lunedì 30 giugno 2014

Tg che vai semi-selfie di Anna Maria Bernini che trovi

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Malumorismidi Enzo Costa


Tg che vai semi-selfie di Anna Maria Bernini che trovi

Dico subito, assumendomene tutta la responsabilità, che questo mio pezzo sarà giornalisticamente impreciso: non sono in grado di scrivere alla lettera quanto va dicendo, di tg in tg, la forzista Anna Maria Bernini. Dei suoi periodici videocomunicati formato semi-selfie (senza uso di intervistatore e con telecamera fissa, forse retta da un cameraman legato alla sedia, forse inserita in un citofono che l’onorevole azzurra preme ogni volta che le viene voglia di videocomunicare qualcosa), mi restano in testa brandelli di concetti, lacerti di frasi, frattaglie di parole: «…il Pd non scarichi sul governo le sue divisioni…», «…Renzi passi dagli annunci ai fatti…», «…Forza Italia è sempre stata per le riforme…», e via mal rammentando.
Il senso, per adoperare un termine esagerato, credo sia questo, ma non i vocaboli testuali, che ogni volta mi perdo, perduto come sono in quella visione familiare eppure – al tempo stesso – aliena, misterica: il fatto è che la Bernini scandisce quei fonemi iterativi con una sorta di gelo accorato da robot partecipe, la cui vocina metallicamente chioccia, più che dal cavo orale, pare fuoriuscire dal soprastante complesso apparato tricologico costituito da una lunga chioma ramata (sembra fatta di rame), con frangetta sbarazzina insistente su due occhi sistematicamente sbarrati: è quell’espressione insieme smarrita e rapita che mi stordisce, distraendomi da sostantivi e aggettivi effettivamente (e sempre metallicamente) pronunciati. Magari in realtà, ripensando allo stile citofono di ogni suo videocomunicato, Anna Maria sta dicendo: «C’è Silvio? E la cremeria?», imputando le mancate risposte alle sue incalzanti domande alle solite insostenibili divisioni nel Pd. Ma io, sviato da suoni e immagini, non ci faccio caso. Abbiate tanta pazienza. ENZO COSTA

Papa Francesco sta bene ma il card. Scola gli dà il mal di testa se deve vederlo

da blitz quotidiano

Papa Francesco sta bene ma il card. Scola gli dà il mal di testa se deve vederlo

Guarda la versione ingrandita di Angelo Scola bacia l'anello a Papa Francesco, ma non basta a far passare il mal di testa a Sua Santità
Angelo Scola bacia l'anello a Papa Francesco, ma non basta a far passare il mal di testa a Sua Santità
ROMA – La salute del Papa Francesco sembra ottima, stando alle ultime notizie e l’indisposizione di cui dicono abbia sofferto venerdì sembra più dovuta a una malattia asintomatica, chiamata idiosincrasia.
L’indisposizione non avrebbe carattere fisico, ma sarebbe dovuta alla antipatia di Francesco per il suo rivale in Conclave, il cardinale Angelo Scola, vescovo di Milano.
Chi non ha incontrato nella sua vita almeno una persona, di solito donna, che per evitare di incontrare un ospite sgradito si è data malata all’ultimo momento accusando un forte mal di testa?
Sabrina Cottone e Serena Sartini raccontano sul Giornale lo psicodramma di venerdì, quando Papa Francesco era atteso in visita al policlinico Gemelli di Roma.
“Era arrivata la papamobile, era arrivato il cerimoniere, erano arrivati i malati sulle carrozzine e i tanti bambini sofferenti che lo aspettavano pieni di speranza sotto il so­le. Era arrivato il cardinale Angelo Scola, da presidente dell’Istituto Toniolo ospite pronto a spalancare le porte del Policlinico Gemelli di Roma. Ma non è arrivato lui,l’at­tesissimo Papa Francesco. Prima un ritar­do di mezz’ora, poi la Messa e la visita sono state annullate. Qualche attimo di preoc­cupazione per la sua salute, fino alle rassi­curazioni: è solo un forte mal di testa. Sollie­vo e delusione insieme.
Una nota del Vaticano informava in extremis:
“Per un’improvvisa indisposizione il Santo Padre non si reca al Gemelli. Il cardi­nale Angelo Scola celebrerà la Messa e pronunce­rà l’omelia preparata dal Santo Padre”.
Alla fine della celebrazione l’arcivescovo di Milano ha mandato “un grande abbraccio al Papa, perché presto superi questa indisposizio­ne”.
Non è la prima volta che il Papa annulla un appunta­mento pubblico. Nel giu­gno del 2013 aveva fatto rumo­re la sua sedia vuota al con­certo di chiusura dell’An­no della fede in suo onore: cardinali e autorità erano schierati, ma lui aveva diser­tato per restare a colloquio con gli amba­sciatori vaticani. Nella gran parte dei casi successivi la giustificazione è stata un’in­disposizione.
Nel febbraio scorso il Papa ha annullato la visita tra i suoi sacerdoti al Seminario maggiore di Roma. Al santua­rio del Divino Amore dove­va arrivare domenica 18 maggio, ma qualche giorno prima ha fatto sapere che non sarebbe andato per non stancarsi troppo in vi­sta del pellegrinaggio in Ter­ra Santa.
Il 9 giugno ha rin­viato l’udienza al Csm: quel giorno ha concesso un’in­tervista a un giornale spa­gnolo. Questo evento ne ri­corda da vicino un altro: quando il 4 dicembre scor­so la delegazione dell’Expo è stata rimandata indietro dal Vaticano a Milano all’ultimo momento, senza essere ricevuta. A guidare il gruppo era anche in quel caso il cardinale Scola.
Allora come og­gi un’indisposizione. Poi il Papa aveva tele­fonato all’arcivescovo di Milano per scu­sarsi, prima di fissare una nuova udienza. Un caso? Difficile immaginare altro, se si pensa ai tanti malati che lo aspettavano al caldo. Il portavoce, padre Lombardi, assi­cura che “non vi so­no motivi di preoccupazione per la salute del Papa”.
Forse per effetto degli auguri del card. Scola, Papa Francesco si è prontamente rimesso e potrà onorare,come conferma il Messaggero di Roma, i suoi impegni del sabato (10,30 udienza di mezz’ora con il presidente del Madagascar, Hery Rajaonarimampianina, alle 11 una delegazione del patriarcato ecumenico di Costantinopoli), e domenica, festa di San Pietro e Paolo, che Francesco celebrerà con la Messa alle 9.30 sul sagrato di San Pietro, prima del tradizionale Angelus delle 12 dalla finestra del Palazzo Apostolico.

