martedì 31 dicembre 2013

Il Milleproroghe si sdoppia Ecco tutte le misure

da l' Unità

Il Milleproroghe si sdoppia
Ecco tutte le misure | SCHEDA

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Il Milleproroghe si sdoppia. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha emanato due decreti legge con le misure inserite dal governo nel testo originario: il primo decreto contiene "Disposizioni di carattere finanziario indifferibili finalizzate a garantire la funzionalità di enti locali, la realizzazione di misure in tema di infrastrutture, trasporti ed opere pubbliche nonchè a consentire interventi in favore di popolazioni colpite da calamità naturali". Il secondo provvedimento stabilisce invece la "Proroga di termini previsti da disposizioni legislative".

Casa, sfratti, affitti d'oro: ecco cosa cambierà 

STABILITA', ECCO TUTTE LE NOVITA' - SCHEDA

Molte le norme annunciate che si troveranno "spacchettate" nei due provvedimenti che saranno pubblicati a breve sulla Gazzetta Ufficiale. 

Dovrebbe essere prevista la possibilità per le pubbliche amministrazioni di recedere dalle locazioni passive (i cosiddetti "affitti d'oro") entro il 30 giugno del 2014, la sospensione degli sfratti per chi ha un reddito familiare sotto i 21.000 euro, e una serie di misure già contenute nel ddl "Salva Roma" a partire dai 115 milioni di euro per coprire i buchi del bilancio capitolino. 

Dovrebbe essere posticipata al 1 luglio 2014 inoltre, l'entrata in vigore della cosiddetta web tax. Nei due decreti dovrebbe essere confermato il contributo di 25 milioni di euro al comune di Milano per il finanziamento dell'Expo 2015, la proroga degli adempimenti fiscali per i comuni sardi colpiti dalle alluvioni, la stabilizzazione, a carico delle Regioni, dei lavoratori socialmente utili dal 1° luglio 2014. Una proroga è prevista infine per la «gestione commissariale della Costa Concordia». In entrambi i decreti dovrebbero trovarsi infine misure sull'istruzione, l'università e la ricerca e sulle infrastrutture e trasporti. l' Unità

Barca: «La spinta del Pd deve essere visibile»

da l' Unità

Barca: «La spinta del Pd deve essere visibile»

BARCA 480 PD
È impegnatissimo, neanche fosse candidato alla segreteria del Pd. Fabrizio Barca, neotesserato Pd, gira il territorio, apre contatti, crea gruppi di lavoro e sulla sua pagina web (www.fabriziobarca.it) ha lanciato la campagna «I luoghi idea(li)», sei o sette progetti per il territorio, con tanto di raccolta fondi, moduli di domanda (richiesta di cose materiali che arrivano dal territorio) e offerta (competenze, disponibilità di tempo e movimento pre realizzarle) per «dare finalmente una risposta concreta alle persone, restituire fiducia e far sì che il Pd faccia delle cose là dove servono». E in pochi giorni, la campagna è partita il 2 dicembre scorso, è stato raggiunto il 75% dell’obiettivo, cioè quei 40mila euro, oltre alle competenze, necessari per i luoghi ideali a cui pensa l’ex ministro. Dice che il suo impegno nel partito lo vede così, in mezzo alla gente, tanto che condivide la voglia del neosegretario di non «romanizzarsi», di non farsi risucchiare dalle logiche della politica di palazzo che hanno mangiato e volatizzato energie e entusiasmo in tanti potenziali leader.

Orfini: «L'esecutivo non va ma chi sta male non vuole il voto» di Ma. Ze.

Barca, partiamo da Enrico Letta. Renzi e il Pd gli chiedono un cambio di passo. Secondo lei ci sono le condizioni politiche, con il Ncd? «Assolutamente sì, d’altra parte è quello che hanno chiesto i tre milioni di persone che sono andate a votare il segretario del Pd. Hanno chiesto che il partito facesse sentire la sua presenza al governo che fino ad allora si era sentita poco. Si tratta, in sostanza, dell’attuazione di un mandato, un dovere del Pd di mettere mano alle due questioni più impellenti: la legge elettorale, per ricreare un rapporto fiduciario tra noi e gli eletti, e la ripresa di un ciclo economico che ci aiuti a uscire dal pantano».

Lei pone due questioni su cui Pd e Ncd hanno posizioni diverse. Crede che sia possibile arrivare ad un accordo con Alfano sulla legge elettorale?
«Noi dobbiamo imparare a chiedere molto senza chiedere troppo. Non possiamo chiedere, ad esempio, un patto alla tedesca perché le condizioni qui sono diverse: in Germania è un patto tra partiti con una forte base comune, in Italia è diverso, Pd e Ncd possono solo fare un accordo di brevissimo periodo. Se ci aspettiamo altro si può restare delusi e le delusioni rende furibondi. Anche sulla legge elettorale non possiamo cercare un’alchimia per la governabilità perché la distanza tra i due partiti è altissima, se invece puntiamo a trovare un sistema uninominale in cui gli elettori scelgono i propri rappresentanti pretendendo poi una presenza effettiva dei parlamentari sul territorio, allora l’accordo è possibile».

