venerdì 31 gennaio 2014

Italicum, Giovanni Sartori Roberto D'Alimonte: sul Sole 24 Ore il duello tra i costituzionalisti

Italicum, Giovanni Sartori Roberto D'Alimonte: sul Sole 24 Ore il duello tra i costituzionalisti

il Sole 24 Ore  |
sartori d'alimonte
"Io idealista? No, sei tu che sei fuori dai modelli occidentali". Sono queste le parole rivolte dal politologo Giovanni Sartori al suo collega Roberto D'alimonte riguardo alla riforma della legge elettorale. Il duello avviene sulle colonne del Sole 24 Ore. Con D'Alimonte che risponde: "Io sono realista, i tuoi sistemi non sono attuali".
Sartori:
Da tempo D'Alimonte ed io dissentiamo sui sistemi elettorali. Secondo lui, io sarei un idealista (e pertanto un irrealista) mentre lui sarebbe un realista. Ora, è noto da tempo che io sostengo (in prima scelta) il semi-presidenzialismo fondato sul doppio turno che esiste da tempo in Francia, e che dunque è una realtà. Mentre l'Italicum di Berlusconi si fonda su un premio che trasforma una minoranza in maggioranza; un meccanismo che non esiste (che io sappia) in nessun Paese dell'Europa liberaldemocratica. Pertanto non convengo sulla distinzione tra idealista (io) e lui (realista).
La distinzione è che io sono uno studioso che cerca di spiegare e di proporre soluzioni esatte (realistiche o no), mentre D'Alimonte bada al fattibile e preferisce fare il consigliere del Principe. Ma il punto sul quale davvero dissento con D'Alimonte è sulla equiparazione del sistema uninominale diciamo di tipo inglese al premio di maggioranza Italicum. No. Il principio del maggioritario è "first past the post" e cioè che vince chi sorpassa, anche se di un solo voto, gli altri contendenti. E questo non è un premio ma la nozione stessa di maggioranza.
D'Alimonte:
Sì, è vero. Lo confesso. Ho il difetto di distinguere il fattibile dal desiderabile. Mi piacciono i collegi uninominali maggioritari a due turni. Ho qualche dubbio, che Sartori non ha, sul semi-presidenzialismo francese, che per altri studiosi è in realtà un iper-presidenzialismo. Ma sulla bontà dei collegi francesi non ho dubbi. Vorrei che fossero il perno del nuovo sistema elettorale italiano. Purtroppo però sono certo che hic et nunc questo mio desiderio è irrealizzabile. Lo è per ragioni politiche, non prive di una base empirica, che a Sartori evidentemente sfuggono.
Per questo lascio perdere le sue «soluzioni esatte» e preferisco cercare di capire e di suggerire quali modifiche migliorative dello status quo siano realisticamente praticabili oggi e non domani. Perché l'Italia ha bisogno non di proposte su sistemi elettorali «esatti», ma di una riforma che, per quanto imperfetta, sostituisca il proporzionale che ci ha regalato la Consulta con un sistema più funzionale e che allo stesso tempo trovi in Parlamento i voti per essere approvato. In questo sta il mio peccato come consigliere del Principe.

fonte Huffington post

Istat, -100mila giovani occupati in un anno Disoccupazione in lieve flessione, a 12,7%

ANSA.it > Economia > News

Disoccupazione a dicembre in lieve calo, a 12,7%

Istat, -100mila giovani occupati in un anno

Disoccupazione in lieve flessione, a 12,7%


Il tasso di disoccupazione a dicembre risulta pari al 12,7%, appena sotto il record storico toccato a novembre (rivisto al 12,8%). Si tratta del primo calo su base mensile da giugno, anche se la riduzione è solo di 0,1 punti percentuali. Su base annua il tasso di disoccupazione cresce di 1,2 punti. Lo rileva l'Istat, diffondendo i dati provvisori.

A dicembre 2013 sono occupati 943 mila giovani tra i 15 e i 24 anni, in aumento dello 0,7% rispetto al mese precedente (+7 mila) ma in diminuzione del 9,6% su base annua, ovvero di 100 mila.

Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni a dicembre è pari al 41,6%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali su novembre, primo calo da maggio, ma ancora in crescita su base annua (+4,2 punti). Lo rileva l'Istat, diffondendo i dati provvisori. I giovani in cerca di un lavoro sono 671mila.

