venerdì 30 gennaio 2015

ECONOMIA La crescita non si auto-avvera

da il manifesto
ECONOMIA

La crescita non si auto-avvera

Crescita Drogata. Le previsioni (ottimistiche) di Confindustria

Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi
Qual­cosa non fun­ziona nella pub­bli­ci­stica semi-ufficiale. Il Cen­tro Studi Con­fin­du­stria pre­fi­gura una cre­scita poten­ziale del 2,1% per il 2015 (0,6% dalla ridu­zione del prezzo del petro­lio, 0,8% dal tasso di cam­bio, 0,5% dal com­mer­cio inter­na­zio­nale e 0,2% dalla ridu­zione dei tassi di inte­resse a lungo ter­mine), men­tre il mini­stero dell’Economia intrav­vede delle ine­dite oppor­tu­nità di cre­scita in grado di spin­gere la cre­scita ben oltre i mode­sti incre­menti sti­mati solo qual­che mese fa.
Con­fin­du­stria e mini­stero dell’Economia asse­gnano ai cosid­detti fat­tori eso­geni un peso esor­bi­tante, come se la strut­tura pro­dut­tiva del paese fosse alli­neata a quella euro­pea e inter­na­zio­nale. Se poi guar­diamo con atten­zione alle varia­bili eso­gene (prezzo petro­lio, sva­lu­ta­zione dell’euro e la ridu­zione dei tassi di inte­resse), al netto della cre­scita del com­mer­cio inter­na­zio­nale, occorre ripe­tere che l’Italia con­ti­nua a per­dere quote, i fat­tori con­si­de­rati rap­pre­sen­tano bene lo stan­dard della poli­tica indu­striale ita­liana. All’orizzonte c’è sem­pre la ridu­zione dei costi, dimen­ti­cando che tutto il sistema eco­no­mico euro­peo bene­fi­cerà della con­tra­zione dei tassi, del valore dell’euro e del petrolio.
C’è poi la pre­vi­sione della cre­scita occu­pa­zio­nale. Con­fin­du­stria sostiene che il (recente) calo dell’occupazione è attri­bui­bile all’attesa del Jobs Act. Con il nuovo anno si atten­dono varia­zioni posi­tive. Dif­fi­cile cre­derlo. Per defi­ni­zione le imprese assu­mono per sod­di­sfare la domanda cre­scente. Ma la poli­tica eco­no­mica del governo è la poli­tica di Confindustria.
Il mini­stero dell’economia e Con­fin­du­stria met­tono al cen­tro della loro ana­lisi anche il cam­bio delle poli­ti­che eco­no­mi­che euro­pee. La cre­scita sem­bre­rebbe tor­nata al cen­tro della discus­sione poli­tica ed eco­no­mica. Spe­riamo nella Gre­cia, per­ché le poli­ti­che di “fles­si­bi­lità” e il piano Junc­ker sono delle bufale. Il Qe (quan­ti­ta­tive easing) della Banca cen­trale euro­pea è, forse, l’unica misura di buon senso, ma ser­vi­rebbe ben altro: un Qe di un tri­lione di euro per nuovi inve­sti­menti pub­blici, non certo per com­prare, sul mer­cato secon­da­rio, titoli di stato in circolazione.
La cre­scita non si auto-avvera per­ché l’agogniamo. Sia il mini­stero che Con­fin­du­stria non com­pren­dono la diver­sità della crisi ita­liana rispetto a quella di una parte dei paesi euro­pei. Se il Pil negli ultimi 10 anni è cre­sciuto di 12,5 punti per­cen­tuali meno della media euro­pea, nono­stante gli inve­sti­menti delle imprese fos­sero equi­va­lenti a quelli rea­liz­zati dalle imprese tede­sche, qual­cosa non fun­ziona nel sistema eco­no­mico nazionale.
Ma come fanno mini­stero e Con­fin­du­stria a pre­fi­gu­rare la cre­scita eco­no­mica quando il valore aggiunto per addetto delle imprese ita­liane è un mul­ti­plo di quello delle con­cor­renti euro­pee? Un recente report di Edi­son e Con­fin­du­stria di Ber­gamo ha sot­to­li­neato la diver­genza di strut­tura dell’industria ita­liana, ancor­ché ben nasco­sta tra le pie­ghe del rap­porto. Solo per infor­ma­zione, il valore aggiunto per addetto di Bre­scia, Ber­gamo, Vicenza, Monza Brianza, Modena è pros­simo a 60 mila euro, men­tre il valore aggiunto per addetto di Wol­fsburg, Boblin­gen, Ingol­stadt e Lud­wi­sha­fen am Rhein è sal­da­mente al di sopra di 110 mila euro.
Com­prendo lo sforzo di soste­nere l’ultimo prov­ve­di­mento a favore delle imprese (Inve­sti­ment Com­pact, 20 Gen­naio), che non si avvi­cina in nes­sun modo al pro­getto euro­peo Indu­strial Com­pact, ma le poli­ti­che deli­nate ali­men­tano sem­pre la despe­cia­liz­za­zione produttiva.
Cosa dire del così detto patent box? La misura inte­ressa mar­chi e modelli, non la for­ma­zione di beni e ser­vizi ad alto con­te­nuto tec­no­lo­gico. Una scon­fitta per chi sostiene la neces­sità di modi­fi­care la strut­tura pro­dut­tiva del Paese con­di­zio­nata dalla de-specializzazione pro­dut­tiva. Le imprese ita­liane hanno sem­pre pro­dotto mar­chi e pochi bre­vetti tec­no­lo­gici. Si è con­so­li­data la cul­tura del made in, men­tre nel mondo viag­giava verso il made in tec­no­lo­gia. La cre­scita? Real­mente spe­riamo nello sti­molo poli­tico della Grecia.

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