Il lavoro è un altro punto di lontananza. Renzi propone il job act con il contratto unico, Alfano pensa a zero controlli da parte dello Stato per chiunque voglia avviare un’attività. Si può arrivare a qualcosa di concreto?
«Anche in questo caso penso che non si possa chiedere troppo a un governo di breve vita. Il contratto unico di cui parla Renzi, però, è un’idea interessante e mi auguro che vada avanti, che continui a lavorarci.
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Cuperlo: «Se non c’è una svolta meglio tornare a votare»

da l' Unità

Cuperlo: «Se non c’è una svolta
meglio tornare a votare»

cuperlo forum unità 640
Di Maria Zegarelli
Il governo Letta? «Mi lasci fare una premessa...». Il presidente del Pd, Gianni Cuperlo, non è politico da risposte spot. Tutto passa attraverso un ragionamento più complesso, che parte sempre dalla stessa angolazione: «Stiamo attraversando una delle crisi economiche più gravi di sempre, che stavolta però coinvolge anche l’etica pubblica, le istituzioni. Sono sette anni in cui è cambiato tutto e non si tratta più di vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, ma di quanto si è ampliata la forbice delle diseguaglianze. La parte di Paese più in sofferenza sta accumulando odio, rabbia, sentimenti che possono incrinare i fondamenti stessi della democrazia. Il compito della sinistra credo sia quello di trasformare quell’odio in riscatto». 
E quello di Enrico Letta di dare una svolta, altrimenti «se ne prenda atto, senza fare teatro». Vale a dire, il voto anticipato. 

Quindi ha ragione Renzi ad alzare l’asticella?«Il ruolo del governo e del rapporto del Pd con il governo li leggo come la risposta a questo problema, il problema del 2014: come riusciamo a trasformare in riscossa questo disprezzo verso le istituzioni e la rappresentanza?...».

Riforma Fornero, da gennaio nuovi paletti in arrivo per andare in pensione

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Riforma Fornero, da gennaio nuovi paletti in arrivo per andare in pensione



Nuovo ostacolo Fornero in arrivo per gli aspiranti al ritiro dal lavoro. Da gennaio le lavoratrici dipendenti del settore privato potranno andare in pensione di vecchiaia solo dopo aver compiuto i 63 anni e 9 mesi, 18 mesi in più rispetto ai requisiti previsti per il 2013 (62 anni e tre mesi). Dal 2014 scattano infatti i nuovi requisiti per il pensionamento di vecchiaia delle donne previsti dalla riforma Fornero che porteranno gradualmente alla parificazione delle età di vecchiaia all’inizio del 2018 (66 anni e tre mesi ai quali aggiungere l’adeguamento alla speranza di vita).
Ecco in sintesi i requisiti per l’uscita da lavoro nel 2014, in presenza comunque di almeno 20 anni di contributi ma solo se si hanno contributi accreditati prima del 1996. Se si è cominciato a versare dopo il 1996 è richiesto anche un importo di pensione di almeno 1,5 volte la soglia minima.
DONNE DIPENDENTI SETTORE PRIVATO: potranno andare in pensione di vecchiaia le signore con almeno 63 anni e 9 mesi di età. Dal 2016 (fino al 31 dicembre 2017) scatterà un ulteriore scalino e saranno necessari 65 anni e tre mesi ai quali aggiungere l’aumento legato alla speranza di vita. Potranno quindi andare in pensione ancora quest’anno con 62 anni e 3 mesi le lavoratrici nateprima del 30 settembre 1951 mentre se si è nate a ottobre dello stesso anno l’uscita dal lavoro sarà rimandata almeno fino a luglio del 2015.
DONNE AUTONOME E GESTIONE SEPARATA: nel 2014 le lavoratrici autonome potranno andare in pensione con almeno 64 anni e 9 mesi, con un anno in più rispetto a quanto previsto per il 2013. Per il 2016 e il 2017 saranno necessari almeno 65 anni e 9 mesi, requisito al quale andrà aggiunta la speranza di vita.
UOMINI SETTORE PRIVATO: nel 2014 vanno in pensione con gli stessi requisiti del 2013 (66 anni e tre mesi). I requisiti cambiano nel 2016 con l’adeguamento alla speranza di vita.
SETTORE PUBBLICO, UOMINI E DONNE: restano i requisiti previsti per il 2013. Si va in pensione ancora nel 2014 e fino al 2015 con 66 anni e tre mesi di età. Il requisito andrà adattato alla speranza di vita nel 2016.
PENSIONE ANTICIPATA: nel 2014 gli uomini potranno andare in pensione in anticipo rispetto all’età di vecchiaia se hanno almeno 42 anni e 6 mesi di contributi versati, un mese in più di quanto previsto nel 2013. Per le donne saranno necessari almeno 41 anni e 6 mesi di contributi (un mese in più di quanto previsto nel 2013). Anche i requisiti per la pensione anticipata andranno adeguati dal 2016 all’aumento della speranza di vita.

Crisi aziendali, la mappa dell’Italia è diventata un “cimitero” di croci del lavoro

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Crisi aziendali, la mappa dell’Italia è diventata un “cimitero” di croci del lavoro

Sono oltre 150 i tavoli di crisi nazionali che però sono solo la punta dell'iceberg di una progressiva devastazione. Che Il Fatto Quotidiano ha iniziato a mappare. Inviateci anche le vostre storie a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it

