martedì 25 febbraio 2014

Renzi come Berlusconi punta alla identificazione di un capo con il pubblico

Renzi al Senato è stato un buon Dj. Ha subito citato Gigliola Cinquetti e il suo ''Non ho l' età'', mentre al Quirinale il politico pop aveva evocato Celentano:
Alla fine del suo disadorno, confusionario, vuoto e appisolante discorso (riguardatevi le facce dei poveri senatori, nell' aula sono aleggiate come per magia le note strazianti, amare di Battiato

Note che hanno evidenziato l' argomentare povero di Renzi, l' impressione ferrea del nulla, fattori che stridono con la sua rivendicazione del ruolo di leader. Si insedia al potere il pesante nulla in un tempo di crisi che non lascia alcun scampo. Renzi, con un discorso privo di senso politico, degno della decadenza culturale di oggi, punta, come Berlusconi alla facile identificazione di un capo con un pubblico.

DEBITI DI STATO, FISCO E SCUOLE 100 MILIARDI DI PROMESSE

DEBITI DI STATO, FISCO E SCUOLE 100 MILIARDI DI PROMESSE (Stefano Feltri).

Il discorso
RICICLATO IL PROGRAMMA ECONOMICO DI LETTA CON POCHI NUMERI PRECISI DIETRO GLI ANNUNCI SI PREPARA UN TAGLIO DEL COSTO DEL LAVORO DA 8 MILIARDI.
Parla di un “cambio radicale delle politiche economiche”, ma il presidente del Consiglio Matteo Renzi non spiega come. Nel suo discorso al Senato non c’è l’annuncio della revisione dell’aliquota sui rendimenti dei titoli di Stato, evocato da Graziano Delrio domenica, non c’è l’annuncio esplicito di sfondare il vincolo europeo del 3 per rapporto tra deficit e Pil, nessun accenno alle grandi storie aziendali (Electrolux, Telecom, Monte Paschi, Fiat) mancano numeri precisi e – ma questo è un classico dei discorsi di insediamento – ogni riferimento alle coperture necessarie per mantenere le promesse.  
IL DISCORSO AL SENATO di Renzi parla del Pil perso, nove punti tra 2008 e 2013 “mentre qualcuno si divertiva”, della disoccupazione al 12,6 per cento, “sono i numeri di un tracollo”. Ma le risposte che offre Renzi a questo disastro sono le stesse di cui hanno parlato gli ultimi due premier, Enrico Letta e Mario Monti. Il primo punto del programma è “lo sblocco totale, non parziale, dei debiti della Pubblica amministrazione attraverso un diverso utilizzo della Cassa depositi e prestiti”. Che vuol dire? Al momento il ministero del Tesoro ha pagato 22 miliardi di euro di debiti arretrati e ne ha già pronti altri 24,5 che verranno erogati nei prossimi mesi. A giugno, con 47 miliardi, il Tesoro dovrebbe aver saldato tutti gli arretrati iscritti a bilancio, i ritardi sono colpa delle amministrazioni locali (la Sicilia , per esempio, non ha mai ritirato il miliardo che le spetta per saldare i conti con i fornitori della Regione). Esauriti i 47 miliardi, restano i debiti fuori bilancio che, per definizione, sono difficili da calcolare e da pagare, secondo la Banca d’Italia sono 40 miliardi circa. I renziani forniscono l’interpretazione autentica: “Matteo sta promettendo di accelerare il pagamento dei 47 miliardi già stanziati, visto che al Tesoro i tempi sono lunghi”, i debiti fuori bilancio sono un mostro contabile di cui per ora non si può affrontare. Anche la seconda promessa è vaga: “Costituzione e sostegno di fondi di garanzia per le Piccole e medie imprese”, di nuovo con ricorso alla Cassa depositi e prestiti. Il Fondo già esiste, sotto l’ombrello del ministero dello Sviluppo, la legge di Stabilità 2014 lo ha rafforzato con 1,6 miliardi, quello che Renzi potrebbe fare è integrarlo ancora (con risorse dalla Cdp, par di capire).
Il terzo impegno è il più gravoso: “Una riduzione a doppia cifra del cuneo fiscale attraverso misure serie e irreversibili, legate alla revisione della spesa”, il tutto entro giugno. Il cuneo fiscale è la differenza tra il costo di un lavoratore per l’azienda e la sua busta paga, si può ridurre tagliando l’Irpef (al lavoratore) o l’Irap (all’impresa) oppure i contributi previdenziali. Gli economisti de lavoce.info, di recente, hanno stimato che una riduzione del cuneo del 10 per cento (quindi il minimo della doppia cifra) per i lavoratori sotto i quarant’anni costa circa 27,5 miliardi di euro. Ma il piano che ha pronto Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, è più fattibile: tagli per 8 miliardi, 2-3 all’Irap e 5 all’Irpef, per dare più soldi in busta paga ai lavoratori. Le coperture arriveranno per tre quarti dalla spending review del commissario Carlo Cottarelli (che deve trovare 32 miliardi in tre anni), il resto da una riforma delle aliquote sulle rendite finanziarie. Scenderanno quelle sul risparmio pensionistico, potrebbero salire quelle sui titoli di Stato, come ha annunciato domenica Delrio, ma i dettagli si capiranno pù avanti.
QUESTI SAREBBERO – per quanto fumosi, complice la scelta di Renzi di parlare a braccio – i cardini del programma renziano. Poi c’è l’annuncio di un “piano per il lavoro” con annessa riforma degli ammortizzatori sociali, un “intervento strutturale” per attrarre investimenti esteri in Italia (quale?) e un piano straordinario di edilizia scolastica “nell’ordine di qualche miliardo e non di qualche decina di milioni”, lavori da fare durante le vacanze estive per ammodernare gli edifici e sostenere un settore edilizio in crisi. Non c’è una cifra, solo la promessa di andare oltre i 450 milioni stanziati da Letta (che, nel suo ultimo documento, aveva promesso ulteriori 2 miliardi).
Da Il Fatto Quotidiano del 25/02/2014.