Inflazione, in Italia mai così bassa dal 2009





Inflazione, in Italia mai così bassa dal 2009

I prezzi del "carrello della spesa" a giugno calano dello 0,5% rispetto al 2013, è il risultato più basso da quasi 17 anni. Stabile, invece, la dinamica dell'Eurozona: l'attesa per il mese in corso è attesa allo 0,5%

Inflazione, in Italia mai così bassa dal 2009

MILANO - L'Italia corre veloce verso la deflazione. La dinamica negativa dei prezzi che preoccupa gli economisti perché ritarda gli acquisti e rallenta l'intero ciclo economico. A giugno, infatti, l'inflazione rallenta ancora: la crescita annua dei prezzi si ferma allo 0,3% dallo 0,5% di maggio. Appena sopra lo 0,2%, la soglia indicata dagli esperti come margine d'errore statistico.

Secondo la stima provvisoria dell'Istat si tratta del livello più basso da quasi 5 anni (ottobre 2009). Su base mensile l'indice è in crescita dello 0,1% con i prezzi degli alimentari che diminuiscono a giugno dello 0,6% segnando il livello più basso da settembre 1997: proprio il calo dei prezzi del carrello della spesa è imputabile, secondo i tecnici dell'istituto, il calo dell'inflazione.

A livello aggregato di Eurozona, invece, a giugno l'inflazione annua è attesa al +0,5%, stabile rispetto al mese di maggio. Lo rende noto Eurostat nel comunicato sulla stima flash dell'inflazione. Osservando le principali componenti dell'inflazione dell'area dell'euro, per i servizi si prevede più alto tasso annuo a giugno (+1,3%, rispetto al +1,1% di maggio), seguiti dall'energia (0,1%, rispetto al 0,0% di maggio), beni industriali non energetici (stabile rispetto a maggio) e il cibo, alcool e tabacco (-0,2%, rispetto al +0,1% di maggio).

Adesso l'attenzione si sposta verso la Bce che si riunirà giovedì prossimo: la Banca centrale europea considera il dato aggregato, ma gli economisti sostengono
che Francoforte sbagli a ignorare la situazione dei singoli Paesi. Alcuni sono già in deflazione, mentre molti si muovono intorno allo 0,2%, all'interno quindi del margine d'errore statistico

Corruzione, gli inquisiti si ricandidano. E vengono rieletti

Duecentodiciannove sotto accusa
Il lavoro di Asquer parte dall’elenco completo dei 163 onorevoli e 56 senatori dell’undicesima legislatura (1992-1994) che sono stati accusati formalmente, con il sistema allora in vigore delle richieste di autorizzazione a procedere (un privilegio abolito proprio sull’onda delle indagini di Mani Pulite), dei reati di corruzione, concussione, finanziamento illecito, abuso d’ufficio con arricchimento patrimoniale, truffa per incassare finanziamenti pubblici, ricettazione di tangenti.

