venerdì 30 gennaio 2015

La Cgil e il "Maxi job": creare occupazione a scapito della qualità?

da MicroMega

La Cgil e il "Maxi job": creare occupazione a scapito della qualità?

di Renato Fioretti
Nel dibattito relativo alla lunga “querelle” sull’art. 18 prima e sul Jobs act dopo, si è detto di tutto. Carniti era addirittura arrivato a rispolverare il suo vecchio cavallo di battaglia: “Lavorare meno, lavorare tutti”, dal momento che “non c’è lavoro per tutti e quindi vanno ridotti gli orari, finché non torna la crescita”.

Orbene, fatta salva l’eventualità di poter sempre ricorrere, quale extrema ratio, a una temporanea riduzione generalizzata dei tempi di lavoro - con corrispondenza più o meno “proporzionale” del trattamento salariale, l’idea di partire dalla formula carnitina della c.d. “ridistribuzione” del lavoro disponibile per realizzare, però, “a regime” la maggiore occupazione possibile, l’avevo sempre considerata perdente.
Come a voler prendere atto di un irreversibile destino “cinico e baro” del quale, ancora una volta, fossero solo i lavoratori a doversi fare carico!

Al peggio, però, non c’è mai fine. In occasione di un recentissimo seminario organizzato dal Forum Cgil dell’economia, aperto alle proposte di esperti e intellettuali, dal titolo “Politiche per il lavoro: proposte a confronto”, la Cgil - in evidente crisi di “auto-progettualità” - ha ritenuto opportuno accogliere la proposta di Luca Ricolfi, circa l’introduzione del c.d. “Maxi job”, con evidente riferimento ai mini job vigenti in Germania.

La versione italiana si discosterebbe da quella tedesca perché i 400 euro netti mensili (mini job, per un rapporto part-time) dovrebbero diventare almeno 10 mila annui (di qui, il Maxi) per un contratto a tempo pieno della durata massima di quattro anni.

Il tutto supportato da sgravi contributivi tali da produrre, per le aziende coinvolte, un costo del lavoro - complessivamente pari a 12.500 euro, rispetto agli attuali 20 mila - nel quale il 20 per cento del totale sarebbe usato dal lavoratore per pagare l’Irpef e per accantonare i contributi pensionistici.

Orbene, a prescindere dal fatto che la soluzione adottata in Germania non può considerarsi esente da critiche - non ultime, le conseguenze relative ai ridottissimi contributi previdenziali e, quindi, ai futuri trattamenti pensionistici dei soggetti interessati - è comunque opportuno tenere presente che le informazioni diffuse in Italia sono sempre omissive e/o deformate. Per onestà intellettuale, andrebbe aggiunto che i 400 euro del Mini job tedesco si possono sommare a Hartz IV, il reddito minimo garantito: il che significa altri 360 euro mensili; in più: l’affitto per l’alloggio, l’assistenza sanitaria e la riduzione sui mezzi di trasporto, per un netto mensile pari a 560 euro. Senza considerare che a questi, per ogni eventuale figlio, si aggiungono altri 250 euro: altro che i circa 10 mila € annui della “versione” (full-time) italiana!

E’ anche il caso di rilevare che la proposta Ricolfi - acriticamente condivisa dalla Cgil nazionale - poggia, contemporaneamente, su un assioma e un postulato. Nulla di certo, in sostanza!

Il primo è quello secondo il quale il costo del lavoro in Italia è eccessivo. Ebbene, secondo le statistiche comunitarie (Eurostat), nel 2013 nella media dell'Unione a 28 membri, un'ora di lavoro è costata 23,7 euro, che diventano 28,4 nella zona della moneta unica. Ci sono “scarti” enormi, visto che si passa dai 3,7 euro della Bulgaria agli oltre 40 della Svezia e fino ai 48,5 della Norvegia.

In questa classifica (Tab. 1), l'Italia è lontana dalle posizioni di vertice se si considera il costo nel suo complesso, cioè come risultante dei salari veri e propri e del peso del Fisco. Nel nostro Paese, infatti, il costo del lavoro si è attestato a 28,1 euro l'ora, appunto poco sotto la media dell'Eurozona e molto al di sotto di Francia (34,3) e Germania (31,3). Il Belgio, tra quelli che condividono la moneta unica, si trova in vetta con 39 euro l'ora; dalla parte opposta la Slovacchia.