I dubbi del Tesoro sulla tassazione dei Bot “Finirebbe per colpire solo le famiglie”

I dubbi del Tesoro sulla tassazione dei Bot “Finirebbe per colpire solo le famiglie” (VALENTINA CONTE).

Titoli di Stato
Fuoco di fila contro la proposta. Renzi frena e Delrio smentisce
I titoli di Stato.
ROMA — Il tema c’è, ma il rincaro delle tasse sui Bot è tutto da valutare. Il premier Renzi, nel giorno della fiducia al Senato, frena vistosamente sull’ipotesi lanciata domenica dal suo braccio destro, Graziano Delrio, di ritoccare anche il prelievo sui titoli di Stato per finanziare il taglio al cuneo fiscale. Renzi non ne parla nell’aula di Palazzo Madama. Ma poi a margine, rimprovera i giornalisti che ne chiedono conto: «Ieri il sottosegretario Delrio ha detto una cosa semplice, che il tema delle transazioni sulle rendite finanziarie e il tema dei denari sulla riforma del lavoro saranno oggetto di una valutazione. Avete subito titolato nel modo più pesante e forte: vi prego di stare ai fatti». Dunque una valutazione, nulla più. Ma la bufera politica e istituzionale è già partita.
Il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, stempera: «Mi è sembrata solo una battuta, peraltro già smentita». Mentre la signora delle aste, Maria Cannata, colei che colloca ogni mese sul mercato i titoli da direttore generale dell’Economia con delega al debito pubblico, avverte: «Avrebbe un impatto per il retail (piccoli risparmiatori, ndr) che è una componente modesta dello stock dei titoli di Stato e quindi gli effetti sarebbero modesti sul fronte del gettito». E comunque «forse un po’ di cautela non sarebbe male», anche perché «è già stata aumentata la tassa sul dossier titoli» e il retail italiano è «sensibile su questi aspetti». In altre parole, la domanda di Bot delle “nonnine” potrebbe calare.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Delrio ieri ha negato di aver mai dichiarato che il governo intende fare un mini prelievo sui titoli di Stato. «Non l’ho mai detto, andate a risentirvi la registrazione». In effetti è così. Ma alla domanda di Lucia Annunziata, durante la trasmissione “In 1/2 ora”, sulle intenzioni del governo, Delrio ha risposto: «C’è una parte delle rendite finanziarie che non è in linea con la tassazione in Europa. Per portare più soldi alle fasce deboli, forse va valutato anche questo». E poi l’esempio: «Una signora anziana che ha 100 mila euro di Bot che gli rendono un tot di soldi e a cui si toglie 25-30-50 euro in più, non credo che abbia un problema di salute».
Eppure da ieri Delrio è sotto attacco. Per il neo ministro all’Istruzione Stefania Giannini il tema «va discusso, ma nei termini riportati dai giornali non credo sia fattibile». Il senatore pd (renziano) Salvatore Margiotta bolla l’uscita di Delrio come «infortunio politico». Il segretario della Cisl Raffaele Bonanni si affida a twitter per dire la sua: «Ma quali Bot! Tassare le rendite finanziarie, vendere beni del demanio, tagliare la spesa pubblica improduttiva ». Gli alleati di governo del Ncd sono tutti contrari, in primis
il ministro Lupi («Idea sbagliata ») e Cicchitto («Perverso penalizzare gli anziani). Indignati anche gli esponenti di Forza Italia, come Renato Brunetta («Tassare i Bot è un raggiro. Delrio poteva stare zitto»), Maurizio Gasparri («Presto andranno a sbattere»), il portavoce Giovanni Toti («Il pasticcio dei Bot non è certo il modo migliore per cominciare. Magari è solo un passo falso»). Il Codacons infine strepita: «Giù le mani dai Bot», dicendosi pronto ad aizzare comitati di protesta.
Da La Repubblica del 25/02/2014.

I pro-nucleare esultano per la nomina dei ministri Galletti e Guidi.

I pro-nucleare esultano per la nomina dei ministri Galletti e Guidi.

