lunedì 23 febbraio 2015

5 e 8 per mille: alcune riflessioni

CHIARA SARACENO - 5 e 8 per mille: alcune riflessioni

chiara-saracenoMatteo Renzi annuncia l’intenzione di istituire un 5 per mille anche per la scuola (e la cultura, ma per questa ci sarebbe già l’8 per mille). Sembra di capire che ciò consentirebbe ai cittadini di indicare a quale istituto intendono devolvere parte delle proprie imposte. Sembra una bella idea: renderebbe disponibili risorse a scuole in affanno e responsabilizzerebbe i cittadini rispetto alle proprie scuole, del cui uso del denaro rispetto agli obiettivi fissati avrebbero anche un controllo più vicino. Prima di farci prendere dall’entusiasmo, tuttavia, vale la pena di soffermarci su due punti.
Il primo riguarda il fatto che, a seconda di dove sono collocate, in quali città e quartieri, le scuole avranno possibilità molto diverse di ottenere il 5 per mille da parte dei cittadini, a partire dai genitori degli alunni che li frequentano. Sarà molto probabile che le scuole nei quartieri più ricchi, comunque frequentate da alunni più abbienti, attrarranno 5 per mille più numerosi e più generosi delle scuole dei quartieri più periferici e/o frequentate da alunni in condizione economicamente più modesta. Difficile che le scuole di Quarto Oggiaro a Milano, Scampia a Napoli o Falchera a Torino possano contare su una quota significativa di 5 per mille.
Si allargherà, così, ulteriormente il divario tra le scuole rispetto sia ai bisogni, sia alle risorse necessarie e disponibili, proprio mentre diminuiscono – per la logica stessa del 5 per mille – le risorse disponibili per l’azione dello Stato in questo come in altri campi. Se mai verrà introdotta questa possibilità di destinare una quota delle proprie imposte ad una particolare scuola, sarebbe opportuno che lo Stato si impegnasse formalmente e in modo vincolante a investire prioritariamente nelle scuole – e nei loro alunni – nelle situazioni più svantaggiate. Lo dovrebbe fare già adesso, ma tanto più se introducesse un fattore di potenziale ulteriore squilibrio.
Purtroppo, la storia non induce ad essere molto ottimisti sugli impegni formali dello Stato quando si tratta di destinazione di fondi in linea di principio con vincolo di destinazione scelto dai cittadini. Questo è il secondo punto su cui vorrei soffermarmi. È avvenuto per l’attuale 5 per mille, quando lo Stato ha deciso a priori quale quota dovesse andare ad una particolare iniziativa, per quanto nobile, riducendo quindi la possibilità di scelta dei cittadini.
Avviene soprattutto sistematicamente nel caso dell’8 per mille attribuito allo Stato e che questi dovrebbe assegnare a sua volta a progetti particolarmente meritevoli nei settori cui quel fondo è destinato dalla norma: lotta alla fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati e conservazione di beni culturali. In questo caso, in realtà, il problema, e l’imbroglio a carico dei cittadini, è complesso e di proporzioni enormi. In primo luogo, infatti, lo Stato (indipendentemente dal governo in carica) destina solo una piccola parte della quota indicata dai cittadini alle attività cui sarebbe tenuto per legge, usando viceversa quei fondi come una sorta di pronta cassa per le iniziative più varie – dalle missioni internazionali all’acquisto di aerei per la protezione civile fino alle misure di sostegno alle piccole imprese e all’assunzione di giovani.
Personalmente ritengo che l’8 per mille non dovrebbe esserci e che comunque lo Stato non dovrebbe essere uno dei possibili destinatari, in quanto le attività di solidarietà sociale gli competono di principio, non perché i cittadini decidono di finanziarne una o l’altra. Ma se quella norma esiste, va almeno ottemperata e non aggirata. In secondo luogo, lo Stato continua a mantenere in vigore quello che non so se sia un accordo formale entro il Concordato o solo una prassi, secondo cui, a differenza che per il 5 per mille, è l’intero 8 per mille delle entrate Irpef che viene suddiviso tra Stato e varie chiese sulla base della distribuzione delle scelte effettivamente fatte.
Di conseguenza, anche se meno del 50% complessivo dei contribuenti effettua una scelta alla Chiesa cattolica, indicata dal 35% dei contribuenti, ad essa va oltre l’85% dell’introito complessivo, con buona pace della trasparenza e della fiducia dei cittadini nella correttezza dello Stato nei loro confronti. Questo meccanismo avvantaggia certamente, sia pure in misura più ridotta, anche le altre Chiese, che avrebbero una comunità troppo piccola su cui contare se valessero solo le scelte esplicite. Così, la Chiesa Valdese, con un 0,89% di scelte effettive nel 2010 ha avuto una quota del 2,05 e le Comunità ebraiche, con lo 0,16% di scelte hanno ricevuto una quota dello 0,36%. Se è una prassi, va cambiata.
Se è una norma del Concordato, va rinegoziata. Sarebbe stato bello sentire sollevare il problema dai nostri autorevoli rappresentanti, a partire dal presidente Mattarella, nelle recenti celebrazioni dei Patti Lateranensi. Nel frattempo, prima di introdurre un altro 5 per mille, forse lo Stato farebbe meglio a tener fede ai propri impegni, sia per quanto riguarda l’equità nella spesa pubblica, sia per quanto riguarda l’uso dei fondi che i cittadini gli affidano perché li destini a iniziative precise e qualificate di solidarietà.
Chiara Saraceno

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