sabato 30 novembre 2013

Lega nord, verso il processo Bossi e figli. “Truffa allo Stato per 40 milioni di euro”

Lega nord, verso il processo Bossi e figli. “Truffa allo Stato per 40 milioni di euro”

Chiuse le indagini sullo scandalo che ha travolto il Carroccio: in qualità di legale rappresentante al Senatur è contestato l'intero ammontare del finanziamento pubblico. Lui e i figli devono rispondere di appropriazione indebita per 500mila euro: 77mila per la laurea in Albania. Richiesta di archiviazione per Roberto Calderoli, Matteo Brigandì e Manuela Marrone

Renzo e Umberto Bossi
Quaranta milioni di finanziamento pubblico alla Lega. Cifra maggiore rispetto ai 18 milioni di euro venuti alla luce finora. La Procura di Milano contesta al fondatore della Lega Umberto Bossi – nuovamente in corsa per la segreteria del partito contro Matteo Salvini il prossimo 7 dicembre – la “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche” ossia i rimborsi elettorali ricevuti dal Carroccio in base ai rendiconti al Parlamento del 2008 e 2009. Una truffa allo Statocommessa, secondo i pubblici ministeri, in concorso con Maurizio Balocchi, segretario amministrativo della Lega ormai deceduto, per quanto riguarda il rendiconto dell’esercizio 2008 e con Francesco Belsito, ex tesoriere leghista per il 2009 e 2010. Con tanto di inganno ai presidenti di Camera e Senato e ai revisori pubblici delle due assemblee che autorizzavano i rimborsi basandosi su rendiconti volontariamente falsati “in assenza di documenti giustificativi di spesa e in presenza di spese effettuate per finalità estranee agli interessi del partito politico”.
La Procura di Milano ha chiuso le indagini relative all’inchiesta “The family” in vista del prossimo passo: la richiesta di rinvio a giudizio per dieci persone, tra cui Umberto Bossi e i suoi due figliRiccardo e Renzo. Al centro, la gestione dei fondi della Lega, caso scoppiato nella primavera del 2012. Tra gli indagati, anche l’ex vicepresidente del Senato Rosi Maurol’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito e l’imprenditore veneto Stefano Bonet, l’uomo degli investimenti in Tanzania con i soldi del partito.
Chiuse le indagini anche nei confronti di Rosi Mauro, l’ex senatrice del Carroccio, che ora è accusata di una appropriazione indebita di 99.731,50 euro, denaro proveniente dalle casse del partito. Tra i soldi di cui l’ex esponente lumbard si è appropriata, secondo l’accusa, ci sono anche 77.131,50 euro “per acquisto titolo di laurea albanese (in sociologia) – si legge nel capo di imputazione – presso l’Università Kristal di Tirana a favore di Pierangelo Moscagiuro”, ex guardia del corpo della Mauro. Laurea presa il 29 giugno 2011 nella stessa università scelta da Renzo Bossi, detto ‘il Trota’, che consegue il titolo (in Gestione aziendale) il 29 settembre 2010 con un “corso di studi” durato un solo anno, senza tuttavia mettere mai piede in Albania.
Per la laurea del Trota a Tirana 77mila euro – A Renzo e Riccardo Bossi, i due figli del ‘Senatur’ Umberto, viene contestato di aver usato a fini personali circa 303mila euro di soldi pubblici ottenuti dalla Lega come rimborsi elettorali. Renzo detto ‘il Trota’, accusato come Riccardo di appropriazione indebita, avrebbe speso tra le altre cose oltre 77mila euro per l’“acquisto” dell’ ormai famosa laurea albanese “presso l’Università Kristal di Tirana”. Ma non solo. Il secondo figlio di Bossi, che, nel 2010, a 21 anni diventa il più giovane consigliere regionale mai eletto in Lombardia, pare avere una passione per le auto e per la velocità. Con la sua Audi A5 scorrazza per la Lombardia accumulando oltre 7mila euro di multe. Contestazioni che vengono pagate con i soldi del partito. E nonostante la cattiva condotta automobilistica, il Trota passa a una macchina più potente, un’Audi A6 pagata 48mila euro più 3mila di assicurazione. Ovviamente a spese dei contribuenti. Il 10 aprile 2012 Renzo è costretto alle dimissioni dalla sua carica in Regione. Lo scandalo dei soldi pubblici girati dall’ex tesoriere Francesco Belsito agli esponenti del Carroccio fa terminare l’incarico tre anni prima del previsto. Tuttavia, i due anni trascorsi al Pirellone gli fruttano, secondo la legge, 40mila euro di indennità