Fusto nucleareMa Renzi parla d’altro, e i Verdi si complimentano col premier per rinnovabili e dissesto idrogeologico.
Alfonso Fimiani, presidente dei Circoli dell’Ambiente (che di definiscono sì-Tav, sì.Ponte e sì-termovalorizzatori), sigla dietro la quale si nascondono i pasdaran del nucleare che chiedono di fatto di annullare i risultati del referendum, ha almeno la faccia tosta di dire quello che molti pensano nelle segrete stanze, magari brindando al nuovo governo del rinnovamento che potrebbe finire per proporre ricette vecchissime e diventate decrepite a Fukushima Daiichi.
Fimiani esulta  quasi irridente:  «La scelta di nominare ai ministeri dell’Ambiente e dello sviluppo economico personalità come Galletti e Guidi è un chiaro segnale di rinnovamento: se avranno il coraggio di farsi guidare esclusivamente dalle loro idee e sapranno rendersi impermeabili ai condizionamenti che verranno dal mondo dell’ambientalismo fondamentalista, che in Italia ha monopolizzato e monopolizza da oltre cinquant’anni l’opinione pubblica ed i media, potranno essere i protagonisti e fare il primo passo verso la necessaria rivoluzione delle coscienze che consentirà di far prevalere il nuovo ambientalismo ragionevole ed instaurare la cultura della crescita sostenibile».
Per l’ineffabile Fimiani e i suoi fantomatici Circoli dell’Ambiente, che capeggiarono una fallimentare campagna di astensionismo al referendum, il rinnovamento è quindi il ritorno indietro, prima di Fukushima e del referendum e magari anche prima di Chernobyl, quando Renzi è era ancora un Lupetto e Galletti un giovane democristiano, ed  è sicuro che «grazie a Galletti e Guidi si potrà riaprire anche nel nostro Paese la stagione del nucleare, la fonte energetica più pulita, sicura ed economica che esista: la speranza è che grazie a loro si dia finalmente vita al necessario Piano Energetico Nazionale che possa superare la totale dipendenza dell’Italia dalle fonti fossili e prevedere una differenziazione delle fonti che ricomprenda, superando i fanatismi e le pressioni delle nuove lobbies, anche l’atomo».
Per quanto riguarda le lobbies decrepite evidentemente è ben sicuro che siano ottimamente rappresentate nel governo del rottamatore, che dovrebbe resuscitare il ferrovecchio del nucleare. Un’ipotesi alla quale non vogliamo credere, ma che evidentemente a qualcuno è già balenata in mente.
Intanto sulla rete furoreggia un’intervista a radio Città del Capo dell’8 marzo 2010, nella quale il neo-ministro dell’ambiente Galletti  dichiara la sua completa adesione al nucleare, arrivando a dire sì alla realizzazione di centrali in Emilia Romagna: http://radio.rcdc.it/wp-content/uploads/galletti-nucleare.mp3.
Forse anche per contrastare questa deriva a Renzi arrivano gli inattesi complimenti dei Verdi  su rinnovabili e dissesto idrogeologico. Secondo i coportavoce del Sole che ride, Luana Zanella e Angelo Bonelli, «le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Matteo Renzi per un piano industriale rispetto alle energie rinnovabili e al dissesto idrogeologico sono un elemento positivo e di discontinuità rispetto a quanto fatto dai precedenti governi. Si tratta di interventi che noi Verdi chiediamo da anni a tutti i governi e che possono creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavori.  Il settore delle rinnovabili ha bisogno di un intervento immediato perché i danni dei governi precedenti non solo hanno messo in ginocchio un settore che non era in crisi ma hanno costretto tantissime aziende a chiudere i battenti o a trasferirsi in altri paesi, creando circa 100 mila disoccupati. La messa in sicurezza del territorio è la vera grande opera italiana: ma per quanto riguarda il dissesto idrogeologico non si tratta solo di un problema di risorse ma anche di regole che troppo spesso sono ignorate o derogate dai comuni e dalle regioni. Adesso dal governo Renzi ci aspettiamo i fatti perché investire su rinnovabili, efficienza energetica, messa in sicurezza del territorio e sulle bonifiche nelle aree inquinate significa avviare il processo di conversione ecologica su cui l’Italia è in drammatico ritardo rispetto al resto d’Europa. Puntare su questi settori ad alto grado di innovazione e ad alta capacità di occupazione sarebbe una grandissima riforma per le politiche economiche del nostro Paese».
Forse il percorso per il ritorno al nucleare è un filino più accidentato di quanto pensa Fimiani…
Da greenreport.it

IL GUARDASIGILLI E LA CARTA DEL REATO DI FALSO IN BILANCIO

IL GUARDASIGILLI E LA CARTA DEL REATO DI FALSO IN BILANCIO (Antonello Caporale).

OrlandoGIACE IN PARLAMENTO UNA PROPOSTA DI LEGGE FIRMATA PROPRIO DALL’ATTUALE MINISTRO DELLA GIUSTIZIA. CHE FARÀ ORA? “LA RIMETTEREMO IN CARREGGIATA”.
Sta raggomitolato sulla penultima sedia, con lo sguardo lievemente assente. L’unica volta che il corpo di Andrea Orlando si inarca è quando il premier gli consegna la bacchetta magica: “Il ministro preparerà una riforma della Giustizia entro giugno”. Una rogna peggiore non poteva capitargli. Quando esce dall’aula sembra provato.
TUTTO insieme, tutto troppo presto e tutto troppo pesante. Si siede in un cantuccio e inizia a spiegarsi: “Stavo benissimo all’Ambiente e non ho mosso un dito per traslocare, ma proprio niente, nemmeno un alito di pressione, un cenno con la testa. Lo premetto a scanso di equivoci perché aggiungo che conosco bene questo mondo e ogni singola procura, e le stratificazioni, le connessioni, i problemi, i veti e le speranze che suscitano ogni volta l’annuncio della grande riforma. Sono prudente per costituzione, e sarò fatto male, ma so che se vuoi vedere premiato il tuo lavoro è bene che si dispieghi con misura e determinazione e ogni singola norma vada studiata con la cura di un artigiano”. La chiameranno l’Orlando pensoso, il ministro tartaruga: “Avranno modo di ricredersi. Un passo, poi l’altro, poi l’altro ancora. Attività espansiva ma con un ordine gerarchico che deve tener conto dell’urgenza e dell’emergenza. Prima di ogni cosa dobbiamo metter mano al processo civile: la gente deve poter esercitare il diritto alla giustizia in tempi decenti, umani. Così non si può andare avanti”. Seconda urgenza: “Dare onore a chi onora la magistratura e ascoltare, prendere nota e trascrivere le proposte contenute nel dossier che due magistrati eccellenti, Cantone e Gratteri, avanzano da tempo. Li incontrerò e mi confronterò. Accoglierò ogni consiglio utile: inizieremo dall’introduzione del reato di autoriciclaggio. Inizieremo ho detto, e non significa che finiremo lì”. In Parlamento giace una proposta a firma del deputato Andrea Orlando per la reintroduzione del reato di falso in bilancio. Oggi che è ministro fa finta di non conoscere più quel parlamentare? “La ricordo benissimo e sarà rimessa in carreggiata. Non ho mai immaginato di avere due volti, una doppia morale e un doppio binario. Quel che serve all’Italia si farà”.
TORNA IL FALSO in bilancio, dunque, e vedremo cosa dirà Silvio Berlusconi. “Ogni cosa che si tocca nel codice penale muoverà conflitti, ne sono consapevole. Ma il premier mi sembra risoluto a dare una svolta, e i segnali devono essere conseguenti. Non farò il gradasso, qui non serve. Bisognerà solo lavorare e far capire a tutti che è finito il tempo dei rinvii, che l’amministrazione della giustizia è il primo bene da salvaguardare e i cittadini devono tornare a credere nell’equità e nella giusta dose di forza che lo Stato mette per contrastare i reati. Gli italiani devono andare in tribunale certi che la loro domanda sarà un’impellenza e non una scartoffia da sotterrare”. Chissà se questo governo avrà la forza e questa maggioranza la voglia. Tra il dire e il fare… Il suo Renzi è bravo con gli effetti speciali. “Al punto in cui siamo della crisi istituzionale ed economica, non possiamo risparmiarci. È venuto il tempo di mettere da parte ogni riserva e affrontare il mare aperto. Significa anche rischiare”. Renzi è il campione del rischiatutto. Non per nulla ha gareggiato alla Ruota della fortuna. “Mette sul piatto la sua faccia, il suo successo, i suoi voti e anche il suo avvenire. Ai ministri tocca assecondare il cambiamento e non retrocedere davanti a decisioni che rompono col passato, organizzare i provvedimenti affinchè siano efficaci, lavorare sodo perché la ciambella riesca col buco”. Mi sembra piuttosto preoccupato. “Vorrei vedere lei?”. Inspiri forte e incroci le dita. “Mi hanno consegnato problemi così enormi che farebbero stramazzare chiunque. Però sono qua, e mi tocca pedalare”.
Da Il Fatto Quotidiano del 25/02/2014.

