giovedì 31 ottobre 2013

NAS e servizi segreti italiani




Intercettazioni NAS - Marco Minniti:"sono certo dell' onestà dei nostri servizi segreti".
È pronto a mettere non una ma due mani nel fuoco...sì quelle di Letta e Alfano!

Caso escort, pm Roma: “Non ci fu estorsione a Berlusconi”

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Caso escort, pm Roma: “Non ci fu estorsione a Berlusconi”

La procura di Roma ha chiesto l’archiviazione delle 

posizioni dell’imprenditore barese Giampaolo Tarantini 

e dell'ex direttore de L'Avanti Valter Lavitola. La 

Procura di Bari invece ha fatto slittare la richiesta 

di rinvio a giudizio per fare ulteriori accertamenti. 

I pm pugliesi procedono per falsa testimonianza

Valter LavitolaNon ci fu estorsione dietro la consegna di 500 mila euro fatta da Silvio Berlusconi a
Giampaolo Tarantini nel periodo marzo-luglio 2011. Lo ha stabilito la procura di Roma
che ha chiesto l’archiviazione delle posizioni dell’imprenditore barese e di Valter 
Lavitola.
L’ex presidente del Consiglio era stato sentito lo scorso maggio. In una memoria il
leader del Pdl aveva ribadito la propria tesi difensiva: nessuna estorsione, ma un
finanziamento spontaneo a “un amico in difficoltà”. Il Cavaliere, ascoltato nella veste
di testimone indagato in procedimento connesso a Bari, era stato interrogato per circa
tre ore dal procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, dal procuratore
aggiunto Francesco Caporale e dal pm Simona Marazza. 
Lo stesso Tarantini ha sempre sostenuto che quel denaro era stato a lui destinato per
 riprendere la sua attività. Il sospetto degli inquirenti romani era che dietro quel regalo,
risalente al periodo marzo-luglio del 2011, in realtà ci fosse un ricatto nei confronti di
Berlusconi. Per questo episodio procede anche la Procura di Bari ma con riferimento
 all’ipotesi che i 500 mila euro fossero destinati all’imprenditore che portava escort a
Palazzo Grazioli per indurlo a rendere una falsa testimonianza.
 I pm pugliesi hanno fatto slittare la richiesta di rinvio a giudizio perché hanno delegato
nuovi accertamenti ai Carabinieri come richiesto dalla difesa di Lavitola. Le nuove
 indagini si concentreranno su tre telefonate. Nell’interrogatorio reso agli inquirenti baresi,
il 4 giugno 2012, Lavitola ha prodotto i tabulati telefonici della sua utenza argentina
risalenti al 17 luglio 2011. Dai tabulati risulterebbero tre telefonate consecutive fatte alle
16.33, 16.37, 16.38 (rispettivamente 21.33, 21.37, 21.38 ora italiana) dal suo telefono
argentino alla residenza di Arcore. Telefonate della durata di 2 minuti, 1 minuto e 9 minuti. Nell’ultima Lavitola – stando a quanto lui stesso ha dichiarato – avrebbe parlato con
Berlusconi del ‘prestito’ da 500mila euro in favore di Tarantini. Telefonate delle quali
 – secondo la procura di Bari – “la polizia di Napoli che stava intercettando non
trova traccia”.

Napolitano a Corte d’assise di Palermo: “Pronto a dare contributo alla verità”


Il Fatto Quotidiano > Giustizia & impunità

Napolitano a Corte d’assise di Palermo: “Pronto a dare contributo alla verità”

Lettera del Quirinale ai giudici siciliani in cui il Capo 

dello Stato annuncia la sua disponibilità. Ma aggiunge: 

"Il Presidente ha nello stesso tempo esposto alla Corte 

i limiti delle sue reali conoscenze in relazione al capitolo 

di prova testimoniale ammesso"

