lunedì 23 febbraio 2015

Dissidenti dem e forzisti preparano la trappola sull’Italicum

Dissidenti dem e forzisti preparano la trappola sull’Italicum (GOFFREDO DE MARCHIS).

Le tappeROMA – Chiudere la pratica della legge elettorale è il prossimo obiettivo di Matteo Renzi. «L’Italicum non cambierà di una virgola e alla Camera farà il suo ultimo passaggio. Per carità, davvero tutto è migliorabile. Ma abbiamo già raggiunto un’intesa e poi non voglio ricominciare sempre daccapo». Sarà questo il terreno di scontro con la minoranza del Pd nelle prossime settimane e il banco di prova per vedere se la rottura con Berlusconi è momentanea o definitiva. A Montecitorio la maggioranza ha numeri molto ampi anche senza Forza Italia, ma nello stesso ramo del Parlamento si annidano altre trappole per il premier.
Queste trappole hanno nomi e cognomi. Sono quelli dei dissidenti del Pd, del capogruppo di Fi Renato Brunetta e della presidente della Camera Laura Boldrini. A Palazzo Chigi sono convinti che la terza carica dello Stato, dopo le dure critiche al Jobs Act, tornerà a essere imparziale. «Ha usato il ruolo del Parlamento per contestare Matteo. Ci può stare», dicono i renziani. Ma ciò non toglie che l’inedita uscita politica della Boldrini abbia allarmato i vertici del Pd e dell’esecutivo. Si capisce che la presidente è decisa ad assumere un ruolo più visibile nel confronto quotidiano e c’è un pezzo della sinistra che pensa a lei come possibile contraltare a Renzi. Molto più che a Landini o a Cofferati. Se la legislatura andrà avanti fino al 2018, Boldrini rimarrà nei ranghi del suo compito istituzionale. Ma se dovessero esserci prima degli strappi, «se si apre una partita a sinistra», allora potrebbe decidere di esporsi di più. E l’affondo sui decreti delegati della riforma del lavoro e l’accusa dell’uomo solo al comando potrebbe rivelarsi solo una prova generale di un maggioreimpegno. I dissidenti del Pd si preparano all’arrivo del testo dell’Italicum a Montecitorio cercando un terreno comune con gli azzurri. Un terreno impossibile da trovare sulle preferenze. La scelta dei capolista bloccati resta il cuore del patto del Nazareno, una via obbligata per Berlusconi che punta a confermare i fedelissimi e può usare le liste anche per la battaglia interna, soprattutto contro Raffaele Fitto. È su questo pilastro della legge che il premier confida di ritrovare un’asse con Arcore. Ma c’è un altro punto su cui invece la minoranza dem e Forza Italia possono trovare un’intesa. Già nell’emendamento Gotor, bocciato al Senato, era previsto l’apparentamento al ballottaggio. I due partiti vincenti al primo turno potevano fare alleanze al secondo con altre forze, sul modello della norma che vale per eleggere il sindaco e i consigli comunali. Un modo per resuscitare le coalizioni e attenuare gli effetti del premio alla lista, che sta a cuore a Renzi per affermare un sistema davvero bipolare. A Palazzo Madama la maggioranza delle riforme si salvò in extremis sull’emendamento Gotor. Quasi trenta senatori Pd uscirono dall’aula e furono determinanti le mosse di Denis Verdini e Paolo Romani per bocciare la proposta di modifica.
Alla Camera il “soccorso azzurro” è molto più a rischio. Per la presenza di Brunetta, per un buon numero di deputati fittiani e perché il patto si è rotto. La maggioranza, con Pd, centristi e Ncd ha lo stesso i numeri per vincere il match, proprio com’è successo per la riforma costituzionale. Ma i dissidenti dem sono oggi più agguerriti. I licenziamenti collettivi varati nel Jobs Act hanno frantumato un tacito accordo che si era realizzato nel Partito democratico al momento in cui fu votata la legge delega. Circa quaranta deputati firmarono un documento contro il provvedimento ma alla fine, partendo da Pier Luigi Bersani, votarono sì. Lo fecero anche Guglielmo Epidani e Cesare Damiano, ex Cgil, attirandosi la furia degli ex com- pagni di sindacato. Ma avevano avuto garanzie, raccontano, che nei decreti sarebbero sparite le norme più controverse e sarebbe stato rispettato l’ordine del giorno della direzione democratica. Non è andata così, tanto che Stefano Fassina ha detto: «Ha vinto Sacconi».
Questo precedente lascia immaginare che la minoranza, sull’Italicum, non farà sconti, anche perché non ci sono prove di appello: se la Camera approva il testo del Senato, diventa legge. Sono 80-90 i deputati Pd pronti a votare contro il governo. Uniti ai 70 forzisti rischiano di mettere in crisi le certezze di Renzi. Dopo il Jobs Act, il clima interno è peggiorato. I mediatori della riforma del lavoro (e tra loro lo stesso Damiano) sono adesso accusati di non aver ottenuto il risultato sperato. E le mediazioni sulla legge elettorale sconteranno il passaggio sul lavoro, i pontieri avranno molto difficoltà a far accettare compromessi. Per questo oggi ci sono le condizioni per far nascere un nuovo patto del Nazareno. Che può rallentare l’Italicum, costringerlo a un altro rischioso iter al Senato. Esattamente quello che Renzi vuole evitare.
Da La Repubblica del 23/02/2015.

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