La lista della spesa con meno impegni e pochi dettagli

La lista della spesa con meno impegni e pochi dettagli.

Il confronto

RENZI MINI-CAIMANO AL SENATO

RENZI MINI-CAIMANO AL SENATO (Fabrizio d’Esposito).

Le coperture
IL PREMIER INCARICATO ANNUNCIA ALL’AULA, A CUI CHIEDE LA FIDUCIA, CHE LA FARÀ FUORI POI, CON LO STESSO TONO, LANCIA IL PROPRIO PROGRAMMA: “SE PERDIAMO È SOLO COLPA MIA”.
L’immagine più efficace arriva dai banchi di Forza Italia, orfani del Condannato decaduto. Matteo Renzi parla ormai da trenta minuti e i senatori azzurri sono ancora assorti, chi a braccia conserte, chi con le mani sul banco davanti. Le loro facce sorprese è come se esclamassero: “Finora uno così ce l’avevamo noi, adesso sta dall’altra parte”. Il Renzi primo tenta di incantare il Senato con un discorso sì berlusconiano, ma con quella noia da effetto Valium tipica dei democristiani alla Forlani. Una bestia strana, surreale. Un estraneo, non un marziano, che inizia in “punta in piedi” e fa l’orecchiante dalla memoria strepitosa per più di un’ora.  
LA CITAZIONE d’esordio è impensabile. Gigliola Cinquetti. “Non ho l’età per sedere al Senato”. Il premier under 40 mette le mani in tasca, poi gesticola, riprende i fogli. Pretende di andare a braccio e forse anche per questo non buca lo schermo. Dà l’impressione che per lui Palazzo Madama sia solo un pretesto, per oltrepassarlo e rivolgersi altrove, con toni da comizio. I senatori vengono schiaffeggiati con una promessa crudele: “Vorrei essere l’ultimo presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest’aula”. È il primo annuncio: l’abolizione del Senato concordata nel percorso delle riforme. Il leghista Calderoli borbotta. Non si trattiene: “Tanto è una balla”.
L’ossessione di Renzi è inseguire i voti persi del Pd a favore dei grillini. Di qui un’infinita serie di riferimenti contro la Casta. Per il premier prevalgono i mercatini rionali su quelli finanziari. Non solo. Il sindaco di Firenze s’inerpica su un faticoso sentiero dedicato all’importanza della scuola. Si scaglia contro la burocrazia dei ministeri, invocando lo spoil system, ma usa il verbo più burocratico che esiste. Recare. “Ogni settimana mi recherò in una scuola diversa, comincerò da Treviso”. L’edilizia scolastica, poi. Più che un sindaco, sembra un assessore provinciale all’Istruzione. È qui che il discorso comincia a perdere quota. In tribuna la moglie Agnese vaga con lo sguardo per tutto l’emiciclo. Il fido Carrai, invece, accanto a lei, è meno distratto. “Avete mai parlato con un insegnante?”. I senatori del Movimento 5 Stelle ridono tutt’insieme. Un boato. Il presidente Grasso è costretto a intervenire. Tutto il discorso è un duello continuo con i grillini. L’unico segno di vita nel surreale pomeriggio renziano. Dalle due alle tre. Un’ora e qualche minuto di intervento. “Eravamo a un bivio”. È la spiegazione del letticidio nel senso di Enrico. “O si andava alle elezioni, oppure…”. Interruzione. Grillina, ovviamente. Renzi ribatte: “A differenza vostra noi non abbiamo mai paura di presentarci alle elezioni. Siamo abituati, voi no e lo avete dimostrato in Sardegna, Basilicata, nelle province di Trento e Bolzano”. Sintesi: noi siamo democratici sul serio, dice Renzi, voi no. Chiarisce anche: “Se perdiamo non cerchiamo alibi, se perdiamo è solo colpa mia”. Il primo applauso, blando, arriva tardi. In un’apologia dell’europeismo che va oltre il semestre fatidico. L’ambizione, a parole, è guidare il continente nei prossimi decenni. Stavolta la citazione è per gli Stati Uniti d’Europa di Altiero Spinelli. Il premier si rimette subito sulla carreggiata dell’uomo semplice, estraneo alla Casta. La politica esca dai talk-show e pensi ai genitori che la mattina accompagnano i figli a scuola. Dopo il verbo “recare” tocca a uno più insolito, rubato a Renzo Piano, archistar e senatore a vita. Rammendare. Rammendare un intero Paese che non è finito, non è morto. La scintilla continua a latitare. Il berlusconismo da comizio è comunque ingessato dall’ansia da prestazione. I ministri, al banco del governo, hanno facce torve o sonnolente. Molti hanno lo sguardo basso, fanno finta di prendere appunti. Renzi è seduto tra la Mogherini e Alfano. Quest’ultimo è stato fatto alzare ma poi è riuscito lo stesso a sistemarsi vicino al premier. A rimarcare la continuità. Dal governo Letta-Alfano a quello Renzi-Alfano.
IL PREMIER FA L’ELENCO di tutto quello che vorrebbe cambiare per dare un senso alla scadenza del 2018. Qui è Walt Disney. “La differenza tra sogno e obiettivo è una data”. Oltre alla legge elettorale, l’Italicum, ci sono la giustizia, il fisco, il lavoro, la riforma della Pubblica amministrazione e l’azzardo di rendicontare online “ogni centesimo speso”. Per “gli appalti lavorano più gli avvocati che i muratori”. C’è l’immancabile generazione Erasmus, un must del renzismo, e poi da cattolico l’omaggio al papa con “Internet è un dono di Dio”. L’altro giorno, a messa, una signora gli ha detto: “Tu premier è la dimostrazione che chiunque può diventarlo”. Frase a doppio senso. Dal sogno americano a quello di Pontassieve. Renzi, ormai, ha sempre le mani in tasca. Tocca all’elenco delle telefonate fatte da Palazzo Chigi, il primo giorno. Lucia, ragazza sfregiata, i marò, un amico disoccupato. Finale: il contrario dell’integrazione è la disintegrazione e compromesso sui diritti civili. Alla fine, non applaude nemmeno Giovanardi, alleato e sostenitore.
Da Il Fatto Quotidiano del 25/02/2014.

