sabato 31 gennaio 2015

Ultimi sospetti democrat. Ma Renzi schiaccia tutti

Ultimi sospetti democrat. Ma Renzi schiaccia tutti (Wanda Marra).

RenziLE MINORANZE INTERNE PAIONO UNITE SU MATTARELLA. LA RICERCA DI CONSENSI FUORI DAL PARTITO SERVE ANCHE A MINACCIARE CHI PENSASSE DI FARE SCHERZI.
I voti per Mattarella saranno 1010. Uno in più dei grandi elettori”. La battuta che circola in Transatlantico alle sette della sera, dopo la terza fumata nera, ma il sì di Alfano dato per scontato e la resa di Berlusconi, con l’indicazione a FI di votare scheda bianca, fotografa perfettamente il senso della giornata di ieri. La dinamica sembra un po’ quella dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, dove i personaggi venivano uccisi uno dopo l’altro. Questa volta sono gli avversari politici blanditi eannientati dal premier. Che si consegnano spontaneamente a Renzi.
I voti stimati sulla carta per oggi da chi tiene i conti nel Pd sono tra i 630 e i 670. Ne servono 505. Sempre che qualcuno, magari nel Pd, nel segreto dell’urna, non scelga di guastare almeno un po’ la festa al premier. Un 10% di franchi tiratori sui 450 grandi elettori, è fisiologico.   Il thrilling, ieri, dura per tutta la mattinata. “Ma davvero è possibile che un gruppo decida di non entrare mentre si vota il presidente della Repubblica?”, si chiede il responsabile Giustizia del Pd, il renzianissimo David Ermini. L’idea di FI a ora di pranzo sembra ancora questa. E con il no dell’Ncd il vantaggio per Mattarella è davvero risicato: ci vogliono 505 voti, sulla carta così ce ne sono 510 o 515. Ma la paura dura poco. Nonostante i malumori più o meno dichiarati di qualche sparuto dalemiano e la “franca” delusione dei veltroniani. Nonostante una consapevolezza: “In questo Parlamento sono in molti a odiare Matteo”, per dirla con un senatore dem. Però, più forte dell’odio è il timore: la minaccia di elezioni anticipate, se tutto non va come deve andare, e di mancate ricandidature, sembra funzionare alla grande. Fino alla prova del nove di oggi. Le malelingue raccontano di Ettore Rosato, vice-capogruppo Pd a Montecitorio, luogotenente di Franceschini, in genere molto scrupoloso nel controllare i lavori d’Aula, che ieri lascia correre. È il ministro della Cultura, quello guardato con più sospetto: il candidato è un Dc, ma non voluto da lui. Doppio smacco, per uno che qualche ambizione al Colle, ce l’aveva. Concitato, quasi nascosto, mentre nel pomeriggio confabula con Pier Ferdinando Casini. Altro Dc mortificato. Altre ambizioni quirinalizie rimaste deluse. Come quelle di Fassino, che i suoi li stressa.   CI PENSA Renzi a ridimensionare il dissenso. Alfano lo vede nel pomeriggio a Montecitorio: “Come può un ministro dell’Interno non votare un Presidente?”, gli chiarisce. Ma lo convince a metà. Infatti, chiede aiuto a Giorgio Napolitano: usi la sua autorità per far ragionare Alfano (al quale poi l’ex Presidente telefona) e Casini.   Renzi non ha nessunissima intenzione di rendere la sconfitta degli alleati più indolore. Con Ncd è arrabbiatura ostentata. Per loro si pensa a un sistema di voto differenziato: se non seguono le indicazioni, qualche posto di governo salta. Magari quello di Lupi, che da buon ciel-lino Mattarella non lo vuole. Il fedelissimo Ernesto Carbone spara contro le sue “mire”: “Per fare il sindaco di Milano sta influenzando il povero Alfano”. In serata da Palazzo Chigi vanno sapere che i due si sono risentiti: “Clima sereno”. All’ex Cavaliere Matteo fa arrivare il messaggio: “Dai Silvio, facciamo ancora le riforme insieme”. Ma neanche lo chiama. Riunisce anche la delegazione del Pd (Guerini e Serracchiani, Orfini, Zanda e Speranza, più Lotti e la Boschi): tutti riportano un clima piuttosto disteso nelle varie correnti e sotto correnti. Qualche deputato, per evitare scherzetti e sospetti, aveva chiesto un sistema di controllo del voto. Il premier lo esclude: non vuol dare nessun segno di insicurezza. Alla fine della seconda chiama, ecco l’appello. Ecumenico. Ma niente di personale: “Siamo di fronte alla concreta possibilità che una personalità autorevole e stimata da tutti, un servitore dello Stato come Sergio Mattarella, diventi il presidente della Repubblica”. Rincara: “Non è una questione che riguarda un solo partito: la scelta del Capo dello Stato interpella tutti. Per questo auspico che si determini la più ampia convergenza possibile per il bene comune dell’Italia”.   PER UNA SERA anche Lorenzo Guerini, l’“Arnaldo” di Matteo, il Dc doc, perde il consueto aplomb. Il Presidente sarà un uomo della sua cultura politica. E lui ha trattato indefessamente per mesi. “Si parte da Mattarella e si arriva a Mattarella”, ha detto mercoledì sera davanti alle agenzie di stampa. Dichiarazione valutata imprudente in quel momento dallo stesso premier. Ma alla fine dovrebbe andare così. E nelle vesti di trionfatore si lascia andare a notare “l’irrilevanza politica del Movimento 5 Stelle”. Che forse voterà. O forse no. Un po’ di scaramanzia per l’ultima sera rimane. Tutti vanno a cena a finire di fare i conti. Ma l’ultima minoranza del Pd all’opposizione, quella dei bersaniani, spera di entrare al governo. E FI si deve accontentare della Boschi, soave come al solito: “Non abbiamo rotto il Patto”. Alla fine Renzi si troverà con un Presidente scelto da lui eletto alla quarta votazione, come andava dicendo da settimane, una maggioranza di governo sempre più obbediente e mortificata, il socio del Nazareno, più che indebolito, e un Pd addomesticato. Certo, restano i problemi dell’Italia. Per dirla con un giovane deputato: “È un genio. Del male”.
Da Il Fatto Quotidiano del 31/01/2015.

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