venerdì 27 febbraio 2015

EDITORIALE Pareggio di bilancio, una battaglia dimenticata

da il manifesto

Pareggio di bilancio, una battaglia dimenticata

Sinistra. L’Europa dell’austerity è un cane morto, e l’Italia con l’articolo 81 in Costituzione ha deciso il suo declino. Rilanciare i comitati per la legge di iniziativa popolare è un modo per cambiare rotta
Stu­pi­sce un po’ osser­vare oggi, nel campo della sini­stra, la tie­pi­dezza poli­tica e soprat­tutto la fle­bile mobi­li­ta­zione orga­niz­za­tiva che accom­pa­gna una rile­vante ini­zia­tiva poli­tica. Mi rife­ri­sco alla rac­colta di firme per una pro­po­sta di ini­zia­tiva popo­lare di revi­sione costi­tu­zio­nale, al fine di can­cel­lare l’introduzione del prin­ci­pio di pareg­gio di bilan­cio nella nostra Costi­tu­zione. Si ricor­derà che il 22 set­tem­bre 2014 un comi­tato pro­mo­tore, com­po­sto da giu­ri­sti come Ste­fano Rodotà e Gae­tano Azza­riti, da Mau­ri­zio Lan­dini, da par­la­men­tari di Sel, Giu­lio Mar­con e Gior­gio Airaudo, e del Pd, Pippo Civati e Ste­fano Fas­sina, ha depo­si­tato la pro­po­sta di legge in Cassazione.
Da allora, il dibat­tito su quel tema è stato lan­guente e soprat­tutto non si è vista l’attivazione dei comi­tati per un ampio coin­vol­gi­mento dei cit­ta­dini. A fine gen­naio Sel l’ha rilan­ciato a Milano, con il con­ve­gno Human Fac­tor (per­ché in inglese, fran­ca­mente, non si capi­sce), ma il fuoco della mobi­li­ta­zione stenta ancora ad accen­dersi. Eppure si tratta di una ini­zia­tiva poli­tica di prima gran­dezza, non dis­si­mile per molti aspetti, dalla bat­ta­glia per l’acqua bene comune. Intanto per la poten­ziale ampiezza del con­senso che essa può raccogliere.
Il fal­li­mento delle poli­ti­che di auste­rità, la deva­sta­zione sociale e l’arretramento sul piano dei diritti che esse stanno gene­rando in Europa appare sem­pre più evi­dente alla mag­gio­ranza dei cit­ta­dini. E le forze che sanno opporsi in maniera cre­di­bile alla stu­pida fero­cia di que­sta poli­tica, alla cul­tura che la sor­regge, rac­col­gono con­sensi da ogni parte. Dicono qual­cosa a tutti noi il suc­cesso di Syriza in Gre­cia e di Pode­mos in Spa­gna. Ma dovrebbe dirci qual­cosa anche l’avanzata e la pro­li­fe­ra­zione delle for­ma­zioni di destra, che si ali­men­tano di una poli­tica anti­au­ste­rità, anche se anti­eu­ro­pea. E’ evi­dente ormai che i governi in carica non rap­pre­sen­tano l’opinione pub­blica dei paesi dell’Unione, si reg­gono sull’astensionismo di massa e sulla disper­sione delle opposizioni.Ma togliere dalla Costi­tu­zione lo stu­pido sfre­gio del prin­ci­pio del pareg­gio di bilan­cio ha per noi un signi­fi­cato che va al di là del piano costi­tu­zio­nale e dei diritti. Quella norma, inse­rita il 20 aprile del 2012, rap­pre­senta una scelta pia­ni­fi­cata del declino italiano.
Una scelta che appare insen­sata già alla luce delle carat­te­ri­sti­che sto­ri­che del capi­ta­li­smo ita­liano. Chi cono­sce le vicende della nostra indu­stria­liz­za­zione sa quale ruolo stra­te­gico ha dovuto gio­care la mano pub­blica, non solo nell’imporre regole e isti­tu­zioni, ma nel sup­plire all’assenza di capi­tali di rischio in set­tori stra­te­gici per lo svi­luppo del paese. E non si tratta solo delle anti­che nostre debo­lezze. Oggi, dopo i colpi della crisi, viene impo­sta una ridu­zione siste­ma­tica della spesa pub­blica che para­lizza comuni e regioni, impe­di­sce inve­sti­menti, riduce la pro­du­zione di ric­chezza, deprime la domanda interna, tra­scina in un cir­colo vizioso l’intera mac­china economica.
Limi­tare così pesan­te­mente il ruolo eco­no­mico dello stato in una società di capi­ta­li­smo maturo denun­cia una stra­te­gia di pia­ni­fi­cata autoe­mar­gi­na­zione dell’Italia e dell’Europa. Al con­fronto il modello Usa, da un punto di vista stret­ta­mente capi­ta­li­stico, appare più lun­gi­mi­rante e avan­zato. Come ha mostrato con dovi­zia docu­men­ta­ria Mariana Maz­zuc­cato ne “Lo stato inno­va­tore” ( Laterza), il potere pub­blico gioca in quel paese un ruolo stra­te­gico di prima gran­dezza in inve­sti­menti nei quali il capi­tale pri­vato non si avven­tura. Esso costi­tui­sce la vera avan­guar­dia dell’innovazione tec­no­lo­gica. Senza dire che lo stato ame­ri­cano ha con­ti­nuato a inve­stire gene­ro­sa­mente in for­ma­zione e ricerca men­tre in Europa, ma soprat­tutto in Ita­lia, si è mar­ciato e si con­ti­nua a mar­ciare in senso contrario.