Napolitano a Corte d’assise di Palermo: “Pronto a dare contributo alla verità”“Lieto di dare un utile contributo all’accertamento della verità processuale“. Il presidente
 della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato una lettera al Presidente della Corte 
d’Assise di Palermo “con la quale ha sottolineato che sarebbe ben lieto di dare, ove ne
 fosse in grado, un utile contributo all’accertamento della verità processuale,
indipendentemente dalle riserve sulla costituzionalità dell’art. 205, comma 1, del codice
di procedura penale espresse dai suoi predecessori”. A riferirlo è una nota del Quirinale
che aggiunge: “Il Presidente ha nello stesso tempo esposto alla Corte i limiti delle
sue reali conoscenze in relazione al capitolo di prova testimoniale ammesso”.
Nei giorni scorsi a Napolitano era arrivata la richiesta di deporre come testimone al
processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e le istituzioni. A deciderlo è stato il
presidente della Corte d’Assise Alfredo Montaltoche ha quindi accolto le richieste 
dell’accusa rappresentata in aula dal pm Nino Di Matteo. La corte d’Assise
dovrà traslocare al Quirinale per chiedere a Napolitano cosa intendesse dire il suo 
(ora defunto) consigliere Loris D’Ambrosio quando in nella lettera del 18 giugno 2012,
rivelava al capo dello Stato il timore di “essere stato considerato solo un ingenuo e utile
scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. Solo su questi argomenti,
solo a queste domande il testimone sarà obbligato a dire la verità. Anche perché come è noto
 il Quirinale ha ottenuto la distruzione delle telefonate con l’ex inquilino di
Palazzo Madama,Nicola Mancino, imputato nel processo per falsa testimonianza.
Conseguenza della sentenza della Consulta per cui il presidente della Repubblica non è mai intercettabile.

Per Letta non ci sarà nessuna crisi, ma chiede ad Alfano di preparare le truppe subito

Per Letta non ci sarà nessuna crisi, ma chiede ad Alfano di preparare le truppe subito

Il Colle e l'Europa restano i principali alleati del governo e se Berlusconi andrà davvero all’opposizione, la rottura con le colombe sarà inevitabile. Ma la vera paura di Palazzo Chigi è la guerriglia sulla legge di stabilità in Parlamento

La convinzione di Enrico Letta è tutta qui: “Il governo andrà avanti in ogni caso”. Il premier non teme le ripercussioni della scelta del voto palese operata ieri dalla giunta e non si tratta solo di ostentare una sicurezza che non c’è. La convinzione è profonda e si basa sulla consapevolezza che, in ogni caso, non si sarebbe potuto fare diversamente, perchè il tema della decadenza era destinato, presto o tardi, ad esplodere. Certo, dalle parti di Palazzo Chigi  - rigorosamente a mezzabocca- tutti più o meno riconoscono che quella di ieri  è una forzatura che nella forma grida al cielo, punto e basta. Ma altrettanto vero è che c’è un aspetto consolatorio che viene propalato così dai lettiani in Transatlantico, “poteva andare peggio, col voto segreto avremmo rischiato brutti scherzi e i nostri elettori ci avrebbero inseguito con i forconi. Enrico avrebbe rischiato molto di più in quel caso”. Ma soprattutto il lato positivo, se c’è un lato positivo nella tempesta che sta per arrivare, è che Enrico potrà adesso fare chiarezza -una volta per tutte- sul futuro di Alfano e delle colombe di cui continua a fidarsi ciecamente. Il premier lo ha fatto capire ad Angelino in modo molto chiaro “ se Berlusconi romperà, non ci sono più subordinate al nuovo gruppo” perché non c’è più tempo per le mediazioni e i margini per ulteriori trattative con il voto di ieri si sono azzerati. Letta avrà presto bisogno di sapere se potrà contare su un nuovo gruppo parlamentare di moderati compatto e solido, per questo fa pressing perché il tempo della scelta definitiva delle colombe sia adesso, non domani. Se scissione dovrà essere insomma, va portata fino in fondo presto perché è chiaro che Berlusconi, nell’impossibilità di far cadere il governo e di preparare in fretta e furia le elezioni, sta valutando anche l’ipotesi più disperata, quella di costruire un fortilizio per l’opposizione contro questo esecutivo e dunque quello sarà il vero discrimine fra le anime “anti” e “pro” governative del Pdl. Inoltre, da ieri in poi, è chiaro che tutti i ministri azzurri sono rientrati nel mirino dei falchi e Berlusconi userà la scelta del voto palese sopratutto contro di loro, come la più evidente prova del tradimento consumato da chi sceglie di restare al governo alleato dei sicari del loro stesso leader.
Dunque, in questo scenario è chiaro che la data dell’8 dicembre, quando si riunirà il Consiglio nazionale del Pdl, sia ritenuta a Palazzo Chigi  “sideralmente lontana” dalle necessità si sicurezza dell’esecutivo. Ma la paura di Letta non è quella di vedere il governo franare per le conseguenze dell’avvenuta espulsione dal Senato del cavaliere o per qualche agguato ben orchestrato sulla manovra. Tutt’altro, il premier è convinto che questi scogli saranno superati più o meno in salute dal suo esecutivo e si sente al sicuro con Alfano e il piccolo gruppo di senatori (in realtà già superiore a trenta) che lo ha convinto che i numeri di una maggioranza ancora ci sono e che non spariranno per le rappresaglie decise da Berlusconi. Anche perché bisogna rilevare che -di fatto- gli alleati di Letta sono rimasti gli stessi del voto del 2 ottobre. Ovvero Giorgio Napolitano che fino a quando gli sarà possibile, eviterà di consegnare nuovamente il Paese alle urne, le cancellerie europee che continuano a chiedere stabilità all’Italia e soprattutto gli stessi ministri del Pdl, che nonostante qualche voce contraria (come quella che dipinge il ministro dell’Agricoltura come “l’anello debole” del gruppo) continuano a giurare al premier che non romperanno il fronte con Alfano e conseguentemente escludono ogni possibilità di dimissioni. Ecco perché -a dirla proprio tutta- una caduta del governo a dicembre appare ancora complicata agli occhi del premier.
Ma Letta e i suoi collaboratori più fidati hanno invece un timore diverso, che non guarda tanto il voto sulla decadenza in se, quanto quello che potrebbe accadere come rappresaglia sulla legge di stabilità. Una guerriglia che potrebbe creare ben più danni al Paese di una uscita dalla maggioranza di governo dei berlusconiani più ortodossi. Al governo su questo tema c’è vera preoccupazione, perchè tutti hanno già capito che, come ripercussione, i falchi del Pdl scateneranno una guerra lampo sulla manovra e che Brunetta metterà in campo gli obici pesanti per martellare il governo in Parlamento. E il rischio di nuove fibrillazioni di fronte all’Europa e dei soliti attacchi speculativi dei mercati è qualcosa che l’Italia -secondo il premier- semplicemente non è in grado di potersi permettere proprio adesso. Ma non è affatto  vero che non ci saranno in ogni caso concessioni ulteriori alle richieste anche più dure del Pdl. Il governo è disposto a dare ancora ampi margini di manovra per le necessità di modifica del testo espresse dai gruppi in Parlamento, quello che però Palazzo Chigi vuole evitare è di perdere la “barra” nella discussione parlamentare sulla manovra, col rischio che diventi un incontrollabile marasma che trascini giù tutto. Per questo Letta ha bocciato la richiesta di costruzione di una sorta di cabina di regia, riproposta ancora una volta da Brunetta, che rischiava di soffocare il lavoro del ministro Saccomanni. Perché Letta sa bene di poter contare -ora più che mai- solo sul suo governo e sui suoi ministri, mentre si troverà stretto durante la discussione alle camere tra gli ultras berlusconiani a destra e le bacchettate del futuro segretario del Pd a sinistra.
da RetroScena