Lo studio documenta tutti i casi di rientro in politica nei 15 anni successivi, analizzando le elezioni locali e nazionali dalla fine del 1993 al 2008. Il risultato più inatteso, come osserva Asquer, è che «i parlamentari inquisiti sono stati ricandidati e rieletti in proporzioni molto maggiori rispetto agli amministratori locali; il rientro in politica, in particolare, è stato più facile a livello nazionale che nei consigli regionali, mentre si è rivelato più difficile nei comuni». Più i politici sono importanti, dunque, più diventano intoccabili. Dal 1994 al 2006 continua a crescere il numero di indagati che riescono a farsi rimandare a Roma. E solo nel 2008 c’è la prima inversione di tendenza: le ricandidature sono dimezzate e unicamente dieci inquisiti di Tangentopoli riescono a rientrare (o a restare) in Parlamento.
I risultati della ricerca non sorprendono Alberto Vannucci, che insegna all’università di Pisa ed è uno dei più autorevoli studiosi della corruzione in Italia: «Il passare del tempo attenua l’effetto negativo sulla reputazione del politico. Gli elettori tendono a dimenticare le accuse, anche perché i processi spariscono o quasi dai mezzi d’informazione, e per i capi dei partiti cadono i freni inibitori: da un lato si riduce il rischio di essere danneggiati da candidature imbarazzanti, dall’altro cresce la tentazione di godere delle reti clientelari di potere e di consenso costruite dagli indagati. Che spesso beneficiano del potere di ricatto verso i complici non indagati. Non a caso la tendenza s’inverte tra il 2007 e il 2008: è il periodo della campagna “Parlamento pulito” e dei primi libri sulla casta. Solo allora chi decide le candidature comincia a temere che certi personaggi facciano perdere più voti di quanti ne portino».
A volte ritornano a Roma
Il problema dei riciclati in politica è tutt’altro che accademico. I principali arrestati delle nuove inchieste milanesi (Expo, appalti nucleari e tangenti sanitarie) sono tutti pregiudicati della Tangentopoli di vent’anni fa: Gianstefano Frigerio, dopo aver subito tre condanne definitive come tesoriere della Dc lombarda, è stato eletto parlamentare dal 2001 al 2006 con Forza Italia; l’industriale Enrico Maltauro, che aveva confessato e patteggiato un anno di pena (sospesa) per le mazzette di Malpensa 2000, è tornato a guidare l’azienda di famiglia; Primo Greganti, il cassiere delle tangenti del vecchio Pci, si è riciclato come faccendiere delle cooperative rosse. Anche Piergiorgio Baita, il manager che ora ha

confessato dieci anni di fondi neri e corruzioni per il Mose, era stato pesantemente coinvolto nella Tangentopoli veneta del 1992, uscendone indenne grazie alla prescrizione. In questi mesi, quando sono stati riarrestati, nessuno di loro occupava cariche elettive, eppure gli atti d’accusa documentano che sono rimasti tutti al centro di troppi affari illegali collegati alla politica. Ma il caso Expo e le nuove Tangentopoli riportano alla ribalta personaggi che non entrano nella ricerca della Ucla, che riguarda solo la riconquista di cariche elettive.

Entro questi confini, lo studio sfata infatti l’opinione secondo cui le indagini per corruzione servirebbero a poco o niente. «I dati dimostrano che i politici indagati nel 1992-94 hanno avuto minori probabilità di essere ricandidati nelle cinque elezioni successive rispetto ai non indagati», spiega Asquer: «Tra i parlamentari inquisiti, in particolare, c’è uno scarto del 22 per cento in meno rispetto ai non indagati». Lo stesso ricercatore però avverte che «restano esclusi da questo studio tutti i casi di rientro in aziende pubbliche, segreterie di partito, associazioni politiche o imprese private».

Dunque, il tasso complessivo di rientro dei tangentisti in posizioni di potere è molto più alto. «La ricerca conferma che il politico inquisito paga un pedaggio anche in Italia, ci mancherebbe altro», osserva il professor Vannucci. «Ma sarebbe interessante fare un confronto con le economie più avanzate: ho la sensazione che in Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna o Svezia la percentuale di inquisiti che vengono rieletti in parlamento sia prossima allo zero. Inoltre la ricandidatura non è sempre la strategia principale: come dimostrano i casi di Frigerio o di Mario Chiesa, il primo arrestato di Mani Pulite tornato in carcere nel 2009, in Italia è normale riciclare sotto altra veste il capitale di contatti costruiti nella precedente carriera politica. È come avere un know-how di competenze illecite e cattiva reputazione. E se non ha cariche elettive, il faccendiere è meno esposto, dunque fa correre meno rischi a sé e ai complici».