A dicembre, dopo il record di novembre, si è registrato un primo, anche se lieve, calo della disoccupazione su base mensile, con 32mila persone in meno in cerca. Ma intanto non si è fermata la discesa degli occupati, con 25mila persone in meno a lavoro su novembre. Ecco che, stando ai dati provvisori dell'Istat, con tutta probabilità la diminuzione di coloro che sono in cerca di un lavoro si spiega soprattutto con un aumento degli inattivi, chi né ha un lavoro né lo cerca, saliti di 51 mila unità in un solo mese.

Sermpre a dicembre 2013 gli occupati sono 22 milioni 270 mila, in diminuzione dello 0,1% rispetto al mese precedente (-25 mila) e dell'1,9% su base annua (-424 mila). L'Istat sottolinea che il tasso di occupazione, pari al 55,3%, diminuisce di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di 1,0 punti rispetto a dodici mesi prima.

Ue: disoccupazione dicembre ferma al 12%,lieve calo Italia - Disoccupazione stabile al 12%, a dicembre, nell'Eurozona. Nell'Ue-28 è in lieve calo: al 10,7%, sul 10,8% di novembre. E' quanto rileva Eurostat. In Italia il tasso è al 12,7%, in lieve flessione sul mese precedente (era al 12,8%), ma è tra gli Stati membri che hanno registrato i principali rialzi nell'anno (a dicembre 2012 era a 11,5%). Lieve calo per la disoccupazione giovanile: nell'Eurozona a dicembre è al 23,8% (24% a novembre), nell'Ue-28 al 23,2% (23,4% nel mese precedente, in Italia al 41,6% (a novembre 41,7%).

Eurostat stima 26,200 milioni di disoccupati nell'Ue-28 a dicembre, di cui 19,010 nell'Eurozona. Rispetto a novembre si registra un calo di 162mila disoccupati nell'Ue-28 e di 129mila nell'area euro. Tra gli Stati membri i tassi di disoccupazione piu' bassi si sono registrati in Austria (4,9%), in Germania (5,1%) ed in Lussemburgo (6,2%) ed i piu' alti in Grecia (27,8% a ottobre 2013) ed in Spagna (25,8%). Su base annua il tasso di disoccupazione e' aumentato in 14 Stati membri, e' sceso in 13, ed è rimasto stabile in Svezia. I rialzi piu' forti si sono registrati a Cipro (da 13,9% a 17,5%), in Italia (da 11,5% a 12,7%), in Grecia (dal 26,1% al 27,8% tra ottobre 2012 e quello 2013), in Olanda (da 5,8% al 7%). I cali piu' marcati si sono avuti in Irlanda (da 14% a 12,1%), Lettonia (da 14% a 12,1% tra il terzo trimestre 2012 e 2013) e in Lituania (da 13 a 11,4%). Per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, i tassi piu' bassi a dicembre sono stati registrati in Germania (7,4%) e Austria (8,9%) ed i piu' alti in Spagna (54,3%), in Grecia (59,2% a ottobre 2013) e Craozia (49,2% nel quarto trimestre 2013).

Fisco, dal 1° febbraio partono i controlli sui conti correnti. Pronto anche il redditometro

Fisco, dal 1° febbraio partono i controlli sui conti correnti. Pronto anche il redditometro