ITALIANI MERCANTI DI PROFUGHI





ITALIANI MERCANTI DI PROFUGHI


REPUBBLICA
di DANIELE DARCO, RAFFAELLA COSENTINO, LUCA FERRARI e ANTONIO FRASCHILLA
Con un commento di  FRANCESCO VIVIANO
Video di GIORGIO RUTA
ESCLUSIVO

Prigionieri in una tonnara per otto giorni
l'inferno di chi non ha saldato il viaggio

In questo video esclusivo, girato dalle forze dell'ordine, la liberazione di 22 egiziani lasciati per più di una settimana senza acqua e cibo all'interno di una struttura a terra abbandonata. Dietro il traffico di esseri umani, in almeno due casi, si scopre che c'è la nostra criminalità. Le immagini si riferiscono a un episodio del settembre 2011, ma le indagini hanno dimostrato che quello del traffico è un sistema collaudato: l'ultimo caso nel febbraio di quest'anno
GLI AFFARI

Il grande business dei centri di accoglienza
Una gestione che vale milioni di euro

Cooperative, società nate ad hoc, ma anche colossi industriali del Nord e multinazionali, ecco chi c'è dietro ai Cara, le strutture dove finiscono i migranti in attesa di asilo. Alcune sono vere e proprie bombe a orologeria, ma nessuno sembra farci caso
IL COMMENTO

Strage e ipocrisia

di FRANCESCO VIVIANO
IL CASO

In Sicilia 500 bambini
scomparsi nel nulla

Dovrebbero essere affidati a strutture convenzionate, centri accoglienza, famiglie, ma non sempre è così. Spesso fuggono senza lasciare traccia. Lo sfogo del sindaco di Siracusa: "Lo Stato riversa su di noi costi e responsabilità. Senza alcun contributo". Il governatore Crocetta rincara la dose: "Il governo deve intervenire subito"
LE TESTIMONIANZE / VIDEO