La passione per le auto di lusso di Riccardo Bossi - Il primo figlio del Senatur avuto nel 1979 dalla prima moglie Gigliola Guidali, i giudici contestano 52 pagamenti. Soprattutto multe – per oltre 2mila euro – ma non solo: con i soldi del partito Riccardo paga anche il mantenimento della moglie, l’affitto con tanto di bollette, il veterinario, l’abbonamento Sky, il garage e le spese di carrozzeria, nonché le rate per l’Università dell’Insubria. E poi debiti personali, bonificiassegni circolari. Infine, le auto: 20mila euro per il riscatto del contratto di leasing per la Bmw X5 e oltre 21mila per una Mercedes.
Per Belsito, oltre due milioni di appropriazione indebita – E’ di diverse pagine il dettaglio delle spese contestate all’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito tra cui, oltre a multevarie, risultano spese per bar, ristoranti, rosticcerie ed enoteche, nonché composizioni floreali, abiti, hotel, scontrini di rivenditori di elettronica e serramenti, 1.500 euro per acquisto di armi e munizioniricariche telefoniche, pagamenti di parcheggi, cartelle esattoriali, diversi prelievidalle casse del partito. E, per non farsi mancare nulla, anche un servizio di bonifica ambientale e telefonica per un valore di 8200 euro.
Richiesta di archiviazione per Calderoli e moglie di Bossi -  Richiesta di archiviazione perRoberto CalderoliMatteo Brigandì e Manuela Marrone, moglie di Umberto Bossi. Una archiviazione parziale, solo per alcuni episodi, è stata richiesta inoltre per Francesco Belsito, Umberto Bossi e Rosy Mauro. “Pagare le spese di un’abitazione a Roma, luogo dove principalmente si svolge l’attività politica e parlamentare, a un esponente di punta del partito, può in definitiva a nostro giudizio essere una scelta di impegno finanziario legittima (salvo il dovere di darne conto in contabilità, qui non rispettato, non decisivo ai fini del reato di appropriazione indebita)”, scrivono i magistrati in riferimento alla posizione di Calderoli. Per quanto riguarda, invece, la posizione della Marrone, si ricorda come fin dalla prima relazione del procuratore generale, la moglie di Bossi sia stata inserita, insieme alla Mauro e ad altri famigliari del leader del Carroccio, all’interno del “cosiddetto ‘cerchio magico’ che sarebbe stato alimentato con favoritismi ed elargizioni a danno del patrimonio della Lega”. “Certo – scrivono i pm di Milano – non si può escludere che delle somme corrisposte per la scuola Bosina in denaro contante la Marrone possa aver profittato a titolo personale. Ma per tutti gli indagati, come in questo caso per la Marrone, è stata applicata una rigorosa regola probatoria”.
Salvini: “Mafiosi e assassini possono attendere…”. Bossi: “Sconcertato” – Il vicesegretario del Carroccio Matteo Salvini inneggia all’indipendenza e chiede “giudici eletti dal popolo” come unica via per sfuggire ai tribunali. Candidato insieme a Bossi alle primarie per la segreteria del partito in programma il 7 dicembre, scrive su Facebook: “Finito (forse) con Berlusconi e Ruby, adesso il Tribunale di Milano torna a ‘occuparsi’ di Bossi e della Lega. I processi a mafiosi e assassini possono attendere”. Bossi invece accusa i magistrati di “strano tempismo” rispetto alle primarie: “Questa cosa non mi aiuta certo…una cosa che esce proprio adesso e mi lascia sconcertato”.

