lunedì 23 febbraio 2015

Boldrini e minoranza Pd contro Renzi sul Jobs Act Il premier: “È di sinistra”

Boldrini e minoranza Pd contro Renzi sul Jobs Act Il premier: “È di sinistra” (GIOVANNA CASADIO).

AlfanoLa presidente: “Non mi piace l’uomo solo al comando” Alfano: “Tolto lo Statuto dei lavoratori, patto sino al 2018”.
ROMA – Perché il governo non ha tenuto conto del parere del Parlamento contro i licenziamenti collettivi? «Avrebbe dovuto farlo». A contestare quello che è accaduto sul Jobs Act, e a difendere le prerogative parlamentari, è la presidente della Camera, Laura Boldrini. Il day after della riforma del lavoro comincia con la conta di chi ha vinto e di chi ha perso e con la terza carica dello Stato, Boldrini appunto, che attacca Renzi: «Ci sono stati dei pareri favorevoli da parte delle commissioni di Camera e Senato e sarebbe stato opportuno tenerli nel dovuto conto». Sono stati pareri espressi, tra l’altro da tutti i dem, nelle commissioni Lavoro. Pareri non vincolanti, è vero, ma politicamente importanti. Ecco perché la tensione è altissima. Boldrini butta lì anche una considerazione sull’importanza dei «ruoli intermedi, associazioni e sindacati, perché a me non piace l’uomo solo al comando». Ne nasce uno scontro istituzionale.
Il premier commenta con i suoi, replicando anche alla sinistra del Pd: «Sullo stesso testo a Natale cantavano vittoria. Si azzittiranno solo quando vedranno che intercettiamo la ripresa. Ora è tutta roba di sinistra». La vice segretaria dem, Debora Serracchiani, reagisce: «Spiace che la Boldrini che ricopre un ruolo di garanzia, si pronunci in questo modo». Mentre il ministro dell’Interno Angelino Alfano, dalla Winter School del Ncd al Sestriere, denuncia «le parole più di parte che istituzionali della presidente della Camera».
Però gli alfaniani sono più che soddisfatti. Il ministro parla di «nostro trionfo, finalmente cancellato lo Statuto dei lavoratori» e si dichiara «pronto a rinnovare il patto in questo governo fino al 2018». La destra canta vittoria e la sinistra e i sindacati sono in rivolta. Pensano a una legge di iniziativa popolare per introdurre di nuovo nello Statuto dei lavoratori l’articolo 18 appena smantellato. La minoranza dem guidata da Gianni Cuperlo, riunita in una convention, avverte dell’errore politico grave, dell’ «umiliazione del Parlamento» e intanto annuncia che riaprirà il fronte dell’Italicum, la nuova legge elettorale. Cuperlo avverte di modifiche per ottenere «più collegi uninominali, anche in onore di Mattarella, e il premio alla coalizione» Quest’ultimo in particolare si potrebbe rivelare un formidabile assist a Forza Italia. E anche il capogruppo dem a Montecitorio, Roberto Speranza, uomo della mediazione, che ha portato avanti una lunga trattativa sul Jobs Act, questa volta è duro: «E’ un clamoroso e inspiegabile errore che il governo non abbia seguito l’indicazione del Parlamento».
Esasperazione dei dem Cesare Damiano («Servono più tutele per i disoccupati»), Stefano Fassina («È uno schiaffo a tutto il Pd, presi in giro i gruppi, c’è più sinistra nel Papa»), Alfredo D’Attorre («Siamo allo stop delle tutele»). Fassina battibecca con il Guardasigilli Andrea Orlando, ospite dell’assemblea cuperliana. Tuttavia lo stesso Orlando è critico sui licenziamenti collettivi nel Jobs Act: «Ci sono alcuni punti che squilibrano».
Da La Repubblica del 22/02/2015.

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