mercoledì 28 gennaio 2015

POLITICA Il nome utile (ad uso degli spin) per dimenticare «la manina»

da il manifesto
POLITICA

Il nome utile (ad uso degli spin) per dimenticare «la manina»

TotoColle. Oscurare l’accordo con Fi, glorificare il premier attraverso il successore di Napolitano. Alla ricerca dell’«autonomo renziano»

Matteo Renzi, il presidente del consiglio
‘’Renzi insomma ci ha fatto sapere, anche se non ce lo ha detto, che lui la serie A l’ha pro­po­sta: Ser­gio Mat­ta­rella, Giu­liano Amato. E Wal­ter Vel­troni. Ma Ber­lu­sconi ha detto no. E quindi ora biso­gnerà pescare dalla serie B. Il nostro nome al Colle sarà un one­sto gio­ca­tore di serie B». Da qual­che giorno i grandi elet­tori della par­roc­chia che a grandi linee si defi­ni­sce mino­ranza Pd (e che con­tiene riti e atti­tu­dini diverse che al momento del voto sul pre­si­dente della Repub­blica potreb­bero diven­tare evi­denti) si sono fatti un po’ più cauti. Solo rifles­sioni a tac­cuino chiuso. Hanno pesato i toni con­ci­lianti del pre­mier, la sua pro­messa ripe­tuta nelle riu­nioni di depu­tati e sena­tori di «par­tire dal Pd», il ten­ta­tivo di span­dere un clima di ras­si­cu­ra­zione uni­ta­ria che alla prova della razio­na­lità non regge, ma da cui i dis­si­denti loro mal­grado vor­reb­bero per una volta farsi con­qui­stare. Sta­mat­tina il pre­mier incon­trerà di nuovo i depu­tati Pd (alle 8) e i sena­tori (alle 9). Incon­tri lampo, in cui rife­rirà dell’esito degli incon­tri con le dele­ga­zioni dei par­titi. Non farà nomi. La dire­zione del Pd è con­vo­cata gio­vedì mat­tina. Nella mino­ranza c’è chi scom­mette che nean­che lì uscirà il nome. Il nome, c’è chi è certo, uscirà dal fac­cia a fac­cia con Ber­lu­sconi. E si saprà venerdì.
«Ma non sarà un’espressione diretta del patto del Naza­reno», con­ti­nua il nostro inter­lo­cu­tore. E non lo sarà per­ché, spiega, «sul nome del pre­si­dente della Repub­blica Renzi costruirà una delle sue grandi nar­ra­zioni». La nomina del nuovo capo dello stato, è il ragio­na­mento, sarà l’occasione per il rilan­cio dell’immagine del pre­mier, un po’ appan­nata dopo il decreto fiscale «Salva-Silvio» e dopo l’approvazione dell’Italicum con i voti indi­spen­sa­bili di Forza ita­lia. Seguendo que­sto filo si arriva ai nomi. Ser­gio Mat­ta­rella sarebbe il pro­filo migliore: fra­tello di un corag­gioso diri­gente Dc ucciso dalla mafia, anti­ber­lu­sco­niano della pri­mis­sima ora (nel 1990 si dimise dal governo Andreotti per pro­te­stare con­tro la legge Mammì, la madre di tutte le leggi pro Finin­vest), ora giu­dice costi­tu­zio­nale. Una bio­gra­fia vir­tuosa da cui pescare a piene mani per com­pli­men­tarsi con la scelta del premier.
Ma Mat­ta­rella, dice il tam tam di palazzo, non piace a Ber­lu­sconi. Ammet­tiamo che que­sta voce non venga fatta cir­co­lare ad arte. «L’altro nome della serie A è Giu­liano Amato». A Renzi non dispiace, piace invece molto a dale­miani e ber­sa­niani. Ma l’uno e gli altri esclu­dono di inte­starsi una scelta così impo­po­lare: cra­xiano poi dale­miano e plu­ri­pen­sio­nato, una lec­cor­nia per la let­te­ra­tura anti­ca­sta, e non solo. In serie A, ci viene spie­gato, c’è anche Wal­ter Vel­troni, padre nobile del ren­zi­smo, ma ecces­si­va­mente dotato di ’stan­ding inter­na­zio­nale’. Tra­dotto: l’officiante del matri­mo­nio di Cloo­ney rischie­rebbe di offu­scare il pre­mier, fin qui ’solo’ testi­mone dell’imprenditore amico Car­rai. La ver­sione ufficial-ufficiosa è che anche su Vel­troni è calato il gelo del civil part­ner del Nazareno.
Finita la serie A, resta la serie B: one­sti gio­ca­tori for­niti di qual­che qua­lità utile alla causa dello spin doc­tor. Per esem­pio Anna Finoc­chiaro: sarebbe la prima donna al Colle; la sini­stra Pd non potrebbe dirle no, almeno non aper­ta­mente, ma nel segreto dell’urna chissà: in molti le impu­tano di aver spia­nato la strada alle riforme ren­ziane. O Piero Fas­sino: ultimo segre­ta­rio ds, in quanto tale (in teo­ria) sgra­dito a Ber­lu­sconi, oggi ren­zia­nis­simo. Anche in que­sto caso la sini­stra Pd non potrebbe pro­te­stare, non aper­ta­mente. Scar­tato il mini­stro Padoan, cioè una figura tec­nica uffi­cial­mente ban­dita ieri da Paolo Romani; escluso il sot­to­se­gre­ta­rio Del­rio, che pro­vo­che­rebbe una rivolta dei grandi elet­tori per eccesso di zelo verso il pre­mier. Se Mat­ta­rella fosse dav­vero un tabù per Ber­lu­sconi, non reste­rebbe che Ser­gio Chiam­pa­rino: amico di Mar­chionne ma anche della Fiom, poli­tico navi­gato ma della leva dei primi sin­daci eletti dai cit­ta­dini, ante­si­gnani dell’antipolitica, scol­piti nel marmo dalla defi­ni­zione dale­miana di «cacic­chi». Infatti gode di buona fama fra i 5 stelle. Molto ren­ziano (nel 2013 i 51 ren­ziani vota­rono lui al posto di Marini, che fu impal­li­nato) ma con allure da auto­nomo: da pre­si­dente della con­fe­renza delle regioni — quindi attento alle pre­ro­ga­tive dei nuovi sena­tori non eletti, che non gua­sta — ha gui­dato la bat­ta­glia con­tro la legge di sta­bi­lità: dallo scon­tro fron­tale a un’inversione a U verso il sì al governo. Non gio­vane ma gio­va­nile. Nel novem­bre scorso aveva dichia­rato: «Con i 5 stelle ci sono più mar­gini di intesa che con Ber­lu­sconi. Se M5S ci sta al Colle ci vado di corsa». Anche que­sto non gua­sta, nel segreto dell’urna. Il Mat­ta­rella della Mammì o il Chiam­pa­rino che cor­teg­gia i gril­lini. Solo nomi come que­sti pos­sono espiare la «manina» pro Sil­vio del decreto fiscale e il sug­gello del patto del Nazareno.


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