sabato 31 gennaio 2015

SCUSATE SE DIAMO NOTIZIE

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SCUSATE SE DIAMO NOTIZIE (Marco Travaglio)

Prima o poi doveva capitare. Ci tocca giustificarci per il peccato mortale di dare troppe notizie. Alcuni commentatori sul nostro sito, che evidentemente preferisco non sapere e dunque hanno sbagliato giornale, ma anche Giuliano Ferrara e Giampiero Mughini, non si danno pace perché il Fatto ha raccontato gli altarini e gli scheletri negli armadi dei candidati al Quirinale. Compresi quelli di Imposimato, il prediletto del M5S di cui secondo qualche buontempone saremmo l’house organ. E soprattutto quelli di Mattarella, che oggi – salvo sorprese – dovrebbe essere eletto capo dello Stato.
Apriti cielo, lesa maestà. Se la prendono con noi che facciamo il nostro mestiere, anzichè con i lecchini preventivi dei giornaloni che si portano avanti col lavoro e allungano le lingue per beatificare il futuro presidente come un genio, un eroe, uno statista di fama planetaria, dalla “schiena dritta”, anzi “di fil di ferro”, “sobrio” come e più di Monti, capace perfino di “sorridere” (così almeno giura un compagno di scuola scovato prodigiosamente dalla Stampa), senza spiegare come fu che cotale pepita d’oro sia rimasta per tutti questi anni a prender polvere e muffa nelle soffitte del Palazzo. Abbiamo già detto e ripetiamo volentieri che Sergio Mattarella è un brav’uomo e non risulta aver commesso reati (è stato assolto nell’unico processo subìto). Ma in Italia ci sono decine di milioni di brav’uomini e brave donne come lui, magari anche un po’ meno incolori, inodori e insapori, che però non diventeranno mai presidenti della Repubblica, e nemmeno di una bocciofila, perché per diventare capo dello Stato si richiede forse qualcosa in più. Probabilmente Mattarella sarà un discreto presidente, com’è stato un discreto politico, un discreto ministro, un discreto giudice costituzionale. Come sempre, lo giudicheremo da quel che farà.
Poteva andare peggio? Certo, molto peggio: basta scorrere il lombrosario degli altri candidati della Casta. Poteva andare meglio? Certo, molto meglio: basta scorrere la lista dei candidati preferiti dagli italiani nei sondaggi, da Rodotà a Prodi a Zagrebelsky. Personaggi diversi fra loro, ma inattaccabili sia personalmente sia per legami familiari e frequentazioni. Ricostruire la biografia completa di Mattarella, andando oltre le agiografie dei turiferari, è per Mughini roba “da Gestapo”. Per altri, nessuno dev’essere chiamato a pagare “le colpe dei padri, dei fratelli, dei coniugi, dei nipoti”. Il che è vero, se parliamo di un privato cittadino. È falso se parliamo di un aspirante presidente della Repubblica. Tantopiù nel caso di Mattarella, di cui viene continuamente ricordato come un merito il fratello ucciso da Cosa Nostra. Manco ne avesse solo uno, di fratello. Noi ne abbiamo scoperto un secondo: Antonino, che da atti giudiziari risulta in rapporti d’affari con Enrico Nicoletti, cassiere e non solo della Banda della Magliana. E ci è parso giusto ricomporre il quadro famigliare completo. Poi, di queste informazioni, ciascuno farà l’uso che crede. Nessuno vuole mandare in galera o punire Sergio Mattarella perché ha accettato contributi elettorali da un imprenditore mafioso, perché è stato eletto in Trentino con firme false o per gli affari discutibili del fratello vivo. Ma è giusto che la gente sappia tutto di lui, specie i grandi elettori che oggi dovranno scegliere se votare per lui o per un altro candidato privo di quei talloni d’Achille.
Nelle democrazie, non nel Terzo Reich, funziona così. Jimmy Carter, l’uomo più potente del mondo ai suoi tempi, dovette rispondere dei traffici e perfino del tasso alcolico di suo fratello Bill. Margaret Thatcher finì al centro di polemiche per i business controversi del marito e poi del figlio. Yitzhak Rabin dovette lasciare la guida del governo israeliano per gli affari della moglie. L’attuale premier Bibi Netanyahu ha passato guai infiniti per le spese allegre della signora Sarah. Il penultimo presidente della Repubblica tedesco Christian Wulff ha dovuto prima difendersi dalle accuse sul passato a luci rosse della seconda moglie e poi dimettersi per presunti favori a lui e alla consorte: nella Germania della Merkel, non della Gestapo. E persino in Italia il presidente Giovanni Leone dovette lasciare anzitempo il Quirinale per una campagna politico-giornalistica sulle presunte magagne dei suoi familiari.
Oggi si parla molto del padre di Renzi, imputato per bancarotta fraudolenta, e di quello della Boschi, vicepresidente della Banca Etruria. Il privato, per l’uomo pubblico, non esiste. Soprattutto se l’interessato siede ai vertici dello Stato. E l’obiezione “non è mai stato condannato” – tipicamente giustizialista, anche se la usano i presunto antigiustizialisti – vale meno di una cicca: esistono fatti, circostanze, parentele, amicizie, frequentazioni, rapporti, conflitti d’interessi che non sono rilevanti sul piano penale, ma lo sono su quello morale, o politico, o della prudenza e dell’opportunità. In un paese di ricattatori e di ricattati, basta poco, pochissimo, per accumulare dossier e condizionare un potente. L’unico modo per sventare i ricatti e tenerne al riparo le istituzioni è pubblicare tutto, cosicché chi può ne faccia tesoro ed escluda dalle cariche pubbliche personaggi magari individualmente ineccepibili, ma potenzialmente ricattabili.
È questo il compito della libera stampa: scavare, passare ai raggi X, informare, mettere sull’avviso, fornire a chi di dovere tutti gli strumenti affinché – diceva Einaudi – possano “conoscere per deliberare”. Se poi scelgono la persona sbagliata, non potranno dire che nessuno li aveva avvertiti.


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