Dopo mesi di attesa finalmente ci siamo. A partire dal 1 febbraio diventano operativi i controlli dello 
Stato sui movimenti bancari. La vita degli evasori italiani potrebbe diventare più dura ma il
 condizionale è d'obbligo perchè tante volte in passato le crociate contro chi non paga le tasse sono 
finite con un nulla di fatto. L'unica certezza è invece che crescerà l'invasività dello Stato nella vita 
dei cittadini che vedranno pesantemente violata la loro privacy. 
Sotto la lente i movimenti a partire dal 2011 - Le banche stanno ultimando l'invio all'Agenzia 
delle Entrate di tutti i dati sulle operazioni effettuate a partire dall'inizio del 2011. Lo Stato avrà  in 
questo modo la possibilità di verificare i movimenti di denaro su ogni singolo conto ed inviduare
 eventual anomalie derivanti dll'incrocio dei dati con quelli forniti in dichirazione dei redditi. Nei casi 
di sospetta evasione il Fisco potrà effettuare accertamenti per chiarire la natura delle diverse 
operazioni bancarie. I cittadini non potranno sottrarsi ai controlli e nel caso ci fossero delle indagini 
finanziare sul proprio conto sono tenuti a fornire spiegazione sui movimenti bancari effettuati. 
Pronto il redditometro, controlli non esagerati - Il redditometro è ormai sulla rampa di lancio, 
ma i controlli saranno "non esagerati". Le verifiche non saranno così estese e aggressive come 
temuto o, meglio, saranno dosate ed andranno a colpo sicuro per ridurre al minimo il contenzioso
 con i contribuenti. La direttiva per l'entrata in vigore del nuovo strumento di lotta all'evasione fiscale 
arriverà a breve. E da allora partiranno le lettere ai "sospettati" di evasione. Ma appunto, senza 
esagerare. "Ci limiteremo ai casi più eclatanti", ha spiegato il direttore delle Entrate, Attilio Befera.
Meccanismo basato su doppio contraddittorio - Il meccanismo si basa su un doppio 
contraddittorio e prevede che il cittadino sia chiamato ad un primo confronto se, in base alla banca
 dati di cui l'Agenzia dispone, il gap tra il reddito e le spese certe sostenute supera almeno il 20%. Il contribuente si presenterà all'ufficio competente e, se potrà dimostrare che le spese eccedenti 
sono state sostenute con disponibilità economiche non conosciute al fisco la procedura si chiuderà automaticamente, senza entrare nella fase vera e propria del controllo. Se invece le spiegazioni non 
saranno ritenute sufficienti, si andrà ad un secondo incontro. Anche in questa fase il contribuente 
potrà sempre dimostrare con dichiarazioni fattuali che le spese sospette sono in qualche modo giustificabili. Nell'accertamento fiscale verranno infatti considerate esclusivamente le spese certe e il 
reddito medio comparato, perché prendere in considerazione la spesa media Istat sarebbe stata "un'ingerenza ingiustificata". Il fisco si baserà dunque sull'ammontare delle spese sostenute, quelle 
certe, e appunto sul reddito dichiarato.
fonte Tiscali.it
 

Italicum, l’importanza di un nome

Italicum, l’importanza di un nome

Premetto e prometto che non parlerò di 35% o 38%, di preferenze o uninominale. Vorrei soffermarmi sull’importanza del nome. Proprio in questo si può situare la differenza fra Renzi e Bersani. Il secondo, se avesse potuto, avrebbe proposto una legge elettorale; forse si sarebbe accordato, anche se in segreto, con Berlusconi ma non avrebbe mai pensato di imporre un nome alla sua proposta. Renzi l’ha invece subito battezzata Italicum per evitare che altri potessero coniare un loro nome. Qualcuno ci ha provato con Renzusconi, Bastardellum o Vampirellum ma oramai tutti i giornali lo riconoscevano come Italicum.
Qualcuno ha evocato l’Italicus treno ove nel 1974 venne effettuata una strage. Il nome del treno era la declinazione latina al nominativo mentre per la legge elettorale viene declinato in accusativo. Mi pare che corrisponda alla differenza che in italiano passa fra soggetto e complemento oggetto. ( Es. “L’Italiano è bello” invece che “Noi amiamo l’Italiano”)
Qualcuno penserà: “Ma chi se ne frega del nome!”. Errore! La storia di tanti marchi dalla Coca-Cola alla Apple dimostra come azzeccare un marchio sia fondamentale. Anche nella politica italiana emerge chiaramente l’attrattiva dei marchi Forza Italia e Movimento 5 Stelle rispetto alla debolezza di Scelta Civica o Nuovo Centro Destra.
Lacan, un famoso psicoanalista francese, affermava che l’inconscio è strutturato per larga parte come il linguaggio.
La forza evocativa, nel bene o nel male, di una parola che diviene marchio è fondamentale per fornire forza o debolezza a un progetto o a un’idea.
I lettori quali elementi di energia o fragilità riscontrano nella parola Italicum?
Provo a elencare alcuni aspetti:
Forza: 1. Ricordare la giovinezza in cui si studiava il latino 2. L’idea dell’unità d’Italia 3. L’orgoglio di essere italiani
Fragilità: 1. Un “latinorum” desueto 2. Connotazione provinciale rispetto alla dimensione europea 3. Accostamento all’Italicus che ricorda le stragi di un terribile periodo storico.