Crisi aziendali, la mappa dell’Italia è diventata un “cimitero” di croci del lavoro
Se davvero vuole parlare di lavoro, Matteo Renzi dovrebbe chiedere alla responsabile Lavoro del Pd, Marianna Madia, di fornirgli una mappa più completa di quella che noi iniziamo a pubblicare oggi. E che arricchiremo giorno per giorno, aggiornandola e modificandola (anche attingendo, come abbiamo fatto finora, alle elaborazioni di Cgil e Cisl) visto che stiamo parlando dell’emergenza primaria del nostro Paese. Il lavoro che manca è cosa nota, il lavoro che rischia di dissolversi nelle maglie larghe della crisi, è meno conosciuto. Si disperde nelle mille notizie quotidiane che meritano un’attenzione speciale solo se accompagnate da un gesto disperato. La notte passata sul carro ponte o sulla gru. Come avvenne alcuni anni alla Insee di Milano o, più recentemente, nelle miniere del Sulcis.
Il quadro, nelle sue linee generali, è abbastanza chiaro: oltre 150 tavoli di crisi nazionali che però sono solo la punta dell’iceberg di una crisi dirompente. La cassa integrazione sfiora le 990 milioni di ore nei primi undici mesi del 2013 e questo significa che almeno 520mila persone sono relegate a casa a zero ore e con stipendi da circa 800 euro (i lavoratori coinvolti, però, considerando le riduzioni parziali sono più di 1 milione). Un salasso che la Cgil ha stimato in 3,8 miliardi l’anno. Quei 500mila vanno aggiunti ai 3 milioni in cerca di occupazione registrati dall’Istata ottobre 2013. La situazione delle tante crisi aziendali, inoltre, crea una saldatura, non cercata, tra la condizione di precarietà di chi svolge solo lavori saltuari (i lavoratori a tempo determinato sono 2,3 milioni) e quella di chi garantito una volta da un lavoro a tempo indeterminato ora è minacciato dal licenziamento incombente.
Secondo la Cisl, i lavoratori a forte rischio occupazionale sono quasi 150 mila. E tendono a crescere. Questa precarietà è dimostrata da quanto avvenuto alla Firem di Modena, la scorsa estate, quando la famiglia Pedroni pensò bene di trasferirsi in Polonia e di portare via, notte tempo, macchinari e liquidazioni nel pieno delle ferie sperando di non farsi scoprire. Solo la pronta reazione dei lavoratori impedì il peggio. A Bari, gli operai della Om carrelli presidiano la fabbrica da mesi, con il sole di ferragosto e il freddo di questi giorni. Il rischio della chiusura aleggia sopra il mega-impianto di Piombino, dove la Lucchini sembra non avere speranze. Qualche sollievo è giunto nel frattempo alle Acciaierie ternane prontamente riequilibrato, a negativo, dalla crisi generalizzata dellaFiat, da quella dell’Ilva, dalla deindustrializzazione sarda, da quanto accade a Telecom, all’Alitaliae in altre aziende di primo piano. Anche una vertenza importante come l’Indesit, chiusasi con un accordo, propone una prospettiva di cassa integrazione per i prossimi anni e rimanda tutto al 2018. Senza contare le chiusure simbolo di Irisbus e Termini Imerese nel gruppo Fiat.
E tutte le altre di cui cercheremo di dare conto. A metà dicembre la Fiom ha organizzato un muro simbolico, formato da tanti cartoni con sopra i nomi delle crisi aziendali e il numero degli operai a rischio, abbattuto, simbolicamente, proprio davanti al ministero dello Sviluppo economico. Lo stesso che Marianna Madia ha imboccato, qualche giorno fa, credendo fosse quello del Lavoro. Nel vivo della crisi più acuta che si ricordi dal 1929 la politica, tutta, dovrebbe evitare di sbagliare palazzi e, quindi, priorità. Con queste nostre “pagine gialle” della crisi, cercheremo di offrirle un orientamento. Sempre che sia in grado di seguirlo.
Inviateci le vostre storie. Scrivete a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it, indicando nell’oggetto: ‘Mappa della crisi’

Forza Italia, il partito fondato sulle bufale. Così Berlusconi riscrive la storia

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Forza Italia, il partito fondato sulle bufale. Così Berlusconi riscrive la storia

Il complotto delle toghe rosse, la sentenza Mediaset che "grida vendetta", i "colpi di Stato" della decadenza e del governo Monti, i "brogli della sinistra". Nell'anno orribile della condanna sui diritti tv, il Cavaliere torna alla formazione della discesa in campo e costruisce una narrazione alternativa dei propri fallimenti

