mercoledì 28 gennaio 2015

POLITICA Un Italicum con le toppe

da il manifesto

Un Italicum con le toppe

Riforme. La legge elettorale passa al senato. Ma la camera dovrà correggerla ancora: nella fretta ha collezionato troppi difetti. La maggioranza ne ha corretti solo alcuni, ieri, con l’ultimo colpo di mano. La minoranza Pd non partecipa al voto. Ma abbassa il quorum e rende non decisivo il sostegno di Forza Italia. Presidenza dell’aula sotto accusa
La ministra delle riforme Maria Elena Boschi con il presidente dei senatori di Forza Italia Paolo Romani
Appro­vata defi­ni­ti­va­mente al senato, la nuova legge elet­to­rale deve tor­nare alla camera per­ché pro­fon­da­mente diversa da quella varata in tutta fretta a Mon­te­ci­to­rio, a marzo scorso. Ed è pro­ba­bile che anche il pros­simo pas­sag­gio non sia defi­ni­tivo. Per­ché ieri pome­rig­gio in aula, prima dell’ultimo voto dei sena­tori, c’è stato un enne­simo strappo ai rego­la­menti da parte della mag­gio­ranza. La sena­trice Finoc­chiaro, che pure aveva cer­cato di man­te­nere un pro­filo basso durante tutta la discus­sione — la sua can­di­da­tura sale e scende nel bor­sino del Qui­ri­nale -, è stata costretta a pre­sen­tare in extre­mis una pro­po­sta di «coor­di­na­mento for­male», per tap­pare le falle della legge. Almeno le falle più evi­denti.
Il rego­la­mento con­sente pic­cole cor­re­zioni nella fase cosid­detta di «draf­ting», per cor­reg­gere pic­cole imper­fe­zioni nel testo di legge che risulta dall’approvazione dei vari arti­coli ed emen­da­menti. Esem­pio: il rife­ri­mento a un comma sba­gliato. Ma que­sta volta la mag­gio­ranza — che è quella Pd-Forza Italia-centristi del patto del Naza­reno — ha pro­po­sto 23 modi­fi­che sostan­ziali, per­sino recu­pe­rando emen­da­menti boc­ciati o modi­fi­cando arti­coli del Testo Unico del 1957 mai messi in discus­sione nella pro­po­sta votata dai sena­tori. La pro­te­sta delle oppo­si­zioni ha costretto a una par­ziale mar­cia indie­tro — molte cor­re­zioni sono rima­ste, e senza pas­sare dal voto, ma le più cla­mo­rose sono state stral­ciate. Dun­que l’Italicum che arriva alla camera è dichia­ra­ta­mente biso­gnoso di manu­ten­zione. Pos­si­bile che torni ancora al senato.
Poco male per Renzi, al quale inte­res­sava chiu­dere ieri per segnare un punto prima delle vota­zioni per il Qui­ri­nale. Così è stato e pochi minuti dopo l’ultimo sì sono par­titi i tweet cele­bra­tivi. Dalla pro­spet­tiva ren­ziana non si vede la ferita alle regole demo­cra­ti­che. Eppure c’è, come hanno denun­ciato in aula pochi sena­tori. Quelli del Movi­mento 5 stelle, la sena­trice De Petris di Sel che ha attac­cato la pre­si­denza del senato «asser­vita ai dik­tat della mag­gio­ranza» e il sena­tore del Pd Chiti che ha par­lato di «vio­la­zioni senza pre­ce­denti che ci pre­sen­te­ranno il conto». L’elenco è lungo: la riforma della legge elet­to­rale è stata incar­di­nata in aula in un’alba di dicem­bre, solo per limi­tare i tempi di discus­sione a gen­naio. Senza con­clu­dere l’esame in com­mis­sione e dun­que senza rela­tore, mal­grado la Costi­tu­zione imponga la pro­ce­dura «nor­male» per le leggi elet­to­rali. In aula l’emendamento Espo­sito, che ha rias­sunto e anti­ci­pato i con­te­nuti della legge solo per far cadere tutti gli emen­da­menti con­trari, ha sta­bi­lito un pre­ce­dente che ren­derà in teo­ria impos­si­bile per qua­lun­que mino­ranza pro­porre cor­re­zioni a qua­lun­que legge.
Per il governo è un suc­cesso, ma il «merito» non è tutto dello spre­giu­di­cato pre­si­dente del Con­si­glio non par­la­men­tare, o dell’arrendevole alleato Ber­lu­sconi. Per la riu­scita del blitz ha pesato la com­po­si­zione dell’aula, mol­tis­simi sono i sena­tori «nomi­nati» al primo inca­rico e con scarsa atten­zione alle pro­ce­dure par­la­men­tari. E soprat­tutto è risul­tata deci­siva la con­du­zione dell’aula, ormai sta­bil­mente alli­neata con la mag­gio­ranza di governo. E così ieri alla mino­ranza non è ser­vito alzare i toni. «Pas­siamo alle cat­tive», ha minac­ciato il leghi­sta Cal­de­roli, impi­lando sui ban­chi un metro di fal­doni (i suoi emen­da­menti ostru­zio­ni­stici, deca­duti). «Siamo pronti a far volare le sedie come nel ’53», hanno aggiunto i 5 stelle, copiando la minac­cia e pro­cu­ran­dosi in fretta altri fasci­coli. Niente: a colpi di mag­gio­ranza si è arri­vati al voto finale, per­sino in anti­cipo sui tempi sta­bi­liti per­ché a furia di con­tin­gen­tare sono rima­ste cin­que ore di dibat­tito inu­ti­liz­zate. E sono volate urla, non faldoni.
La mino­ranza del Pd ha man­te­nuto le su cri­ti­che al sistema dei capi­li­sta bloc­cati, in base al quale la mag­gio­ranza dei futuri depu­tati con­ti­nuerà a essere desi­gnata dai par­titi e non scelta con le pre­fe­renze dagli elet­tori. Ma non ha votato no, e nep­pure asten­sione, che al senato è scelta equi­va­lente. Hanno pre­fe­rito non par­te­ci­pare al voto, in ordine sparso: il sena­tore Gotor è inter­ve­nuto «a nome di un gruppo con diverse sen­si­bi­lità», ma prima di lui erano già inter­ve­nuti i sena­tori Chiti e Mineo e la sena­trice Ric­chiuti, non dispo­ni­bili a farsi rap­pre­sen­tare. Situa­zione simile dall’altra parte, dove hanno preso la parola in cin­que che in Forza Ita­lia par­te­ci­pano alla fronda: Min­zo­lini, Bon­fri­sco, D’Anna (del gruppo Gal), Bruni e Let­tieri. Risul­tato finale 184 sì, 66 no e due aste­nuti. Ma in 69 non hanno votato, e tra que­sti 29 della mag­gio­ranza che è al governo con Renzi (25 del Pd, 4 cen­tri­sti di Alfano e 2 socia­li­sti). A votare con­tro sono rima­sti quelli di Sel, la Lega, buona parte dei gril­lini e degli ex 5 stelle.
«Dis­senso largo e moti­vato di un quarto del gruppo Pd», ha sot­to­li­neato alla fine il sena­tore Gotor. Ma dis­senso «mor­bido»: sce­gliendo di non votare hanno abbas­sato la soglia di mag­gio­ranza, e così i 53 voti favo­re­voli all’Italicum che sono arri­vati da destra non sono risul­tati deci­sivi. «Forza Ita­lia è stata impor­tante, ma la mag­gio­ranza è auto­suf­fi­ciente», ha fatto subito notare la mini­stra Boschi. Avendo, nei numeri, ragione.


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