Giornalista suicida in Calabria, editore accusato di violenza privata

Giornalista suicida in Calabria, editore accusato di violenza privata

Alessandro Bozzo si è tolto la vita la sera del 15 marzo scorso. Ora Pietro Citrigno, editore di 'Calabria Ora', ha ricevuto l'avviso di garanzia dai magistrati. Fra i motivi del gesto estremo infatti, anche il rapporto di lavoro: fu costretto, secondo la procura, a dimettersi e accettare un contratto a tempo determinato con un'altra società rinunciando a ogni diritto di rivalsa

Giornalista suicida in Calabria, editore accusato di violenza privata
L’editore lo aveva costretto a dimettersi e ad accettare un contratto a tempo determinato. Ma il giornalista cosentino, Alessandro Bozzo, la sera del 15 marzo scorso, si è puntato la pistola alla tempia e si è sparato. Nei giorni scorsi i magistrati hanno notificato l’avviso di garanzia all’imprenditore Pietro Citrigno, editore di “Calabria Ora”, giornale diretto da Piero Sansonetti dal luglio 2010.
I pm accusano Citrigno di violenza privata per aver costretto “mediante minaccia – si legge nel capo di imputazione – Alessandro Bozzo a sottoscrivere dapprima gli atti indirizzati alla società “Paese Sera Editoriale Srl” editrice della testata giornalistica “Calabria Ora”, nei quali dichiarava contrariamente al vero, di voler risolvere consensualmente il contratto di lavoro a tempo indeterminato, senza avere nulla a pretendere e rinunciando a qualsiasi azione o vertenza giudiziaria, e, successivamente, a sottoscrivere il contratto di assunzione a tempo determinatocon la società “Gruppo Editoriale C&C srl”, editrice della medesima testata giornalistica”.
La Procura della Repubblica è riuscita a ricostruire le ragioni che hanno spinto il giornalista calabrese – che si occupava di cronaca nera e giudiziaria a Cosenza – a suicidarsi a 40 anni lasciando la moglie e una figlia di quattro anni. Un gesto che, tra le sue motivazioni, ha anche i problemi lavorativi di Bozzo, autore di articoli “scomodi” invisi al suo editore già condannato a 4 anni di carcere per usura
Pochi giorni dopo il suicidio di Bozzo, il padre del giornalista ha trovato i diari dove il figlioappuntava le sue angosce, la paura di non riuscire a pagare il mutuo e le angherie subite dall’editore, sotto inchiesta anche per due presunte bancarotte fraudolente delle società che in questi anni hanno gestito “Calabria Ora”. Quanto all’accusa di violenza privata, i diari di Bozzo sono stati riscontrati dal procuratore aggiunto Domenico Airoma e dal sostituto Maria FrancescaCerchiara che hanno sentito i colleghi del giornalista suicida. “Pietro Citrigno – ha raccontato il collega Pietro Comito – disse chiaramente che chi voleva continuare a lavorare dovevadimettersi e accettare il nuovo contratto, ma alle sue condizioni”.
Gli fa eco Marco Cribari, il giornalista citato nella lettera scritta da Bozzo prima di spararsi: “Ricordo che Alessandro, commentando ciò che gli era accaduto, mi disse che una volta convocato per la firma si era espresso più o meno in questi termini: ‘beh, firmiamo questa estorsione’. Da quel momento – spiega ancora Cribari – Alessandro precipita in uno stato di frustrazione che gli fa perdere anche la passione per il proprio lavoro. E’ quotidianamente arrabbiato, deluso e dispiaciuto per il fatto che non gli venga riconosciuta la stima professionale. Dall’inizio 2012 fino alla scadenza del contratto, Alessandro vive i suoi giorni come un conto alla rovescia. Tutto ciò lo ha logorato, ci ha logorato”.
“Era un giornalista scomodo per la proprietà – ha spiegato ai magistrati Antonella Garofalo – Scriveva di cronaca politica senza remora alcuna e quindi il più delle volte andava in contrasto con la proprietà, soprattutto quando toccava personaggi politici cari a questi ultimi”.
A quel punto, era direttamente l’editore Citrigno (e non il direttore Sansonetti) a richiamare Bozzo per rimproverarlo. Ma avveniva talmente spesso che, come ha aggiunto l’ex redattore di “Calabria Ora” Antonio Murzio “Pietro Citrigno si lamentava espressamente dell’autonomia professionaledi Bozzo”. Tanto che, racconta ancora Murzio, “in ogni occasione in cui in qualche redazione distaccata presentava la necessità di un nuovo innesto, Citrigno proponeva di trasferire Bozzo”.

