martedì 24 febbraio 2015

COMMUNITY Costruiamo un Fronte Pop, accorciamo le distanze tra partiti e movimenti

da il manifesto
COMMUNITY

Costruiamo un Fronte Pop, accorciamo le distanze tra partiti e movimenti

Sinistra. Per una via italiana al cambiamento

La  duris­sima trat­ta­tiva tra la Gre­cia e Berlino-Bruxelles ci ricorda quanto sia urgente rom­pere con l’Europa dell’austerità e aprire una poli­tica di cam­bia­mento. Ma ci ricorda anche quanto siamo in ritardo, in Ita­lia, lungo que­sta strada.
In Gre­cia Syriza è stata capace di vin­cere le ele­zioni aggre­gando intorno a un par­tito aperto le espe­rienze di auto-organizzazione sociale emerse dalla crisi. Pode­mos in Spa­gna ha saputo tra­sfor­mare la pro­te­sta degli indi­gna­dos in una forza poli­tica radi­cal­mente nuova. In Ita­lia le lotte della Fiom e lo scio­pero gene­rale di Cgil e Uil del dicem­bre scorso hanno ridato spa­zio a una pro­te­sta sociale troppo a lungo sof­fo­cata in que­sti sette anni dall’inizio della crisi.
Sono segni di risve­glio sociale, tut­ta­via ancora fram­men­tati, senza una cor­nice che tra­sformi le mobi­li­ta­zioni in rispo­sta politica.
Sul piano sociale pesano anni di silenzi — con la Fiom spesso lasciata sola — e pesano movi­menti che – almeno dopo la vit­to­ria ai refe­ren­dum con­tro la pri­va­tiz­za­zione dell’acqua nel 2011 – sono stati inca­paci di pro­durre ege­mo­nia. La società ita­liana ha rea­gito alla crisi pie­gan­dosi su se stessa, senza pro­durre una ade­guata dimen­sione dell’agire col­let­tivo e politico.
Mat­teo Renzi, con la la “sca­lata” al governo, ha com­ple­tato la muta­zione gene­tica del Pd, assu­mendo buona parte del pro­getto ber­lu­sco­niano ed ere­di­tan­done il blocco d’interessi. Que­sta tra­sfor­ma­zione poli­tica ha rotto l’orizzonte dell’alleanza di centro-sinistra, ma ha anche aperto un enorme spa­zio per la costru­zione del oppo­si­zione. La scelta di Sel di con­durre una rigo­rosa oppo­si­zione e di con­tri­buire alla nascita della lista Tsi­pras alle euro­pee è stata una svolta impor­tante in que­sta direzione.
La rico­stru­zione di una poli­tica del cam­bia­mento deve par­tire dalla capa­cità di par­lare con le per­sone, inter­pre­tan­done le inquie­tu­dini pro­vo­cate dalla crisi, costruendo un senso comune diverso. Serve innanzi tutto una poli­tica che sia popo­lare, che costrui­sca un argine al popu­li­smo –a quello impo­tente di Grillo e a quello becero di Sal­vini, come a quello “dall’alto” di Mat­teo Renzi, che si è distinto dome­nica scorsa in un ver­go­gnoso attacco a Landini.
L’espressione poli­tica delle spinte sociali al cam­bia­mento è stata bloc­cata in Ita­lia dalla fram­men­ta­zione e dalle divi­sioni tra le forze poli­ti­che del paese – le varie oppo­si­zioni den­tro il Pd, Sel, Rifon­da­zione, l’esperienza impor­tante ma non svi­lup­pata appieno della Lista “Un’altra Europa con Tsi­pras” alle ele­zioni euro­pee del 2015, la disper­sione dei verdi tra Green Italy e altre orga­niz­za­zioni. Le pro­po­ste più recenti – quella di Nichi Ven­dola a Human Fac­tor, le ini­zia­tive di allar­ga­mento sociale e sin­da­cale pro­po­ste dalla Fiom, la discus­sione pro­po­sta da Rodotà – sono segnali di dispo­ni­bi­lità a met­tere in comune ener­gie e pro­getto poli­tico. Ma fanno fatica a con­ver­gere in una cor­nice comune, effet­ti­va­mente con­di­visa. Quale può essere la “via ita­liana” a una poli­tica del cam­bia­mento che ci avvi­cini ai risul­tati di Syriza e Podemos?
La rispo­sta dev’essere un pro­cesso di con­ver­genza che ricom­ponga la divi­sione che abbiamo ere­di­tato tra “coa­li­zione sociale” e “coa­li­zione poli­tica”. Syriza vince anche per­ché ha tra­sfor­mato le sedi di par­tito in mense dei poveri e ambu­la­tori sociali. Serve pari dignità tra lavoro sociale e di movi­mento e lavoro politico.
Serve un nuovo modello di aggre­ga­zione poli­tica e sociale: potremmo chia­marlo “Fronte Pop”. La cosa che gli asso­mi­glia di più è il Fronte popo­lare che nell’Europa degli anni trenta resse l’urto dei fasci­smi anti­ci­pando il pro­getto di wel­fare che si affermò poi nel dopo­guerra. Ora un “Fronte Pop” — ma qua­lun­que altro nome va bene — può offrire la con­ver­genza neces­sa­ria per far sen­tire den­tro lo stesso pro­getto di cam­bia­mento chi vota con­tro Renzi in Par­la­mento e chi sta alla mensa della Cari­tas, l’ecologista che lavora alla pros­sima con­fe­renza sul clima di Parigi e chi si oppone alle guerre ovun­que, chi difende i diritti del lavoro e quelli dei migranti, le donne discri­mi­nate e i gio­vani senza futuro. Que­sto per­corso potrebbe nascere da una con­ven­zione di sog­getti e per­sone che assu­mono un pro­getto comune di cam­bia­mento, gui­dato da un gruppo diri­gente in cui siano rap­pre­sen­tati tutti, man­te­nendo la pro­pria auto­no­mia d’azione in una forza di cam­bia­mento della poli­tica. Pro­prio come sono riu­scite a fare – in forme diverse — Syriza e Podemos.

Il “Fronte Pop” potrebbe muo­versi e cre­scere sulle gambe di cin­que cam­pa­gne comuni a tutti. L’Europa da cam­biare e la fine dell’austerità. Il lavoro da difen­dere e i diritti dei lavo­ra­tori da rico­struire. L’ambiente e la ricon­ver­sione eco­lo­gica dell’economia. La demo­cra­zia, i diritti civili e di cit­ta­di­nanza, con la difesa della scuola e del wel­fare. La pace con­tro l’interventismo mili­tare. Potrebbe essere un’agenda entu­sia­smante, non credete?

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