzi al “grasso che cola” (ma l’elenco delle misure di equità potrebbe facilmente continuare).

Quanto alla legge elettorale, c’è la possibilità del proporzionale nella versione quasi tedesca ventilata dal M5S, o l’uninominale a due turni come per i sindaci (ballottaggio tra i due più votati), dipende se si vuole privilegiare il peso del cittadino nello scegliere i rappresentanti (che daranno vita al governo secondo alchimie post-suffragium) o nello scegliere il governo e la sua maggioranza. Un governo di alto profilo con i Rodotà, Zagrebelsky, Settis, ecc. avrebbe l’autorità morale per uscire comunque dallo stallo suino del Porcellum.

Insomma, ora che siamo tutti d’accordo che un ventennio è trascorso sotto l’egemonia (anche quando non era al governo) di un Caimano/Delinquente/Mackiemesser/Eversore, si può voltare davvero pagina e aprire un libro nuovo, che abbia come titolo realizzare la Costituzione e i valori di giustizia e libertà che la permeano (tranne l’articolo 7, a dire il vero). Basterà essere logicamente coerenti con quanto finalmente si è ammesso.

Noi di MicroMega (e tanti altri, cioè pochi altri) che la coerenza logico-politica l’abbiamo sempre praticata anche quando faceva scattare la polemica d’ordinanza contro l’estremismo-giustizialismo-girotondismo non pretendiamo autocritiche e meno che mai medagliette. Continueremo a fare i portatori d’acqua per “realizzare la Costituzione”, sperando che la coerenza logico-politica sia a partire da oggi la bussola del ravvedimento operoso di quanti hanno finalmente riconosciuto la natura caimandelinquenzialmackiemesserianeversiva di Berlusconi e del berlusconismo, la cui egemonia è durata vent’anni solo grazie alla corrività dell’inciucio e altre intese.

Twitter: Flores_dArcaisP

Il 10 ottobre sarà in libreria con l’editore Laterza il nuovo libro di Paolo Flores d’Arcais, “La democrazia ha bisogno di Dio. Falso!
da MicroMega

IL BANANA SBUCCIATO HA SPARATO L'UNICO COLPO IN CANNA, MA IL RINCULO STA FACENDO ESPLODERE LA TESTA DEL SUO PARTITO E (FORSE) NON PORTA ALLE ELEZIONI ANTICIPATE

da Dagospia

1. IL BANANA SBUCCIATO HA SPARATO L'UNICO COLPO IN CANNA, MA IL RINCULO STA FACENDO ESPLODERE LA TESTA DEL SUO PARTITO E (FORSE) NON PORTA ALLE ELEZIONI ANTICIPATE - 2. VICEMINISTRI E SOTTOSEGRETARI DEL PDL NON SI DIMETTONO. LUPI, I CIELLINI E FORSE IL “DIVERSAMENTE BERLUSCONIANO” ALFANO PREPARANO LA SEZIONE ITALIANA DEL PPE - 3. MA ALFANO RIUSCIRÀ A FARE COME LA MERKEL CHE "UCCISE" IL SUO PADRE POLITICO KOHL? OPPURE RESTERÀ IN BALIA DEI CATA-FALCHI CHE LO TRATTANO GIA' DA TRADITORE? - 4. MARTEDÌ LETTA, ANCORA PIÙ NIPOTE (LO ZIO GIANNI E' SEMPRE IL RIFERIMENTO ANCHE DELLE COLOMBE CHE LO APPOGGERANNO) CERCHERA' LA MAGGIORANZA AL SENATO MA NONOSTANTE LO SFALDAMENTO DEL CENTRO DESTRA I GIOCHI NON SONO ANCORA FATTI. 5. GHEDINI E' DIVENTATO FALCO PERCHÉ ANCHE PER LUI SONO IN ARRIVO GUAI GIUDIZIARI? -

