sabato 31 gennaio 2015

IL DECLINO DEGLI EX COMUNISTI TRADITI DA GELOSIE E RANCORI

a

IL DECLINO DEGLI EX COMUNISTI TRADITI DA GELOSIE E RANCORI (Federico Geremicca

Fuori da tutte le poltrone rilevanti. Finocchiaro: “Ce la siamo cercata”.
Ci sono tramonti e tramonti. Ce ne è di romantici, di infuocati, di languidi… Quello dell’anima diessina e post-comunista del Pd, è un tramonto triste e silenzioso: così inarrestabile ed evidente, però, da somigliare addirittura ad un’eclissi. Ad un declino. La “ditta” di bersaniana memoria, perde colpi e posizioni. Non è un processo di oggi, è vero: ma oggi, mentre si va verso l’incoronazione di Sergio Mattarella – leader cattolico ed ex popolare – lo si può osservare in tutta la sua incontestabile evidenza.
Il tramonto, il declino, si consuma in un’atmosfera mogia, fatta di soddisfazione troppo esagerata per esser sincera e di disappunto soffocato: il disappunto inconfessabile di chi non ha nemici con cui prendersela, per quanto di triste va accadendo. Un declino inevitabile? «Un declino da noi cocciutamente costruito», sussurra Anna Finocchiaro, aprendo la finestra sull’altro stato d’animo che serpeggia tra gli ex ds: la tentazione, cioè, dell’ennesimo regolamento di conti.
Non il capo del governo; non più (se Mattarella sarà eletto) il Presidente della Repubblica; non la guida del Pd, e nemmeno quella delle assemblee di Camera e Senato; non ministri di peso e nemmeno giovani leader che oggi appaiano in grado di ipotecare il futuro. Sostenere che gli ex ds – chiamiamoli la sinistra del Pd – siano ridotti ad una condizione di irrilevanza, sarebbe sbagliato: ma la spinta propulsiva di quella cultura pare essersi esaurita, «e forse c’è anche di peggio, purtroppo», annota Sergio Chiamparino, in un clima di fitta mestizia. La sua annotazione è secca, ma accende il riflettore su un problema politico nient’affatto da poco: «Quando ci sono momenti di difficoltà, di divisione, non è mai sul nome di uno di noi che si riesce a ricostruire l’unità del centrosinistra – dice -. Successe vent’anni fa con l’Ulivo e con la scelta di puntare su Romano Prodi, succede di nuovo oggi con Sergio Mattarella. Dovremmo interrogarci sul perchè. Ma l’aria non mi pare questa…».
No, l’aria non pare questa. Sotto una cenere fatta di tristezza e disorientamento, infatti, arde la solita brace: quella dell’ennesima resa dei conti. «Sono divisivi – annota Beppe Fioroni -. Escluso Bersani, che pensa davvero alla ditta, dagli altri arrivano solo veti incrociati e manovre d’interdizione». Fioroni, forse, si riferisce ai colloqui intercorsi tra Renzi ed alcuni dei candidabili-presidente del Pd: alla fine degli scambi d’opinione, il segretario avrebbe avuto infatti la conferma che puntando su Veltroni o su Fassino, piuttosto che su Finocchiaro o Chiamparino, i gruppi parlamentari del Pd sarebbero letteralmente esplosi. Gelosie e rancori ormai più che ventennali. E l’eterno duello D’Alema-Veltroni è solo l’epifenomeno di una tale situazione. E la “malattia” appare contagiosa, se solo si guarda al Vietnam in cui si è rapidissimamente trasformato il campo dell’opposizione interna a Renzi: cuperliani, bersaniani, civatiani, dalemiani, eccetera, eccetera, eccetera.
Matteo Renzi ha spesso approfittato delle divisioni interne alla minoranza del Pd. Stavolta, invece, qualche timore lo ha avuto. E se la frustrazione degli ex ds si tramutasse in nugoli di franchi tiratori? O ancora: e se di fronte al nuovo smacco prevalesse il solito muoia Sansone con tutti i filistei col quale due anni fa fu affondato (e mortificato) persino Romano Prodi, fondatore dell’Ulivo? E’ vero che la quantità di voti che va convergendo sul nome di Mattarella (ieri anche quelli del partito di Alfano, oggi -magari – quelli di Berlusconi) è tale da metterlo quasi al riparo da brutte sorprese: ma se fidarsi è bene, non fidarsi è spesso meglio…
E così, ieri, “vedette renziane” hanno controllato addirittura i tempi di permanenza nella cabina elettorale dei parlamentari pd per vedere se qualcuno vi rimanesse un tempo eccessivo per una semplice scheda bianca. Renziani ed ex popolari, insomma, a controllare il voto degli ex diessini: il mondo alla rovescia, una mortificazione. E però le “vedette renziane” non hanno lavorato invano. Il rapporto poi sottoposto a Renzi, infatti, segnalava questo: in 42 sono stati in cabina un tempo eccessivo, non dovendo scrivere sulla scheda (da lasciare bianca) alcun cognome. Quarantadue: la metà dei quali riconducibile a esponenti della minoranza interna. Sarà stato un caso, chissà. Lo si capirà oggi, quando il tramonto degli ex ds potrebbe esser completo, e sulla Falce e sul Martello, e sulla Quercia e tutto il resto calerà il buio di una notte fredda e cupa…


98-logo-la_stampa

Nessun commento:

Posta un commento