L’AMACA DEL 25 FEBBRAIO 2014

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L’AMACA DEL 25 FEBBRAIO 2014 (Michele Serra)

untitledGli orribili striscioni sulla tragedia di Superga esposti da alcuni ultras della Juventus non sono uno scandalo inaudito. Sono, negli stadi italiani, ordinaria amministrazione, tal quali le evocazioni ridanciane della tragedia dell’Heysel, o gli incitamenti al Vesuvio e all’Etna. L’invocazione della morte (altrui) è, nei nostri stadi, parola corrente. Di ordinaria amministrazione anche il tweet di condanna del presidente Agnelli, una frasetta comoda alla quale seguiranno, come sempre, zero conseguenze nei rapporti tra le società e i feroci idioti che organizzano il tifo di curva: identici — con rarissime eccezioni — in tutti gli stadi, e identicamente sopportati, per viltà o impotenza o convenienza, dai presidenti tartufi. Con almeno vent’anni di anticipo sui social network, il tifo ultras ha sdoganato l’odio corale e l’insulto pubblico avendo dalla sua lo stesso vantaggio: l’anonimato. Nascosti nel branco, giustificati dal numero, esseri umani che presi singolarmente hanno, magari, un loro embrione di dignità, diventano un popolaccio infame, un branco di linciatori. Non stupirebbe scoprire che almeno la metà delle atrocità sulweb sono digitate da ultras di calcio.
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UN ALIENO CON LE MANI IN TASCA

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UN ALIENO CON LE MANI IN TASCA (Sebastiano Messina)

Matteo rompe l’etichetta del Senato: “Vi divertirete sempre di più”. E Obama telefona: alla tua età non mi conosceva nessuno
1268769464_sebastiano_messina_la_repubblicaSono le cinque meno un quarto e Matteo Renzi entra finalmente dove non aveva mai messo piede, l’aula di Montecitorio. «Ma che meraviglia!» mormora al commesso che lo accompagna sul banco del governo, incantato dalla maestosità dell’aula disegnata da Ernesto Basile.
Incantato dal grandioso fregio liberty di Aristide Sartorio e dall’altorilievo bronzeo di Davide Calandra. Lo aspettano al Senato e lo sta pure cercando Obama al telefono, ma lui è qui perché la prassi gli impone di consegnare alla presidente della Camera il programma appena illustrato al Senato.
Stavolta s’è dovuto aspettare che il suo discorso fosse trascritto dai velocissimi stenografi di Palazzo Madama, perché Renzi ha parlato a braccio, ai senatori, come nessun presidente del Consiglio aveva osato fare per chiedere la fiducia. A braccio e pure con le mani in tasca, come vent’anni fa fece il berlusconiano Scognamiglio appena eletto presidente del Senato, duplice indizio di uno stil novo renziano che rompe subito l’etichetta del Palazzo e segna l’inizio di una sfida nella quale lui vuole interpretare il Nuovo che batte il Vecchio sul suo stesso terreno. «Io ho il vantaggio di essere giovane, ho solo 39 anni» ha detto Renzi a Barack Obama, dalla stanza del presidente del Consiglio a Montecitorio. «Quando io avevo la tua età non mi conosceva ancora nessuno» gli ha risposto il presidente degli Stati Uniti.
Lo aspettano alle 14, i senatori. E lo aspetta anche sua moglie, Agnese, con un luminoso abito beige smanicato, seduta nella prima fila della tribuna, dove c’è anche l’ex senatore Mario D’Urso, che sotto lo sciarpone rosso indossa — con lo snobismo di chi può — un doppiopetto ma con le Hogan. In aula Casini sta facendo cucù ad Alfano, arrivandogli alle spalle e coprendogli gli occhi con le mani. La Madia, ministra col pancione, è congratulatissima. Ma Renzi dov’è? Arriva, arriva. Prima è dovuto tornare al Quirinale per il giuramento di Padoan, poi ha presieduto un vertice sui marò. Ma alle 14,03 entra in aula, accolto da Mario Monti che ormai passa per un veterano. Il commesso gli indica la poltrona al centro del banco del governo, lui per sicurezza domanda: «È quello il mio posto?». Sì, è quello, presidente. Il premier alza gli occhi per cercare la moglie, la trova e le fa un cenno col capo come per dire “tutto ok, tranquilla”, lei ricambia con un sorriso, e allora lui si china sul suo discorso.
Esordisce camminando sul velluto dell’ossequio formale, li chiama «gentili senatrici ed egregi senatori», dice di essere entrato qui «in punta di piedi, con il rispetto che si deve a quest’aula », con «lo stupore di chi si rende conto della grandezza e del valore che questo luogo rappresenta ». Aggiunge, con una punta di soddisfazione: «Riflettevo stamattina sul fatto che io non ho l’età per sedere nel Senato della Repubblica. Non vorrei iniziare con una citazione colta e straordinaria della pur bravissima Gigliola Cinquetti, ma è così: non ho l’età». Però subito dopo dà la sveglia ai senatori, li avverte che lui vuol essere «l’ultimo presidente del Consiglio che viene qui a chiedere la fiducia». È l’annuncio di una riforma che lui pretende ma anche un preavviso di sfratto, per i presenti. Nell’aula il gelo si taglia col coltello.
Parla a braccio, Renzi. Ogni tanto dà un’occhiata ai fogli, qualche volta ne mette via due o tre, ma si rivolge al Senato con un eloquio svelto e diretto da risultare quasi informale. Prova a sdrammatizzare, ma gli viene fuori una frase che semina il panico: «Dicevano che qui al Senato non vi divertite, ma garantisco che vi divertirete sempre di più». E quando i grillini provano a contestarlo lui li stoppa con uno schiaffo che li lascia senza parole: noi le ultime quattro elezioni le abbiamo vinte tutte, dice, voi non potete dire altrettanto.
Poi elenca le cose che vuol fare, una per una, toccandosi con la sinistra le dita della mano destra, dal mignolo al pollice, gira i fogli portando ogni tanto il polpastrello dell’indice sulla lingua, e si rivolge sempre più disinvoltamente all’emiciclo di velluto rosso, finendo per mettere tutte e due le mani in tasca, con la giacca sbottonata sulla camicia bianca, mentre parla, come un sindaco che si rivolge direttamente ai suoi concittadini, di scuole da rimettere in sesto e di vigili urbani che annunciano incidenti mortali, o mentre racconta di quella signora che domenica dopo la messa gli ha detto: «Se fai il presidente del Consiglio te, lo può fare chiunque».
Quando finisce, dopo un’ora e dieci minuti, ha raccolto 14 applausi. Non si può dire che l’accoglienza sia stata calorosa (soprattutto tra i banchi del Pd): ad aprile Enrico Letta parlò per 20 minuti di meno e ottenne 20 battimani in più. Ma forse lui l’aveva messo nel conto. Alfano gli stringe la mano, la Mogherini gli accarezza velocemente il braccio, poi Renzi beve un bicchiere d’acqua, legge gli sms sotto il banco e raduna il governo nella sala Cavour per un Consiglio dei ministri velocissimo. Quindi va a Montecitorio, ad ammirare l’aula e a parlare con Obama. Quando torna a Palazzo Madama, fa in tempo per sentire il discorso del grillino Maurizio Romani, che chiude con un saluto che è un avvertimento: «Benvenuto in purgatorio, presidente».
Lui lo ringrazierà, nella replica, che userà soprattutto per rispondere alle critiche per lo stile assai poco ufficiale del suo discorso: «Il rispetto formale per il Senato non mancherà, ma non chiedeteci di parlare qui e fuori con due linguaggi diversi». Dovete rassegnarvi, insomma, al Renzi-style.