DAGOREPORT
Berlusconi Silvio aveva un solo colpo in canna. Lo ha sparato, non ha colpito l'obiettivo e il rinculo si sta trasformando in queste ore in un vero e proprio terremoto nel suo partito, o in quel che resta di esso.
BERLUSCONI VERDINI ALFANO INAUGURAZIONE SEDE FORZA ITALIA FOTO LAPRESSBERLUSCONI VERDINI ALFANO INAUGURAZIONE SEDE FORZA ITALIA FOTO LAPRESS Se anche persone come Cicchitto Fabrizio, Lorenzin Beatrice e Quagliariello Gaetano hanno sentito il bisogno stamane di dire che non entreranno mai nella nuova Forza Italia, che è' ormai un partito di "estrema destra" in mano a degli irresponsabili, vuol dire che lo tsunami nel centro destra e' in corsa e nelle prossime ore le sorprese, anche clamorose, non mancheranno.
BERLUSCONI BY VINCINOBERLUSCONI BY VINCINO Quindi, martedì anche al Senato Letta Enrico, ufficialmente meno nipote di prima ma nei fatti magari di piu' perché molti parlamentari amici dello zio Gianni potrebbero votarlo, cerchera' una nuova maggioranza e provera' ad andare avanti perché così vogliono tutti: Quirinale, imprese, banche e giornali (De Bortoli Flebuccio che stamattina aveva disertato lasciando l'editoriale a Battista Pierluigi ha esternato con un video sul sito del Corriere) schierati come un sol uomo. Con l'ovvio contorno delle nuove tasse necessarie ad impedire il commissariamento della troika europea, come in Grecia.
berlusconi alfanoberlusconi alfano E poco importa che anche Draghi Mario, dopo quanto rivelato dal nostro umile sito sulle intenzioni della Merkel, ha confermato (in una frase riportata da Milano Finanza) che andare a votare non creerebbe problemi all'Italia sui mercati finanziari.
berlusconi inaugura la sede di forza italia con verdini brunetta santanche crimi alfano bondi lupi 
berlusconi inaugura la sede di forza italia con verdini brunetta santanche crimi alfano bondi lupi Del resto il Grande Condannato quando ha deciso la resa dei conti con il Colle, il governo e le sue colombe, contro il parere di Letta Gianni e Confalonieri Fedele, ha messo in conto che difficilmente si sarebbe votato il 24 di novembre sia perché non glielo avrebbero concesso sia perché gli stessi sondaggi (nonostante molta gente alla fine approvi il fatto che, agendo "di pancia" come in realtà ha sempre fatto ha rotto il gioco di chi voleva che assistesse inerte alla sua cancellazione dalla scena politica per via giudiziaria) non sono favorevoli alla nuova Forza Italia.
merkel e kohlmerkel e kohl Di qui a martedì e' dunque fondamentale quello che succede nell'area Pdl/Forza Italia. Ad un bivio fondamentale per il suo futuro si trova Alfano Angelino che, ancora per poche ore, ha la possibilità di affrancarsi come un leader credibile dei moderati se farà sentire pubblicamente il suo dissenso, con trasparenza e coraggio, facendolo uscire dalle segrete stanze e dalle conversazioni riservate.
monti casinimonti casini Se può essergli utile gli ricordiamo che Merkel Angela da oscura militante dell'Est tedesco dopo essere diventata ministro del governo Kohl con grande trasparenza ma anche con grande coraggio abbandonò in nome della "ragion di stato" il proprio mentore, ed e' diventata Kaiser Merkel: all'epoca sconosciuta, oggi uno dei leader più rispettati del mondo.
Sappiamo che e' in corso una iniziativa politica che potrebbe far nascere rapidamente in Italia una sezione del Partito Popolare europeo: vi confluirebbero Monti e Casini ma anche l'ala ciellina di Forza Italia con Lupi Maurizio che si ricongiungerebbe al sinora montiano Mauro Mario.
brlscnrgf03 berlusconi doriana antoniozzi beatrice lorenzin berlusconi doriana antoniozzi beatrice lorenzin Che anche Alfano sia in movimento verso questa iniziativa o altre simili lo si evince dal fatto che i due senatori siciliani espressione del movimento di Micciche' Gianfranco oggi si sono staccati dall'ex vicepremier e ministro dell'Interno per dichiararsi fedeli soltanto al leader maximo Berlusconi. Un riposizionamento che molto dice sulle intenzioni di Alfano: il punto e' vedere se stavolta riesce a fare sul serio staccandosi dal suo padre politico, ma è chiaro che si tratta dell'ultima chance, tanto nel partito o partitino dei falchi chance non ne ha.
NICOLO GHEDINI E IL PM DE PASQUALENICOLO GHEDINI E IL PM DE PASQUALE Berlusconi Silvio ha sparato l'unico colpo a sua disposizione e ora, nudo e disarmato, si appresta a fare il capo dell'opposizione in cattività, non rincorre chi se ne va poiché nulla può offrire, ne cariche ne' bonifici, dirà per i prossimi mesi che ha salvato l'Italia dalle tasse ma dovrà acconciarsi ai servizi sociali sperando, una volta che alle elezioni si dovesse arrivare anche perché la Germania non ne può più dei governini italiani, nell'ennesimo colpo di reni elettorale o nello status di capo di un partito di opposizione che, secondo i suoi consiglieri, che dovrebbe tutelarlo meglio rispetto ad un eventuale arresto di quanto sinora sia successo con lo status di socio della maggioranza di governo.
Ps. Ma e' vero che Ghedini Niccolò negli ultimi tempi e' diventato falco non soltanto per farsi perdonare il fatto di non aver capito che la legge Severino era retroattiva ma anche e soprattutto perché per lui sarebbero, e diciamo sarebbero, in arrivo guai giudiziari?