venerdì 1 agosto 2014

Bologna 2 agosto 1980: la strage neofascista e la “Mente nera

INCHIESTA

Bologna 2 agosto 1980:  

la strage neofascista e 

la “Mente nera”

Alla vigilia della commemorazione della 

strage arriva la richiesta di archiviazione 

della procura che indagava su una 

possibile pista palestinese. 

La sentenza che ha condannato i terroristi 

di estrema destra dei Nar resta l’unica 

verità sugli esecutori materiali. E in un 

libro ritorna il mistero del medico 

Semerari ucciso perché sapeva troppo


DI GIOVANNI TIZIAN

Bologna 2 agosto 1980:  la strage neofascista e la “Mente nera”
 Non c’è nessuna pista palestinese dietro la strage di Bologna del 2 agosto 1980. L’attentato in cui morirono 85 persone e ne ferì duecento fu opera dei neofascisti. I mandanti, invece, restano ancora nell’ombra. In sintesi dice questo la richiesta di archiviazione, firmata dai pm della procura bolognese, per Thomas Kram e Margot Christa Frohlich. I due ex terroristi tedeschi erano sospettati nell’ultima inchiesta, aperta due anni fa, per verificare eventuali responsabilità del Fronte per la liberazione della Palestina. Un'ipotesi alternativa alla verità stabilita nel processo che si è concluso con la condanna all’ergastolo dei neofasciti dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar)Francesca Mambro e Giusva Fioravanti e a trent’anni diLuigi Ciavardini.

Non regge, quindi, secondo i pm, la ricostruzione che addossava la colpa al Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) come vendetta per la violazione del “lodo Moro”: l’accordo tra l'Italia e i palestinesi, che avrebbe permesso a questi ultimi di trasportare armi ed esplosivi in Italia in cambio di un’immunità dagli attacchi terroristici. Teoria contestata anche dall’associazione dei familiari delle vittime.

Sulla genesi della strage restano ancora molti punti oscuri. Per questo il presidente dell’associazione Paolo Bolognesichiede di individuare i mandanti: «La richiesta di archiviazione è una notizia fondamentale, perché si mette fine a una cosa che non aveva neanche la dignità del depistaggio, tanto era scarsa».

Indagini chiuse? Per niente. La procura prosegue l’attività e punta a livello più alto. Lavorerà anche sui memoriali consegnati dall’associazione. Per questo filone sono già state sentite numerose persone tra cui Licio Gelli, condannato per depistaggio sulla strage, e l'ex colonnello del Sismi Armando Sportelli.

Intanto la notizia della richiesta di archiviazione arriva a poche ora dal 2 agosto, il giorno del ricordo. Le lancette dell'orologio segnavano le 10.25 quando un boato trasformò la stazione di Bologna in un inferno di schegge, lamiere e macerie. Uno scenario di guerra accolse i primi soccorritori. E come durante la guerra i bolognesi accorsero per aiutare a estrarre i corpi delle vittime, alcuni smembrati dall'ordigno piazzato nella sala d'aspetto della seconda classe.

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Le voci della strage

Stazione di Bologna. Due giovanissimi cameramen arrivano sul luogo dell'attentato e documentano l'inferno: polvere, sangue, disperazione, rabbia e stupore. Quaranta minuti choccanti nel documentario di History Channel. Online su L'Espresso i minuti iniziali, con le prime registrazioni della sala operativa e il sonoro originale dei soccorritori


Un attentato che segnò per sempre la città. L’attacco più violento sferrato dagli strateghi della tensione. Da quel sabato 2 agosto 1980 sono passati 34 anni. La Corte di Cassazione si è pronunciata nel 1995 stabilendone quindi la matrice fascista. I responsabili dei depistaggi, invece, come stabilito dai processi, sono Licio Gelli, P2, e gli ex 007 del Sismi Francesco Pazienza, Pietro Musumeci, Giuseppe Belmonte. Se ai tempi fosse esistito il reato di depistaggio, per i pm sarebbe stato più semplice incastrarli. Per questo tra le tante battaglie portate avanti dall’associazione dei familiari delle vittime, guidata dal deputato Pd Paolo Bolognesi, c’è l’introduzione nel codice penale del reato di depistaggio. Allora era un termine solo giornalistico. Chi deviava le indagini veniva accusato di falsa testimonianza, calunnia, sottrazione di documenti, insomma tutte quelle azioni volte a condizionare il corso dell'indagine. Ora al vaglio della Camera c’è un testo di legge proprio sul depistaggio. Doveva essere votato ieri, dopo la discussione sul decreto Pubblica amministrazione, ma è slittato. Se ne parlerà a settembre. Eppure il Pd aveva assicurato che per l’anniversario del 2 agosto sarebbe diventato legge dello Stato.