Equitalia, cartella da 60mila euro inviata alla vedova dell’artigiano suicida

Equitalia, cartella da 60mila euro inviata alla vedova dell’artigiano suicida

Giuseppe Campaniello si era dato fuoco davanti alla Commissione tributaria di Bologna. Ora la moglie ne ha "ereditato" i debiti. "Sono senza pietà, non ho i soldi per pagare quella cifra" dice la donna in un'intervista. "Per cancellare il debito serve una legge dello Stato", fanno sapere dalla società di riscossione

Equitalia
La morsa del fisco che spinse il marito al suicidio non risparmia neanche la moglie. Equitalia ha recpitato un cartella esattoriale da oltre 60mila euro, per il triennio 2005-07, a Tiziana Marrone: la donna è la vedova di Giuseppe Campanielloartigiano in crisi che il 28 marzo 2012 si diede fuocodavanti alla Commissione tributaria di Bologna e morì pochi giorni dopo. Debiti ereditati per lacomunione dei beni. “Sono senza pietà, io non c’entro niente col lavoro di mio marito. Non ho i soldi per pagare quella cifra, al momento non ho neanche un lavoro”, ha detto la donna al Resto del Carlino. “Per cancellare il debito della signora è necessaria una legge dello Stato“, fanno sapere dalla società di riscossione, che “lunedì mattina contatterà la contribuente per fornirle tutte le informazioni e l’assistenza necessaria”.
La cartella che la donna ha ricevuto il 25 ottobre si riferisce ad un cumulo di IrpefIva, addizionali regionali e imposte sulle attività produttive. A maggio, Tiziana Marrone aveva anche organizzato una marcia delle “vedove della crisi”. Gli ultimi sei mesi li ha passati in Abruzzo, a casa, al fianco della madre malata: “Attualmente – dice al quotidiano – vivo con la pensione di reversibilità di mio marito, neanche 500 euro al mese”. Ha scritto lettere al presidente della Repubblica, a numerosi politici, al Papa: “Ma nessuno mi ha mai risposto. E chi ha promesso di farlo, poi non si è più sentito”. Eppure la cartella esattoriale, a norma di legge, è un atto dovuto: “Ma le leggi si cambiano, tutto si può fare quando lo si vuole fare. E deve esistere anche un briciolo di umanità. Mi sono rivolta alle istituzioni per avere un lavoro o un sussidio, ma mi hanno risposto che non ne ho diritto. Ma a 50 anni un lavoro non te lo dà più nessuno di questi tempi?”. Anche il marito, togliendosi la vita, lasciò un biglietto chiedendo di “lasciare in pace” la moglie.

"Il numero della Cancellieri non lo avevo E mio figlio Federico è morto di carcere"

Intervista a Nobila Scafuro, madre del 34enne deceduto in prigione lo scorso 8 novembre. "Non
ce la faccio più", le scriveva. Ma nonostante le ripetute perizie l'uomo non è mai stato scarcerato
"MAMMA MI STANNO UCCIDENDO". LE ULTIME LETTERE DI FEDERICO DALLA CELLA
"Il numero della Cancellieri non lo avevo E mio figlio Federico è morto di carcere"
"Mamma, mi stanno uccidendo". Questo scrive Federico Perna in una delle lettere a 
sua madre prima di morire a Poggioreale l’8 novembre 2013. La mamma, Nobila 
Scafuro, ha deciso di pubblicare le foto del suo corpo straziato, come fece la famiglia 
di Stefano Cucchi. "Mi diceva che sputava sangue, ma nessuno voleva ricoverarlo", 
denuncia. “Non avevo il numero di Annamaria Cancellieri, anzi glielo chiedo 
pubblicamente. Ora che Federico è morto voglio aiutare i tanti altri ragazzi che 
si trovano nelle sue condizioni”
di Silvia D’Onghia e Lorenzo Galeazzi. 
Riprese e montaggio di Paolo Dimalio

La mappa del tesoro di Silvio

da l' Espresso

INTERATTIVO

La mappa del tesoro di Silvio

Ecco la mappa completa delle più importanti società offshore che hanno gestito i fondi neri attribuiti a Silvio Berlusconi dalle sentenze definitive di condanna (frode fiscale sui diritti tv di Mediaset) o di prescrizione dei reati (falsi in bilancio del gruppo Fininvest). Per ogni network di società-schermo, sono indicati i paradisi fiscali dove hanno sede, i nomi delle offshore, il periodo di arrività e i depositi bancari accertati

Cliccare sulle annate e sulle frecce di scorrimento per visualizzare i Paesi e gli importi delle diverse operazioni