Luciano Casolari
 Luciano Casolari

Biografia

Nato nel 1957, laureato in medicina e chirurgia, ho lavorato come dirigente psichiatra nel servizio sanitario nazionale per poi svolgere attività come psicoanalista. Ho svolto insegnamenti in psicosomatica presso la scuola di specializzazione in psichiatria e attualmente insegno psicoterapia in varie scuole di specializzazione. Come divulgazione scientifica ho pubblicato i seguenti libri: L'amico psicoterapeuta (Positive press, 2002); Il benessere psicosomatico (Positive press, 2004); Psicoanalisi della Ferrari (Positive press, 2006) e Ama e fà ciò che vuoi: manuale d'amore ed erotismo (Aliberti editore 2011).

Storie Vere – Ue: Nord contro Sud? No, Nord senza Sud

Storie Vere – Ue: Nord contro Sud? No, Nord senza Sud


La scena: il Parlamento europeo, l’aula 4B001 del Palazzo Paul Henri Spaak a Bruxelles. Il momento: mercoledì mattina, 29 gennaio. L’occasione: un seminario organizzato dal Parlamento sulle prospettive dell’Unione bancaria, in vista delle elezioni europee. I protagonisti: decine di giornalisti da tutti i Paesi Ue e due robusti tavoli di esperti e politici, uno di funzionari delle Istituzioni comunitarie e uno di eurodeputati, tutti della commissione per gli Affari economici e monetari, che segue l’Unione bancaria.
Il programma annuncia i due relatori sui due aspetti dell’Unione bancaria di cui attualmente si discute, cioè il meccanismo per fare fronte al fallimento di una banca e le garanzie sui depositi – una portoghese, che non c’è, e un tedesco del gruppo socialista-, e i portavoce di altri gruppi dell’Assemblea comunitaria.
In tutto, i presenti sono tre tedeschi, il relatore Peter Simon, il liberale Wolf Klinz e l’esponente della sinistra Thomas Haendel, e una olandese, la popolare Corien Wortmann-Kool, mentre risultano assenti più o meno giustificati un belga fiammingo e un conservatore britannico.
Sull’Unione bancaria, corollario dell’Unione monetaria e tassello dell’Unione economica, i quattro sono tutti d’accordo. Qualche differenza di colore politico emerge tra Haendel, il deputato di sinistra, e gli altri. Qualche distinguo a titolo personale viene da Klinz, il liberale, che premette di non essere allineato con il suo gruppo.
Tutti concordano che, in caso di fallimento di una banca, non devono essere i contribuenti a pagare e quasi tutti sottolineano che, soprattutto, non devono essere i contribuenti di un altro Paese a farlo –usano sempre la parola ‘taxpayers’, mai ‘citizens’-. Tutti hanno dubbi sull’efficacia dei meccanismi messi a punto dall’Ecofin, il Consiglio dei Ministri delle Finanze dei 28, sia dal punto di vista tecnico che istituzionale.
La discussione è pacatissima: più che al Parlamento europeo, del resto, pare di stare alla Lega anseatica. Chiede un giornalista: “Nei dibattiti in commissione, a parte le differenze politiche, che, sia pure sfumate, sono comunque emerse, non c’è, su questi temi, quello spartiacque Nord – Sud di cui tanto si parla, nell’Unione ai tempi della crisi?”.
La risposta dei quattro è unanime, neppure troppo articolata: “No”, non c’è uno spartiacque Nord – Sud sull’Unione bancaria. Forse perché, se il panel fa testo, non è ‘Nord contro Sud’, ma ‘Nord senza Sud’. E dire che la solidità delle banche lascia a desiderare soprattutto in Grecia e a Cipro, in Italia e in Spagna, piuttosto che altrove nell’Ue.
Un po’ più di partecipazione, o di coinvolgimento, non guasterebbe. E’ vero che in quel giorno e a quell’ora c’è a Bruxelles il premier Letta, che incontra gli eurodeputati italiani. Ma un ‘mediterraneo’ qualsiasi poteva pure starci, al seminario.
Giampiero Gramaglia

Giampiero Gramaglia

Giornalista, ex direttore Ansa




biografia
Sono nato a Saluzzo (Cn) 1950. Sposato, due figli, giornalista dal 1972: all'ANSA per trent'anni, una vita da terzino dell'informazione più a mio agio in trasferta (corrispondente da Bruxelles, Parigi, Washington) che in casa. I giornali preferisco scriverli che leggerli: mi diverto (e mi fido) di più. Usa, Ue e Juventus le materie dove sono più forte (ma nessuno, neppure Antonio, m'ha mai fatto scrivere di sport, nel timore -infondato- di faziosità).