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Renzi lasci la società di famiglia e il trucco per la doppia pensione

Renzi lasci la società di famiglia e il trucco per la doppia pensione (Marco Lillo).

APPELLO AL PREMIER.
RenziMatteo Renzi stasera, un minuto dopo avere ottenuto la fiducia, dovrebbe fare un gesto fondamentale per la sua credibilità: dimettersi dalla società di famiglia. Come il Fatto ha già scritto, Renzi ha ottenuto il diritto alla pensione grazie a un trucco: nel 2003, quando l’Ulivo decise di candidarlo alla Provincia di Firenze (elezione sicura nel giugno 2004) Renzi si fece assumere dalla società di famiglia nella quale era un semplice collaboratore. La Chil Srl si occupava di marketing e vendita dei giornali ai semafori con gli strilloni. Il padre e la madre l’avevano fondata nel 1993 e avevano ceduto nel 1997 le quote ai figli Matteo (40 per cento) e Benedetta (60 per cento). Quando matura la candidatura alla Provincia, Matteo è solo un co.co.co. Se fosse rimasto un collaboratore non avrebbe maturato i 10 anni di contributi pensionistici da dirigente né avrebbe avuto diritto alle cure mediche gratuite e al Tfr. 
Per regalare questo vantaggio al figliolo, babbo Tiziano e mamma Laura lo assumono e lo pagano come dirigente per pochi mesi, per poi metterlo in aspettativa. Così i contributi sono a carico della Provincia, e del Comune dal 2009, che nel 2013 pagava 3mila e 200 euro al mese per il suo sindaco. Così, grazie a una somma stimabile in circa 350 mila euro versata dagli enti locali per lui in dieci anni, Renzi oggi è un trentenne fortunato dal punto di vista assistenziale e pensionistico.
Se non può essere definita una truffa allo Stato, quella realizzata da Renzi, è una truffa alla ratio, allo scopo alto dello Statuto dei lavoratori del 1970. Il dubbio che sorge leggendo la cronologia di quelle giornate è che nel 2003 abbia usato la norma nata per garantire la partecipazione alle elezioni ai lavoratori per ottenere una pensione e un Tfr ai quali – fino a pochi giorni prima della sua candidatura – non aveva diritto.
Il 17 ottobre 2003 Matteo Renzi e la sorella vendono le quote della Chil alla mamma e al papà. Il 27 ottobre mamma Laura assume in Chil l’ex socio Matteo. Il co.co.co. diventa dirigente un giorno prima che l’Ansa batta la notizia: “Il coordinatore provinciale della Margherita Matteo Renzi per la presidenza della Provincia di Firenze e Leonardo Domenici per la poltrona di sindaco della città sono le candidature proposte alla coalizione dalla Margherita”. Il 30 ottobre, tre giorno dopo l’assunzione, l’Ansa racconta “la positiva accoglienza degli alleati della candidatura a presidente della Provincia del giovane Renzi”. Il 4 novembre, 8 giorni dopo l’assunzione, arriva l’ufficializzazione. Quello stesso anno anche il sindaco di Tortona, Francesco Marguati, viene eletto e assunto nella società di famiglia. Però nel 2008 Marguati e la figlia Michela sono stati condannati in primo grado a 16 mesi e 8 mesi per concorso in truffa aggravata ai danni del Comune. Il sindaco si era fatto assumere dalla figlia 22 giorni prima di assumere la carica. Per il pm, un rapporto di lavoro fittizio che ‘costava’ al Comune 23 mila euro all’anno di contributi”. Ogni storia fa caso a sé e comunque nel 2010, la Corte d’Appello di Torino ha assolto l’ex sindaco di Tortona. Intanto, nell’ottobre 2010 quando la Chil Srl viene ceduta, il ramo d’azienda con dentro il sindaco in aspettativa resta in famiglia: Matteo viene ceduto con il ramo marketing alla Eventi 6 della mamma e delle sorelle. Così il Tfr pagato dai contribuenti fino al 2010, pari a 28.300 euro, resta in famiglia.
Renzi non è l’unico furbetto: Josefa Idem è stata assunta dall’associazione del marito 15 giorni prima della sua candidatura nel 2006, Nicola Zingaretti è stato assunto dal comitato del Pd alla vigilia della sua candidatura ed entrambi sono usciti indenni dalle denunce. L’ex assessore provinciale di Vicenza, Marcello Spigolon, è stato rinviato a giudizio per truffa. Le vicende e le interpretazioni dei magistrati sono diverse ma la questione non è giudiziaria bensì politica. Matteo Renzi deve dimettersi dalla Eventi 6 perché la storia della sua pensione a sbafo da ieri non è più un peccato di gioventù.
Oggi Renzi è il presidente del Consiglio, ha diritto a una retribuzione (tra indennità e diaria) di circa 12 mila euro lordi con un trattamento pensionistico simile a quello dei parlamentari. Entro il 2018 sarà quasi certamente parlamentare e alla fine della carriera avrà diritto al vitalizio. In qualità di dirigente in aspettativa della Eventi 6 potrebbe perseverare nella sua furbata anche a Palazzo Chigi. L’unica differenza è che da oggi la quota di contributi del dipendente (pari al 9 per cento) non sarà versata dal datore di lavoro pubblico, come accadeva con Provincia e Comune, ma da Renzi stesso. Se deciderà di restare dirigente in aspettativa della società di famiglia fino alla fine della sua carriera Renzi si ritroverà una doppia pensione e un doppio Tfr. La scelta sta a lui. Da oggi può chiedere sacrifici ai pensionati d’oro, agli esodati o ai giovani che non avranno mai una sola pensione. Con quale faccia potrà farlo se continua a costruirsi una doppia pensione con un trucchetto?
Da Il Fatto Quotidiano del 25/02/2014.