Sono diverse le manine invisibili che hanno tentato di indirizzare le attività degli investigatori. Allo scoccare del nuovo millennio, l'elenco dei depistatori si arricchisce di un nome pesante: Massimo Carminati , il terrorista nero della banda della Magliana, che ancora oggi gestisce un pezzo importante del potere criminale della capitale. Si è salvato in Cassazione. Reato prescritto. Una figura che si riallaccia a un personaggio misterioso, che ha attraversato praticamente tutti i misteri d'Italia. Si tratta dello psichiatra Aldo Semerari, che alla banda del Libanese ha prestato la sua professionalità.

“La mente nera”, lo ha definito Corrado De Rosa, in un saggio pubblicato qualche mese in cui racconta la vita del medico pagato dai boss per avere perizie favorevoli che gli garantissero l'uscita dal carcere. C'è la firma di Semerari per esempio sulle perizie di don Raffaele Cutolo. «Questo professionista affermato, apprezzato a livello accademico, è stato il crocevia di interessi su cui convergevano massoneria, P2, servizi segreti, procura di Roma e boss di banda della Magliana, Cosa nostra e camorra». Insomma, uno che giocava su più tavoli.

«Già il primo depistatore della strage di Bologna fece il nome di Semerari, ne parlò con il pidduista Elio Cioppa, un agente del Sisde, in una cella del carcere di Rebibbia pochi giorni dopo la strage. Semerari inoltre è una delle persone cui è rivolta l'operazione “Terrore sui treni”, il depistaggio che servì per indirizzare gli inquirenti sulla pista internazionale, cercando di alleggerire le posizioni di Mambro e Fioravanti (ma che di fatto li avrebbe coinvolti fino al collo), e per inviare un messaggio al criminologo: su un treno verranno fatti trovare dei mitra modificati, armi che solo Semerari poteva riconoscere. Un modo per dirgli di non andare avanti, di stare tranquillo, che l’avrebbero tirato fuori».

Una figura sbiadita, dimenticata, sullo sfondo di quel drammatico 2 agosto. «Semerari con Bologna c’entra perché è tra gli arrestati nella prima grande retata, quella in cui finisce alla sbarra il gotha dell’eversione nera. Era considerato l’anello di congiunzione tra la P2 e Gheddafi, non a caso nel periodo tra la strage di Ustica e quella di Bologna ha dei contatti mai chiariti fino in fondo con la Libia e gli Stati Uniti. Dopo 7 mesi di carcere viene prosciolto, e ricoverato nella clinica romana in cui venivano parcheggiati i dissidenti del regime di Gheddafi e gestita da Renato Era, un informatore dei servizi. Non solo, ma uscito dal carcere i terroristi neri lo fanno pedinare. Volevano controllarlo» osserva De Rosa. C’è un motivo preciso che ha spinto i suoi vecchi amici a sospettare di lui. Semerari non sopportava la detenzione. Per questo dopo qualche mese decide che è arrivato il momento di parlare. Di diventare un informatore. Un confidente anonimo della polizia.

«Dato che era l’anello di congiunzione tra più poteri, aveva informazioni pericolose. Per questo faceva paura a molti».

C’è un documento importante ritrovato da De Rosa. Una velina in cui Semerari annuncia la sua collaborazione coperta. «Vi voglio dire delle cose, ma non voglio comparire: “il giorno prima degli arresti per la strage di Bologna qualcuno già sapeva della retata”». Svelerà alcuni omicidi e racconterà particolari inediti su alcune storie nere ormai dimenticate. «Insomma, dice di sapere cose di cui in pochi sono a conoscenza. Questo avviene nell’ottobre dell’80. Più o meno nello stesso periodo in cui si avvia “Terrore sui treni”.

Semerari lascia il carcere nell’aprile ‘81, e poi viene ucciso, decapitato, un anno dopo per mano di camorra. Anche se il movente del suo omicidio, quello confessato da Umberto Ammaturo - che lo avrebbe eliminato perché il criminologo faceva perizie compiacenti per lui e per il suo nemico Raffele Cutolo - fa acqua da tutte le parti e probabilmente la mano di Ammaturo si è mossa per fare un piacere ad altri. I familiari di Semerari diranno che non erano i boss a fargli paura. E infatti, il giorno prima di essere rapito, quando teme per la sua incolumità, il professore nero da Napoli cerca di mettersi in contatto coi Servizi. Chiama Renato Era proprio per parlare con i suoi referenti. Ma il Sismi non muove un dito».

Tanti i misteri che avvolgono la storia del medico. La “Mente nera” che forse custodiva il codice per decriptare l’enigma dei mandanti della strage.

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