Governabilità o democrazia, i governanti al riparo dai governati

da il Manifesto
EDITORIALE

Governabilità o democrazia, i governanti al riparo dai governati

Postdemocrazia. Cosa c’è dietro l’ingegneria istituzionale della governabilità ad ogni costo

Le regole della cac­cia alla volpe inte­res­sano per­lo­più i signori che la pra­ti­cano. E, suo mal­grado, la volpe. Dif­fi­cile imma­gi­nare che un intero popolo vi si possa appas­sio­nare.
Altret­tanto lecito è dubi­tare che gli ita­liani fre­mano per i dispo­si­tivi e le norme di quella nuova legge elet­to­rale che i media pon­gono ripe­tu­ta­mente e quo­ti­dia­na­mente al ver­tice delle loro più impel­lenti aspi­ra­zioni.
Assai più pro­ba­bile è che desi­de­rino pre­sto un qual­si­vo­glia risul­tato per non sen­tirne par­lare più e pas­sare ad altro.
Del resto, già il latino mac­che­ro­nico cor­ren­te­mente impie­gato nel desi­gnare le diverse leggi elet­to­rali è indice dell’atmosfera pro­vin­ciale e comi­ca­mente litur­gica in cui tutto il dibat­tito si svolge per par­to­rire, alla fine, qual­cosa di assai simile al già noto. Lad­dove in que­stione sono assai meno le forme della demo­cra­zia che non la distri­bu­zione delle risorse di potere tra forze poli­ti­che in disa­strosa crisi di senso e di rappresentanza.
Le argo­men­ta­zioni che i mag­giori costi­tu­zio­na­li­sti ita­liani hanno oppo­sto al pro­getto di legge con­cor­dato da Renzi e Ber­lu­sconi non potreb­bero essere più sen­sate. Ma si tratta di un eser­ci­zio di razio­na­lità politico-giuridica che dif­fi­cil­mente potrà inci­dere su una sto­ria già ampia­mente scritta, non solo in Ita­lia e non da ieri. Con­verrà allora risa­lire alle spalle dell’ingegneria nor­ma­tiva che infe­sta le prime pagine per col­lo­care lo stato coma­toso in cui versa la demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva nel con­te­sto, sem­pre più deci­sa­mente post­de­mo­cra­tico, che gli è proprio.
La parola chiave da cui si deve par­tire è «gover­na­bi­lità». Non risale alla notte dei tempi, ma agli anni ’80, per poi cele­brare il suo trionfo con il pas­sag­gio dal pro­por­zio­nale al mag­gio­ri­ta­rio nel 1993. Lungi dal rap­pre­sen­tare un con­cetto tecnico-giuridico il prin­ci­pio della «gover­na­bi­lità» è di natura stret­ta­mente e squi­si­ta­mente poli­tica ed è anche piut­to­sto sem­plice: con­si­ste nel met­tere i gover­nanti al riparo dai gover­nati, almeno per il tempo che inter­corre tra una sca­denza elet­to­rale e l’altra. Ed è tal­mente per­va­sivo, in que­sta sua sem­pli­cità, da potersi appli­care a uno stato nazio­nale, a una fab­brica, a una uni­ver­sità, a un sin­da­cato (lo sa bene il segre­ta­rio della Fiom Mau­ri­zio Lan­dini nel con­durre la sua bat­ta­glia per la demo­cra­zia sin­da­cale), in breve a qual­si­vo­glia orga­ni­smo col­let­tivo, con diversi gradi di potere disci­pli­nante e di durata. Ed effet­ti­va­mente a tutte que­ste realtà è stato in diversa misura applicato.
Que­sta pre­ro­ga­tiva del comando con­si­ste in primo luogo nell’escludere la pos­si­bi­lità stessa delle «crisi di governo» e cioè l’eventualità che di fronte all’esplodere di con­trad­di­zioni sociali e poli­ti­che il qua­dro gover­na­tivo si trovi costretto a scom­porsi e ridi­se­gnarsi.