Forza Italia, il partito fondato sulle bufale. Così Berlusconi riscrive la storia
Forza Italia è un partito fondato sulle bufale. Il 2013 è stato l’anno orribile di Silvio Berlusconi, decaduto da senatore  il 27 novembre dopo aver visto il suo Pdl andare in frantumi e il suo passaporto ritirato dalla Questura di Milano, ma è stato anche l’anno della rinascita del partito con il quale scese in campo. Un ritorno al passato accompagnato da una completa rilettura della storia, propinata dal Cavaliere in comizi e interventi davanti ai suoi fedelissimi (guarda il videoblob). Si parte con la mitizzazione della “grande rivoluzione liberale” del 1994 (quando, per intenderci, il partito creato da Marcello Dell’Utri candidò al ministero della giustizia Cesare Previti, che poi si accontentò alla Difesa per l’opposizione del presidente Scalfaro). E poi, di passo in passo, ogni fallimento di Berlusconi è riletto in chiave di complotto, “colpo di Stato”, congiura di forze ostili o tradimento di amici fidati.
IL COMPLOTTO DELLE TOGHE ROSSE. “Se il popolo non è riuscito a darsi la democrazia, perché non ha mandato la sinistra al potere, è compito della magistratura far sì che la sinistra possa tornare al potere per dare al popolo una vera democrazia. Queste non sono parole mie, documenti di Magistratura democratica, che persino l’Unità nel 1978 accusò di aver imbracciato le idee estremiste delle Brigate Rosse”. Lo ha sostenuto Berlusconi nel comizio improvvisato a Roma il 27 novembre mentre il Senato votava la sua decadenza in seguito alla condanna definitiva per frode fiscale. E’ vero che in quegli anni una frangia di Md (soprattutto romana) si riconosceva in gruppi extraparlamentari, ma oggi è difficile trovare qualcuno che conservi memoria di una attacco così duro del quotidiano del Pci alla corrente di sinistra dei giudici. Ma a sgonfiare la teoria del complotto delle toghe rosse bastano i fatti. Nella densa storia giudiziaria del Cavaliere sono intervenuti magistrati di ogni colore, come documentato da un’inchiesta di ilfattoquotidiano.it. Limitandosi al processo Mediaset, quello che a Berlusconi è costato la decadenza e una pena residua di un anno da scontare ai domiciliari o ai servizi sociali, il procuratore generale che ha chiesto la sua condanna in Cassazione è Antonello Mura, già presidente di Magistratura indipendente, la corrente conservatrice opposta a Md. E la condanna è stata sancita da Antonio Esposito, diventato presidente di Cassazione con il voto contrario delle “toghe rosse”. E’ vero però che Berlusconi è stato oggetto di tanti processi. Talmente tanti che non sa più neppure lui quanti sono: 41, ha detto ai giovani di Forza Italia il 23 novembre; 57, ha detto il giorno dopo in un’intervista al Tg5. Wikipedia ne elenca 31. 
 LA SENTENZA MEDIASET? “GRIDA VENDETTA DAVANTI A DIO”. ”La sentenza sui diritti Tvgrida vendetta davanti a dio e agli uomini”, si è indignato Berlusconi nel comizio anti-decadenza del 27 novembre. ”E’ basata solo su teoremi e congetture e su nessun fatto o documento o testimone”. La condanna per frode fiscale nell’acquisto di diritti cimenatografici attraverso un circuito di società estere è stata confermata in tutti e tre i gradi di giudizio e chiunque può leggere le motivazioni dei giudici di Cassazione che, come i loro predecessori di primo e secondo grado, hanno concluso che l’ex presidente del Consiglio fosse l’”ideatore del sistema illecito”. Ma certo non sono apparse risolutive le “nuove carte americane” lanciate con grande enfasi dal diretto interessato e illustrate dagli avvocati Ghedini e Coppi il 26 novembre. Non solo l’annunciata testimone della svolta si è sgonfiata alle prime verifiche, ma dopo le roboanti dichiarazioni di Berlusconi sulla richiesta di revisione del processo – un procedimento eccezionale che per legge si può ottenere soltanto se emergono nuove prove determinanti – è stato lo stesso avvocato Coppi a smorzare gli ardori: “Non sappiamo neppure se presenteremo l’istanza, stiamo valutando”. La “vendetta davanti a Dio” è più facile da gridare che da ottenere. 
DECADENZA, LA LEGGE ILLEGALE. C’era una volta il caso Fiorito, dal nome del capogruppo Pdlin Regione Lazio poi condannato per aver utilizzato per sfizi privati oltre un milione di euro stanziati dallo Stato al gruppo consiliare del partito berlusconiano. Uno scandalo clamoroso, e sull’onda dello sdegno i partiti corrono al riparo, a partire dal Pdl: urgono dunque “liste pulite“. Il 6 dicembre il consiglio dei ministri delle larghe intese presieduto da Mario Monti approva il decreto Severinosull’incandidabilità dei politici condannati in via definitiva per determinati reati. Il 19 dicembre 2012, dopo il Senato anche la Camera dà all’unanimità parere favorevole. I cittadini percepiscono un messaggio chiaro: la legge serve a tenere i condannati fuori dalla politica. E a tenerli fuori da subito, com’è logico, non certo a partire da ipotetici reati futuri che arriverebbero a condanna definitiva dal 2020 in poi. E se qualcuno avesse dubbi, ecco il chiarimento del segretario Pdl Angelino Alfano, davanti alle telecamere (guarda):  ”Non abbiamo nessuna difficoltà