Ma perché la società italiana non riesce a liberarsi di una corruzione sistematica neppure dopo vent’anni di arresti, processi e condanne? Grazia Mannozzi, docente di Diritto penale e autrice con il giudice Piercamillo Davigo, ex pm di

Mani Pulite, di vari saggi sull’effettivo livello della corruzione in Italia, risponde che «in Italia c’è un problema storico di debolezza del voto e di forza delle reti clientelari e corruttive. Ma, da penalista, vedo anche una questione di diritto: l’iscrizione tra gli indagati e la stessa condanna non bastano a veicolare il messaggio della criminosità della corruzione. Passa l’idea che il politico sia un po’ disonesto, ma non un vero criminale. Molti colpevoli evitano la condanna grazie alle scandalose regole italiane sulla prescrizione, che poi viene presentata come un’assoluzione. Anche nei casi di condanna, gran parte delle sentenze restano sotto il limite dei due anni, con la pena sospesa. E il nostro patteggiamento non presuppone alcuna ammissione di colpevolezza, anzi dopo soli cinque anni la fedina penale torna pulita. Negli Stati Uniti invece chi patteggia deve confessare, dichiararsi colpevole, risarcire tutti i danni e chiedere scusa ai cittadini. E nessuno si sogna di attaccare i magistrati, dichiarandosi vittima di complotti o dicendo che così fan tutti.È l’impunità quasi totale che permette di non rovinarsi l’immagine e ripresentarsi in politica o nelle aziende. La giustizia italiana non riesce a mostrare al Paese il volto dei colpevoli né i danni della corruzione. Quindi il corrotto conserva un serbatoio di voti di cui il capo-partito fatica a rinunciare».
Comuni nuovi, Regioni no
livello locale, la ricerca si è concentrata sui politici indagati dalle Procure di Milano e di Napoli, che nel 1992-1994 hanno avuto un ruolo trainante nella lotta alla corruzione. Lo studio analizza, in particolare, quei casi di rientro che rappresentano una specie di prova di forza degli inquisiti: il consigliere comunale indagato che riesce a farsi rieleggere nella stessa assemblea cittadina; il politico regionale che si ricandida e vince in Lombardia o in Campania. Col senno di poi, il dato più interessante è che alle elezioni locali dell’autunno 1993, cioè in piena Tangentopoli, non è stato ricandidato nessuno dei consiglieri comunali inquisiti, né a Milano né a Napoli. Nelle tre elezioni successive, invece, il quadro cambia: a Milano si ricandida il 10 per cento degli indagati, contro il 17 per cento di Napoli. Al Sud è più alta anche la quota di rieletti: 10 su cento a Napoli, 7 a Milano.
Agli indagati nelle regioni va ancora meglio: a partire dal 1995 in Lombardia rispunta in lista il 23 per cento degli inquisiti e il 15 per cento vince. In Campania il tasso di riciclaggio supera il livello-record del Parlamento nazionale: la percentuale di ricandidati sale a quota 36 e la metà esatta conquista la rielezione.
Se i processi in Italia fossero un’antologia di errori giudiziari, come sostengono certi politici, si potrebbero liquidare questi dati sostenendo che riguardano i meri indagati, cioè presunti innocenti, ma l’obiettivo dello studio americano era proprio quello di misurare l’effetto del semplice coinvolgimento in un’inchiesta per corruzione, anche senza condanna. Ma i condannati ai processi di Tangentopoli, celebrati a Milano dal 1992 al 2002, sono stati ben 1.281. Tra tutti gli indagati, più del 25 per cento se l’è cavata con la prescrizione. Solo il 15 per cento ha ottenuto una vera assoluzione nei tre gradi di giudizio.
«In Italia il livello di corruzione era e resta insostenibile», conclude Vannucci. «Il sistema di Tangentopoli era centralizzato e gerarchizzato: tendenzialmente tutte le imprese pagavano per tutti gli appalti; e a riscuotere era un gruppo selezionato di tesorieri e fiduciari dei partiti. Oggi la corruzione è diventata policentrica: ci sono diversi gruppi organizzati di faccendieri e politici, affiancati da consorzi di imprenditori e cricche di alti funzionari. Sembrano mancare quelle figure centrali che fino a vent’anni fa erano in grado di garantire il rispetto dei patti corruttivi in tutta Italia. Con un’eccezione tragica: nei territori dominati dalle organizzazioni mafiose, anche la corruzione è ancora centralizzata. E fare da garanti tra imprese e politica sono i boss mafiosi».
fonte l'Espresso