1980-1990
1989-1994
1994-1998
1998-2008
elaborazione: Visual Desk - Repubblica.it

Il guaio di Alfano? Non chiamarsi Barbara

da l'Espresso

OPINIONE

Il guaio di Alfano? Non chiamarsi Barbara

La monarchia di Arcore non ammette deroghe: la successione avviene solo coi figli. Dal Milan alla Fininvest alla Mondadori, la successione è solo dinastica. Per questo Angelino non ha nessuna chance con Forza Italia


Il guaio di Alfano? Non chiamarsi Barbara
Se si fosse chiamato Angelino Berlusconi, la piccola storia italiana di questi mesi sarebbe cambiata. Invece si chiama Alfano e la monarchia di Arcore non può tollerare al potere alcun elemento che non abbia un legame di sangue. La conferma, dalle vicende di queste ore che riguardano il Milan, la creatura più amata dopo Forza Italia.

Dove il Cavaliere non ha esitato a scegliere la figlia Barbara e a sacrificare il sodale di una vita Adriano Galliani, ricco di gloria e successi ma con quel difetto nel patronimico. E quando Barbara si è incapricciata del giocattolo, papà glielo ha consegnato senza troppi riguardi per l'amico.

Alla Fininvest e alla Mondadori, stessa storia. Regna Marina, con Pier Silvio nella corte. E in barba a tutti i virtuosi discorsi sulle seconde generazioni che, in un vero sistema liberale, si devono sudare il posto. O si ammette che i figli di B, in quanti figli di B, sono tutti dei geni o si prende atto che ad Arcore vale solo la successione dinastica.

E dunque per Forza Italia bisogna aspettare Luigi. O che Marina non opponga più il gran rifiuto. O che Angelino si metta una parrucca bionda e si spacci per Barbara.

Palazzo, il peggio della settimana




Palazzo, il peggio della settimana

STUPIDARIO

Palazzo, il peggio della settimana

La Taverna crede che "nazista" sia il femminile di "nazisto",  la Pascale pensa che il Papa possa salvare il suo Silvio, Feltri considera invece 128 donne massacrate pochissime a livello statistico. A ognuno la sua convinzione. Secondo voi chi l'ha sparata più grossa?

di Wil Nonleggerlo

"Le leggi sul finanziamento ai partiti sono incostituzionali"

da l' Espresso

IL CASO

"Le leggi sul finanziamento ai partiti sono incostituzionali"

E' quanto sostiene il procuratore della Corte dei Conti De Domenicis, che ha sollevato la questione di legittimità in occasione dell'ultima udienza del processo all'ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi. "Il referendum è stato ignorato"


Per venti anni la politica italiana ha sostanzialmente eluso il risultato del referendum del 1993, mantenendo il finanziamento pubblico ai partiti bocciato nelle urne dalla stragrande maggioranza degli elettori. Per questo motivo tutte le leggi che dal 1997 ad oggi hanno regolato la materia vanno dichiarate incostituzionali in quanto viziate da «evidente arbitrarietà ed irragionevolezza». A sostenerlo è il procuratore regionale per il Lazio della Corte dei conti,Angelo Raffaele De Dominicis, che ha sollevato in via incidentale la questione di legittimità costituzionale delle norme in questione.

L'occasione è stata l'ultima udienza del processo per danno erariale all'ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi, per il quale De Dominicis ha chiesto la condanna alla restituzione integrale dei 22,8 milioni sottratti alle casse del partito. Lusi, tramite i suoi difensori, gli avvocati Guido Romanelli, Luca Petrucci e Renato Archidiacono, si è invece dichiarato responsabile solo per i 16,5 milioni che, con una ordinanza dello scorso 13 giugno, il collegio presieduto dal giudice Ivan De Musso gli aveva ordinato di restituire all'Erario. I giudici hanno respinto tutte le istanze di rinvio avanzate dal collegio difensivo, hanno preso atto che le trattative tra Lusi e il ministero dell'Economia per la restituzione dei 16,5 milioni non sono andate a buon fine e si sono riservati di decidere nel merito sia sull'entità del “risarcimento” dovuto da Lusi allo Stato italiano, sia sulla non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale. Dal processo è stata invece esclusa la Margherita che, tramite l'avvocato Fabio Cintioli, aveva sollevato l'eccezione di giurisdizione, sostenendo l'incompetenza del giudice contabile a decidere sulla materia e il diritto della Margherita ad agire contro Lusi per ottenere la restituzione di quanto indebitamente sottratto per poi restituirlo allo Stato. I giudici hanno ritenuto l'eccezione infondata, estromettendo la Mergherita, il cui intervento sarebbe stato ammissibile solo se a supporto della posizione dell'accusa.