La «gover­na­bi­lità» garan­ti­sce invece che, per il tempo privo di incer­tezze del suo man­dato, la mag­gio­ranza par­la­men­tare e il suo governo pos­sano eser­ci­tare il più pieno arbi­trio senza met­tere a repen­ta­glio la pro­pria sta­bi­lità. Una ten­denza alla faci­li­ta­zione del comando, o ridu­zione della com­ples­sità come la chia­ma­vano i teo­rici più raf­fi­nati, che nes­sun bilan­cia­mento isti­tu­zio­nale, e men che meno la cor­rut­ti­bile «libertà di coscienza» dei rap­pre­sen­tanti, potrà più rimet­tere in questione.
Governi, è ovvio, ce ne sono sem­pre stati, anche nelle fasi di mag­giore insta­bi­lità (che sovente cor­ri­spon­de­vano a quelle di mag­giore svi­luppo), sog­getti, tut­ta­via, a quella neces­sità di adat­ta­mento alla tur­bo­lenza dei gover­nati che il prin­ci­pio di «gover­na­bi­lità» intende radi­cal­mente rimuo­vere.
La cre­scita costante dell’astensionismo è il segno più evi­dente del dif­fon­dersi del senso di impo­tente distanza da parte dei gover­nati e, nei casi meno ras­se­gnati, di osti­lità, che la blin­da­tura del qua­dro poli­tico determina.
Ma «gover­na­bi­lità» è anche la ban­diera dei par­titi mag­giori, i quali rispon­dono alla stessa logica delle grandi con­cen­tra­zioni eco­no­mi­che impe­gnate nella com­pe­ti­zione entro un oriz­zonte comune. Que­sto oriz­zonte comune o «regola con­di­visa» non è che la dot­trina della com­pe­ti­ti­vità libe­ri­sta non­ché la pre­tesa a una libertà di azione che non ammette vin­coli né discus­sioni. Quando si dice che l’economia domina la poli­tica, si intende soprat­tutto che la seconda si ridi­se­gna secondo gli schemi e le forme della prima. Ed è esat­ta­mente quello che i grandi par­titi mono­po­li­stici stanno facendo nell’approntare le con­di­zioni nor­ma­tive che ren­dano pos­si­bile que­sto ade­gua­mento. Senza troppo disco­starci dalla realtà potremmo con­si­de­rare le pri­ma­rie come una assem­blea degli azio­ni­sti, la dire­zione poli­tica come un con­si­glio di ammi­ni­stra­zione, il segre­ta­rio come un ammi­ni­stra­tore dele­gato e le ele­zioni poli­ti­che come la com­pe­ti­zione su un mer­cato che non lascia più spa­zio agli outsi­ders o alle pic­cole imprese più o meno artigianali.
È que­sto carat­tere post­de­mo­cra­tico dell’ordine libe­ri­sta, e il rico­no­sci­mento comune delle regole che vi pre­sie­dono, ciò che nella sostanza sot­tende l’accordo tra il Pd di Mat­teo Renzi e la rinata Forza Ita­lia di Sil­vio Ber­lu­sconi. Così come i listini della Borsa anche il duo­po­lio poli­tico non pre­vede «alter­na­tiva», ma solo alter­nanza delle rispet­tive quo­ta­zioni sul mer­cato. La nuova legge elet­to­rale costi­tui­sce un effi­cace ade­gua­mento della poli­tica a que­sto schema. Le «lar­ghe intese», che si pre­gia di aver supe­rato per sem­pre, non erano in fondo che una appli­ca­zione diversa di quello stesso dogma della «gover­na­bi­lità» ad ogni costo che essa san­ci­sce nella dot­trina dell’alternanza. Nell’un caso e nell’altro si tratta di can­cel­lare la con­flit­tua­lità sociale dalla vita collettiva.
La dimen­sione post­de­mo­cra­tica è ciò che sem­pre più acco­muna il governo dell’Europa a quelli dei sin­goli stati che la com­pon­gono e che con­tri­bui­scono in maniera deci­siva a osta­co­larne l’evoluzione poli­tica e con­ser­varne la rigi­dità tec­no­cra­tica. Non c’è da aspet­tarsi alcuna demo­cra­tiz­za­zione dell’Unione da parte di sovra­nità nazio­nali alle prese con la ridu­zione dei pro­pri spazi demo­cra­tici interni.
Sem­mai il con­tra­rio, secondo la gene­rosa e azzar­data ipo­tesi di Etienne Bali­bar che auspica un’Europa più demo­cra­tica di tutti gli stati che la compongono.

