venerdì 1 agosto 2014

PALAZZO MADAMA IL GOVERNO VA SOTTO POI CI PENSA GRASSO

PALAZZO MADAMA IL GOVERNO VA SOTTO POI CI PENSA GRASSO (Wanda Marra).

GrassoL’EMENDAMENTO CANDIANI (LEGA) SUI TEMI ETICI METTE IN CRISI LA MAGGIORANZA E ALLORA IL PRESIDENTE DECIDE DI BLINDARE L’ALTRA VOTAZIONE SENSIBILE COL VOTO PALESE.
Andremo alla Camera e ragioneremo su quell’articolo delle riforme su cui il governo è andato sotto al Senato. Io personalmente non sono molto d’accordo, ma saranno i deputati a valutarlo”. La direzione del Pd convocata per ieri pomeriggio si trasforma in un paio d’ore di “Vangelo secondo Matteo”. A 360 gradi. Il premier in streaming, dunque in diretta nazionale, fornisce al paese anche il “suo” racconto della giornata di ieri, non esattamente brillante. Sceneggiatura correttiva.   SONO da poco passate le 11 quando il governo va sotto a Palazzo Madama su un emendamento del leghista Candiani: si stabilisce che il Senato possa legiferare sui temi etici. Grasso concede il voto segreto.
Le paure di Palazzo Chigi erano concentrate sull’altro emendamento del leghista, quello che riduce il numero dei deputati a 500. E invece, ecco l’imprevisto. 145 sì e 147 no, una settantina di franchi tiratori. Le opposizioni esultano, alcuni dissidenti dem (Chiti, Casson, Mineo) rivendicano il loro sì. Tra le voci ufficiali renziane parte il paragone con i famosi 101 che affossarono Prodi. Drammatizzazione. Sul secondo Candiani l’Aula si infuoca: l’opposizione vuole il voto segreto, visto che una parte del testo riguarda le minoranze linguistiche. La discussione – a colpi di regolamento – va avanti per quasi un’ora. In Aula ci sono sia Lotti che la Boschi. Lei sta seduta al suo posto, digita sul cellulare, a tratti interloquisce con chi la interpella. Lui entra ed esce dall’Aula, parla con tutti. Verdini, appollaiato al suo posto, controlla. Il frondista Minzolini interviene in favore della segretezza della votazione. Grasso li fa sfogare. Si vocifera che il governo, per paura di andare sotto, si rimetta all’Aula, ma alla fine è laFinocchiaro a dettare la linea, dando parere negativo, in nome dell’ “onorabilità” dell’Assemblea, che ha già bocciato altri emendamenti simili. Grasso si esprime: voto palese. D’altra parte da quando è salito da Napolitano, tra le ragioni di Renzi e quelle dei Cinque Stelle e delle opposizioni in genere, sembra aver scelto le prime. Emendamento bocciato. Il governo, per voce del Sottosegretario Pizzetti depotenzia: l’emendamento “non intacca la riforma”. “Non è il remake dei 101”, dice più tardi Renzi, accusando anche FI. Sono momenti di ottimismo, che però si trasformano in sconcerto di fronte alla decisione del presidente del Senato di convocare una capigruppo, per ridiscutere la sua decisione di non concedere il voto segreto. “Ma perché si comporta così?”, si chiedono allibiti nel Pd. Ripensamenti della linea seguita in mattinata? Sembrava discesa, è di nuovo caos.   LAPREOCCUPAZIONE si sposta sui decreti e sull’economia. Il premier in direzione: “È mancato il coordinamento. Serve una task force”. In effetti non ce n’è uno che va liscio. Ieri la Commissione Giustizia del Senato si è vendicata (con l’aiuto di qualcuno della maggioranza) mandando sotto il governo con un emendamento al decreto carceri. Se l’Aula conferma, la legge dovrà tornare alla Camera. Scade il 22 agosto, per non farlo decadere bisognerà approvarlo così. Alla Camera c’è l’esame del decreto competitività, approvato in Senato con fiducia. Una serie di cose inserite all’ultimo al governo proprio non vanno giù. La prima da Mucchetti che riguarda la seconda soglia Opa al 25% e la finestra di un anno per introdurre negli statuti delle società la possibilità di emettere azioni a voto multiplo, l’altra dal ministero dell’Agricoltura, che riguarda incentivi a pioggia per Coldiretti. Renzi si è detto pronto al muro contro muro per modificarle. Bisogna vedere come andrà a finire. Perché, riaprire il decreto, vuol dire farlo tornare in Senato, con gravi rischi di non conversione. Un’ipotesi che il premier starebbe anche considerando, per non lasciar passare le “marchette”. “Questioni di principio”, dice. Intanto, i contrasti con il Mef, dopo che Padoan ha lanciato l’allarme sui conti pubblici, sono sempre più aspri. Anche il decreto Pa, licenziato ieri dalla Camera con fiducia, è atteso al varco del Senato. Le perplessità sulle coperture riguarderebbero una norma che stabilisce l’obbligo per i baroni di andare in pensione a 68 anni. La Ragioneria di Stato vorrebbe bollinarla: questo vuol dire riaprire il decreto a Palazzo Madama, con conseguente necessità di tornare alla Camera. “Buone vacanze”, ha chiuso ieri la direzione del Pd, Renzi. I dem hanno fatto un salto sulla sedia: “Ma allora ci saranno?”. In queste condizioni, non ci spera troppo nessuno.
Da Il Fatto Quotidiano del 01/08/2014.

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