venerdì 30 gennaio 2015

EDITORIALE Spianata Mattarella

da il manifesto
EDITORIALE

Spianata Mattarella


Renzi e Mattarella alla parata del 2 giugno 
Se fos­simo in un altro paese, la can­di­da­tura di Luciana Castel­lina non sarebbe sol­tanto una testi­mo­nianza — a noi molto vicina e cara — ma qual­cosa di sim­bo­li­ca­mente forte. Resterà però come un omag­gio a chi è nel cuore della sini­stra italiana.
Tutt’altro rispetto a quanto è suc­cesso ieri. Per­ché die­tro la ban­diera di Ser­gio Mat­ta­rella, il demo­cri­stiano per­bene, sof­fiano le trombe della rot­tura del patto del Naza­reno e dell’unità ritro­vata del Pd. Rie­merge dalla pol­vere in cui era stato tra­sci­nato per­sino il fan­ta­sma del vec­chio cen­tro­si­ni­stra di ber­sa­niana memo­ria con Nichi Ven­dola che, dopo Luciana, sosterrà Mat­ta­rella. E tira un sospiro di sol­lievo la varie­gata mino­ranza del Pd men­tre davanti alle tele­ca­mere bran­di­sce la can­di­da­tura del giu­dice costi­tu­zio­nale come la prova della rot­tura del patto con Ber­lu­sconi. Mat­ta­rella ha come spia­nato divi­sioni e divergenze.
Si esi­bi­sce come con­tro­prova il no della squa­dra di Arcore al poli­tico sici­liano, già fiero avver­sa­rio delle leggi (Mammì, ma anche Gasparri) a favore del mono­po­li­sta tele­vi­sivo. E per giunta fermo oppo­si­tore dell’entrata di Forza Ita­lia nella fami­glia euro­pea del Par­tito popo­lare. Un no, quello dell’ex Cava­liere, appena ammor­bi­dito dall’esibito fair play di una gen­tile tele­fo­nata al can­di­dato. E poi mani­fe­stato non con un voto con­tra­rio ma con la scheda bianca (come per l’elezione di Napolitano).
È anche curioso che in que­sto tor­neo qui­ri­na­li­zio si repli­chi quel che accadde ai tempi di Ciriaco De Mita. Il lea­der della sini­stra demo­cri­stiana che, come Renzi oggi, era segre­ta­rio del par­tito e capo del governo. De Mita fu il regi­sta dell’elezione di Fran­ce­sco Cos­siga: riunì, ancora una volta, governo e pre­si­denza della repub­blica sotto il tetto di piazza Del Gesù.
Una replica della sto­ria che, dopo trent’anni, ieri pome­rig­gio, è tor­nata improv­vi­sa­mente d’attualità con una vec­chia, sto­rica coper­tina del mani­fe­sto, esi­bita nell’aula di Mon­te­ci­to­rio e in tv dal leghi­sta Cal­de­roli. Quel “Non mori­remo demo­cri­stiani” che cam­peg­giava sulla nostra prima pagina del 1983, rife­rito al tra­collo elet­to­rale della Dc demitiana.
Un titolo che allu­deva a «una spe­ranza — scri­veva Luigi Pin­tor — se la sini­stra ita­liana non dila­pi­derà un risul­tato a suo favore come mai prima era acca­duto». Tra prima e seconda repub­blica, quel patri­mo­nio è stato orgo­glio­sa­mente espulso dal cuore del nuovo Pd ren­ziano e oggi, se il dodi­ce­simo pre­si­dente della repub­blica sarà Ser­gio Mat­ta­rella, avremo ai ver­tici del paese, Palazzo Chigi e Qui­ri­nale, l’accoppiata di un qua­ran­tenne e un set­tan­tenne pro­ve­nienti dalla sto­ria demo­cri­stiana. E’ un dato di fatto che porta a com­pi­mento, anche sim­bo­li­ca­mente, quell’opera di rot­ta­ma­zione della radice comu­ni­sta dallo sce­na­rio poli­tico ita­liano per rin­ver­dire, con spre­giu­di­cati inne­sti, la pianta degasperiana.
Non che il voto una­nime dei grandi elet­tori del Pd per Ser­gio Mat­ta­rella pre­si­dente della repub­blica, sia un cer­ti­fi­cato di garan­zia con­tro un altro “Pro­di­ci­dio”. Tut­ta­via que­sta volta la “carica dei 101″ sem­bra piut­to­sto impro­ba­bile. Renzi ha già il piede schiac­ciato sull’acceleratore della nuova costru­zione media­tica del pre­si­dente «l’antimafia, le dimis­sioni per un ideale, i col­legi per i par­la­men­tari, l’abolizione della naja» che signo­reg­gia su gior­nali e televisioni.
Sfac­cia­ta­mente sosti­tuita a quella che ci ha bom­bar­dato fino a ieri sulla neces­sità di eleg­gere un capo dello stato di leva­tura inter­na­zio­nale, di grandi rela­zioni nel mondo di eco­no­mia e finanza. Tanto da spin­gere per la nomina del nuovo pre­si­dente della Repub­blica entro il week-end per non urtare la «suscet­ti­bi­lità» dei mer­cati. A Ser­gio Mat­ta­rella manca almeno la metà delle qua­lità impre­scin­di­bili che dove­vano carat­te­riz­zare la figura pre­si­den­ziale. Una evi­dente presa in giro. Tra le tante a cui ci ha abi­tuato il funam­bo­lico capo del governo.
Ma se alla quarta vota­zione Renzi riu­scirà a eleg­gere Mat­ta­rella per il par­tito di Ber­lu­sconi sarà una Capo­retto. Dopo aver steso la sua rete di pro­te­zione attorno al governo del Pd, assi­cu­rando numeri legali in aula, votando la legge elet­to­rale, soste­nendo la con­tro­ri­forma costi­tu­zio­nale, dovrà fare buon viso a cat­tivo gioco, sop­por­tando la vit­to­ria ren­ziana sul Quirinale.
Se le cose andranno come sem­bra, il capo del governo ne uscirà raf­for­zato. Tut­ta­via resterà l’impressione di aver assi­stito a una par­tita decisa a tavo­lino, dalla segre­te­ria di un par­tito, senza alcun dibat­tito e con­fronto interno. E senza pas­sione, coin­vol­gi­mento, emo­zione per gli ita­liani, per­ché quanto è acca­duto in que­sti giorni segna ancora di più il distacco tra i par­titi e i cittadini.
LEGGI ANCHE 
Luciana Castellina



Nessun commento:

Posta un commento