"Buttati in posto
e poi dimenticati"

L'ALTRA INCHIESTA / 1

Rifugiati vergogna italiana

di ROBERTA REI
L'ALTRA INCHIESTA / 2

Il giallo dei 250 tunisini

di ALBERTO CUSTODERO e YLENIA SINA
Foto di SIMONA PAMPALLONA


Splendori e miserie degli intellettuali

Splendori e miserie degli intellettuali

‘Far bene il proprio lavoro’. È questa, secondo un certo refrain oggi piuttosto in voga, la più proficua e doverosa forma di impegno per un intellettuale. In realtà, dietro tale formula non si cela altro che una razionalizzazione del disimpegno. Oggi più che mai, va invece ribadito che l’‘essere impegnato’, per un intellettuale, equivale a mettere il proprio prestigio e la propria visibilità al servizio della causa della democrazia radicale.
di Paolo Flores d'Arcais, da MicroMega 5/2013
L’intellettuale pubblico esiste, questo è un fatto. L’intellettuale pubblico non è più quello di una volta: un altro fatto, sembrerebbe. Esaminiamoli entrambi.
Che l’intellettuale pubblico esista ancora non c’è dubbio. Scrittori, filosofi, registi, le cui prese di posizione «fanno rumore», creano dibattito, influiscono sull’opinione pubblica, talvolta costringono partiti e governi a modificare la famosa «agenda»,...
[...]
Un intellettuale che non si impegni per la democrazia radicale, dalla parte della vita offesa (poiché ogni ingiustizia è irredimibile e per sempre, nella finitezza dell’esistenza), che non si impegni politicamente per l’approssimazione asintotica di giustizia e libertà, sta negando se stesso perché sta mutilando la coerenza logica-critica che fa tutt’uno col suo essere. 

Ferrara, detenuto muore in carcere. Non si chiamava Ligresti




















Un detenuto del carcere di Ferrara, un uomo di 81 anni. È morto sabato in cella dopo
una decina di giorni di sciopero della fame. L'anziano era detenuto per un reato pesante.
Ma all'interno del carcere, alludendo al ruolo del magistrato di sorveglianza che aveva
in carico il detenuto, qualcuno si chiede se per una persona di quell'età e in quelle
condizioni non si sarebbe dovuta trovare una soluzione alternativa alle sbarre.

I Ligresti alla Cancellieri "Fai uscire Giulia dal carcere"


I Ligresti alla Cancellieri
"Fai uscire Giulia dal carcere"

Nell'inchiesta di Torino le telefonate con il Guardasigilli che 
attivò il Dap: "L'ho fatto per ragioni umanitarie". 
"In cella non mangiava più, chiesi umanità". I pm di Torino 
l'hanno interrogata. Il gip aveva negato i domiciliari 
alla figlia del finanziere Salvatore, in cella per il caso 
Fonsai





TORINO - "La persona che potrebbe 
fare qualcosa per Giulia è il ministro Cancellieri": il 17 agosto la compagna 
di Salvatore Ligresti, Gabriella Fragni, intercettata, parla al telefono con il 
cognato, Antonino Ligresti, e trascina 
il ministro della Giustizia negli atti 
dell'inchiesta su Fonsai che è costata
 l'arresto all'intera famiglia del finanziere siciliano.

Chiamata direttamente da Antonino,
 il ministro della Giustizia risponde, 
e si attiva. Parla con i due vice capi 
di dipartimento del Dap, il Dipartimento 
per l'amministrazione penitenziaria, per "sensibilizzarli" sul fatto che Giulia Maria 
Ligresti soffre di anoressia. Il 28 agosto, dopo che il ministro della Giustizia si è 
interessata della sua situazione in cella, finalmente Giulia vede aprirsi le porte del 
carcere. "Si è trattato di un intervento umanitario assolutamente doveroso in
 considerazione del rischio connesso con la detenzione" spiega più tardi Cancellieri, 
davanti al procuratore aggiunto, Vittorio Nessi, che è volato a Roma per sentirla 
e che ha cercato di ricostruire l'intera vicenda. E la parentesi che la riguarda si 
chiude rapidamente senza alcun risvolto penale: non c'è un nesso provato tra il 
suo attivarsi e la scarcerazione della donna.

L'ira del Cav: datemi la crisi. Ministri indifferenti

da l' Unità
Alfano di testa, Cav - 640 Info