Ma a tenere banco è stata soprattutto la questione di legittimità costituzionale delle norme sulle erogazioni pubbliche ai partiti. Le leggi che dal 1997 al 2012 hanno «introdotto, facendo ricorso ad artifici semantici, il rimborso elettorale ai partiti al posto del finanziamento pubblico», ha argomentato De Dominicis, «vanno ritenute apertamente elusive e manipolative del risultato referendario dell'aprile 1993». Secondo il procuratore regionale, le leggi sono anzitutto contrarie all'articolo 75 della Costituzione che «vieta il ripristino della normativa abrogata mediante referendum, quale massima espressione della sovranità popolare: i privilegi abrogati nel 1993 sono stati reintrodotti con “disposizioni camuffate” del medesimo tenore». La stessa legge numero 96 del 2012, secondo De Dominicis, «ha malamente abrogato le precedenti disposizioni sui rimborsi elettorali al solo fine di obliterare le possibili questioni di costituzionalità». Se è infatti vero che la disciplina del 2012 ha introdotto un sistema misto di finanziamento in parte pubblico e in parte privato, ha proseguito il pm, «permane il quadro improponibile di contribuzione alla politica con l'elargizione del 70% erogato dal fondo di rimborso per le spese elettorali e con il restante 30% relativo all'autofinanziamento. Il quale, tuttavia, deriva da erogazioni liberali da parte di privati che, per questo, beneficiano di detrazioni fiscali addossate al bilancio statale».

Il procuratore regionale ha puntato il dito anche contro la “mille proroghe” del 2006 che ha attribuito ai partiti il diritto di percepire «i famigerati “rimborsi elettorali” per i cinque anni successivi anche dopo lo scioglimento anticipato della legislatura. Le elezioni anticipate del 2008 si sono così rivelate un grande “affaire” per i partiti che nei tre anni successivi hanno incassato il doppio di quanto loro dovuto, senza contare che alcuni partiti, come la Margherita, hanno percepito introiti contributivi anche dopo la loro estinzione o fusione con altre forze politiche». Insomma, per il procuratore De Dominicis «si può fondatamente parlare di sperpero di denaro pubblico e di violazione delle più elementari regole di giustizia e di democrazia: i rimborsi sono stati vere e proprie regalie concesse a partiti defunti o privi di rappresentanza parlamentare».

I “rimborsi” ai partiti sarebbero anche contrari all'articolo 81 della Costituzione in quanto «sia il principio del pareggio di cassa che il patto di stabilità esterno appaiono ostili al mantenimento di spese automatiche estese a più esercizi nel caso in cui queste non si mostrino giustificate da esigenze di straordinarietà ed urgenza». Per De Dominicis le spese per i rimborsi elettorali, dopo il primo anno, devono quindi «ritenersi affette da nullità assoluta per inesistenza del titolo giuridico e, nel caso di mancata rappresentanza elettorale, addirittura per inesistenza fisica del soggetto legittimato al beneficio economico».

Resta la violazione del principio di uguaglianza. «Gli articoli 3 e 49 della Costituzione», ha ricordato il procuratore regionale, «proclamano la “par condicio” tra i partiti e dei cittadini che, tramite essi, intendono concorrere a determinare democraticamente la politica nazionale». Ebbene, secondo De Dominicis, a partire dal 2006, il meccanismo del rimborso quinquennale «è stato uno strumento di discriminazione tra i partiti, e quindi dei cittadini, perché la posizione di vantaggio di alcuni di essi veniva, dopo il primo anno, consolidata nel tempo, anche grazie alla maggiore contribuzione pubblica, con materiale alterazione del gioco democratico».

Berlusconi: Vent'anni di copertine sull'Espresso

Vent'anni di copertine 
sull'Espresso

FOTOSTORY

Vent'anni di copertine
sull'Espresso

La prima, il 5 ottobre del 1993. L'ultima questa settimana. Ecco come l'Espresso ha sbattuto il Cavaliere in prima pagina