L’ALFABETO DI MATTEO

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L’ALFABETO DI MATTEO (Filippo Ceccarelli)

Il nuovo dizionario di Matteo: c’è “Paese” e non “Berlusconi”. Spariscono destra e sinistra
filippo-ceccarelliLe parole, al giorno d’oggi, si misurano e si pesano. Ieri Renzi si è rivolto molto più al grande pubblico che ai senatori, che pure ha cercato di coinvolgere, a tratti anche divertendoli, per il resto sforzandosi di stupirli senza troppo preoccuparsi che alcuni si sarebbero disorientati. La novità comunque c’è. Così parlò Renzi in quelle che un tempo si sarebbero definite «dichiarazioni programmatiche» e ieri lui stesso ha suggestivamente assimilato a una specie di «Truman show».
Io, noi. Pronomi interscambiabili. «Apprezzo », «ci avviciniamo», «non vorrei», «abbiamo svolto». Il protagonismo egocentrato convive con una dimensione collettiva, ma nell’economia generale del discorso non è chiaro il motore e la funzione del loro alternarsi. L’effetto suona talvolta come un singolarissimo
plurale majestatis.
Età, la mia età. Segnale di auto-distinzione anagrafica con prezioso richiamo d’esordio al brano della «pur bravissima» Gigliola Cinquetti, che con Renzi, del resto, condivise ai tempi la militanza nei comitati per l’Ulivo. Su un piano storico-oggettivo il tempo presente è indicato come: passaggio. Ma la tentazione della Generazione Erasmus è sempre in agguato.
Derby. Sta per sfida, scontro, conflitto, ma con un aperto pregiudizio di riprovazione. Vedi il «derby ideologico» sulla giustizia. Lessico calcistico, nei due interventi al Senato ridotto tuttavia al minimo.
Coraggio. Un tempo virtù che si riconosceva esclusivamente ai grandi scomparsi, oggi risorsa comunicativa ad alto impatto rivendicata in tempo reale come inconfondibile segno di leadership. Spessa abbinato, ma per negazione e sottrazione, alla paura, «non abbiamo paura», «mai paura», eccetera.
Urgenza. Così come l’accelerazione risuonata nella replica, è la premessa della velocità, dell’impeto e dell’iper-cinetismo del nuovo presidente comunque necessari ad affrontare, anzi a prestissimo risolvere i problemi sul tappeto.
Faccia, facce. Sostantivi eminentemente visivi, quindi televisivi e come tali tipici del renzismo. Il potere sollecita sguardi,trasmette indizi, addita fenomeni che tutti possono guardare, di norma sugli schermi.
Sogno, sogni. Provenienti dalla pubblicità e resi inevitabili nella retorica della Seconda Repubblica dopo l’inaugurazione, l’uso e l’abuso di Berlusconi, ma anche di altri suoi onirici imitatori. Un indubbio progresso, nel caso odierno, la mancanza della consueta citazione di Martin Luther King, «I have a dream».
Fuori. «Fuori di qui», «fuori da quest’aula ». Un modo per sottolineare la propria estraneità alla casta, termine però menzionato ieri appena di sfuggita. «Fuori», senza nemmeno il sottotitolo (Mondadori, 2011), era d’altra parte il titolo di uno dei primi e illuminanti — con il senno di poi — libri di Renzi. Un capitolo dedicato al «complesso di Silvio», l’innominato. E oggi il cognome Berlusconi non è mai risuonato.
La madre di. Fantasioso riciclaggio «giornalese» al linguaggio bellico di Saddam Hussein (1991). «La madre dei nostri problemi», ha detto Renzi, e «la madre di tutte le privatizzazioni». Questa madre non proprio un esempio di premura e bontà.
Papà. «Credo che capire cosa significa incrociare lo sguardo di un papà… « e qui Renzi si è fermato, e ricordandosi di essere fiorentino si è regalato una civetteria lessicale per così dire identitaria: «Per non dire babbo».
I nostri figli. O anche «i nostri ragazzi». La reiterata espressione, di toccante valenza famigliare, ha introdotto e rafforzato argomenti anche ragionevoli, ma «aveva pure il senso di ricercare un accordo trasversale diretto a tutti i senatori-genitori.
Struggente, devastante. Curiosa coppia di aggettivi che due volte sono comparsi nel discorso. Romantico il primo, apocalittico il secondo.
Persone. Sostantivo molto usato e mai a sproposito. Probabilmente rivelatore della cultura cattolica che sta nel background di Renzi. Si sente l’eco di Mounier e si adatta bene al tono discorsivo.
Destra, Sinistra. La prima mai citata. La seconda una sola volta, nella replica.
Slides. Anglismo esorbitante. Si poteva dire: diapositive.
Scuola, insegnanti. La parte più personale. Essendo la signora Agnese una professoressa si sentiva l’eco, e anche la vitalità, di tanti discorsi in famiglia.
Fiatone. Una dei tanti termini del sermo humilis, ovvero parla anche in Parlamento come mangi: «tirar via», «giocatevele», «le bandierine», «una pizza e una birra».
Racconto. La politica renziana persegue la tecnica e un po’ anche la filosofia della narrazione, o story-telling che dir si voglia. La bambina figlia di immigrati, le telefonate ai marò, alla signora sfigurata dal vetriolo, all’amico disoccupato. Un modo per andare alle questioni con lo slancio della prima persona.
Buon lavoro a tutti. La conclusione della replica come un saluto. Un tempo si diceva «Viva l’Italia» o anche «Iddio salvi l’Italia». La speranza che un più semplice augurio funzioni comunque.