È solo su que­sta scala che un movi­mento poli­tico e un con­corso di forze che par­lino una lin­gua diversa dal latino mac­che­ro­nico potreb­bero rove­sciare la «regola comune» cui i nostri mono­po­li­sti poli­tici, nazio­nali e sovra­na­zio­nali, vor­reb­bero pie­gare le società europee.

Imu-Bankitalia: se il governo e le banche diventano soci in affari

Imu-Bankitalia: se il governo e le banche diventano soci in affari


Questa settimana l’Italia ha regalato al mondo un bellissimo esempio di economia occulta. Il decreto approvato su Bankitalia ed Imu sembra uscito da un manuale di dietrologia economico-finanziaria. Gli elementi ci sono tutti: un accordo tra classi politiche e banche, che viene fatto passare per una manovra per evitare che i cittadini paghino una tassa odiosa, imposta da Bruxelles: la tassa sulla casa; un sistema di informazione al servizio di questi stessi politici, che ha sapientemente insabbiato la verità e divulgato informazioni false; un Parlamento, fatta eccezione per il Movimento 5 Stelle e dei Fratelli d’Italia, che ha fatto gli interessi propri, corporativi e di casta, invece che quelli della popolazione che dovrebbe rappresentare; individui preposti ad istituzioni democratiche che le rendono strumenti di potere nelle proprie mani ed in quelle del governo.
Vediamo di analizzare per una volta tanto i fatti.
Non c’è stata alcuna privatizzazione di Bankitalia per il semplice motivo che questa banca è già stata privatizzata nel 1992 quando Mario Draghi ha venduto gran parte dei nostri gioielli di famiglia. E’ stato allora le banche di diritto pubblico azioniste di Bankitalia sono passate in mano privata senza che gli acquirenti contribuissero un solo centesimo al capitale della Banca d’Italia.
La proposta approvata del governo Letta era quella di aumentare il valore dei pacchetti azionari attraverso la ricapitalizzazione di Bankitalia il cui capitale era ancora fermo ai valori del 1936, e cioè circa 156 mila euro, pari a 300 milioni di vecchie lire. Gli aumenti di capitale ortodossi si fanno chiedendo ai soci di aumentare il capitale investito nell’impresa, quelli non ortodossi e truffaldini si fanno con giochetti contabili.
Il governo Letta ha concesso alla Banca d’Italia di usare 7,5 miliardi di euro delle riserve statutarie per aumentare il proprio capitale. Le riserve statutarie sono in monete estere ed appartengono al patrimonio dello Stato, non al capitale della banca centrale. Bankitalia gestisce questo patrimonio come una qualsiasi banca gestisce quello dei propri correntisti. A sua volta le riserve statutarie appartengono alla nazione Italia, sono soldi accumulati per noi, è una parte della nostra ricchezza monetaria.
Quindi, va bene che una parte sia servita a non farci pagare l’Imu, sono soldi nostri, i nostri risparmi e ci possiamo fare ciò che vogliamo. Il problema si pone quando 4 di questi miliardi vengono usati esclusivamente per aumentare il capitale di Bankitalia e, quindi, per far salire il valore delle azioni degli azionisti, e cioè banche private. Adesso immaginate che la vostra banca faccia una cosa del genere e voi vi ritroviate con i risparmi dimezzati mentre gli azionisti della banca si ritrovano con azioni maggiorate di valore che vanno subito a vendere realizzando un profitto pari alla vostra perdita. Sarebbe uno scandalo epocale. Ebbene questo hanno fatto il governo e il Parlamento e questo l’opposizione voleva evitare.
Vi chiederete ma perché il governo fa questo regalo alle banche? E la risposta è semplice: chi pensate che dal 2010 ad oggi acquista ogni mese i titoli di Stato necessari per ripagare l’interesse sul debito?Sempre loro, anche e soprattutto con i nostri soldi. Le banche hanno troppi pochi capitali ed il 2014 è l’anno dei controlli e delle nuove regole imposte da Bruxelles sulla capitalizzazione del sistema bancario. Insomma, il debito richiede che governo e banche siano soci in affari, anche quando questo business va contro gli interessi del paese.
Il sistema di contabilità bancarie e finanziaria offre ampie possibilità per imbrogliare il prossimo, è per questo che esiste l’informazione e l’opposizione, ma se la prima è complice e la seconda viene stoppata, o meglio ghigliottinata, allora le cose si fanno serie.
Oggi ogni italiano è più povero di 7,5 miliardi di riserve statutarie, 3,5 miliardi gli hanno evitato di pagare l’Imu, gli altri sono stati fagocitati dalle banche. Se agli italiani questo do ut des sta bene, allora gli editoriali usciti sulla carta stampata ed anche in digitale in difesa del governo, del Parlamento, delle istituzioni e così via hanno ragione, se invece agli italiani questo scambio non piace allora è arrivato il momento di smettere di frignare e di lamentarsi della crisi, della disoccupazione perché mai come oggi il detto ‘Governo Ladro’ è stato più vero.  E’ ora di spegnere il televisore, chiudere l’iPad, staccarsi da Facebook e Twitter, basta con le parole, gli insulti, le bugie e le illusioni, basta anche con la vita virtuale, è ora di fare qualcosa di concreto, di mobilitarsi per cambiare un sistema politico che qualcuno prima di me ha giustamente definito di stampo mafioso.

