sabato 28 febbraio 2015

EDITORIALE Assi e scartine nei giochi ministeriali

da il manifesto
EDITORIALE

Assi e scartine nei giochi ministeriali

Riforma del teatro. Il ministero della cultura ha cominciato a delineare la mappa prossima della scena italiana. Con strane alchimie...

Come in un com­pli­cato (e miste­rioso) gioco di carte, il mini­stero della cul­tura ha comin­ciato a calare gli assi e le scar­tine, ovvero a deli­neare la mappa pros­sima ven­tura dei tea­tri ita­liani. Una mappa molto appros­si­ma­tiva, come devono essere le cono­scenze del mini­stro Fran­ce­schini che ha nomi­nato in larga parte la com­mis­sione mini­ste­riale che emette i giu­dizi, ed ema­nato il decreto di riforma (ini­zial­mente dise­gnata dall’ex mini­stro Bray, poi «ritoc­cata» dal diret­tore gene­rale Nastasi, e infine arri­vata in bocca al mini­stro attuale, spe­cia­li­sta nell’abbracciare le cause più scon­si­de­rate, come la famosa pavi­men­ta­zione del Colosseo…).
Già la prima tor­nata di giu­di­zio, quella dei sette tea­tri rico­no­sciuti come «nazio­nali», ha susci­tato un vespaio di pole­mi­che e ricorsi. Ha pro­te­stato Genova, la cui debo­lezza strut­tu­rale non era tanto dis­si­mu­la­bile, e che come Cata­nia ha deciso di fare ricorso. Per­ché per quanto deboli, i due tea­tri non erano da meno di quello di Napoli, che vede nel pro­gramma trien­nale la pre­senza di un unico demiurgo, ovvero il diret­tore inos­si­da­bile De Fusco (al cen­tro delle denunce attuali da parte dei con­cor­renti che hanno visto asse­gnati i posti messi a con­corso a parenti e amici dei poli­tici locali). E forse non erano da meno nean­che a quello di Vene­zia, cui non basta certo «asso­ciarsi» pom­po­sa­mente con la sala di Padova cui era già col­le­gato e con un gruppo pri­vato di Verona per vedersi cata­pul­tata nell’empireo dei tea­tri nazio­nali (e le accuse si allar­gano a Roma che una scuola non ce l’ha da quasi vent’anni, e alla ren­ziana Firenze che per l’occasione ha deciso un matri­mo­nio non si sa se ince­stuoso o mor­ga­na­tico con il Cen­tro di Pon­te­dera, non pro­prio un ex voto di Gro­to­w­ski a Lavia…).
Il pro­blema vero è che tra pro­messe e giu­ra­menti di cui sarà dif­fi­cile con­trol­lare l’attuazione, i «nazio­nali» assor­bi­ranno uno sfra­cello di finan­zia­menti che non cre­scono per l’occasione, anzi andranno a sca­pito degli altri. Così che quella che doveva essere una misura in grado di rior­di­nare e razio­na­liz­zare il sistema tea­trale e i suoi valori, finirà per risul­tare l’effetto di un gioco di inciuci. Non sarà il Naza­reno, e forse nean­che quello del Col­le­gio Romano o della Santa Croce come suo­nano gli indi­rizzi spe­ci­fici, ma certo qual­cuno deve aver sta­bi­lito le regole e le poste di que­sto stra­lu­nato Patto.

E il bello deve ancora venire: la set­ti­mana pros­sima toc­cherà ai Tric, ovvero ai tea­tri di rile­vante inte­resse cul­tu­rale. Dif­fi­cile imma­gi­nare come avverrà il rico­no­sci­mento, a parte i tre già nomi­nati per declas­sa­mento di più alte aspi­ra­zioni (appunto Genova, Cata­nia e Palermo). Qui i pre­ten­denti sono molti di più, in qual­che caso una ple­tora den­tro la stessa regione. In prima linea i «non più sta­bili» che certo non hanno preso fiato prima della corsa, a giu­di­care dalle nomine diret­tive di que­sti ultimi mesi. Anche se in que­sto campo, è la lirica il set­tore più sor­pren­dente: come in un film di Romero, tor­nano fan­ta­smi già molto discussi a loro tempo. Magari cam­biando colore di casacca, tanto si sa, la sini­stra non sa valu­tare, ed è nelle nomine di bocca buona, anzi buo­nis­sima. Basta andarsi a vedere i nomi dei nuovi sovrintendenti.

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