giovedì 29 gennaio 2015

«SARÀ SERGIO». L’OK DI BERSANI. MA LA SINISTRA PD TEME IL BLUFF

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«SARÀ SERGIO». L’OK DI BERSANI. MA LA SINISTRA PD TEME IL BLUFF (Daniela Preziosi)

Quando esce da Palazzo Chigi Pier­luigi Ber­sani ha quel sor­riso inde­ci­fra­bile per il quale poco meno di due anni fa i cro­ni­sti si appel­la­vano al suo con­si­gliere Miguel Gotor, e alla fine sconsolati al libro dell’I Ching, per inter­pre­tare l’andamento delle tor­men­tate con­sul­ta­zioni per il Colle. Ieri Renzi ha voluto una mezz’ora di fac­cia a fac­cia con il suo pre­de­ces­sore, subito prima di incon­trare Ber­lu­sconi e subito dopo aver riu­nito depu­tati e sena­tori Pd, con i quali ha usato parole ras­si­cu­ranti sull’unità del par­tito. All’uscita di Palazzo Chigi Ber­sani incon­tra i due colon­nelli della sua (ex) area: Roberto Spe­ranza, capo­gruppo Pd e capo­fila dell’ala rifor­mi­sta con­ci­liante, e Gianni Cuperlo, lo scon­fitto del con­gresso che resta, in teo­ria, il rife­ri­mento di chi lo ha soste­nuto. A loro con­fida le sue per­ples­sità. Poi con i gior­na­li­sti in Tran­sa­tlan­tico calca la mano sulla cau­tela: «Abbiamo comin­ciato a ragio­nare, abbiamo ragionato bene. La strada è ancora lunga, ci sono ancora alcuni giorni».
Que­sta volta, a dif­fe­renza del pre­ce­dente incon­tro fra i due, con Ber­sani Renzi è stato espli­cito e diretto. «Pro­porrò Ser­gio Mat­ta­rella». Senza nomi­nare il giu­dice costi­tu­zio­nale, di buon mat­tino ai depu­tati ha spie­gato che serve un nome «con il quale costruire una grande nar­ra­zione del nostro paese», ai sena­tori che si sarebbe trat­tato di «una sto­ria rac­con­ta­bile soprat­tutto al nostro interno». Chi meglio del giu­dice costi­tu­zio­nale, del fra­tello di Pier­santi ucciso dalla mafia, dell’autore di una com­pianta legge elet­to­rale, di un uomo pre­sti­gioso e riser­vato come lui? È musica per le orec­chie di Ber­sani, dopo tante pole­mi­che. Il nome è com­preso nella «serie A» dei desi­de­rata della sini­stra Pd: insieme a quello di Giu­liano Amato, che però per Renzi è troppo impo­po­lare. Mat­ta­rella sarebbe un fior all’occhiello per tutto il par­tito, ma anche una vit­to­ria per la sini­stra interna che fin qui ha temuto di dover ingo­iare un pre­si­dente tar­gato Patto del Nazareno.
Ma sotto la patina dell’incrollabile entu­sia­smo di Renzi, il suo inter­lo­cu­tore ha capito, o cre­duto di capire, che ancora cer­tezze non ce ne sono e che, appunto, «la strada è ancora lunga». Le per­ples­sità di Ber­sani si tra­sfor­mano nei sospetti di molti dei suoi: non si fidano, temono il bluff. Certo, ragiona Ste­fano Fas­sina, «Mat­ta­rella avrebbe tutte le carat­te­ri­sti­che per unire». Non è un mistero che sia anche nella rosa dei gra­diti a Sel. «Abbiamo detto con grande forza a Renzi che imma­gi­niamo la figura di un custode della Carta e dell’autonomia del parlamento. Le scelte non devono avere puzza o pro­fumo del Naza­reno», dice Ven­dola. E per­sino una parte dei 5 stelle potrebbe votare il fra­tello di Pier­santi, il pre­si­dente della Sici­lia ucciso nell’80.
Il sospetto di molti ber­sa­niani è però che il lea­der lasci tra­pe­lare il nome di Mat­ta­rella per farlo poi pub­bli­ca­mente (e defi­ni­ti­va­mente) boc­ciare da Ber­lu­sconi nel nuovo incon­tro di oggi. «Se Renzi vuole andare dav­vero fino in fondo lo si vedrà all’assemblea dei grandi elet­tori Pd», spiega un depu­tato rifor­mi­sta: «Se fa espli­ci­ta­mente il nome di Mat­ta­rella vuol dire che ci punta davvero, se prende ancora tempo vuol dire che era solo una finta e pre­sto tirerà fuori il suo vero cavallo. Per poi dire: vedete, io volevo Mat­ta­rella, ma Ber­lu­sconi non ne ha voluto sapere».

In effetti a Ber­sani Renzi non ha dato nes­suna cer­tezza che il nome di Mat­ta­rella verrà apertamente pro­nun­ciato oggi. Gli ha invece detto che in ogni caso per lui, anche ora che la scelta del can­di­dato sarebbe scelto — il con­di­zio­nale è d’obbligo ma non è il modo del verbo usato dal pre­mier — è molto meglio in ogni caso con­su­mare le prime tre vota­zioni con una scheda bianca. I voti certi, al netto dei mal di pan­cia di Forza Ita­lia, sem­pre ammesso che alla fine Berlusconi si con­vinca, sono 600. Meglio evi­tare tiri man­cini anche interni alla mag­gio­ranza, meglio darsi ancora un giorno per trat­tare. Un giorno solo però: il Pd ieri ha avan­zato alla camera, che si tra­sfor­merà in seg­gio elet­to­rale, la richie­sta di fare tre vota­zioni nel giorno di venerdì. Uno strappo alla prassi, ma signi­fica che Renzi si sente sicuro della strada imboc­cata. «Si parte e si arriva con Mat­ta­rella», assi­cura il vice­se­gre­ta­rio Lorenzo Gue­rini. Resta però da sapere se la strada è dav­vero quella che ha indi­cato a Bersani. 
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