Loretta Napoleoni
Il blog di

Loretta Napoleoni

Economista







Biografia
Sono tra i massimi esperti mondiali di terrorismo. Sono nata e cresciuta a Roma, ma vivo tra Londra e gli Stati Uniti da trent’anni. Sono sposata ed ho quattro figli. Sono stata borsista Fulbright alla Paul H. Nitze School of Advanced International Studies (SAIS) The John Hopkins University; borsista Rotary presso la London School of Economics. Tra i miei titoli accademici ci sono un MPhil in terrorismo alla LSE, un Master in relazioni internazionali ed economia presso la SAIS e un dottorato in Scienze economiche all’Università di Roma “La Sapienza”. Neolaureata ho lavorato con il Fondo Monetario al progetto di convertibilità del Fiorino ungherese, diventato poi il canovaccio per la convertibilità del rublo. Durante gli anni '80  e '90 ho lavorato come economista nella City di Londra e negli Stati Uniti per banche ed organizzazioni internazionali. Ho presieduto nel 2005 il gruppo di esperti sul finanziamento del terrorismo per la conferenza internazionale su terrorismo e democrazia organizzata dal Club de Madrid. Le mie consulenze sulle strategie e sui meccanismi per combattere il terrorismo sono contese dai più importanti esecutivi occidentali. Collaboro inoltre con numerose forze dell’ordine, tra cui la Homeland Security statunitense, l’International Institute of Counter-Terrorism israeliano, la polizia catalana e l’esercito Turco. Sono consulente per la BBC e la CNN, editorialista per El Pais, Le Monde e The Guardian. In Italia scrivo per Il Fatto Quotidiano, Internazionale, l’Unita‘, il Caffè, l’Espresso, Metro Italy, Wired, Il Venerdi di Repubblica. I miei saggi usciti in Italia per il Saggiatore, Terrorismo S.p.A, 2005, Economia Canaglia, 2008, I Numeri del terrore, 2008, sono tradotti in 18 lingue, incluso il cinese l’arabo. In Italia stanno riscuotendo ampio successo di critica e di vendite.  Sono inoltre consulente del think tank Fundaciones Ideas creata dal primo ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero e faccio parte del Comitato Scientifico della Ong internazionale OXFAM ITALIA. Nel 2009 sono stata invitata come relatrice alla Ted Conference. Sono inoltre docente di economia presso la Judge Business Schools di Cambridge. Nel 2009 ho pubblicato con Chiarelettere La morsa, il primo libro scritto e pubblicato direttamente in italiano. Nel 2010 ho pubblicato per la casa editrice Rizzoli, MAONOMICS, l’amara medicina cinese contro gli scandali della nostra economia. Nel 2011 ho pubblicato il libro IL CONTAGIO(Rizzoli ed.) Il 4 gennaio 2013 è uscito per la casa editrice Rizzoli DEMOCRAZIA VENDESI.