mercoledì 25 febbraio 2015

EDITORIALE Fisco, quei capitali fuori controllo

da il manifesto
EDITORIALE

Fisco, quei capitali fuori controllo


La firma dell'accordo Italia-Svizzera
La firma lunedì scorso dell’accordo tra Ita­lia e Sviz­zera per lo scam­bio di infor­ma­zioni in mate­ria fiscale è stato salu­tato da molti com­men­ta­tori come sto­rico, visto che da anni il nostro paese cer­cava di otte­nerlo con il suo con­fi­nante e ben noto para­diso fiscale. In que­sto, secondo stime pru­den­ziali, risie­dono 200 miliardi di euro di capi­tali ita­liani, ma pro­ba­bil­mente sono molti di più. Senza dub­bio l’accordo è più tra­spa­rente e “giu­sto” rispetto al ben noto scudo fiscale del mini­stro Tre­monti dell’era Ber­lu­sconi, che garan­tiva l’anonimato agli eva­sori ita­liani che face­vano outing con l’Agenzia delle entrate pagando un’aliquota irri­so­ria ed una­tan­tum infe­riore al 5 per cento. Una ver­go­gna, che alla fine fece rien­trare poco più di 30 miliardi di euro in Ita­lia – per poi forse riu­scire subito – sui 90 segna­lati, e ben pochi spic­cioli nelle casse dell’erario.
Il governi Renzi si è invece mosso sul solco trac­ciato dai recenti accordi in sede G20 ed Ocse per la lotta all’evasione ed elu­sione fiscale, di fatto strap­pando un mec­ca­ni­smo di scam­bio di infor­ma­zioni alla Sviz­zera (ossia le auto­rità elve­ti­che non potranno più opporre il segreto ban­ca­rio alle richie­ste dell’agenzia delle entrate nostrana) che diven­terà auto­ma­tico dal 2017. Chi detiene ille­gal­mente capi­tali in Sviz­zera sarà subito sco­perto, a par­tire dal momento in cui aprirà conti ban­cari oltre fron­tiera. Bene, si dirà, era ora, ma in realtà la Sviz­zera si è dovuta pie­gare alla volontà della comu­nità inter­na­zio­nale — e non della sola Ita­lia — al riguardo; soprat­tutto dopo che nel 2008 l’Fbi ame­ri­cana violò il suolo sviz­zero andando a con­fi­scare fisi­ca­mente i com­pu­ter della banca sviz­zera Ubs e così cono­scendo i nomi di migliaia di eva­sori statunitensi.
Pro­prio su quanti capi­tali rien­tre­ranno in Ita­lia si gioca la vera sfida. E su que­sto anche nell’establishment e nel governo gli accenti sono diversi. Per Pier Carlo Padoan, mini­stro dell’economia, ogni euro che entrerà, anche uno solo, sarà pur sem­pre gua­da­gnato. Il primo mini­stro Renzi non poteva che twit­tare il rien­tro di miliardi di euro nei pros­simi mesi. La verità sta nel mec­ca­ni­smo che è stato adot­tato per il pre­sunto rien­tro di capi­tali degli eva­sori ita­liani aiu­tati dagli spal­loni di un tempo o i tra­der di oggi. Ossia la volun­tary disclo­sure: chi segnala entro la fine di set­tem­bre i capi­tali espor­tati, pagherà le impo­ste pre­vi­ste dal 2010 al 2013, bene­fi­ciando di sconti sulle san­zioni e in molti casi di un sal­va­con­dotto legale. Ma in caso di vio­la­zioni con rile­vanza penale potranno essere inclusi anche gli anni dal 2006 al 2009 per effetto del rad­dop­pio dei termini.
Che signi­fi­cherà tutto ciò in sol­doni alla fine della fiera? Pro­ba­bile i più arditi, e in Ita­lia non man­cano gli impren­di­tori e i ric­chi “inter­na­zio­na­liz­zati”, potreb­bero nei pros­simi mesi spo­stare i pro­pri capi­tali in altri para­disi fiscali. Nono­stante il cer­chio si stringa al livello inter­na­zio­nale sulle giu­ri­sdi­zioni poco tra­spa­renti, in realtà le falle non man­cano. Il governo si difende con la sti­pula pros­sima ven­tura di accordi con il Lich­ten­stein, il Prin­ci­pato di Monaco, e la Città del Vati­cano. Ma se si va fuori dell’Unione euro­pea i para­disi fiscali non man­cano, soprat­tutto nell’ex Com­mo­n­wealth bri­tan­nico, con stretti legami con la potente e ancora opaca City di Lon­dra, per alcuni il vero para­diso fiscale mon­diale. Va aggiunto che oggi que­ste giu­ri­sdi­zioni non sono usati solo per rici­clare in chiaro denaro sporco, ma tal­volta fun­zio­nano alla rove­scia. Ad esem­pio ser­vono per spo­stare fondi e pagare tan­genti dall’estero a poli­tici o fun­zio­nari nazio­nali, come dimo­strano recenti casi per­se­guiti dalla magi­stra­tura ita­liana. Tan­genti pagate addi­rit­tura usando stru­menti finan­ziari com­plessi, quali i pro­dotti deri­vati, dif­fi­cili da trac­ciare e perseguire.
In breve esi­ste ancora una rile­vante area di “a-legalità” a livello inter­na­zio­nale. Lo sanno bene le aziende mul­ti­na­zio­nali che con­ti­nuano con le loro pra­ti­che di spo­sta­mento dei pro­fitti tra­mite i para­disi fiscali ad aggi­rare le tas­sa­zioni nazio­nali – per alcuni ana­li­sti anche per importi che rag­giun­gono i mille miliardi di dol­lari l’anno. Con­tro ciò si fa ancora poco; ad esem­pio lo stesso governo ita­liano è molto reti­cente a richie­dere che le imprese mul­ti­na­zio­nali ita­liane pre­sen­tino bilanci disag­gre­gati paese per paese da cui si capi­sca quante tasse pagano e dove a fronte di ingenti ricavi.

Quanto sta suc­ce­dendo in Gre­cia in que­sti giorni dimo­stra che sola­mente la rein­tro­du­zione di un con­trollo dei movi­menti di capi­tale — abban­do­nato dagli anni ’80 con la glo­ba­liz­za­zione libe­ri­sta — può dare agli Stati la vera arma per com­bat­tere l’evasione ed elu­sione fiscale. Altri­menti finirà, come osten­tano i ric­chi arma­tori greci, che all’arrivo della patri­mo­niale annun­ciata da Atene i loro capi­tali e navi andranno al sicuro nei porti tede­schi. E non ci sarà scambo di infor­ma­zioni o volun­tary disclo­sure che tenga in un mer­cato glo­bale dei capi­tali senza controllo.

Nessun commento:

Posta un commento