Ma che cosa dire, d’altronde, del modello di accu­mu­la­zione ori­gi­na­ria in atto in Cina da decenni, dove è lo stato che guida le danze? E potremmo fare un lungo elenco di paesi emer­genti in cui lo svi­luppo eco­no­mico è pro­mosso con intel­li­genza stra­te­gica dal potere pub­blico. L’Europa no. E’ osses­sio­nata dal debito, per­ché ragiona con l’animo stroz­zino dei ban­chieri tede­schi. Con­fida nel fatto che i conti in ordine atti­re­ranno inve­sti­menti dall’esterno e che la bassa domanda interna, dovuta a bassi salari e disoc­cu­pa­zione, sarà com­pen­sata dalle esportazioni.
Ma tutti i paesi del mondo spe­rano nelle espor­ta­zioni e schiac­ciano i pro­pri lavo­ra­tori per poter com­pe­tere tra di loro nel mer­cato mon­diale, col risul­tato di ordine e pro­spe­rità gene­rale che oggi è sotto gli occhi di tutti. Senza dire che paesi come l’Italia, la Spa­gna, la Gre­cia, ecc i conti in ordine, con que­sto schema, non pos­sono met­terli, senza distrug­gere la società e alla fine gli stessi conti.
Tale rifles­sione ci con­sente di vedere la più ampia por­tata delle recenti poli­ti­che della Ue. Oggi non siamo solo di fronte a una stra­te­gia eco­no­mica con­tro­pro­du­cente in un periodo di crisi. Quello che si stenta a cogliere è che essa rap­pre­senta ormai un nuovo oriz­zonte pro­gram­ma­tico dei tec­no­crati di Bru­xel­les. E’ emerso sem­pre più chiaro da un paio di anni con il Patto euro­plus che impone ai governi dell’Unione le regole del Fiscal compact.
Si impone che il disa­vanzo strut­tu­rale di ogni stato non superi lo 0,5% del Pil. Ma il Pil dei paesi di capi­ta­li­smo maturo è sem­pre più poca cosa, com’è noto, se mai tor­nerà a cre­scere. E come potrà cre­scere con la con­tra­zione della spesa pub­blica? E quanto potrà spen­dere, con tali patti iugu­la­tori, lo Stato ita­liano – che in 20 anni deve ripor­tare il suo enorme debito al 60% del Pil — per poten­ziare la scuola, per ridare dignità e risorse all’Università, per con­sen­tire ai comuni di pro­teg­gere i loro ter­ri­tori, per man­te­nere in piedi la sanità coi suoi cre­scenti biso­gni, per tute­lare il nostro immenso e imme­ri­tato patri­mo­nio artistico?
Dun­que, l’Ue appare oggi non solo lon­ta­nis­sima dai gene­rosi pro­po­siti dei suoi primi idea­tori, ma mani­fe­sta­mente peg­gio­rata rispetto anche alla squi­li­brata fisio­no­mia che si era data con i Trat­tati. La sfida della costru­zione di una eco­no­mia sociale di mer­cato, che doveva com­pe­tere con gli Usa e col mondo, è stata abban­do­nata. Oggi le ammac­cate con­qui­ste del nostro wel­fare con­ti­nuano a pro­teg­gere ampie fasce di popo­la­zione dalle asprezze del cosid­detto mer­cato. Ma di que­sto passo esse saranno in gran parte spaz­zate via. In Europa un solo assillo sem­bra far vivere la volontà degli stati di stare insieme:la logica usu­raia della sol­vi­bi­lità del debi­tore. Chi pre­sta soldi deve ria­verli con i giu­sti interessi.
L’Unione, una delle più grandi crea­zioni poli­ti­che dell’età con­tem­po­ra­nea, si avvia, dun­que, sotto il furore del dog­ma­ti­smo tede­sco, a ridursi a un cane morto. Ne abbiamo avuto la pla­stica rap­pre­sen­ta­zione in que­sti ultimi giorni nello scon­tro che ha con­trap­po­sto il governo greco di Tsi­pras ai rap­pre­sen­tanti dell’Ue. Con un fuori pro­gramma che avrebbe dovuto tro­vare qual­che voce poli­tica capace di riven­di­care la dignità degli stati sovrani. Vedere il mini­stro delle Finanze tede­sco, Wol­fang Schäu­ble, rin­ghiare come fosse il padrone d’Europa, non è stato uno spet­ta­colo edi­fi­cante. Ma ancor meno edi­fi­cante è stato vedere che nes­sun capo di stato o di governo ha osato ricor­dare al mini­stro che l’Unione ha i suoi orga­ni­smi, in rap­pre­sen­tanza di ben 28 paesi.

In quelle trat­ta­tive abbiamo visto non solo due idee di Europa, ma anche il muro che in Ger­ma­nia e a Bru­xel­les inten­dono tenere alto con­tro l’avvenire del nostro paese. Dopo l’approvazione del jobs act, la gran­cassa media­tica si è messa in moto e il capo dei pre­sti­gia­tori ita­liani ampli­fica i suoi truc­chi per rap­pre­sen­tarci le magni­fi­che sorti che ci atten­dono. Non lascia­moci abba­ci­nare. I pro­blemi sociali degli ita­liani reste­ranno gravi a lungo, anche se ci sarà qual­che segno di ripresa eco­no­mica. La muti­la­zione del ruolo dello stato impo­sta dal pareg­gio di bilan­cio è un maci­gno su cui Renzi non potrà danzare.

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