venerdì 27 febbraio 2015

EUROPA Democrazia per pochi

da il manifesto

Democrazia per pochi

‘’Possiamo avere una demo­cra­zia oppure una ric­chezza con­cen­trata in poche mani, ma non pos­siamo avere entrambe le cose». Non c’è dav­vero momento migliore di quello attuale per rispol­ve­rare la ful­mi­nante bat­tuta for­mu­lata nel lon­tano 1941 da Louis Bran­deis, avvo­cato pro­gres­si­sta e giu­dice della Corte Suprema sta­tu­ni­tense. A tal pro­po­sito, sol­tanto un paio di dati tratti da un recente rap­porto di Oxfam e ripor­tati su que­ste colonne nel numero del 17 feb­braio scorso: nel 2014 l’1% più ricco del globo ha pos­se­duto il 48% dell’intera ric­chezza mon­diale, men­tre all’80% più povero ne è toc­cata appena il 5,5%. Gli 80 miliar­dari in testa alla clas­si­fica di For­bes deten­gono oggi una ric­chezza pari a quella di 3,5 miliardi di per­sone, la metà della popo­la­zione più povera del pia­neta. La crisi eco­no­mica è stata la migliore alleata di que­sti per­so­naggi, se è vero che tra il 2010 e il 2014 la loro ric­chezza è cre­sciuta del 50%, 600 miliardi di dol­lari. Le cose vanno alla grande anche per i super-ricchi di casa nostra, come mostra un altro stu­dio de la Repub­blica su dati di Banca d’Italia. Nel 2008, agli albori della crisi, i 18 milioni di ita­liani più poveri ave­vano il dop­pio del patri­mo­nio com­ples­sivo delle 10 fami­glie più ric­che (114 con­tro 58 miliardi di euro). Nel 2013, in soli cin­que anni, è arri­vato il sor­passo delle seconde sui primi (98 con­tro 96 miliardi).
Cifre e ten­denze che par­lano da sole, suf­fi­cienti a sug­ge­rire l’immagine di una muta­zione oli­gar­chica della demo­cra­zia, un pro­cesso carat­te­riz­zato da forme sem­pre più per­va­sive e siste­ma­ti­che di influenza e con­trollo sulla vita pub­blica da parte dei deten­tori di grandi patri­moni. All’insegna di una parola d’ordine che li mette tutti d’accordo: wealth defense, pro­te­zione della ric­chezza. Gli oli­gar­chi di oggi hanno in effetti ben poco da spar­tire – e ben poco vogliono spar­tire – con il resto della società; molto più dei loro nonni e padri, mani­fe­stano una voca­zione seces­sio­ni­sta. Vivono in quar­tieri esclu­sivi e pro­tetti, si for­mano in scuole e uni­ver­sità eli­ta­rie, con­di­vi­dono luo­ghi di vacanza e con­su­lenti ed esperti che curano i loro inte­ressi, s’incontrano e accor­dano in occa­sione di eventi dedi­cati in patria e all’estero, sta­bi­li­scono resi­denze e atti­vità impren­di­to­riali dove pagano meno tasse. I loro figli, i rich kids, affol­lano palin­se­sti e coper­tine e sfog­giano sui social net­work il lusso più sfrenato.
Pro­vin­ciali cosmo­po­liti, non sono por­tati a rico­no­scere vin­coli e respon­sa­bi­lità nei con­fronti di chi non appar­tiene alle loro cer­chie né a con­tri­buire al benes­sere col­let­tivo in pro­por­zione alla loro ric­chezza. Non amano il wel­fare e i ser­vizi pub­blici per­ché non ne hanno biso­gno. Amano però pro­teg­gere i pro­pri patri­moni: rap­pre­sen­tati da potenti lobby, finan­ziano cam­pa­gne elet­to­rali a destra e sini­stra e col­ti­vano rap­porti pri­vi­le­giati con i più alti espo­nenti poli­tici e isti­tu­zio­nali. E pre­si­diano in forze gli snodi cru­ciali della legi­sla­zione – dalla poli­tica fiscale interna a quella eco­no­mica inter­na­zio­nale – assi­cu­ran­dosi che ven­gano respinte le poten­ziali minacce alla loro ric­chezza e ai loro inve­sti­menti, siano esse impo­si­zioni fiscali pro­gres­sive, limiti alle spe­cu­la­zioni finan­zia­rie o accordi com­mer­ciali sfa­vo­re­voli per mul­ti­na­zio­nali e grandi investitori.

Nel 1995 Chri­sto­pher Lasch scrisse: «La dif­fi­coltà di porre dei limiti al potere della ric­chezza fa capire che è la ric­chezza stessa che deve essere limi­tata. Quando il denaro parla, tutti sono costretti ad ascol­tare. Per que­sto una società demo­cra­tica non può per­met­tere un’accumulazione illi­mi­tata». Si può forse dar­gli torto?
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