Secondo Raffaele Ricciardi “ La musica cambia se si guarda però all'incidenza dei costi non salariali sul totale delle spese sostenute dai datori di lavoro: nei paesi Ue si attesta al 23,7%, che sale al 25,9% prendendo in considerazione i paesi dell'Eurozona. L'Italia, con una percentuale del 28,1%, si colloca al quarto posto dopo Svezia (33,3%), Francia (32,4%) e Lituania (28,5%). Ciò significa che, se nel complesso il costo è basso, comunque su salari "magri" il Fisco incide per una parte cospicua, e giustifica le lamentele tanto di imprese quanto di lavoratori”.

Guardando infine all'andamento degli ultimi anni, quelli della crisi economica, tra il 2008 e il 2013 il costo del lavoro nei 28 paesi Ue è aumentato del 10,2% (10,4% nell'Eurozona). In Italia l'aumento è stato superiore (11,4%) anche se gli aumenti maggiori si sono registrati in Bulgaria (44,1%). Negli stessi anni si è invece registrato un crollo in Grecia (-18,6%) e cali in Croazia, Portogallo e Ungheria.

A sostegno della sua proposta, Luca Ricolfi si esercita nel calcolare gli eventuali effetti dell’introduzione del maxi job sul “gettito” Inps: “ Supponiamo che non si faccia nulla, e che, non facendo nulla, il numero di posti di lavoro nuovi di zecca (incrementi occupazionali nelle aziende esistenti + posti di lavoro nelle aziende di nuova costituzione) sia pari a 100.

Immaginiamo ora che venga introdotto il maxi-job e che i nuovi posti di lavoro passino da 100 a 133 (un’eventualità che si può anche esemplificare così: un’impresa che intendeva assumere 3 lavoratori, grazie al maxi-job ne assume 4). Ebbene basterebbe un’elasticità di questo tipo, da 100 a 133, per coprire interamente il mancato gettito Inps. Se poi l’elasticità fosse maggiore, ad esempio si passasse da 100 a 150 o a 200, avremmo addirittura più gettito di prima”.

Da qui, il “postulato” in virtù del quale sarebbe sufficiente ridurre il costo del lavoro per incrementare, in misura esponenziale, l’occupazione. Ora, pur considerando un lodevole obiettivo la riduzione del cuneo fiscale, resta indimostrato il vero e proprio architrave della proposta. E’, infatti, assai discutibile considerare assodato che un qualsiasi datore di lavoro privato possa essere disponibile - pur di fronte a una sostanziosa riduzione del costo del lavoro complessivo - ad assumere un numero di lavoratori maggiore rispetto alle sue esigenze produttive.

Ho la sensazione che si tratti di una semplificazione eccessivamente ottimistica, che, fra l’altro, fa da contraltare a un’altra affermazione ben più gettonata e altrettanto indimostrata: quella secondo la quale l’articolo 18 e con esso la “rigidità” del mercato del lavoro in Italia, rappresentano i motivi del “nanismo” delle aziende nel nostro paese.

Tab. 1



Quello che meraviglia - o, forse, più realisticamente, non dovrebbe ormai sorprendere - è la posizione della Cgil. Dopo aver, in sostanza, supinamente acconsentito alla riforma Fornero - per non disturbare il “Manovratore” di turno (Monti, lo pseudo “tecnico” ben visto dal Pd) - salvo poi prenderne le distanze e dopo essersi ridotta a considerare persino accettabile il c. d. “Contratto a tutele crescenti” nella versione Ichino (quale “male minore”, quando era ormai prossima la sostanziale cancellazione dell’art. 18), Susanna Camusso (oggettivamente mai adeguatamente supportata dall’attuale apparato tecnico/scientifico della Confederazione) sottoscrive un principio che pare rappresentare la resa incondizionata per un sindacato che rivendichi ancora una pur residuale, natura “conflittuale” e “rivendicativa”.

Insomma: il “non detto” del progetto Maxi job, è che qualsiasi lavoro, di qualunque tipo e specie, anche se sottopagato e già con tutele ridotte, è preferibile allo stato di disoccupazione!
Lo stesso Luca Ricolfi, in un passaggio del suo intervento al Forum, afferma: “Perciò la priorità assoluta non è la trasformazione [del lavoro] da precario a stabile, è creare posti per gli esclusi e ridurre l’area del lavoro nero”.

Quando e se - purtroppo - per tutta la Cgil, il principio cui adeguarsi sarà di creare semplicemente occupazione, sorvolando sulla “qualità” della stessa, saremo, a mio avviso, a un punto di non ritorno
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