a riconoscere il decreto sull’incandidabilità perché nasce da una nostra proposta che aveva come prima firma quella del sottoscritto. E non vi è alcun nesso con il nostro presidente (Berlusconi, ndr) che è colui il quale ha voluto questo disegno di legge e che ha la certezza di essere assolto”. Per Alfano non c’è alcun dubbio: ”Il problema dell’incandidabilità riguarda i condannati passati in giudicato e non il nostro presidente, perché Berlusconi sarà assolto”. E’ lo stesso Alfano che nove mesi dopo guiderà la battaglia del Pdl contro la legge Severino, diventa all’improvviso, dopo la condanna del Caro Leader, “incostituzionale“, ingiustamente “retroattiva“, perché l’incandidabilità scatta anche per le condanne relative a reati commessi prima della sua entrata in vigore. Nel frattempo, senza che nessuno fiati sono caduti sotto la sua scure ben 37 politici locali. Per i quali, evidentemente, la Costituzione non vale. 
QUEL GOLPISTA DI MONTI. “Fui costretto a dare le dimissioni e si installò un governo completamente oscuro agli elettori: se questo non è un colpo di stato ditemi come si può chiamare”. Così, alla presentazione dei Club Forza Silvio l’8 dicembre, mentre il Pd teneva le sue primarie, Berlusconi catechizzava gli aspiranti adepti ai club sulla caduta del suo ultimo governo e sulla nascita del governo Monti, nel novembre 2011. Tanti hanno sollevato il tema dell’esuberanza istituzionale del presidente Napolitano, che dell’operazione Monti fu il sapiente regista, ma nella narrazione berlusconiana mancano sempre dei pezzi. Per esempio il fatto che nel pieno della peggiore crisi economica del Dopoguerra l’alleanza di governo Pdl-Lega era paralizzata davanti alle richieste dell’Europa e incapace di proporre vie d’uscita alternative, con Bossi che scriveva i suoi aut aut “sul marmo”. Con lo spread che s’impennava, il presidente della Repubblica giocò la carta dei tecnici di Monti. E Berlusconi, che ora si dipinge come un novello Salvador Allende? All’epoca sembra non accorgersi di nulla. “Mi sono dimesso per senso di responsabilità e per difendere l’Italia dalla speculazione”, incide nel suo videomessaggio del 13 novembre. “Siamo pronti a dare il nostro sostegno al governo tecnico”. L’8 novembre, vedendo che la situazione precipitava, aveva affermato al Tg5: “Il governo non ha più quella maggioranza che noi credevamo di avere. E quindi, con realismo, dobbiamo prendere atto di questa situazione e preoccuparci della situazione italiana e di ciò che sta accadendo sui mercati”. Colpo di Stato o colpo di sonno?
LA SINISTRA E I BROGLI ELETTORALI. Storicamente, alle elezioni Berlusconi va alla grande dopo essere stato all’opposizione e si affloscia dopo essere stato al governo. Ma nella storia spiegata ai forzisti mica si può raccontarla così. Quindi spesso il Cavaliere evoca brogli, di cui i “signori della sinistra” sono noti “specialisti”. ”L’abilità nei brogli di una certa parte politica ci ha sottratto circa un milione e 600 mila voti”, è l’ultima versione, distillata anche alla presentazione dei Club Forza Silvio. Nel mirino finiscono di frequente le politiche del 2006, perse da Berlusconi per una manciata di schede. Durante le operazioni di voto, però, il ministero dell’Interno era in mano al forzistaGiuseppe Pisanu. Che, alla lunga, si è scocciato di essere presentato come un imbelle o peggio.Così, l’8 gennaio di quest’anno Pisanu ha vergato una nota: ”Non è la prima volta che il presidente Berlusconi fornisce versioni fantasiose della notte elettorale del 2006 approfittando, tra l’altro, della mia riservatezza e della mia pazienza. Ora basta”. Non solo fu tutto regolare, assicura l’allora titolare del Viminale, ma “nessuno delle migliaia di scrutatori e rappresentanti di lista berlusconiani sollevò un solo reclamo od obiezione in tutta Italia”. E, soprattutto, nessuna obiezione è mai arrivata da Berlusconi di fronte alla perentoria nota di Pisanu.
ALITALIA, DOVE OSANO LE BUFALE. Da uomo “del fare”, il leder di Forza Italia ama infarcire di cifre i propri interventi. Solo che spesso le spara a casaccio, confidando nella distrazione (o assuefazione) dei cronisti e nella credulità della piazza. Piccolo ma significativo esempio quello relativo ad Alitalia, altra storia che Berlusconi si trova a riscrivere costretto a riscrivere, dati gli esiti del suo “salvataggio” datato 2008. ”Se Ryanair fa 61 milioni di passeggeri con 6mila persone che lavorano, non capisco come fa Alitalia con 21 milioni di passeggeri trasportati ad avere 64mila collaboratori”, ha spiegato alla manifestazione dei Club Forza Silvio. “Quindi non è stata colpa dell’imprenditore Berlusconi se Alitalia è nelle condizioni in cui è”, ha concluso. Al di là delle ragioni del disastro economico dell’ex compagnia di bandiera, le cose stanno così: Alitalia ha 14mila dipendenti e non 64mila (Berlusconi ha dovuto poi rettificare); nel 2012 ha trasportato, secondo i dati ufficiali dell’azienda, oltre 24 milioni di passeggeri (ci è andato vicino); Ryanair ha 9mila dipendenti e non 6mila; nel 2012 ha trasportato 79  milioni di passeggeri e non 61 milioni. Bentornata Forza Italia, e buon 2014. 