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IL COMIZIO DEL SINDACO

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IL COMIZIO DEL SINDACO (Norma Rangeri)

45370_231253813673138_75112569_nUn comi­zio, una giran­dola di pro­messe, una per­for­mance tele­vi­siva rivolta ai tele­cit­ta­dini. Più che par­lare alle sena­trici e ai sena­tori seduti ad ascol­tarlo, ai quali, del resto, annun­ciava il pros­simo fune­rale poli­tico, Renzi ha scelto il tono da talk-show. Come il Ber­lu­sconi dei tempi migliori, il pre­si­dente del con­si­glio non ha rischiato di farci capire come ci por­terà fuori dal bara­tro in cui siamo, quale forza e soli­dità ha il suo pro­getto. Ha chie­sto di cre­dere in lui, nel suo corag­gio, nella sua virtù sal­vi­fica. Ha rac­con­tato la sua vita da sin­daco fino allo sfi­ni­mento. Come è bravo lui a par­lare al cas­sain­te­grato, alla mamma, agli stu­denti. Man­cava l’anziana signora biso­gnosa di cure den­ti­sti­che, ma c’era la ragazza sfre­giata dall’acido, l’amico senza lavoro, i due marò.
Con le mani in tasca, bat­ti­bec­cando con i par­la­men­tari a 5Stelle (io sono il cit­ta­dino, voi la nuova casta, io non ho paura del voto, voi in Sar­de­gna non vi siete pre­sen­tati), Renzi ha esor­dito con l’urgenza delle riforme. Senza, tut­ta­via, scio­gliere l’ambiguità sulla legge elet­to­rale (se e come vin­co­larla alla riforma del senato), ele­mento deci­sivo per tenere insieme la prima mag­gio­ranza (con Alfano) e la seconda (con Ber­lu­sconi), vera assi­cu­ra­zione sulla vita del governo.
In un’ora di inter­vento Renzi non ha svi­lup­pato ele­menti pro­get­tuali, né chia­rito come il libro dei sogni sarà tra­dotto in fatti con­creti. Non ha spie­gato per­ché dovrebbe riu­scir­gli l’impresa di pagare i 45 miliardi di cre­diti agli impren­di­tori, né rive­lato come farà a «ridurre il cuneo fiscale di due cifre». Forse per­ché se avesse dovuto met­tere nero su bianco gli stru­menti per rag­giun­gere l’obiettivo, forse avrebbe dovuto ammet­tere che le sue pro­po­ste sono le stesse di quelle scritte da Enrico Letta nel pro­gramma che l’ex pre­mier ha, inu­til­mente, rac­con­tato nella sua ultima con­fe­renza stampa a palazzo Chigi. In com­penso ha trat­tato al ribasso la par­tita dei diritti civili, e riem­pito di luo­ghi comuni il capi­tolo sulla giu­sti­zia, facendo atten­zione a non distur­bare chi ne possa temere una vera riforma.
A spin­gere il pre­mier verso il tra­guardo della fidu­cia è il vento da ultima spiag­gia, lo stesso che gli ha con­sen­tito di gua­da­gnare il via libera del pro­prio par­tito per que­sta avven­tura a palazzo Chigi. Un Pd che lo ha applau­dito timi­da­mente durante il discorso, com­men­tando poi con alcune dichia­ra­zioni molto pole­mi­che, rive­la­trici di un imba­razzo appena dis­si­mu­lato. Come di chi si appre­sta a votar­gli la fidu­cia turan­dosi il naso, in attesa di tempi migliori che non arri­vano mai, salvo pro­met­terli sem­pre.
L’unica cosa certa, tutt’altro che ras­si­cu­rante, è la natura poli­tica di que­sto patto di potere impa­stato di con­flitti di inte­resse. Una natura che illu­mina, o, meglio, opa­cizza, tutta l’operazione di cui siamo spet­ta­tori. Si tratta del riven­di­cato carat­tere poli­tico dell’alleanza. Se con Letta, e prima con Monti, l’emergenza eco­no­mica veniva por­tata a giu­sti­fi­ca­zione dell’innaturale, indi­ge­sto con­nu­bio con Ber­lu­sconi e Alfano, ora pro­prio l’emergenza eco­no­mica è la ragione per far diven­tare eterne que­ste intese con il cen­tro­de­stra, fino a un governo di legi­sla­tura. Il cen­tro­si­ni­stra spa­ri­sce anche dall’orizzonte men­tre sale al potere l’uomo solo al comando.

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