giovedì 29 gennaio 2015

POLITICA Una giornata Mattarella

da il manifesto

Una giornata Mattarella

Quirinale. Il premier insiste sul giudice costituzionale, ma Berlusconi non dà il via libera e resta fermo su Amato e Casini. Renzi si dice pronto anche a stracciare il patto del Nazareno. Tra i forzisti c’è chi teme il cedimento del capo e chi una finta per aprire la strada a un tecnico

Quirinale

La fumata è nera. Tutto lascia cre­dere che l’accordo tra i soci del Naza­reno sul pros­simo pre­si­dente della Repub­blica sia lon­ta­nis­simo. Dopo il buco nell’acqua di ieri, i due si rive­dranno pro­ba­bil­mente oggi prima dell’apertura del tor­neo, che potrebbe pro­ce­dere a passo for­zato: Renzi medi­te­rebbe infatti di pro­porre alla riu­nione con­giunta dei capi­gruppo di Camera e Senato, sta­mat­tina, due vota­zioni oggi invece di una, e tre invece di due domani, con sedute fino a mez­za­notte. Per­ché lunedì mat­tina i mer­cati devono aprire con il pre­si­dente eletto (!).
Ieri, con i dovuti onori e senza con­fon­dersi col volgo, Sil­vio Ber­lu­sconi ha var­cato la porta di palazzo Chigi, scor­tato da Ver­dini e Letta. Aveva in tasca un mazzo di boc­cia­ture sec­che. No a «figure poco note»: exit Raf­faele Can­tone, l’unico veto spe­ci­fi­cato con tanto di nome e cognome. No ai «tec­nici»: fuori Visco e Padoan. No a figure di sini­stra, ex avver­sari o peg­gio nemici: cas­sati Fas­sino, Vel­troni, Finoc­chiaro, Chiam­pa­rino, anche se c’è chi sostiene che a boc­ciare la sena­trice sarebbe stato pro­prio Renzi e non il socio.
Poco dopo, di fronte ai suoi par­la­men­tari, il capo for­zi­sta ha assi­cu­rato che tutto va per il meglio: «Non con­viene a nes­suno man­care l’accordo. Renzi ha accet­tato i nostri no, il peri­colo è scam­pato». Il capo dei sena­tori Romani con­tro­canta: «Il patto del Naza­reno tiene sul metodo». Ci siamo sull’identikit, non ancora sul nome. A pren­dere sul serio quel che dicono, per Ber­lu­sconi, e per Alfano, che aveva incon­trato il pre­mier in mat­ti­nata, ci sono solo due papa­bili: Amato e Casini. Quelli che Renzi non può accet­tare, prima di tutto per­ché sareb­bero pre­si­denti forti, dun­que diar­chi, ma anche per­ché negli ultimi giorni il velo­ci­sta ha cam­biato schema di gioco e vuole a tutti i costi tenere unito il par­tito. Lo ha ripe­tuto, e con toni con­vin­centi, ieri mat­tina ai par­la­men­tari: «Si parte dall’unità del Pd e non accet­tiamo diktat».
C’è un altro nome sul quale Renzi, nel col­lo­quio col cava­liere, insi­ste, e guarda caso è pro­prio quello della testa di serie, Ser­gio Mat­ta­rella. Sulla sua can­di­da­tura, mette in campo un argo­mento forte: la pos­si­bi­lità di eleg­gerlo anche a costo di strac­ciare il patto del Naza­reno. Nelle 24 ore pre­ce­denti Renzi aveva sot­to­li­neato in pub­blico e in pri­vato di avere già in tasca 470 voti. Nell’incontro con Sel, mar­tedì sera, aveva detto: «I vostri voti potreb­bero diven­tare deter­mi­nanti». Ieri lo ha ripe­tuto ai depu­tati del suo par­tito, facendo chia­ra­mente capire che la pos­si­bi­lità di un can­di­dato extra-Nazareno c’è.
I ribelli azzurri temono che il capo ceda, che la minac­cia di un pre­si­dente eletto solo dalla sini­stra lo con­vinca ad acco­darsi, e cono­scendo l’uomo non è affatto impos­si­bile. Però che Renzi mediti dav­vero di spin­gersi sino a strac­ciare l’accordo con Ber­lu­sconi pare più impos­si­bile che impro­ba­bile: il pro­sie­guo della legi­sla­tura diven­te­rebbe un cal­va­rio, il per­corso delle riforme una via cru­cis. «E’ uno stress test», afferma Bru­netta. Facile che abbia ragione. Ma nella par­tita tor­bi­dis­sima che tutti stanno gio­cando, roba che al con­fronto i più sca­fati mar­pioni dc erano cri­stal­lini, non è affatto detto che Renzi i can­di­dati che offre al socio solo per veder­seli abbat­tere uno dopo l’altro li vor­rebbe dav­vero vedere al Colle. Deve pro­porli, insi­stere, minac­ciare sfra­celli: altro modo per tenere a bada la mino­ranza Pd non c’è. Ma pro­prio lui, ieri mat­tina, spie­gava alla mede­sima mino­ranza di non poter insi­stere sino alle estreme con­se­guenze su Mat­ta­rella per­ché al giu­dice costi­tu­zio­nale man­che­reb­bero i voti di Sel o almeno dei fuo­riu­sciti gril­lini. Una bugia di quelle che si rac­con­tano quando si cer­cano alibi. Chi lo cono­sce, poi, assi­cura che di fare di un rot­ta­mando o di un rot­ta­mato il primo cit­ta­dino non ha alcuna voglia.
Lo stallo rispon­de­rebbe in que­sto caso a una stra­te­gia pre­cisa: pun­tare sulla para­lisi per poi tirare fuori dal cilin­dro il vero can­di­dato all’ultimo momento, e in que­sto caso non potrebbe che trat­tarsi di un tec­nico, spen­di­bile sul pal­co­sce­nico inter­na­zio­nale e ver­sato in mate­ria d’economia, per­ché il pre­mier sa per­fet­ta­mente che, alla lunga, sarà su quel fronte che si deci­derà la sua sorte poli­tica. Qual­che for­zi­sta, ieri sera, pre­ve­deva addi­rit­tura una boc­cia­tura di Mat­ta­rella alla quarta vota­zione, come via­tico per lo slit­ta­mento verso un tec­nico. Certo sarebbe un rischio, per­ché, sia pur di misura, Mat­ta­rella i voti per essere eletto senza il cen­tro­de­stra li avrebbe. Per affon­darlo una parte del Pd dovrebbe pre­pa­rare l’agguato, pro­prio come due anni fa con Prodi. Non sarebbe la minoranza.
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