Province: via i politici, i costi restano

da il Fatto Quotidiano

Continuano a decadere (nel 2014 saranno 54) e al posto dei presidenti ecco i commissari (stipendiati)
Ma il ddl Delrio viaggia a rilento. E per la Corte dei Conti l'abolizione non servirà a tagliare le spese
Province: via i politici, i costi restano
Le Province continuano a decadere: 11 nel 2013, 54 nel 2014. 
Spariscono presidenti e consigli ed ecco i commissari del governo (retribuiti). 
Ma una legge per l'abolizione ancora non c'è e la strada in Parlamento 
del testo del ministro Delrio pare complicata. 
La Corte dei Conti è scettica: i costi potrebbero rimanere gli stessi e in 
certi casi aumentare.
 Infine il rischio che accada come in Sicilia. Dove potrebbero risorgere   
di Giuseppe Pipitone

Regionali Sardegna, Francesca Barracciu si ritira, prime reazioni: “Un grandissimo atto di generosità”.Il j’accuse della Barracciu contro i “capibastone medievali”

da Sardinia post

Francesca Barracciu si ritira, prime reazioni: “Un grandissimo atto di generosità”

francesca 2
Francesca Barracciu ha fatto il “passo indietro”. Erano le 23,35, quando lo ha annunciato il segretario regionale Silvio Lai. “Di comune accordo con la segretaria nazionale – ha detto – l’onorevole ha rimesso il mandato”.
Il primo annuncio di Lai è stato stringatissimo. Poi, incalzato, il leader sardo dei democraticiha parlato di “grande prova di democrazia e di generosità per il Pd”.
Qualcosa la dice anche il consigliere regionale Gavino Manca, un renziano della “prima ora” che ha sempre sostenuto la candidatura dell’eurodeputata. “Sono dispiaciuto – fa sapere -. Metà Direzione ha cambiato l’esito delle primarie, il che vuol dire il voto di oltre 50mila sardi che hanno creduto in questo strumento fondamentale del nostro partito”. Quindi un pensiero per la Barracciu: “Apprezzo il gesto che Francesca ha fatto per riunire il Pd, il suo è un grandissimo atto di generosità”.
Franco Marras, coordinatore della segreteria regionale, commenta: “Il partito ha dimostrato grande maturità e Francesca tanta generosità che, probabilmente, in questo momento è superata dall’amarezza. Sono certo che anche lei saprà dare il giusto contributo al completo superamento dei problemi, perché il centrosinistra torni al governo della Regione”. (al. car.)

Il j’accuse della Barracciu contro i “capibastone medievali”

Alla fine lo sfogo, durissimo. un atto d’accusa contro quelli che definisce “i capibastone”:Antonello Cabras (già senatore, oggi presidente della Fondazione del Banco di Sardegna); Paolo Fadda (già deputato, oggi sottosegretario alla Salute) e Renato Soru (ex presidente della Regione e suo sostenitore alle Primarie). E un annuncio perentorio: “L’ultima parola sul nuovo candidato – dice Francesca Barracciu – sarà la mia”. E ancora: “Gestirò in prima persona le liste e le alleanze. Non consentirò a nessuno di tagliare le teste dei miei compagni, specie a chi lo fece nel 2009, perdendo le elezioni… Non accetto che mi faccia la morale chi ha già pesantissimi rinvii a giudizio per processi che cominceranno nel maggio del 2014″.
Concordano quasi alla lettera le cronache dei due quotidiani sardi nel riferire il “dietro le quinte” del psicodramma che si è compiuto ieri, a Oristano, nella sede del Partito democratico di via Canepa (leggi la diretta di Sardinia Post). Dove Francesca Barracciu, vincitrice delle Primarie del centrosinistra, poco prima della mezzanotte ha accettato di “rimettere in mandato” nelle mani della direzione del suo partito. Cioè di compiere il “passo indietro” che da più parti le era stato chiesto per via del suo coinvolgimento, con l’accusa di peculato, nell’inchiesta della Procura della Repubblica di Cagliari sui fondi ai gruppi consiliari.
L’epilogo di un braccio di ferro cominciato a fine mattina, alla presenza di Stefano Bonaccini, responsabile nazionale degli Enti locali, inviato d’urgenza nell’Isola da Matteo Renzi per compiere il tentativo, rivelatosi vano, di chiudere il “caso Sardegna” in modo indolore. Bonaccini – dopo aver incontrato uno dopo l’altro i leader delle diverse componenti interne del Pd – verso le 18,30 è salito su un’auto diretta all’aeroporto. Abbastanza sconfortato: “Sapevo che era una situazione complicata – ha detto – ma non immaginavo fino a questo punto”.
Il giorno più lungo del Partito democratico sardo si è compiuto in uno scenario denso di simboli. A Oristano, la città di Eleonora d’Arborea, si è interrotto il percorso della prima donna sarda che, nella storia dell’autonomia, avrebbe potuto raggiungere la guida della Regione. E in un luogo, la sede del Pd, nel quale per ore si è svolto un confronto parallelo. Giù, nella sala, quello ufficiale della direzione del partito – un’ottantina di persone – e su, al primo piano, in un ufficio, quello “sostanziale”: la Barracciu ha incontrato per ore, prima assieme a Bonaccini, poi da sola, poi ancora con l’assistenza delle persone a lei in questa fase più vicine, come il parlamentare di Olbia Giampiero Scanu, quelli che poi ha definito “i capibastone”.  Quelli che – col sostegno del loro “braccio armato”, il segretario Silvio Lai – hanno messo in atto nei suoi confronti una “aggressione violenta e spietata”.
Non è mai comparsa nella sala della direzione. Dove per ore – a partire dal momento in cui nella relazione introduttiva il segretario Silvio Lai le aveva chiesto di compiere il “passo indietro – è stata attesa. Nella speranza che fosse lei direttamente, con l’annuncio del ritiro, a levare a tutti le castagne dal fuoco evitando un drammatico “voto di sfiducia”. La votazione, poi, è stata ugualmente evitata. Ma a dare l’annuncio è stato lo stesso Lai.
Nelle ore trascorse nell’ufficio al primo piano della sede democratica, Francesca Barracciu ha prima tentato di resistere, poi ha preso atto dell’impossiblità di farlo e ha cominciato a occuparsi del dopo, cioè di quanto accadrà nei prossimi giorni. Da oggi fino al 2 o al 4 gennaio – la data è ancora da definire – quando la direzione regionale si riunirà nuovamente per individuare il nome del nuovo candidato del centrosinistra al governo della Sardegna. Decisiva è stata, a tarda sera, una telefonata con Matteo Renzi.
Non se ne conosce il contenuto. Ma la perentorietà con cui la Barracciu ha affermato che sarà lei a dire l’ultima parola sul nuovo candidato e sulla composizione delle liste fanno intendere che questo sia stato il tema del colloquio. La Barracciu ha chiesto garanzie al segretario nazionale, ed evidentemente le ha ottenute. Abbandona la corsa al governo dell’Isola, ma ne avvia un’altra per il controllo del partito. L’indicazione nominativa dei suoi avversari lascia poco spazio a dubbi. In particolare il durissimo attacco contro Renato Soru con tanto di richiamo esplicito al processo (fissato appunto per il prossimo maggio) per evasione fiscale. E poi Antonello Cabras (ieri assente ma, nell’analisi della Barracciu, in realtà ancora presentissimo nella manovre interne) e Paolo Fadda, da sempre contrario alla sua candidatura al governo dell’Isola.
Due renziani (Cabras e Soru) su tre. Ecco un altro degli elementi emersi ieri fin dall’arrivo a Oristano del delegato (nonchè braccio destro) del segretario nazionale: nell’Isola dal punto di vista dei vertici romani del partito non c’è una “componente renziana”. Esistono antiche fazioni che per svariate ragioni negli ultimi mesi sono confluite sotto l’ombrello di Renzi. Ma sono divise tra loro. Bonaccini, non a caso, le ha incontrate separatamente.
Di certo si apre una nuova fase nel Pd sardo. Dopo le elezioni regionali si svolgerà il congresso. La posta in gioco è il controllo del partito. In questo clima il Partito democratico avvia la campagna elettorale più difficile della sua breve storia.
“Il mio – ha detto ancora la Barracciu – è stato un atto di responsabilità per evitare che il Pd, come volevano i capibastone, si spaccasse in due e che fossero in pochi a sovvertire l’esito delle primarie. Potevo oppormi a questo esercizio medievale del potere, non l’ho fatto per rispetto degli elettori, delle regole ma soprattutto della Sardegna, perché in questa situazione una divisione avrebbe spalancato le porte a una sicura sconfitta alle Regionali”. E ancora: “Con questa mia scelta, ho anche dimostrato che quando a fare politica sono le donne, non cercano vendette e tanto meno vogliono far scorrere il sangue. Questo è il mio atto di generosità verso il Pd”.
N.B.
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Regalo di Natale a 5 giudici Letta salva gli stipendi d’oro

