giovedì 26 febbraio 2015

EDITORIALE L’affare del secolo, le telecomunicazioni

da il manifesto

L’affare del secolo, le telecomunicazioni

Mono­poli a cati­nelle. Dopo l’affondo di Mon­da­dori che intende man­giarsi la Riz­zoli, dopo lo stra­bi­liante annun­cio di rive­dere l’assetto della Rai con un decreto-legge (l’alta Corte ha soste­nuto il con­tra­rio) con tanto di strali rivolti alla Pre­si­dente della Camera, ecco il colpo del secolo.
E sì, per­ché l’annunciata offerta pub­blica di acqui­sto (Opa) da parte della società degli impianti tec­nici di Media­set (Ei Towers) dell’omologa azienda della Rai (Rai­Way) ha il sapore dello scacco matto. Il futuro del sistema è e sarà sur­de­ter­mi­nato sem­pre di più dalla pro­prietà fisica dei media e delle diverse piat­ta­forme di tra­smis­sione dei messaggi.
In vista della defi­ni­tiva e com­piuta matu­ra­zione dell’intreccio tra i vec­chi mondi delle tele­co­mu­ni­ca­zioni e della radio­dif­fu­sione nell’unificante ter­ri­to­rio della rete, chi ha in in mano la “mate­ria prima” ha il comando in ultima istanza. Tant’è, che nei paesi dove la rego­la­men­ta­zione è rigo­rosa (in Ita­lia siamo al di sotto di ogni sospetto, com’è noto) è netta la distin­zione tra i pro­dut­tori dei con­te­nuti e i “car­rier” che tra­smet­tono i segnali.
Per inten­derci, ora che tar­di­va­mente – ma si vor­rebbe agire a tappe for­zate– si deli­nea un piano per la banda larga e ultra­larga, torri e dor­sali sono il vero oro nero. Pri­var­sene è assurdo. E’ come (s)vendere i gio­ielli di fami­glia. Ecco per­ché, quando nel giu­gno del 2014 fu con­ver­tito in legge il decreto n.66 che all’articolo 21 per­mise la ven­dita di quote di Rai­Way, si leva­rono voci cri­ti­che, a comin­ciare dalle orga­niz­za­zioni sin­da­cali. Ma l’ansia di rifarsi dal taglio impo­sto dal governo di 150 milioni di euro al canone fece forse per­dere di vista i rischi con­nessi alla quo­ta­zione in borsa della società, avve­nuta poi nel novem­bre scorso.
L’Opa di oggi ha le sue ori­gini in una scelta che obiet­ti­va­mente espo­neva l’azienda a poten­ziali sca­late. Hic Rho­dus, hic salta: que­sto è il capi­ta­li­smo, dove i buoni si mischiano spesso con i cat­tivi e viceversa.
E’ pur vero che la Rai decise di quo­tare solo il 35% delle azioni, tant’è che Ei Towers vuole al minimo il 66%. Ma chi fer­merà l’assalto al for­ziere tec­no­lo­gico pub­blico? Il decreto del Pre­si­dente del con­si­glio dei mini­stri seguito alla legge dice nelle pre­messe –è vero– che il 51% deve rima­nere in capo alla casa madre, ma un Dcpm pare una ben fra­gile bar­riera rispetto all’ardore di una con­qui­sta così signi­fi­ca­tiva. Infatti, c’è una vera smen­tita uffi­ciale?
Del resto, ci ricor­diamo la vicenda di Tele­com? Anche allora si discet­tava di mag­gio­ranze pub­bli­che e di “gol­den share”, ed è finita come si sa. A pro­po­sito di Tele­com, viene il legit­timo sospetto che in fili­grana si sta­gli pro­prio l’antico incum­bent delle tlc ita­liane. E’ l’oggetto del desi­de­rio di Media­set, che potrebbe acca­sarsi prima o poi nei lidi dell’oceano grande, uscendo dal mare pic­colo e impo­ve­rito della tele­vi­sione gene­ra­li­sta. Tra l’altro l’“uno-due” di Mondadori-Rcs e Ei Towers-Raiway for­ni­sce una chiave di let­tura a fatti come la ven­dita di pez­zetti di Finin­vest per il bell’ammontare di 377 milioni di euro.
Siamo ad una svolta. Se passa l’Opa il duo­po­lio diventa di fatto un mono­po­lio pro­prie­ta­rio, con un inqui­lino pub­blico che paga l’affitto. Quale riforma della gover­nance della Rai si varerà mai, se il biscione prende il posto del cavallo davanti a viale Maz­zini di Roma? Le Auto­rità com­pe­tenti (Anti­trust, Con­sob, Agcom) e il Mini­stero dell’economia bat­te­ranno un colpo? Il silen­zio non è degli innocenti.


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