Regalo di Natale a 5 giudici Letta salva gli stipendi d’oro

schermata177Incarichi di prestigio e potere, ottimo stipendio e soprattutto cumulabile alla pensione. Il premier Enrico Letta sembra aver fatto proprio un bel regalo di Natale a cinque neomagistrati della Corte dei Conti. Il presidente del Consiglio ha detto che lui non è Santa Claus, ma forse per quei funzionari, militari e politici che il 21 dicembre scorso, al termine di un Consiglio dei ministri convocato per la variazione di bilancio, si sono ritrovati consiglieri della magistratura contabile lo è stato. Nomine inaspettate e arrivate poco prima che venisse dato l’ok definitivo alla legge di stabilità, che prevede un emendamento finalizzato a vietare il cumulo tra pensioni d’oro e stipendi pubblici.
La norma arginata
L’emendamento alla manovra voluto dal capogruppo del Pd, Roberto Speranza, e poi ridimensionato tra le polemiche, prevedeva un tetto alle cosiddette pensioni d’oro. In pratica vietato a chi percepisce una pensione erogata dalla previdenza pubblica di avere un reddito superiore ai 300 mila euro, grazie a stipendi per incarichi in organi costituzionali, enti e amministrazioni pubbliche. Un limite dunque anche per i magistrati della Corte dei Conti, che non era però previsto per quanti gli incarichi pubblici li avessero già prima del varo definitivo della legge di stabilità. Ecco così che, a sorpresa, nel Consiglio dei ministri convocato subito prima di Natale vengono nominati cinque consiglieri della Corte dei Conti, su proposta del premier Enrico Letta e parere conforme del Consiglio di presidenza della Corte dei Conti. Cinque poltrone d’oro e nessun taglio alle retribuzioni. I nuovi consiglieri hanno tutti un passato con incarichi prestigiosi all’interno delle istituzioni e in grado di mettere tutti i partiti d’accordo.
I big five
Un trionfo per le larghe intese. Il prestigioso incarico è andato all’avvocato Siegfried Brugger, a lungo impegnato nel Sudtiroler Volkspartei, di cui è stato per dodici anni segretario, e per una vita in Parlamento, dove dal 1992 al 2004 è stato anche capogruppo del Misto. Nominato poi consigliere Salvatore Tutino, tra i fondatori del Cer, il Centro Europa Ricerche, e per molto tempo dirigente del Mef. Toga a Italo Scotti, anche lui funzionario di lungo corso e con ultimo incarico quello di capo di gabinetto del ministro per i rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini. Neoconsigliere anche il generale di corpo d’armata Daniele Caprino, con alle spalle una carriera sfolgorante nella Guardia di finanza, per cinque anni distaccato come esperto in temi giuridici a Palazzo Chigi, e ritenuto vicino tanto all’ex braccio destro di Tremonti, Marco Milanese, che alla Lega. L’incarico alla Corte dei Conti, infine, è stato concesso al prefetto Angela Pria, capo del dipartimento degli affari interni e territoriali del Viminale e finita in alcune intercettazioni compiute nell’ambito dell’inchiesta che, nel giugno scorso, ha portato all’arresto del collega Francesco La Motta, relativa al dirottamento di fondi del Ministero in Svizzera.
C’è chi dice no
La mossa di Letta è passata quasi sotto silenzio. A protestare soltanto i stelle. “Mentre viene chiesto ai cittadini di compiere sacrifici – ha dichiarato Carla Ruocco, la pentastellata vicepresidente della commissione finanze della Camera – il Governo non perde tempo con delle nomine, quanto meno, tempisticamente inopportune”. 
fonte: controcorrente, lanotiziagiornale.it

SILVIO E QUEGLI SPOT SULLE RETI MEDIASET QUANDO ERA PREMIER

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SILVIO E QUEGLI SPOT SULLE RETI MEDIASET QUANDO ERA PREMIER (Federico Fubini)

A Silvio Berlusconi, da primo ministro, non è mai mancata l’adulazione di chiunque avesse qualcosa da strappargli. Il fondatore di Forza Italia in questo non è stato un’eccezione nella politica prima e dopodi lui, nel Paese e fuori.
Ciò che lo distingue è che all’adulazione dei singoli, nel suo caso, si è unita quella di certe grandi imprese il cui futuro dipende dalle scelte del governo. Nessuna di esse lo ha pagato direttamente quando era premier, ma in molte hanno versato sempre di più in inserzioni pubblicitarie alle sue reti quando il centrodestra era al potere.
Se Berlusconi non fosse mai stato premier, Mediaset avrebbe incassato in spot oltre un miliardo in meno solofra il 1994 e il 2009. La conclusione, dopo anni di lavoro sui dati Nielsen sull’andamento del mercato pubblicitario, è di quattro economisti di primo piano: Stefano DellaVigna dell’Università di California a Berkeley, Ruben Durante di Science Po a Parigi e Yale, Brian G. Knight della Brown University e Eliana La Ferrara della Bocconi. Il loro è uno studio corroborato da dati e verifiche su come il conflitto d’interessi di un premier proprietario di un gruppo dei media vada oltre la possibilità di usare il governo per favorire le proprie imprese.
C’è anche quello che i quattro economisti chiamano il “lobbying indiretto”: l’aumento della spesa in pubblicità sulle reti del premier da parte di gruppi delle telecomunicazioni, del settore farmaceutico, della finanza o nell’industria dell’auto, per ingraziarsi Berlusconi e spingere il governo a prendere decisioni convenienti per loro.
Lo studio (“ Marked- based Lobbying: Evidence from Advertising Spending in Italy”) è pubblicato in questi giorni dal National Bureau of Economic Research degli Stati Uniti, animato dal gruppo di economisti di maggior prestigio e influenza al mondo. I quattro ricercatori hanno selezionato nei dati Nielsen le 800 imprese che hanno speso di più in pubblicità in Italia fra il ‘94, il primo anno di governo di Berlusconi, e il 2009.
Sulla base di quei dati emerge che le fasi di governo del centrodestra (prima il ‘94, poi il 2001-2006, infine il 2008-2009) coincidono con un cambiamento di tendenza: già in previsione del ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi laquota di inserzioni riservata a Mediaset, rispetto alla Rai, sale dal 62% al 66% e poi al 69% con la legislatura partita nel 2001. L’incidenza torna a scendere durante il premierato di Romano Prodi fino al 2008 e risale fino al 70% quando Berlusconi torna al governo nella scorsa legislatura.
Per quale motivo ciò accada, lo fanno capire i quattro studiosi incrociando gli anni del centrodestra al potere e i flussi pubblicitari. In particolare, il loro studio separa i settori più regolamentati, che dipendono dalle sceltedel governo, da quelli meno regolamentati. Tra quelli più legati alle scelte politiche ci sono appunto la finanza e le assicurazioni, la farmaceutica, i media e l’editoria e l’auto (a causa degli incentivi all’acquisto di nuovi modelli).
Più indipendenti dal potere nazionale sono invece l’industria dei giocattoli, dell’igiene personale o del commercio al dettaglio. E il risultato è sorprendente: l’acquisto di pubblicità sulle reti Mediaset da parte di gruppi nei settori regolamentati balza sempre negli anni in cui Berlusconi è al governo.
E supera quella dei settori meno regolamentati, come quota sul totale delle entrate da spot di Rai e Mediaset.
Secondo i quattro economisti, è evidente l’intento di banche, compagnie assicurative o società di telefonia di accattivarsi il premier comprando più spot (o spot più costosi) sulle sue reti. Le entrate supplementari per Mediaset risultano così di 123 milioni l’anno sulla media di ciascuno dei nove anni di governo di Berlusconi presi in conto. In modo speculare, calano invece gli introiti per la Rai. È dunque possibile che il governo abbia risposto favorendo i gruppi più munifici verso Mediaset, con un danno per altre imprese magari migliori e per l’economia in generale.

«L’investimento pubblicitario aggira gli obblighi di trasparenza del finanziamento ai partiti, ma può rivelarsi molto efficace», dice Ruben Durante da Yale. Aggiunge Stefano DallaVigna da Berkeley: «Uno scambio di affari e favori fra società di Berlusconi e altre aziende è legale, ma solleva conflitti d’interesse di tipo nuovo». Basterebbe una legge per regolare questi rischi: esattamente ciò di cui si continua a non parlare.